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Ciascun elemento e ciascun materiale entrano nell’integralità dell’opera

Ettore Peroni. Artigiano e artista

Giancarlo Calciolari
(23.12.2006)

La storia artistica dello scultore Ettore Peroni comincia con la visita da un rotamaio, più di quarant’anni fa, dalle parti di Modena. Accumulava già con il suo lavoro di fabbro oggetti dismessi perché il loro uso era svanito con le nuove invenzioni tecniche. Ma anche oggetti di situazioni storiche tutt’altro che digerite dalla società, come schegge di bombe della seconda guerra mondiale.

Lacerti metallici che ognuno vorrebbe rimuovere, temendo che la storia si ripeta. Peroni non ha visto come César le sculture di Giacometti, ma come lui procede con i materiali che trova lungo la sua esperienza.

Alla vista di strumenti che sarebbero spariti nel riciclaggio dei materiali metallurgici, Ettore Peroni si sente spinto a recuperare qualcosa del passato: Dice che se non avesse creato opere d’arte, che salvano dall’iconoclasia i materiali di scarto industriali, quegli oggetti sarebbero spariti nell’indistinto, cancellando la memoria di coloro che hanno vissuto facendoli e adoperandoli. Catene, scambiatori di calore, tubi, pinze, forbici, coltelli, falci, badili, balestre, molle, eliche, chiavi inglesi, pinze per tostare il caffè, taglia paglia, carrucole, lucchetti, serrature...

Ovvero Ettore Peroni usa robe preformate, e non fa quello che vuole. Da questa frase s’intende che lo scultore non si è lasciato integrare nel postmoderno, dove ognuno si crede dio e fa ciò che vuole, come qualsiasi povero cristo che si spalanca la fossa sotto i piedi. Peroni afferma tranquillamente che deve stare a quello che gli dice l’oggetto. “Non posso fare cose diverse”. E la cosa riesce. Facendo con gioia, con serenità e con serietà. Aggiunge infatti: “oggi non c’è molta serietà”.

Gli strumenti inutili, quasi surrealisti, indicano una umanità originaria che ha vissuto proprio quando erano utili. Strumenti che restano e che la circolazione delle merci destinerebbe al riciclaggio della loro materia.
Se qualcosa di un resto non resta è perché la vita è attaccata nel suo cuore dalla non-vita, che esiste, eccome, in quanto morte in vita. Allora l’artista strappa dalle fauci della bestia che tutto divora degli strumenti che si trasformano da manufatto artigianale in opera d’arte. E non che le opere d’arte non possano finire dal rotamaio, ma è più difficile. C’è il sospetto che valgano, e che la sostanza cangi in oro.

Certamente Ettore Peroni è quello che oggi viene definito uno scultore assemblista. Un modellatore che aggiunge all’archivio della vita quello che rischia di non restare. Ma senza l’approccio ilare e iconoclasta di certi membri della scuola di Roma, formati tra Parigi e New York. L’approccio storiografico dell’arte fatto di norme per espungere l’eccezione non ha per l’appunto gli “occhi” per accorgersi dell’unicità dell’esperienza di Ettore Peroni. Occorre che ciascun lettore d’arte rischi di scrivere qualche nota di lettura con i mezzi che ha acquisito nel viaggio, non con quelli che non ha digerito.
L’ipermeccanicità degli animali e degli umani che risalta dall’uso dei metali è l’altra faccia della paralisi metallica di ogni vita, del presunto treno della tecnologia che va senza conducente.

Apparentemente pochi gesti sono ancora permessi. E gli umani perderebbero memoria. Tale sarebbe la loro rovina. Ma se l’artista recupera il passato, la memoria non verrà distrutta. L’artista, come Ettore Peroni, non rinuncia alla responsabilità e allora non accetta la cancallazione del passato.
C’è da chiedersi in quale terra di nessuno, in quali interspazi di cascine in via di restauro, come mai non erano prima, Ettore Peroni cerchi e trovi i suoi oggetti preformati e li trasformi in fiori, animali, umani del sogno e dell’incubo. Senza nulla escludere dell’umana avventura.
L’uroboro sociale non divora la sua coda sbiancando la corruzione che crea. I vecchi arnesi di lavoro non sono più inghiottiti dal buio dei tempi e restano. L’archivio non è distrutto. E questo anche grazie alle opere di Ettore Peroni, che non cerca nemmeno di togliere il deposito del tempo.

Ogni opera è la stessa opera che scolpisce in una variazione. Ciascuna opera potrebbe avere come titolo quella della sua inquietante sfera “Il passato”. In ogni sua opera dentro c’è il nostro passato. Quasi la traduzione di Fahrenheit nella scultura.
Mentre gli pseudo maestri, ebbri senza vino per dimenticare, ricercano le ragioni della memoria, e quindi sono interessatissimi all’origine “medica” dell’alzheimer. Dovrebbero invece dirci perché è impossibile che un’artista come Ettore Peroni si ammali di questo morbo, che tocca coloro che nel loro intimo hanno vissuto come se fossero un altro. Intendere l’eccezione varrebbe a capire la norma degli amnesici. In certe opere di Ettore Peroni c’è una forza immensa. La vita che prorompe da una massa metallica che sembrerebbe lì per tenerla incatenata. Questo è un antidoto dell’alzheimer.

L’arte è essenziale nell’esperienza di Ettore Peroni, nato a Torri del Benaco nel 1929. Emigrato ventenne in Argentina per cercare fortuna, senza risultato. Ritorna così sul lago di Garda a Torri e trasforma la piccola macelleria del padre in un piccolo albergo, che poi ingrandisce comprando un piccolo frantoio adiacente. Albergatore nelle stagioni calde e fabbro nelle stagioni fredde. Del padre rimane la collezione dei suoi strumenti di lavoro, in particolare una serie di asce. E chiaramente qualcosa è rimasto del padre con il suo lavoro, che non era né alto né basso, né ricco né povero. Mentre, se l’eredità è rifiutata, allora l’ereditarietà incombe, e il male passa genealogicamente per mimetismo insospettabile. L’arte per ciascuno è una delle due facce dell’albero della vita; l’altra faccia è la cultura. Per contro rinunciare all’arte e alla cultura serve solo a appendersi all’albero del bene e del male, anche nell’apoteosi di assumere tutto il male per assicurarsi il bene supremo.

Ettore Peroni dice che se non fosse per l’arte se ne sarebbe già andato, dopo la morte della moglie; e non parla di eutanasia inconsapevole, ma di tenuta di vita, e allude a un’altra medicina, preclusa al discorso medico, che la confina nel miracolo, esecrandolo. Ma il presunto autodidattismo invocato da qualche critico per parlare di Peroni, giustificandolo tra il divertimento e l’arte, è da leggere in altro modo. Non basta contrapporre che il didattismo, l’accademismo e il manierismo di molti acculturati artisti producano ben poca posa rispetto alle opere del maestro Ettore Peroni. La sua officina atelier potrebbe essere un punto d’incontro e una bottega d’artista per imparare o per confrontarsi e invece l’occasione è mancata dai più.
Nell’atelier di Ettore Peroni c’è una galleria bellissima e infinita di animali e di umani, talvolta ottenuti fornendo semplicemente un paio di zampe a un martello o un paio di gambe e una testa a un campanaccio. La grazia è estrema come nelle sculture di Fausto Melotti o in quelle di Alberto Giacometti.
Occorre un’estrema chiarezza: è razzismo mantenere un’ipoteca di non arte per un artista che non frequenta il circolo artistico-mediatico-spettacolare. Peroni percorre un’altra strada da César e dalle sue compressioni metalliche e non solo, eppure entrambi ereditano in modo autentico qualcosa che è emerso forse per un lapsus con Marcel Duchamp. L’objet trouvé, il ready-made. César afferma che ha usato all’inizio della sua esperienza i rifiuti perché non aveva altro. E Picasso dice che se anche fosse stato rinchiuso in una latrina avrebbe fatto opere d’arte, e nomina con cosa senza dover lasciarlo immaginare.

Ettore Peroni, tuttavia, opera senza questo estremismo spettacolare (da qualche parte Picasso afferma d’aver scherzato con l’arte e d’avere seguito quello che volevano da lui i critici d’arte, che non avevano bisogno di lui per continuare a scrivere come stavano già facendo: utilizzando la sesta carta del poker, ossia barando), e quindi non fa omaggi alle necessità dell’epoca.
La sua scultura procede dall’apertura e non più da coperture ideologiche. Anche nel modo ironico del pieno/vuoto de “Il passato” o dell’”Aquila” è una questione di costruzione, senza più cedere all’ideologia della distruzione, della decostruzione, della metafora archeologia o della metafora ginecologica che insegue la verità nello strip-tease, l’altro nome dello spettacolo mercificante.
Curioso come da un artista come Ettore Peroni, considerato artisticamente e culturalmente ingenuo, noi abbiamo imparato di più sulla vita che dalla lettura delle opere di Jacques Derrida, senza aver mai trovato nulla di intellettuale in quelle di Umberto Eco. Questione di autenticità e di autorità: è più facile che il cammello passi dalla cruna dell’ago e che resti tra cent’anni l’opera di Ettore Peroni che quella degli scribi.


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30.07.2017