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Come il tempo cifra

La terza età tra mito del tempo e originario dell’esperienza

Carlo Marchetti

Dire che il tempo cifra significa dire che il tempo non può essere commisurato né gestito, indica che non c’è archetipo, ma appunto cifra, che per ciascuno procede dalla differenza sessuale, da quella differenza che entra in gioco con la logica pulsionale, e che fa sì che si possa vivere non di sofferenza in sofferenza, ma di qualità in qualità.

(1.12.2003)

Il concetto di età, negli ultimi quarant’anni, ha acquisito un’accezione molto distante da quella cui gli umani erano abituati da oltre due millenni, contraddistinti per un aspetto da una percezione del tempo e del suo scorrere estremamente differenti dall’odierno, dall’altro dall’elaborazione della filosofia e dalle riflessioni della teologia intorno a questioni come quelle dell’eternità, del divenire, dell’attribuzione di questo al campo fisico o a quello metafisico.

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Santina Pellizzari, "Senza titolo", acrilico su cartoncino telato

Le questioni del perché si vive, della possibile o impossibile finalità della nostra esistenza e a quale specificità essa possa essere ascritta hanno fatto parte del tradizionale campo di ricerca della filosofia nella sua accezione teleologica, in modo particolare nei termini posti al nostro secolo dall’elaborazione di Schopenhauer, di Bergson e di Heidegger. Tali termini, negli ultimi decenni, sono stati sempre più spesso sostituiti o integrati da riflessioni inerenti quanto e come si vive, cioè sulla durata e sulla qualità della vita e se possa darsi un limite considerato come cronologicamente insuperabile all’esistenza terrena di ciascun individuo.

Per gli umani, dunque, si sta delineando una nuova scommessa, che riguarda il prolungamento, per molti aspetti stupefacente, della vita e le problematiche che tale fenomeno, assolutamente nuovo nelle sue dimensioni, comporta, problematiche inerenti più la qualità della vita e le decisioni atte al suo ottenimento che una ricerca finalizzata alla conoscenza dei suoi elementi ontologici o di quelli meramente esistenziali. Alle discipline che per millenni hanno rappresentato il riferimento quasi assoluto per la ricerca intorno ai concetti di vita e di esistenza, cioè la filosofia e la teologia, da oltre un secolo se ne stanno affiancando con rilievo sempre maggiore altre, come la medicina, la biologia, la psicanalisi, le scienze sociali ed economiche, che hanno assunto spesso per gli umani quegli aspetti di fede fino a un secolo fa appannaggio quasi esclusivo delle prime due.

Dall’affermarsi della cosiddetta civiltà industriale, di quella civiltà cioè caratterizzata dall’uso di macchine per la cui guida e governo sono state enfatizzate e richieste le qualità di destrezza e di audacia, e per quasi duecento anni, nelle società occidentali una delle scommesse principali degli umani, senza dubbio una delle più qualificanti, è stata quella dell’avere e dell’essere, del mostrare a se stessi, dunque agli altri, di essere in grado di saper tenere il passo imposto dal ritmo sempre più rapido del cosiddetto progresso attraverso manifestazioni di prestanza, spesso al seguito dell’istanza di produttività economica assurta a indice pressoché assoluto di affermazione individuale e perfino di dimostrazione di capacità e di diritto di sopravvivenza.

I valori affermatisi in questo lungo periodo hanno comportato il formarsi di molte opinioni dimostratesi poi false a una verifica non basata su pregiudizi, ma che sono tuttora radicate nel senso comune. Tra queste, una delle più diffuse è credere che l’età avanzata comporti più difetti che qualità, dunque più problemi posti che risorse offerte alla società nel suo insieme e segnatamente agli elementi più giovani di questa. Molti di tali pregiudizi hanno penalizzato pesantemente la considerazione complessiva di cui l’anziano aveva sempre goduto in tutte le epoche e in tutte le società organizzate, in occidente e in oriente, nelle Americhe, in Africa e in Australia. L’enfasi posta sulla prestanza ha comportato un vero stravolgimento di valori, da cui l’anziano ha finito sovente con l’essere travolto.

Quando l’accortezza non ha più compensato come virtù la diminuzione di destrezza dovuta all’età, quando la saggezza ha cessato di essere considerata un complemento della capacità e la prudenza non è stata più in grado di sostituire l’audacia e la temerarietà nella considerazione della società, l’anziano ha iniziato a essere considerato un problema, anche nel senso fenomenologico del termine. Solamente dopo l’imporsi di tale forte e in alcuni casi violento ridimensionamento sociale della figura e della funzione dell’anziano ha cominciato a essere posta l’enfasi, in senso peggiorativo e riduttivo, anche sulle modificazioni fisiologiche, psicologiche e attitudinali di questi, viste come segno della differenza, pur trattandosi di modificazioni note e accettate da sempre, anche se non ancora documentate dettagliatamente secondo certi principi, rivelatisi in questo caso anch’essi riduttivi, della scienza positiva. È stata soprattutto la credenza nell’ineluttabilità e nella forza determinante di tale decadimento, indipendentemente dall’approccio culturale o ideologico proprio dell’ambiente in cui l’anziano della nostra epoca si è trovato a vivere l’ultima parte della sua esistenza, a decretare la fine della sua abituale funzione sociale.

Fino agli ultimi decenni del nostro secolo esso non aveva mai costituito una categoria sociologica precisa, né aveva mai destato particolari interessi assistenziali al di fuori dell’abituale prassi medica applicata a ciascun individuo. A partire da tale concezione riduttiva della sua figura e della sua funzione sociale, nuova per la storia, e dalla minore considerazione per questi da parte della società e della maggior parte degl’individui più giovani, ha cominciato poi a smarrirsi anche il senso della sua funzione e del suo ruolo nell’ambito familiare, e, conseguentemente, a instaurarsi una progressiva diminuzione di fiducia nella propria capacità di poter incidere sull’andamento della famiglia per quanto concerne gli aspetti economico, educativo e affettivo. Abbandonando infine quelle capacità di lavorare, di lottare, d’inventare, di costruire, di desiderare, considerate in epoche precedenti ridotte, ma sempre presenti a qualunque età, quando la salute non si fosse frapposta con insulti particolarmente gravi.

Questo ha avuto risvolti importanti anche su un versante che la psicanalisi ha sempre giudicato importantissimo, cioè quello pulsionale. All’aumentare della frequenza dei giudizi, medici, psicologici, giuridici d’incapacità e di progressivo e ineluttabile indebolimento dell’anziano, giudizi spesso rilasciati in base a considerazioni di opportunità economica e per lo più inimpugnabili da chi ne viene fatto oggetto anche in termini non formali, da un lato è invalsa la credenza nell’affievolimento, fino all’esaurimento finale, delle caratteristiche pulsionali dell’individuo con il passare degli anni, dall’altra lo stesso anziano ha cominciato sempre più spesso a credervi, ritenendo di non avere più diritto e accesso al desiderio e adattandosi a situazioni che lo hanno visto sempre meno protagonista e attore nella società.

L’abitudine, tratta dalla concezione energetistica propria della medicina ottocentesca, di misurare l’energia degli umani secondo i principi classici della termodinamica, ha portato e porta tuttora spesso la medicina clinica a ragionare in termini di energia spendibile e di riserve residue della stessa che, in quanto tali, sono ritenute destinate a esaurirsi. Ciò è in palese contrasto con la concezione freudiana della pulsione come "forza costante". Per Freud, infatti, le pulsioni non sono istituti rapportabili a parametri fisiologici, come tali soggette alle oscillazioni dei cosiddetti ambienti e al decadere cronologico dell’efficienza di certe funzioni; sono una forza intellettuale e psichica, che può raggiungere la maggiore efficacia e dare le migliori prove di sé in età avanzata. La vita è innanzi tutto una storia, la storia di ciascuno.

Freud, in un suo passo meraviglioso, ha sottolineato molto bene che quando si occupava di problemi psicologici non faceva il neurologo ma il biografo; aveva dunque capito ben presto che un conto è occuparsi di malattie organiche come il morbo d’Alzheimer, che pure esistono e toccano "alcuni" di noi, altra cosa è occuparsi di problemi esistenziali, che toccano "ciascuno" di noi. Freud fu tra i primi ad avere messo in discussione la mitologia medica a proposito della malattia, staccando le questioni prettamente psicologiche da altri problemi di diversa natura.
Dunque anche il concetto di malattia mentale impedisce di per sé, per le implicazioni che comporta, l’avanzamento psichico di ciascuno, in qualunque fase della vita; quando uno viene definito malato di mente, difettoso, incapace d’intendere e di volere, invece di andare a ricercare i motivi della sua sofferenza, non lo si aiuta affatto, ma lo si danneggia, per cui questi può fare ugualmente cose sublimi, ma può anche essere spinto a farne di terribili. Anche riguardo alla percezione, come quella dello stare bene e dello stare male, del sentirsi bene e del sentirsi male, o come buona o cattiva percezione sensoriale, l’essere ben disposti o mal disposti, la psicanalisi e la cifrematica stanno dando un contributo estremamente originale.

Eppure, gran parte delle strutture costruite a partire dagli anni cinquanta per i cosiddetti "anziani" (etimologicamente coloro che sono vissuti antea, cioè prima della nascita degl’individui più giovani, ma, secondo l’etimo latino, anche coloro che stanno davanti, ante, cioè coloro che, a partire dalla propria esperienza e dal proprio fare, possono essere considerati antesignani di ciò che compare come nuovo, dunque coloro che sono in grado di lasciare un patrimonio d’idee e d’invenzioni ai più giovani, non coloro che sono destinati a essere superati e accantonati per il solo fatto di essere vissuti prima) non hanno tenuto e non stanno tenendo nel conto dovuto tali contributi fondamentali, ma si sono andate, viceversa, conformando a questa immutabile ipotesi di partenza, cioè all’ineluttabilità del decadimento psicologico e fisiologico individuale, indice di una fine prevedibile o imminente.

Ospedali e reparti geriatrici, case di riposo, case protette, sono stati per lo più costituiti e costruiti per affrontare e "gestire", termine poco opportuno ma molto usato e abusato in questi anni, la lunga fase dell’inabilità, considerata un corollario inevitabile della condizione dell’anziano, anche in assenza di evidenti deficit fisici invalidanti.
Se un individuo, a un certo punto della sua vita, ritiene di non riuscire più a "tenere il passo", prima del cosiddetto progresso in generale, poi di quello imposto dal proprio lavoro, poi dell’affettività personale e della performance sessuale, confondendo questi aspetti con i valori più alti della vita e con l’assoluto della propria esperienza esistenziale, rischia anche di perdere il senso della propria identità e in alcuni casi di non sapersi più servire delle facoltà attitudinali più elementari, arrivando a una svalutazione della propria immagine e in alcuni casi del proprio comportamento. Molti anziani entrano in tal modo a far parte di quelle categorie proprie dell’handicap, prima destinate prevalentemente a fanciulli o a giovani adulti provati da malattie gravi e specifiche.
E’ indubbio che la maggior parte delle strutture per anziani si sono andate conformando a quelle proprie ad istituzioni che, a partire dall’ottocento, hanno cominciato a occuparsi dell’handicap infantile e giovanile e, in parte non secondaria, anche alle istituzioni psichiatriche.

Per chi vive più a lungo hanno cominciato così ad aprirsi probabilità sempre meno remote d’istituzionalizzazione del tipo di quella descritta da Foucault in Sorvegliare e punire, già conosciute da altre categorie, come appunto quelle psichiatriche, con la scansione temporale degl’interventi socio-sanitari e con gli iter burocratico e giudiziario caratteristici di ciascuna di queste. Sistemazione in luoghi chiusi o cosiddetti "protetti", con scarse possibilità di movimento e di comunicazione sia all’interno che con l’esterno, abbandono progressivo dei contesti familiare, sociale e affettivo abituali, fino a giungere, in alcuni casi, alle famigerate procedure d’interdizione prima riservate a chi era stato oggetto di un giudizio psichiatrico e soprattutto agli istituzionalizzati dei reparti manicomiali, con ulteriore e spesso definitivo impoverimento delle prerogative psichiche di chi ne viene fatto oggetto.

Si è andato così via via sostituendo, al naturalismo in vigore per alcuni millenni, legato ai cicli biologici e al concetto di declino basato essenzialmente sulla riduzione della capacità riproduttiva e della forza fisica, un nuovo naturalismo, basato sulla credenza nella decadenza globale della persona, considerata anche nei termini giuridici di soggetto. L’individuo anziano si è trovato così spesso preso nel paradosso uroborico di non essere più reputato soggetto in quanto non più ritenuto soggetto capace, cioè non più soggetto di diritti.
Parallelamente all’affermarsi di questo concetto caduco di capacità si sono andati sempre più mettendo in rilievo quegli aspetti di minacciosità attribuiti allo scorrere del tempo.

Se nella vita dell’uomo il fluire del tempo in tempi precedenti s’instaurava in certo qual modo nei termini di un’evoluzione, per cui a una fase, giovanile, in cui prevalevano gli aspetti procreativi, inventivi, lavorativi, di lotta e di battaglia, si sostituiva quasi naturalmente con il tempo una fase di riflessione, di prudenza e di ponderazione, lo scorrere del tempo negli ultimi due secoli è diventato una marcatura inesorabile anche del decadere dell’individuo in termini fisici, psicologici e funzionali. La famosa frase di Cicerone "senectus ipsa morbus est", citata in moltissime occasioni, si riferisce indubbiamente, per ammissione dell’autore, al corpo, ma non scordiamoci che questo supposto morbus non ha impedito a Cicerone stesso e a tutti gli altri che nei secoli hanno esercitato nell’arte, nella cultura, nell’intellettualità, di fare cose di primissimo rilievo fino all’età più avanzata.

Pensiamo, fra i tanti, a Sant’Agostino, a Michelangelo, a Leonardo, a Tiziano, a Picasso e a Dalì, che hanno creato, scritto, dipinto fino a ottanta o novant’anni. Spesso i capolavori degli artisti più illustri sono stati fatti in età avanzata. Un famoso pittore giapponese ha detto che a quarant’anni si è un pessimo pittore, a cinquant’anni anni si è un discreto pittore, a sessanta si è un pittore della natura e a ottanta si è un grande pittore. Ciascun artista, in età avanzata, abbandona di solito le tecniche abituali precedenti, e dà maggior rilievo alla scrittura e al messaggio. Così è accaduto a Picasso, a Goya, a Turner, il pittore della regina inglese che in età avanzata smise di ritrarre volti, navi e fenomeni naturali per dedicarsi a immagini astratte. Picasso, negli ultimi anni della sua vita, attraverso le sue opere è riuscito a parlare, per sua stessa dichiarazione, come non mai del suo desiderio.

Gli artisti, i poeti e gli scrittori ci dimostrano che la vecchiaia, intesa anche in senso artistico e letterario, si difende solo si mantiene il valore originario; anzi, a maggior ragione oggigiorno, la differenza che c’è tra giovane e meno giovane sta proprio nella percezione dei valori e nell’importanza che si attribuiscono ad essi. Le opere che gli artisti maggiori, come Michelangelo, Goya, Picasso, eseguono ad oltre settant’anni di vita sono indubbiamente le loro migliori. Non dobbiamo sorprenderci se chi crede veramente in se stesso, a cominciare da ciascuno di noi, a ottant’anni, a novant’anni, nell’infinito del tempo sa e può fare ancora cose straordinarie.

Ciò vale per gli scrittori, per i poeti, per gli scienziati, per gl’imprenditori, per i politici. Perché ciascuno, nella cosiddetta "età più avanzata", non può essere una di queste figure, svincolato dai molti obblighi e pastoie comportamentali date dalla credenza nel soggetto?
La terza e quarta età dell’esistenza di ciascuno testimoniano dunque, tuttora, di un periodo emozionale, creativo e d’intelligenza ricchissimo e non è mai stato verificabile che esse siano solo un periodo di ritiro o addirittura di premorte, come si diceva nel diciannovesimo secolo e come taluni tuttora ritengono, ma, appunto, d’intensa creatività e di desiderio, se lo si decide.

L’impostazione romantica dello scorrere del tempo, e l’avvio da parte di questa del mito del giovanilismo, per cui solo i giovani hanno diritto ad "arrivare", ha comportato il ripristino di una connotazione paganeggiante del concetto di funzione e di aspetto esteriore del corpo, e parallelamente ha portato all’affermarsi del concetto di morte come elemento preservante l’individuo dall’opera disfattrice e distruttrice dello scorrere del tempo: "chi muore giovane è caro agli dei", che tuttora permangono e operano lungo un fantasma di morte e di padronanza delle cose, tempo compreso. Contestualmente all’imporsi di tali miti, è nata una mitologia estetica che ha condizionato poi quella sorta intorno all’efficienza dell’atto e del gesto. La considerazione di questi solamente in termini analitici per un aspetto ha informato la nascita di un’ortopedia e di una fisioterapia, già eredi di una medicina contrassegnata dal primato dell’anatomia, basate principalmente sulla misura, anche cronologica, di ciascun atto e di ciascun gesto, facendo discendere la loro efficacia da questa misura, dall’altro ha nascosto l’efficacia globale, che tiene conto della finalità e degli effetti di atti e gesti, così come dell’intelligenza e dell’intenzione che li sostengono. Pensiamo all’efficacia dei gesti di tanti direttori d’orchestra di età anche molto avanzata, che, se misurati solamente nei momenti dell’avvicinamento e della salita sul palco nei termini tradizionali posti dall’ortopedia o propri al senso comune verrebbero giudicati quelli di una persona malata o invalida per età, mentre sono in grado di evocare esecuzioni magistrali.

In modo solo apparentemente paradossale quest’impostazione naturalistica degli effetti del tempo e del mito del giovanilismo si è combinata ben presto con la logica industriale borghese, secondo la quale i vari momenti della vita dovevano essere definiti principalmente dalla capacità lavorativa e produttiva di ciascuno. In questo stesso periodo, al seguito di tale logica, ha avuto inizio la creazione sociologica e la sistematizzazione riduttiva di tutte quelle categorie d’individui che non rientravano o non rientravano più nel processo produttivo.

La maggior parte dei dibattiti sulla prima, sulla seconda, sulla terza e ora sulla quarta età, condotti nei termini di una scansione temporale procedente a fasi, o a salti logici, ha instaurato strategie d’intervento che in moltissimi casi sono state basate sul giudizio di definitività dato a situazioni probabilmente transitorie, finendo con il fissarle attraverso gli strumenti di un’azione di mero mantenimento, quando questo esiste, e con il sancirle, giuridicamente e amministrativamente, con gli strumenti dell’istituzione.

Ma il tempo stesso è sempre meno, o non è più soltanto, una questione di gestione, o qualcosa che si configura come questione prevalentemente filosofica e speculativa, che attiene o non attiene ai concetti di essere e di divenire, su cui hanno riflettuto nei secoli tantissimi studiosi da Parmenide a Heidegger, né una categoria meramente fisica, che in tali termini non può essere applicata al caso dell’uomo, ma va considerato anche come aspetto della clinica, di cui sta diventando un elemento sempre più importante.

Come interviene il tempo? Qual è il suo contributo alla vita dell’uomo e allo stesso concetto di salute? Sono altrettanti interrogativi che consentono un approccio differente alle questioni, in molti casi assolutamente nuove, poste dall’ampliamento sorprendente della durata dell’esistenza, ampliamento che diventa addirittura clamoroso se considerato in termini proiettivi. Freud ha compiuto un’elaborazione originale del concetto di tempo, assolutamente differente da quella di ogni altro pensatore precedente, affrontandola soprattutto sotto l’aspetto clinico, tralasciandone gli aspetti categoriali e dandone altra definizione da quella di tempo cronologico, tant’è vero che ne tratta soprattutto negli scritti L’interpretazione dei sogni e Tre saggi sulla teoria sessuale. Il tempo ha relazione con l’inconscio, e, oltre alle altre moltissime implicazioni, ve n’è una che riguarda in modo particolare il modo d’intendere il concetto di morte, in special modo nel senso di fine; esso, come aveva già intuito Vico, non è un fatto naturalistico, dunque intoglibile, ma, nato col mito, opera poi in ciascuno come fantasma. È celebre la frase con cui culmina l’elaborazione di Freud: "L’inconscio ignora la morte".

Il prolungamento della vita oltre ogni aspettativa precedente rimette pertanto in gioco infinite questioni, fra cui quella della possibilità, in seguito alle acquisizioni e alle conquiste della scienza in questo ambito, di rinascere, affettivamente, culturalmente, intellettualmente, secondo quello che oggi ci sembra ancora un paradosso, all’interno di una stessa, singola, esistenza. Il proseguire di questa al di là di confini finora impensati rovescia l’impostazione, invalsa soprattutto negli ultimi decenni, di considerare il prolungamento della vita un problema riguardante l’esclusiva gestione di un caso difficile, rapportabile a uno stato di malattia incurabile o d’incapacità irrecuperabile protratte nel tempo.

Già da ora si può vivere di vecchiaia, e dovremo abituarci a viverci sempre di più. Gli umani dovranno imparare a sfruttare questa possibilità, che ora stanno solamente intravvedendo attraverso le proposte di prolungamento dell’età lavorativa, ma che non dovranno considerare solamente nei termini di un’economia. Esistono aspetti etici, affettivi, anche politici di cui gl’individui più anziani dovranno tornare ad occuparsi e per i quali l’esperienza di chi vive da più anni potrà tornare ad essere determinante. Solamente in un quadro simile potranno essere ripresi in considerazione anche eventuali stati di malattia, senza che questi siano necessariamente ricondotti a una categoria cronologica. Potrà esservi l’anziano malato, così come quello giovane, non più il malato anziano, per cui gli stessi programmi terapeutici risultano spesso mirati al cosiddetto recupero dei piccoli passi.

Il tempo non potrà insomma più configurarsi per l’individuo solamente come limite, ma dovrà diventare anche un’occasione di rilancio.
La cifrematica ha svolto un’elaborazione approfondita sul tempo e sui rapporti di questo con la clinica e ha dato un contributo interessante alla definizione e al rilievo del concetto d’infinibilità logica del tempo. Solo nella prospettiva di un tempo non cronologico e incategoriale possiamo uscire dalle categorie del misurabile e del delimitabile, e cominciare a intendere il suo trascorrere non nel senso di trapassare, ma come indice dell’esistenza di un ritmo che è essenzialmente un ritmo di vita. Il contributo più importante all’instaurazione di questo ritmo lo dà il fare. Il tempo non finisce se lo s’intende lungo un fare che si stagli e si strutturi sul contingente, non sottoposto agl’imperativi: "Fa, non fare, devi fare", che accompagnano ancora la maggior parte della nostra esistenza giovanile.

Il fare pragmatico, scevro da idealismi, da afflati eroici e da imperativi categorici, fare che esiste prima di tutto nella parola, quando le cose arrivano a dirsi, a farsi e a scriversi, ben s’addice a chi vive da più anni. E’ in questa fase della vita che le cose, arrivate con gli anni a essere "quante", possono, con l’intelligenza, con la riflessione, con la saggezza, divenire "quali". E’ solo il tempo a permettere agli umani, e agli elementi che si formano lungo un itinerario, di giungere, attraverso il dipanarsi di questo, all’approdo alla qualità, alla cifra. Se c’è gestione del tempo, sospensione del fare, c’è la fondazione del soggetto, che può divenire di volta in volta soggetto incapace, invalido, malato, anziano, bisognoso, in termini di fissazione, quasi sempre dipendente dall’altro. Se c’è, o s’instaura, il tempo, s’instaura anche il fare, c’è la dissipazione del soggetto inteso come categoria riduttiva e si afferma la soggettualità come effetto del tempo stesso.

Desidero citare al proposito un aforisma di Armando Verdiglione: "Il fare risente dell’instaurazione della voce e della solitudine. L’arte del fare che si rivolge alle cose, alla cifra, è la cosa ’intelligente’, è l’’intelligenza’. "
È questo, penso, l’approccio più interessante anche alla questione della pulsione, che non può essere scissa dalla questione dell’esistenza. Per Freud, la pulsione è duale in modo originario; il fare, come ha indicato più volte la psicanalisi, o è pulsionale o non è.

Dire che il tempo cifra significa dire che il tempo non può essere commisurato né gestito, indica che non c’è archetipo, ma appunto cifra, che per ciascuno procede dalla differenza sessuale, da quella differenza che entra in gioco con la logica pulsionale, e che fa sì che si possa vivere non di sofferenza in sofferenza, ma di qualità in qualità.

Carlo Marchetti, cifrante, segretario dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna, responsabile a Bologna della Cooperativa Sociale "Sanitas atque Salus".


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19.05.2017