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La tecnica, vivere d’aria

Francis Pagano
(24.01.2017)

L’epoca si fa impianto della riproducibilità tecnica?

L’impianto dell’epoca ricoprirebbe il tempo segnando la differenza dell’antico dal post-moderno?

Se da una parte l’impianto radica il macchinismo dell’arte per l’arte, dall’altra, la massa s’installerebbe dietro l’apparecchio per andare alla ricerca della propria identità, connettendosi comodamente con un clic?

Con la Land Art, un aspetto dell’arte contemporanea statunitense, l’artista interviene rivestendo la natura con vari teli, lenzuola, veli, con l’idea di conservare l’essenza.

“L’unico mezzo con cui possiamo preservare la natura è la cultura” dice Wendel Berry che, non distante dalla teoria di W. Benjamin vede nell’epoca la caducità della natura romantica, piuttosto che la sua trasformazione.

Yavachev Christo e la coniuge Jeanne-Claude, divenuti famosi al pubblico nel giugno 2016 in particolare per la mega opera di un ponte sospeso sull’acqua del lago di Iseo, assumono come tale il valore culturale della Land Art e lo applicano anche a complessi e monumenti. Così nel 1974, Porta Pinciana a Roma venne imballata con un tessuto plastico e corde per quaranta giorni, entrando così nel culto.

Quando la cultura si fa culto? Quando diviene adorazione, rituale, setta, sia magica che ipnotica espungendo il valore abduttivo? Quando si pone l’erudizione al di là di ciò che, grazie allo sguardo, si coglie.

Cogliere, non è afferrare, non è intendere già, non è comprendere, ricoprire.

Cogliere è raccogliere un particolare accorgendosi di qualcosa oltre la vista, oltre la percezione, oltre la relatività dei punti di vista, oltre le idee.

“In questa materia del visibile tutto è tranello, e in modo singolare. Non c’è una sola delle divisioni, uno solo dei doppi versanti che la funzione della visione presenta, che non si mostri come un dedalo. Man mano che vi distinguiamo dei campi, ci accorgiamo sempre più di quanto s’incrocino. Tutto il gioco, il gioco di prestigio della dialettica classica intorno alla percezione deriva dal fatto che essa tratta della visione geometrale, vale a dire della visione in quanto si situa in uno spazio che nella sua essenza non è quello visivo. L’essenziale del rapporto tra l’essere e l’apparire è altrove. Non nella linea retta, è nel punto luminoso – punto di irradiazione, sfavillio, fuoco, fonte zampillante di riflessi. Indubbiamente la luce si propaga in linea retta, ma si infrange, si diffonde, inonda, riempie – non dimentichiamoci quella coppa che è il nostro occhio – trabocca anche, e rende necessaria, intorno alla coppa oculare, tutta una serie di organi di apparati di difesa” Jacques Lacan, Libro XI; I quattro concetti fondamentali della psicanalisi. Einaudi editore.

Lo specchio è l’abietto, questo il suo teorema.

Impossibile comprendere lo specchio, impossibile abitarlo. Impossibile sostanzializzarlo o mentalizzarlo. Impossibile utilizzarlo, farne apparato (para occhi) o installazione.

Cazio, filosofo epicureo, tradusse specchio con spectrum, spettro. Lo spettro non è cromatico, come il precetto accademico insegna. Se lo fosse, sarebbe come porre un ordine sistemico là dove il tono è dato dall’arte di combinare i colori.

Alice pensa di entrare nello specchio, di poter scavalcare lo sguardo, di saltare l’ostacolo, per ciò che è un grado di vedere di sé. Per poter dire di essere, per un senso di unità, di unione, di comprensione. Per un senso d’insieme che fa massa, che s’ammassa, che si blocca e diventa blocco fino alla roccia.

Con Alice si nota il fondo roccioso dell’identità; tipico caso del blocco dello scrittore.

Ma la terra forma/trasforma senza essere identica, senza instaurare l’uguaglianza e la specularità.

La specularità procede dal principio di trasparenza, dove il passato si riflette all’Hic et Nunc, al presente, connettendolo in contemporanea.

Il soggetto contemporaneo come idea, idea che ha di sé, abortisce il sembiante per l’abito. Per l’appartenenza algebrica e geometrica, che fonda la squadra, il circolo, l’uguaglianza, quali proprietà privata o pubblica. La proprietà espunge la voce: punto vuoto.

Intanto il vuoto.

Negli Upanishad, raccolta di testi filosofici e religiosi, del IX e IV secolo a.C., si trova traccia delle parole Súnya e Kha, cioè vuoto e nulla, adoperate successivamente come termini matematici.

Nei Devi Upanishad in omaggio alla Dea le si domanda:

“O grande signora che sei?”
E la Dea rispose:
Sono Braham, Da me hanno origine i mondi compresi Prakiti e Purusha, il vuoto e il non vuoto. Io sono tutte le forme di felicità e non felicità. Io sono la conoscenza e la non conoscenza. Il braham e il non braham . Io sono i cinque elementi e anche tutto l’universo intero. Sono i veda e anche tutto il resto. Sono anche ciò che non è nato e ciò che è nato. Io sono sopra a tutto, sotto e attorno”.

Con il latino lo zero era Nihil o Nullus numerus, niente o nulla: nessun numero. Ma ancora non c’è l’istanza della cifra.

Le cose cominciano dal niente e dal nulla, dal vuoto e il non vuoto, da due pulsioni e il varco tra le due è lo zero.

La parola zero infatti viene dall’arabo sifr. Cifra.
Impossibile quindi, abitare lo zero, la cifra, impossibile installarla. Impossibile radicarla o sospenderla, immobilizzarla, farla sostare in una stalla, in una installazione, in uno stabilimento o in un dimora. Impossibile che la massa come la dimensione, dimori in una stanza. Installare una stanza è come sostanzializzare la staticità.

Leonardo Pisano nel 1202, scrive il liber abaci cercando una parola latina che somigliasse per assonanza alla parola araba sifr e trovò Zephyrus. Zefiro.

Zevero, zero, zefiro, un vento di ponente.

Nell’Iliade, zefiro era un vento che in principio si presentava come violento e piovoso, e solo in seguito si placherà divenendo brezza e aria.

Lo zero annuncia il messaggio, è messaggero. Messaggero diplomatico, ovvero piegato in due.

Quindi l’aria: il vuoto, e ora il punto.

Jacques Lacan “ L’essenziale del rapporto tra l’essere e l’apparire, è altrove, Non nella linea retta, è nel punto luminoso – punto d’irradiazione, sfavillio, fuoco”.

Il punto è oscuro scriveva Freud. Non è né fascio, né raggio, né raggiera, né ruota e nemmeno irradiazione, o irradiamento.

Il punto non è oggetto. Singolare e triale, esso, è tanto vicino quanto lontano. Non si lascia vedere, perciò è impossibile specchiarsi e guardarsi, abitarsi o svestirsi. Impossibile trovarsi davanti al punto per abolirlo o occuparlo. Non esiste il punto geometrico e algebrico. Il punto non è circolare scriveva Mirò. Il punto è punto d’astrazione perciò inorganico.

Il punto, il silenzio come colmo dell’ascolto.
Il punto non culmina, ma architettura il corpo: struttura il simulacro.
L’ingegneria, il tratto. La linea, il transfinito.

Nessun punto tecnico, nessuna tecnica sul punto.

W. Bejamin s’infrange sul punto. Lo vede nell’epoca, tra il passato e il futurismo di Marinetti. Alla domanda del fascio risponde con l’irradiazione e lo sfavillo memoriale. Pare avere nostalgia della vita passata, non cogliendo quel particolare accadere che la tecnica, il modo di fare, forma/trasforma in unico.

Francis Pagano
1/12/2016


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