Transfinito edizioni

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Nell’antica corte

Giancarlo Calciolari
(15.11.2017)

Su suggerimento di un irriconoscibile Dioniso, Isaia si traveste da donna. Altro non era come poeta disarmato, maschio destrutturato, uomo femminista. Va nel luogo della festa, che chiama “antica corte”, per spiare le baccanti, le donne indotte nella follia orgiastica. Isaia appare come un agnello a Elena, sua madre, che non lo riconosce, lo crede una pecora e lo sgozza. Il resto del corpo viene fatto a pezzi dalle baccanti. Elena torna a casa con la sua testa infissa su un tirso. Si accorge dopo che si tratta di Isaia, suo figlio amante. Ma ha concorso con le baccanti a sbranarlo. Ignoranza e travestimento. Isaia voleva l’originale e ha avuto la copia, non la donna ma la donna-madre; e è diventato non uomo ma uomo-figlio. L’uomo animale, razionale o irrazionale, politico o impolitico. Isaia fa l’animale e viene sbranato, dilaniato e divorato. Dioniso ha in capo la sua pelle insanguinata quando scende ebbro dalla collina. E deve punire Elena, per quanto sia stato lui a tenderle la trappola dell’uomo sottomesso, cortese, disarmato, un figlioccio ingenuo. E la manda in esilio, nella sua casa, con il numero uno e i numeri due. Isaia non è che un falso numero due, non è neanche quel numero due che le aveva assegnato Elena dopo aver menzionato il marito come numero uno (castrato). La famiglia di Elena è più mariana che cristiana. La casa come cellula della città materna. La genealogia delle donne. E che cosa si rappresenta Isaia nelle sue icone? La madonna scortese reale e non la madonna cortese ideale. Non l’eterno femminino, ma la momentanea lascivia della baccante. E i figli robotizzati e automaticizzati si schiantano, realizzano la tecnica come compimento della metafisica. E la colpa dilaga: la saetta di Diana lo infilza e lo designa al sacrificio supremo. Elena non era la sua donna: era Isaia il suo uomo-figlio. L’uomo bambino di cui narra Julia Kristeva nei Samurai. Isaia deve a Elena il culto mariano, il culto materno. La madonna è l’idea di bambola, la madre ideale e la madre reale, idealmente e eternamente intoccabile e realmente e momentaneamente toccabile. Ma la città materna non è governata dalla madre, ma dalla sua negazione, il potere supremo maschile. La scelta è obbligata: il sovrano regna e governa perché in ogni momento può essere reso bestia e sacrificato. Il sovrano perde la testa e concede sua moglie allo schiavo invisibile. Il vedente e il cieco, il lupo e l’agnello: il sistema dell’amore-odio, la concordia fallica dei cazzi discordanti. Isaia del cazzo! Ecco la madre ideale-reale, Giocasta che acceca il cieco figlio Edipo. E Edipo vive di ricordi. La carne di Giocasta! La carne del niente donna, niente madre, tale è la bambola donna-madre o donna-figlia, che sono la stessa cosa. L’erotismo senza donna? La prostituzione, l’utero in affitto. L’erotismo senza madre? La procreazione, l’utero in dono. La sessualità negata come erotismo economizzato dell’oggetto e come erotismo finanziato del tempo. La morte dell’oggetto e la morte del tempo si realizzano nella mortificazione del minimo amore ultimo e del minimo odio ultimo. La scena primordiale, che Freud indaga in Totem e tabù (1913), è quella dell’amore primo e dell’odio primo, e la approccia con l’analisi del primo pasto dell’umanità. Il primo pasto di amore e di odio, senza amore e senza odio. L’archetipo della capitolazione di Isaia. Isaia sottomesso, sotto il cielo elementare delle cosce della più bella. Eppure, nell’antica corte, si narra di lui come cifratipo; ma nell’amnesia universale della sopravvivenza comune nessuno sa più ritrovare il filo per leggere l’elemento linguistico ignoto, ma non arcano, non misterico. La profezia di Isaia è alla portata dei bambini.


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14.12.2017