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Analisi dell’idea della strega

Stregoneria

Francesco Saba Sardi

Il diavolo, che con le streghe si congiunge nel corso del Sabba, non dà loro il calore dello sperma normale, ma il ripugnante gelo dello sperma diabolico. Lo affermano, tra gli altri, gli autori del Martello delle streghe e lo afferma il curioso inquisitore de Lancre. Impossibile, insomma, che le streghe al Sabba se la spassino. Potevano forse affermarlo, le povere donne sottoposte a orribili, sconcissimi tormenti?

(27.01.2013)

L’idea della strega non esaurisce la problematica della stregoneria. La strega ne è una componente cospicua quasi esclusivamente nell’ambito del Discorso occidentale; ma è senz’altro esclusiva del discorso occidentale l’attribuzione degli atti e dei presunti poteri stregoneschi in pratica alle sole donne. Nel contesto del Discorso, che è prevalentemente anche se non esclusivamente occidentale, ma è sempre in contraddizione inconciliabile con la póiesis - intendendo per questa l’abbandono all’invenzione e l’uscita dalla gabbia della logico-discorsività - il termine stregoneria designa possesso di poteri soprannaturali nell’ambito naturale ai fini di esercitare il male e di solito in associazione con spiriti maligni o con il diavolo in persona o per lo meno un demone. La credenza in portatori di poteri straordinari, per la quale magia e stregoneria sono spesso confuse, esiste tuttora in moltissimi ambiti. E tuttora è oggetto di condanna soprattutto da parte delle religioni monoteistiche. La donna sapiente, esperta di erbe e pozioni, l’uomo di medicina delle cosiddette società primitive, il dotto sacerdote pagano, le divinità delle religioni non monoteistiche sono così divenuti i perfidi, maledetti stregoni e streghe che il Medioevo europeo riteneva fossero legione, e di cui si ritrovano gli eredi quali personaggi di fiabe e leggende.

Hiko Yoshitaka, "Altre galassie", 2003, olio su pannello di legno, cm 84,5 x 109,5

I poteri dei portatori di stregoneria sarebbero: divinazione, invulnerabilità, forza straordinaria e spesso irresistibile, capacità di trasformare se stessi e altri (nel leggendario, i personaggi di Circe, quelli che compaiono nella favola della Bella e della Bestia, i Sei Cigni di Grimm, eccetera), capacità di volare, di rendersi invisibili a volontà, di impartire animazione a oggetti inanimati, di conferire potenzialità e poteri ai loro seguaci, e ancora conoscenza di droghe atte a generare amore e fertilità e a causare morte.

Sarebbe sterminata una rassegna delle idee di stregoneria in ambiti extraoccidentali, e mi limiterò pertanto a poche considerazioni sulla stregoneria nel contesto del Discorso dianzi definito, con particolare riguardo all’Occidente.
Già nel libro dell’Esodo 22,17 della Bibbia si trova una esplicita prescrizione: "Non lascerai vivere colei che pratica la magia". Si noti il colei. Per chiarire la centralità della strega nella concezione occidentale della stregoneria, va tenuto presente che alla donna si sono attribuite ampie valenze simboliche da epoche assai precedenti alla visione ebraica della divinità, lo Jahvè che vietava la magia e condannava senz’altro a morte la strega. Bisogna risalire al Neolitico, cioè ad almeno 12.000 anni fa, per individuare il punto di svolta della traduzione delle valenze simboliche attribuite alla donna in Cose. Al Paleolitico risalgono raffigurazioni femminili nelle quali seni, natiche e grembo hanno una presenza predominante a scapito degli arti e della testa, ridotti a semplici abbozzi. Sono le celebri Veneri steatopigiche reperite in tutti i siti paleolitici europei, asiatici e africani, e che nel XIX e XX secolo sono state erroneamente interpretate come promotrici della fertilità. Ma i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ignoravano l’agricoltura, e quindi non avevano bisogno di favorire simbolicamente la fertilità campestre, e le mandrie selvatiche dalle quali ricavavano la carne che, insieme ai pesci, costituivano la fonte principale della loro alimentazione, erano di tale entità da non richiedere, ancora una volta, particolari accorgimenti di carattere "magico".

Nel Paleolitico manca un’associazione, ed è l’associazione donna-morte, che invece è frequentissima nel Neolitico. Se ne hanno esempi già nel VII millennio a.C. in Turchia a Çatal Hüyük, sito dove sono sorti alcuni tra i primissimi santuari. In certuni compare la figura della Dea Madre o Signora Bianca o Signora degli Animali in duplice forma, quella di avvoltoio (noto simbolo di morte nelle credenze popolari insieme con la civetta, il cuculo, la colomba, il cinghiale e l’osso secco) e quella di simbolo della rigenerazione. In uno stesso santuario di Çatal Hüyük, mentre su una parete appaiono vari avvoltoi, cioè Dee Madri, intenti a cibarsi di cadaveri umani decapitati, su un’altra parete è presente, a rilievo, una grande testa di toro che sovrasta un teschio. E nelle raffigurazioni neolitiche il toro è un esplicito simbolo di rinascita e rigenerazione. L’associazione donna-morte comporta infatti sempre l’altra faccia della medaglia, e cioè l’associazione donna-generazione. Il duplice simbolo è facilmente reperibile in molti ambiti extraoccidentali, ed è facilmente riconoscibile nelle concezioni dell’intero ambito indoeuropeo.

Nell’India invasa dagli Ari verso il 2000 a.C. si diffuse l’immagine-simbolo della dea Kalì. È raffigurata con una collana di teschi, munita di zanne, ed è venerata come datrice di morte ma anche di vita. In Occidente, dalla dea-avvoltoio raffigurata più volte in Anatolia e nel Levante, sono derivate altre concezioni di donna-uccello rapace, come le Sirene e le Arpie dell’antica Grecia dette anche Keres (Parche) della Morte. Del Neolitico noi siamo gli eredi: alcuni cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, rinunciando all’itineranza, si sono stanziati e hanno inventato metodi di produzione del cibo in proprio, anziché strappare gli alimenti al mondo circostante. Mi riferisco, come è chiaro, all’invenzione dell’agricoltura, che oggi si continua nell’industria.

Ma il Neolitico ha inventato oltretutto la divinità, il potere come organizzazione gerarchica e la guerra come razionalizzazione organizzativa della violenza. Le prime raffigurazioni divine furono animali di enormi proporzioni, per lo più tori, presenti già nel IX millennio a.C. Ma per lo più i tori sono accompagnati da figure di Dee Madri, molto spesso intente a partorire i tori stessi. Nel corso dei secoli, la figura femminile, Dea Madre, Signora Bianca o Signora degli Animali, secondo le varie denominazioni che sono state attribuite alle sue rappresentazioni, cedette il posto alla figura maschile.

Si verificò in altre parole un processo di fallocratizzazione, reso evidente, a partire almeno dal 3000 a.C., dalla comparsa di simboli chiaramente fallici, come i menhir, accompagnati però da altre strutture litee, come i dolmen, che avevano funzioni sepolcrali, e sulle pareti interne dei quali quasi sempre compaiono simboli femminili come occhi - residuo della dea-avvoltoio o dea-civetta - spirali, vulve schematiche, seni, eccetera. In questa fase del divenire umano si ha perciò l’affermato predominio del maschio portatore di fertilità, con la femmina tendenzialmente relegata alla funzione di custode dell’ambito della morte.

Il potere, come ho detto invenzione neolitica, promosse o impose un processo di detronizzazione delle antiche dee europee, le cui tradizioni rimasero tuttavia largamente conservate nelle isole egee, a Creta, nelle regioni del Mediterraneo centrale e occidentale. Una delle figure femminili che ebbe parte importantissima nello sviluppo della religiosità di queste zone, fu la dea egizia Iside, da cui i cristiani hanno dedotto, con pochissimi cambiamenti, la figura della Madonna.

Al di fuori degli ambiti in questione, l’immagine religiosa femminile si eclissò in ampia misura per lasciare il posto all’immagine maschile, inizialmente in figura di un dio antropomorfo in piedi su un toro che evidentemente dominava e soggiogava. Ripeto: il toro era in origine collegato direttamente alla Dea Madre, non di rado raffigurata intenta a partorirlo. Il processo di fallocratizzazione o androcratizzazione che ebbe luogo durante il Neolitico, comportò la scomparsa delle dee partenogenetiche della prima fase del Neolitico, la relegazione nella nebulosità di ricordi ancestrali, di figure che si autogeneravano senza ricorso all’inseminazione maschile, simboleggiate elettivamente dalla Madre Terra, cioè dalla terra che risorge continuamente da se stessa, in primavera, dopo ogni aratura e taglio delle messi eccetera. Le dee partenogenetiche si trasformarono gradualmente in spose e figlie; e il potere generativo fu attribuito al maschio, al punto che più tardi in Grecia Atena fu fatta nascere dal cervello di Zeus. E in ogni regione d’Europa, e in larga parte dell’Asia, la Madre Terra perdette la capacità di generare la vita delle piante senza rapporto sessuale con il Dio del Tuono o il Dio del Cielo. Le dee tuttavia continuarono a contare, a un livello sotterraneo, ma sempre esplicito, almeno quanto gli dèi fino ai primi secoli della nostra era.

Ma a partire almeno dal IV secolo d.C. la Chiesa, struttura portante del cristianesimo, si rese conto di essere minoranza: il cristianesimo è stato fin dall’origine una religione cittadina e rigidamente fallocratica, che restava in larga misura estranea alle campagne. Persino nei centri medievali di dominio dell’economia agricola, e più in generale nelle campagne, a predominare era tuttora il paganesimo, soprattutto nella forma di culti della fertilità maschili e femminili, con frequentissimi luoghi di culto - spesso semplici boschetti o radure - nei molti pagus, i villaggi medievali.

Situazione che indusse la Chiesa a iniziare, con l’ausilio dei poteri laici, la definitiva conquista delle campagne mediante proselitismo e costrizione. Al centro dei culti della fertilità erano molto spesso donne, lontane eredi delle sacerdotesse di Iside, di Cerere, di Atena e della dea Bubastis, la dea-gatta dei culti egizi. Per procedere alla conquista delle campagne (si noti che per esempio la Prussia Orientale fu cristianizzata soltanto nel X secolo d.C., e che ancora più tardi nelle valli prealpine continuavano a sussistere concezioni pagane - e il loro più feroce persecutore fu san Carlo Borromeo), la Chiesa si alleò, nell’VIII secolo, con la monarchia carolingia che aveva assunto una posizione di predominio nel contesto dei potentati europei. Carlomagno fu incoronato imperatore a Roma dal papa nel Natale del 799, e restituì il favore facendo annegare, nelle onde battesimali di un torrente nei pressi di Attigny, sede delle assemblee generali merovingie, Witkingo, Albione e i loro Sassoni rimasti testardamente pagani. La Chiesa doveva imporre nelle campagne la religione del dio fallocrate, e la Dea Madre, la Dea Bianca o Madre dei Morti, personificazione dell’inverno e della rinascita, venne trasformata in malefica strega della notte e della magia.

In altre parole: la Chiesa si impadronì dei terrificanti poteri simbolici della dea della vita e della morte e li trasformò in realtà concreta. Fu fedele, in questo, alla sua tendenza a trasformare tutti i propri simboli in tangibili verità e concretezze. Il cristianesimo ha infatti a fondamento l’idea dell’effettiva, concreta, comprovata (dal dogma e dal potere dell’Impero Romano con il quale si alleò fin dall’inizio e che ne garantì il trionfo) incarnazione del Figlio del Cielo, Gesù Cristo. Si tenga presente che l’antichità conosceva una sterminata serie di figli del cielo, molto spesso risorti da morte, come l’egizio Osiride, e partoriti per lo più da madri vergini, cioè dalla Madre Terra. Ma soltanto i fondatori del cristianesimo ebbero la grande trovata consistente nel dichiarare realtà tangibile, indiscutibile, l’incarnazione, verificatasi in un preciso tempo e luogo, del Figlio del Cielo nato da madre vergine, Maria, ucciso sulla croce e risorto dai morti. E chi si fosse opposto a tale credenza doveva venire persuaso o costretto ad accettarla. Il dio fallocrate doveva a ogni costo imporre il proprio dominio, e chi lo contestasse sarebbe stato dichiarato adoratore di divinità trasformate, per decreto, per dogma, per bolla papale, in demoni e "servi di Satana".

La stregoneria nell’accezione cristiana non risale dunque al Medioevo, ma il Medioevo fu un momento particolarmente favorevole, anzi elettivo, al suo dispiegarsi. La distruzione dei templi e simboli pagani era cominciata in maniera sistematica già nel IV secolo, non appena il cristianesimo era divenuto religione ufficiale dell’Impero sotto Teodosio il Grande: opera resa prescrittiva dalle autorità civili e compiuta molto spesso dai sempre più numerosi monaci, vere truppe d’assalto della nuova religione.

L’opera di evangelizzazione dell’intera Europa ebbe un primo colpo d’arresto nel VII secolo in seguito alle invasioni islamiche in Spagna e alle incursioni in Gallia, senza contare quelle, numerosissime, lungo le coste mediterranee. L’avanzata islamica fu notoriamente bloccata dalla monarchia carolingia e dai suoi eredi, e con la protezione del ricostituito Impero la Chiesa intraprese la conversione forzosa dei popoli dell’Europa settentrionale e della penisola balcanica, combattendo insieme i residui culti pagani e le eresie che via via risorgevano o si manifestavano ex novo. In questo processo, a venire presi elettivamente di mira furono come si è detto i culti della fertilità, cioè quelli della Dea Terra partenogenetica e delle altre figure sacre della maternità e della resurrezione. Le dee collegate alla religione isiaca e le equivalenti greco-romane, come Cerere e Diana e Artemide, nutrici di tutte le creature, erano assai vicine, se non tutt’uno, con la dea-gatta egizia Bubastis, e in Egitto il gatto era notoriamente coperto di sacralità, tant’è che veniva imbalsamato da morto.

Le immagini di queste divinità appaiono infatti molto spesso accompagnate da gatti. Inutile dire che i cristiani lanciati alla conquista delle campagne per "salvarle" dalla maledizione del paganesimo coinvolsero, nella demonizzazione delle dee, anche i loro felini, e soprattutto le gatte nere, particolarmente abili come cacciatrici di topi e ratti, che vennero molto spesso bruciate insieme con le streghe.

Per tornare al Martello delle streghe, va detto che non fu l’unico testo di condanna e metodologia persecutoria delle streghe. Ripercorriamo brevemente le fasi della sistematica repressione e distruzione dei suoi avversari organizzata dalla Chiesa. Toccò per primi agli ebrei, definiti deicidi, poi fu la volta degli eretici, vale a dire i cristiani che non fossero cattolici ortodossi, e infine, e più largamente, dei residui pagani. Le sacerdotesse dei culti della fertilità, essendo per definizione pagane e, in quanto eredi dei culti delle divinità della morte e della rinascita, oggetto di timore reverenziale e santimonioso orrore, e oltretutto dispensatrici di rimedi in margine alla medicina ufficiale il cui patrono era il Cristo medico, furono le donne alle quali toccò il peso maggiore delle persecuzioni organizzate dall’Inquisizione. Ne furono travolte levatrici, profetesse e guaritrici, cosa che comportò disgregazione e crisi di molte comunità agricole. Dal XIII al XVII secolo, le donne mandate a morte con l’accusa di stregoneria furono circa otto milioni. Inutile dire che l’Inquisizione imperversò anche in tutte le regioni del mondo che vennero a mano a mano conquistate e colonizzate dagli europei.

In Africa, in Asia, in America, come in Italia, in Francia, in Germania, in Polonia, in Russia, due furono i simboli contro i quali si appuntò la persecuzione cristiana: il demonio e il corpo della donna. La fisionomia del primo fu definita già nel 1233 da papa Gregorio IX con la bolla Vox in Rama, titolo desunto da Matteo, 2,18. Nella bolla si legge: "Un grido è stato udito in Rama... Rachele, che è la Santa Madre Chiesa, la Sposa del Cristo, piange i suoi figli che il diavolo colpisce e distrugge". Il diavolo nella bolla di Gregorio IX compare ai suoi adepti in figura di grosso gatto nero, hispidus, ovvero coperto di pelo. Nella bolla il pontefice esortava i vescovi a tentativi di proselitismo come premessa alla conversione forzosa. Dalla Vox in Rama risulta evidente il nesso istituito dalla Chiesa tra i gatti, specie le femmine nere, e la stregoneria. Sono concezioni che hanno tuttora larga parte in molte tradizioni popolari. Il gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna. Il culto di Bubastis, la dea-gatta egizia, è sopravvissuto a Yeper, l’attuale Ypres, in Belgio, fino al 1000 d.C., e fino a tempi recentissimi vi si celebrava una "festa dei gatti" che venivano gettati dall’alto di campanili dai buoni cristiani (l’usanza aveva pieno corso ancora nel secolo scorso).

Nel XV secolo, quando fu dato alle stampe Il martello delle streghe, la situazione in tutta Europa era ancora una volta mutata a sfavore della Chiesa. I tentativi di conversione delle campagne si erano infatti scontrati con le sempre più numerose rivolte contadine, collegate in varia misura ai tentativi compiuti dalle grandi proprietà agricole di imporre una maggiore redditività delle campagne: in Inghilterra, sottrazione di vasti appezzamenti alla produzione alimentare per trasformarli in pascolo di bovini e ovini; in Francia, la crescente centralizzazione politica si traduceva molto spesso nelle jacqueries, alle quali i poteri rispondevano con le feroci dragonnades. In Germania in particolare stavano prendendo forma i movimenti di rifiuto delle concezioni genericamente "gotiche", estremamente rigide, e nel paese, che si apriva in ritardo all’Umanesimo, si delineavano quei movimenti che nel 1517 avrebbero avuto l’avallo delle 95 Tesi affisse da Martin Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Fu in tale contesto che la Chiesa romana autorizzò l’Inquisizione a diventare operante nei territori tedeschi, dove in precedenza non era stata tollerata perché i principi ecclesiastici locali ne avevano già una propria; e in un primo tempo, essi non cedettero alle istanze di Roma, nel 1484 Innocenzo VIII con bolla papale aveva convincentemente denunciato la stregoneria come congiura organizzata dall’esercito del diavolo contro il Sacro Romano Impero.

La pubblicazione del Malleus Maleficarum, la cui prima edizione è del 1486, rientra nel quadro di una problematica, appunto quella della stregoneria, che aveva dato vita a una scienza che teneva occupate schiere di eruditi, spesso il fior fiore dell’intellighenzia di allora. Degno di menzione, tra gli altri, il celebre filosofo francese Jean Bodin, per il quale nessuna prassi era troppo abietta, trattandosi di processi di stregoneria. Uno dei principali interpreti di questo sviluppo della lotta contro la stregoneria fu, nel XVI secolo, Pierre de Lancre, consigliere del re di Francia e autore de L’inconstance dea mauvais anges et démons, in cui si trova una descrizione puntigliosa del Sabba. Per la prima volta compare qui l’immagine del demonio in forma non di gatto ma di grosso caprone munito di quattro corna e di un poderoso membro lungo un cubito, oltre che di una coda sotto la quale c’è alcunché di simile a un volto umano. Secondo de Lancre il volto veniva baciato dalle streghe, le quali sottoposte a tortura confessavano questo e quant’altro venisse loro prescritto dagli inquisitori. Gli orrori della caccia alle streghe si spiegano anche con la creazione di una vera e propria industria del massacro, fiorita sul tronco delle ideologie ufficiali. Vi erano giudici, esorcisti, boia, fabbricanti di pire e forche, fornitori di legnami, scrivani ed esperti che campavano sulla pelle dei sabbatici. Tuttavia già all’inizio del XVII secolo, va detto, non mancò chi contestò queste barbariche prassi, come il gesuita Friedrich von Spee, il quale scrisse: "Mi è accaduto sovente di pensare che l’unica ragione per la quale noi tutti non siamo stregoni è che non siamo stati sottoposti a tortura".

Come ho detto dianzi, l’altro simbolo-bersaglio della persecuzione della stregoneria fu il corpo della donna. Bisognava sottomettere la sua implicita, aprioristica incontrollabilità (corpo che non risponde ai ritmi della temporalità razionale, il tempo degli orologi, dei ritmi maschili produttivi), la sua malvagia impudicizia, la sua perniciosa procacità, il suo erotismo presuntamente incontenibile. Il corpo della donna, come s’è detto, fin dal Neolitico era oggetto di timore reverenziale come simbolo della morte, ed è probabile che già al Neolitico risalgano i pregiudizi sulla donna mestruata (non deve fare la maionese) e il suo frequente isolamento (ancora oggi, tra gli agricoltori Dogon del Mali, in apposite capanne ai margini del villaggio). Del resto il corpo della donna è tuttora ritenuto peccaminoso per definizione, e infatti è l’oggetto elettivo della pornografia. Si pensi poi allo sprezzante trattamento troppo spesso riservato dalla medicina ufficiale alle donne nella fase terapeutica e soprattutto in quella diagnostica. Voglio dire, con questo, che l’inquisitore era semplicemente inserito in un contesto che ha tuttora largo corso. Il corpo della donna contiene "cavità" che in epoca medievale sono state identificate, in ambito germanico, con Höhle, grotta, termine assai vicino a Hölle, inferno, equivalente dell’inglese hell, ancora inferno. Concludo rispondendo alla domanda avanzata da Freud sul perché dello sperma freddo del diavolo che compare nei Sabba. Freud non seppe dare una spiegazione, che però mi sembra a portata di mano se si considera che il diavolo è per definizione il contrario, il rovesciamento di Dio, la faccia del Male nella medaglia la cui altra faccia è il Bene. Le streghe, le donne che lo seguivano ma che - secondo gli inquisitori - dovevano per forza di cose sentirsi peccatrici, non potevano non considerare il diavolo nemico in quanto divinità del Male, ritenuta l’altra faccia del monodio, cioè del Bene. Pertanto il diavolo, che con le streghe si congiunge nel corso del Sabba, non dà loro il calore dello sperma normale, ma il ripugnante gelo dello sperma diabolico. Lo affermano, tra gli altri, gli autori del Martello delle streghe e lo afferma il curioso inquisitore de Lancre. Impossibile, insomma, che le streghe al Sabba se la spassino. Potevano forse affermarlo, le povere donne sottoposte a orribili, sconcissimi tormenti?

Francesco Saba Sardi, nato a Trieste ma residente da lungo tempo a Milano, è autore i libri, tra cui il romanzo Onan (SugarCo 1965) e saggi come Sesso e mito (Longanesi 1972), Il Natale ha 5000 anni (SugarCo 1959), Il massacro, moventi e storia dei militarismo (SugarCo 1962), Il secolo dei libertini (Mediterranee 1969), Sessuolobia (SugarCo 1963), Nascita della follia (Mondadori 1976), (La Salamandra 1978), Viaggio dalla Sicilia al Continente (CSAPP 1980),La perversione inesistente ovvero il fantasma del potere Beckett (Fabbri 1968), Saint-John-Perse (Fabbri 1969), Prolegomeni alla Macchina (La Salamandra 1981). Miti e leggende da tutto il mondo (1984); Goncalvo o della menzogna (1999). Ha scritto anche libri per ragazzi e ha compilato una vastissima raccolta di fiabe di varie parti dei mondo (Mondadori 1983). Ha curato numerose edizioni di classici e pubblicato poesie in varie sedi, oltre a raccolte di versi. Ha tradotto, da cinque lingue, opere di autori come Thomas Mann, Melville, Gilas, Cervantes, Garcilaso de la Vega el lnca, Calderón de la Barca, Góngora, Victor Hugo, Arnold Zweig, Hermann Hesse, Tolkien, San luan de la Cruz, Goethe, Lope de Vega, Eichendorff, Leo Frobenius, Paul Klee, Bernard Shaw, Thomas Szasz, Binswanger, Leroi-Gourhan, Erich Fromm, Hans Henny lahnn, loachim Fest, Themerson, Géza Róheim, ecc. Opera come consulente per varie case editrici e collabora a riviste di cultura. È uscita presso Spirali la sua versione prefata e commentata della Nave dei folli di Sebastian Brant. Con Spirali ha inoltre pubblicato il romanzo Dottor Sottile (1984) e il saggio Il traduttore libertino (1997).

Prima pubblicazione: 1 dicembre 2003


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