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A proposito del libro "La funzione ideologica delle teorie della conoscenza"

Teoria dell’inconoscenza. Felice Accame

Giulio Battaglia

Freud con lo scritto Come intendere le afasie dissolve l’ipotesi del duplicato, della correlazione tra psiche e cervello. E oggi con Armando Verdiglione l’attività è intellettuale e non più mentale. L’attenzione stessa è intellettuale.

(1.09.2003)

Felice Accame con "La funzione ideologica delle teorie della conoscenza" (Spirali, 2002, pp.167, € 20,00) affronta l’epistemologia nella sua storia e nella sua problematicità teorica, anche in relazione alla filosofia. Accame parte dalla constatazione che, fin dall’epoca classica, i filosofi hanno denunciato un errore in rapporto alla conoscenza.

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Santina Pellizzari, "Tra il labirinto e il giardino", 2002, acrilico su cartoncino, cm 25x45

Come ha inteso l’uomo la conoscenza della realtà e la conoscenza stessa? La realtà sarebbe il calco dal quale la mente trarrebbe una copia più o meno precisa? A parte il paradosso della mappa della realtà che non conterrebbe se stessa come mappa reale, se non con un processo vertiginoso ad infinitum. Oppure, la realtà psichica modella la realtà naturale? A questo proposito, Jacques Lacan notava come per la vita degli elefanti il loro destino fosse maggiormente dipendente dal significante "elefante" che dalla loro vita reale. Realtà interna o realtà esterna? L’originale è l’interno o l’esterno? E il non originale è l’apparenza della realtà? L’apparenza reale o ideale toglie già l’immagine a favore dell’iconodulia e dell’iconoclastia.

Molte discipline scientifiche attraverso le ipotesi elaborate per spiegare le modalità della conoscenza hanno teorizzato e talora realizzato applicazioni innovative nella tecnologia, nella scienza, nella matematica, nella linguistica, e per altro mantengono quell’errore che oscilla tra idealismo e realismo, che fa risaltare come ogni teoria della conoscenza abbia una funzione ideologica, ovvero postuli un sistema di padronanza e di controllo della vita, talvolta di dominatori sui dominati e tal’altra dei dominati sui dominatori.

Nel libro, Accame indaga sul carattere ideologico della conoscenza e rileva perché alcune invenzioni vengano accettate dalla società e altre vengano relegate per secoli in una sorta di lista d’attesa. E così resta da leggere l’essenziale, da Giordano Bruno a Sigmund Freud.
Felice Accame, formatosi con Silvio Ceccato al Centro di cibernetica e di attività linguistiche dell’Università degli Studi di Milano, ha proseguito elaborando la metodologia operativa che rispetto al raddoppio del percepito trova in gioco un "faccio" contrapposto a un "non faccio", e qui s’introduce l’etica, la legge e la clinica delle cose.

Con il discorso scientifico, con l’epistemologia, con la filosofia, ma anche con la logica matematica, con la teologia, si tratta di un preambolo alla scienza di vita, mancato sia dalla scienza dell’essere sia dalla scienza di dio, sia dalla scienza dei numeri sia dalla scienza delle scienze.

Per chi legge e si confronta da venticinque anni con la cifrematica d’Armando Verdiglione, che sulla scia del rinascimento e di Freud introduce l’inedito, la scienza della parola, nella sua logica e nella sua politica, il dibattito epistemologico risulta un granello di sabbia, certo essenziale alla rena di vita, al lato delle cose, giusto per occuparsi del due, della relazione, dell’apertura, pgr esempio nel modo di interno-esterno.

L’indagine di Felice Accame si svolge intorno alla relazione e al fantasma (anche rispetto all’esperienza con Silvio Ceccato). Infatti, il metodo della logica dei fantasma è l’operazione. L’idea opera alla scrittura delle cose che si fanno; e non c’è "non faccio" se non come tabù del fare, lasciando il "faccio" alla caricatura del fare, ossia all’affacendarsi. E l’operazione è senza più discours de la mèthode, senza più metodologia perché non c’è quel metaoperatore che per taluni è un dio malfattore e per altri è un dio benefattore, poiché si tratta del pensiero e non della padronanza sulle cose.

E il "ponte" non è tra la rappresentazione e la sua causa, ma è il due stesso dal quale si induce la causa.
È la conoscenza a vedere doppio, quadruplo, insomma multiplo di due. L’albero della conoscenza è doppio perché si pone di fronte l’albero della vita fendendolo in due. Eppure è proprio l’albero della vita, il due originario a dissipare la credenza nella teoria della conoscenza, proprio perché la conoscenza non c’è, non c’è mai stata, se non come miraggio di padronanza sulla vita. E se esistesse poggerebbe sul realismo del fantasma e gli umani vivrebbero nell’incubo.

Allora la teoria della conoscenza è la conoscenza, è l’errore, sul quale poggia - per dirlo con Giordano Bruno - lo spaccio della bestia trionfante. Il bestiario sociale. In tal senso, c’è l’errore come supporto, "l’errore che fa comodo", come annota Felice Accame. L’errore come albero delle genealogie sociali, del bene o del male, come diaframma tra l’interno e l’esterno, come fatto sociale? 0 conta il fallo come diagramma della nominazione?

"’La storia della scienza, dunque, non è una storia di scemi che, sbagliando sempre e comunque, riscuotono un effimero successo in attesa di venire scoperti in quanto scemi da altri che, prima o poi, saranno scemi quanto loro". Il diniego procede dall’ironia e introduce la rimozione, la funzione di nome, di autore e dissipa la tentazione facile, quella dello scemo, che cerca sempre di imperare con la funzione mentale, con la funzione umana, partendo dall’ultima economia del male necessario in vista del bene e dell’avvenire radioso. Mentre la scienza della parola è senza più storiografia, che risulta una fantasmagoria.

Al realismo, anche a quello chiamato naturalismo, e all’idealismo sfugge la sembianza, in entrambi i casi c’è l’apparenza, e quindi la guerra tra iconoclasti e iconolatri, tra padroni e servi della verità come causa. La verità assoluta è la qualità, la cifra, l’impossibile nascondimento. L’indiscutibile, il dogma nella sembianza.
Il relativo procede dall’uno, dal doppio, dall’enne più uno, dalla numerabilità presunta delle cose. E la relazione non è relativa, in quanto improcedibile, inconoscibile.
Il realismo è il colmo dello scetticismo e vice versa. Per questo, mirare a trasformare il mondo, nel senso anche di Tomasi di Lampedusa, che occorre che tutto cambi affinché tutto resti come prima, corrisponde alla psicotizzazione: la conoscenza, anche quella della distinzione tra manuale e intellettuale, tra positivisti e negativisti, tra intellettuali salariati e intellettuali padroncini.

Le paralogiche di vita - per quanto intendano costruire o
distruggere un ponte tra x e y - sono senza il contingente, ovvero sottostanno al tabù del fare che si enuncia con quattro aspetti dell’ipotetica funzione umana: potere o non potere, volere o non volere, dovere o non dovere, sapere o non sapere fare.

Quindi il realismo e l’idealismo non estremi sfociano nel pragmaticismo, nella modellistica delle cose, che nega il progetto e il programma e risulta un affacendarsi.

È così che Felice Accame arriva a dire che "da qualsiasi epistemologia non solo ’possono’, ma non possono far altro che derivare sistemi autoritari. 0 basati sull’assioma che ’le cose stanno così’".

L’indagine di Felice Accame sull’operatore, sul pensiero, sul fantasma occorre che giunga alla logica delle operazioni, senza più l’operatore delle operazioni, ovvero senza più metodologia, che non vuol dire senza più metodo ma senza più discorso. E quale sarebbe l’operatore della metodologia operativa? Lo stesso soggetto della teoria della conoscenza, con i suoi doppi e multipli di uno.
Il personaggio in cerca di padrone buono o cattivo, da amare o da adorare, con tutti i gradi intermedi del presunto continuo tra l’uno e l’altro. Anche la via dal realismo naturalista al realismo culturalista di Claude Lévi-Strauss è presa in questa pseudo logica di vita.
Freud con lo scritto Come intendere le afasie dissolve l’ipotesi del duplicato, della correlazione tra psiche e cervello. E oggi con Armando Verdiglione l’attività è intellettuale e non più mentale. L’attenzione stessa è intellettuale.

La riduzione dei contenuti mentali a operazioni è ancora un arcaismo, che suppone la testa come un contenente, un sacco. Mentre il mentale nemmeno all’infinito incontra l’intellettuale.

L’esperienza è senza conoscenza. Il senso, il sapere e la verità sono effetti. Questa è la breccia della teoria dell’inconoscenza.

Giulio Battaglia, lettore di psicanalisi e di cifrematica. Roma.


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