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Qual è la direzione intellettuale del pianeta?

Lettura di "È un mondo complesso" di Pino Rotta

Giancarlo Calciolari

Pino Rotta, con la sua ricerca e con la sua rivista Helios, si attiene all’indispensabile libertà della parola, cosa rara ed eccellente.
Ancora grazie per l’aver ospitato e per l’ospitare i testi di chi qui scrive e firma.

(12.05.2002)

Pino Rotta in "È un mondo complesso. Analisi bioantropologica dell’Occidente" (Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2001, pp. 140, € 7,75) ha il sospetto intellettuale che la scena influenzi il corpo e anche la mente. L’ipotesi è che la scena sia sociale e che influenzi il destino personale del corpo. In questo caso il destino sarebbe collettivo e l’itinerario sarebbe non particolare ma comune, ovvero già scritto. Pino Rotta chiama la scena e il corpo rispettivamente "struttura" e "personalità". "Insomma la struttura in cui si forma la nostra personalità si rivela ancora una volta come precedente rispetto al contenuto particolare alle singole funzioni che vi si svolgono".

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Matteo Ruffo, "Interzona 02"

Certamente si può guardare la scena sociale, analizzarla nel più minuto dettaglio, scoprirne il lato nascosto, e divenire il maggior esperto dell’epoca della scena dell’epoca - come Marx con il capitalismo - e non avere scalfitto il postulato che la scena influenzi il corpo, che l’alto influenzi il basso (è l’ipotesi dell’astrologia, oggi riconosciuta dal discorso scientifico come una pseudo scienza), che il corpo per sua natura sia influenzato, insomma non sia altro che una marionetta sociale o asociale, diretta da un pool di burattinai.

Pochi uomini, molti uomini? Chi detiene i mezzi di produzione e oggi i mezzi di comunicazione? Non c’è algebra dell’uomo. Nessuna insiemistica umana. Nessun sistema umano. Nessun umano sociale o asociale. Quindi rimane la questione: qual è lo statuto dell’uomo.

Pino Rotta legge il corpo e la scena, gli uomini e la società, con la psicologia, con l’antropologia e con la sociologia, ovvero con la logìa, con i mezzi del discorso scientifico, che non è ancora la scienza della parola. Si può leggere con i mezzi della teologia, della matematica, della pittura, della poesia, della danza, della musica. E tra schegge e perle del sapere qualche cosa emerge e si scrive di un’altra scienza, che non ha nulla più a che vedere con lo stock globale dei saperi, dei discorsi.

Pino Rotta annuncia l’esigenza della scienza della parola e dell’altra vita "senza più clima di paura e di odio". E se "è necessario recuperare la capacità di lettura della realtà", nonostante l’impiego delle scienze umane, è perché queste scienze non sono più gli strumenti di lettura efficaci. E non lo sono mai state.
Pino Rotta avverte l’esigenza di "una nuova rivoluzione culturale". E questa è già in atto, si chiama: "rivoluzione cifrematica". È la scienza della parola inventata da Armando Verdiglione, sulla scia della lezione di Freud, e non solo.

La scena sociale nega l’apporto di Freud con il freudismo e con l’antifreudismo. E Armando Verdiglione ha lo svantaggio di essere ancora vivo, dopo di che verranno creati il verdiglionismo e l’antiverdiglionismo per negare la sua lezione di vita. Per inciso, le diatribe di scuola di Jacques Lacan sono state dovute, per un aspetto, al tentativo dello stesso Lacan per non lasciarsi rinchiudere nella morsa del lacanismo e dell’antilacanismo.
Inoltre, se fosse rispetto alla scena sociale sarebbe meglio per il ricercatore di starsene zitto, di accettare l’omertà mondiale in materia d’arte, di cultura e di scienza, per rosicchiarsi come tutti la sua parte di osso della caninità, sopravvivendo cinicamente nel sogno di succhiarsi il mirabile midollo.

Per la scena sociale, l’affermazione chiara e semplice che la rivoluzione della scienza della parola è già in atto e che il suo inventore si chiama Armando Verdiglione, sarebbe solo un’ammissione che chi lo scrive è influenzato, plagiato, corrotto e contaminato dal presunto inventore. Anche perché: come può la scena sociale ammettere l’influenza intellettuale? La società delle bande che cercano il controllo e la padronanza assoluta del pianeta non ammette l’influenza intellettuale perché persegue il monopolio dell’influenza. Influenza che giunge sino all’accorgersi che la scena non è sociale. L’altra scena della quale parla Freud è proprio la scena originaria. È solo il dove vanno le cose in un itinerario intellettuale che ammette l’influenza intellettuale e vanifica la credenza nell’influenza sociale, ossia nel monopolio dell’influenza, del plagio, della corruzione, della contaminazione, dell’infezione.

La scena sociale, se esistesse non solo come tentativo impossibile di gestire la scena, avrebbe il dominio delle nascite e delle morti. Eppure qualcosa sfugge. Per esempio, l’esperienza di Armando Verdiglione, la cifrematica. E anche l’anomalia di chi scrive queste note a margine della cifrematica.

Certamente la cifrematica introduce a "un’esistenza del tutto differente sia sul piano materiale che su quello trascendentale". Tale è l’auspicio di Pino Rotta. E con la scienza della parola la scena è insistematizzabile. Non c’è più sistema cosmico, né aperto né chiuso, di corpo e di scena. C’è il due, l’apertura; e dall’apertura procedono le cose. Ecco la parabola di Armando Verdiglione: le cose si dicono, dicendosi si fanno, facendosi si dividono, dividendosi si odono e si scrivono, scrivendosi si cifrano. Le cose cifrandosi giungono alla loro qualità. Il capitale intellettuale.

Il più grande accumulo della scena sociale di capitale sostanziale e mentale - anche il possesso dei mezzi di produzione di comunicazione - non vale l’infinitesimo (che non è l’infinitamente piccolo), per esempio l’infinitesima briciola di capitale artistico, culturale e sociale. E così la più alta valutazione al mercato dell’arte non sostituisce l’opera d’arte nel suo farsi, e non restituisce il maltolto al "suicidato sociale" Van Gogh. E così i più grandi sistemi di controllo e di padronanza planetaria crollano, dall’impero romano all’impero sovietico, senza che la società ne tragga lezione.

Mentre Giorgio Agamben, filosofo, nella Comunità che viene vede una piccola borghesia planetaria come un’unica classe, che oggi è un aspetto della globalizzazione, Pino Rotta mette in evidenza come nel pianeta si incrementi il divario tra gli inclusi e gli esclusi della globalizzazione. "Da un lato" la globalizzazione e dall’altro, non nominato come "lato" c’è il "resto del mondo".

In effetti gli esclusi sono inclusi come nuova categoria di "popolo". Da una parte l’aristocrazia industriale, finanziaria e le loro corti, e dall’altra il nuovo popolo. Senza più re né imperatori. I nuovi e i vecchi come nuovi signori della guerra scorazzano senza rispondere all’imperatore, mai sazi dei loro possedimenti. E il mondo sarebbe ridotto a un agglomerato di provincie con sembianze di nazioni più o meno civili.

Ciò che resta è l’arte, la cultura e la scienza; ed è anche ciò che "tiene". Gli imperi tramontano perché la libertà della parola è inconfiscabile. E l’impero, l’universo, il mondo sono finzioni della sfera, dell’insieme chiuso, dell’incubo della morte che gira in tondo nei cerchi dell’essere e dell’avere.

Come vanificare la credenza nel cerchio magico e ipnotico delle stesse cose che ritornano immutabili? Ovvero, come affrontare la complessità? Pino Rotta indica come non ci sia algebra della complessità: "La complessità dei dati che concorrono a formare un pensiero è talmente alta che, almeno fino ad oggi, nessun algoritmo si è dimostrato efficiente per la sua simulazione reale". Il simulante, il simulacro, il sembiante, l’oggetto della parola fa ostacolo alla simulazione degli umani.

Per questo aspetto anche la dimostrazione matematica e la dimostrazione di piazza negano il "mostrante", il fuoco fatuo, il punto vuoto. Anche punto di distrazione, punto di sottrazione e punto di astrazione. E gli umani - e questo è forse il loro orrore - hanno sempre appuntamento con il "punto", con la causa di verità. "Uomini e donne che sono diremo ’distratti’ da guerre, crisi economiche e sovrastrutture ideologiche organiche a queste ’distrazioni’, alieni rispetto al proprio presente ed al proprio futuro".

Questa paralogica di vita, così dettagliatamente analizzata da Pino Rotta, che porta alla "macchina gigantesca in grado di funzionare a prescindere dall’esistenza di ciascuno degli individui che la compongono" - questa pseudovita non sfugge alla logica di vita. Freud l’ha chiamata inconscio. Quindi non è nel conscio, non è nel visibile che si possono reperire gli strumenti per leggere il libro della vita nel suo scriversi. È questione di ascolto e non di vista né di punti di vista.

Qual è la direzione intellettuale? Quella di un piccolo numero di ricchi o quella di un grande numero di poveri? Piccolo e grande, ricco e povero sono modi dell’apertura, dell’ironia, dell’inconciliabile. A ciascuno il suo itinerario e la sua pietra di scandalo. A ciascuno di affrontare la complessità fino a giungere alla semplicità.
Le cose procedono dall’apertura e dalla libertà della parola, senza limiti personali e senza frontiere sociali.

Pino Rotta, con la sua ricerca e con la sua rivista Helios, si attiene all’indispensabile libertà della parola, cosa rara ed eccellente.
Ancora grazie per l’aver ospitato e per l’ospitare i testi di chi qui scrive e firma.

Pino Rotta, sociologo, direttore di "Helios Magazine", Reggio Calabria.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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16.05.2017