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Verbum, modernitas, humanitas, ovvero la memoria, la nostalgia, il discorso

Armando Verdiglione
(6.10.2016)

Lógos. Verbum. Una costellazione, anche linguistica, di elementi, sia per lógos
sia per verbum. Diverbium: il modo con cui si volge in diálogos la parola.
Le cose che si dicono, che si fanno, che si scrivono, le cose che si contano, che
si raccontano, entrano nella fiaba, nella favola, nella saga. Le cose entrano nel
testo. Le cose come tali non sono della parola. Non sono del verbum. Le cose,
non come tali, sono della parola, non la delineano, non la delimitano, non ne
costituiscono il limite, non ne stabiliscono i confini. In nessun modo possono
costituirne il riferimento né costituire o rappresentare il terzo.

Lógos: la parola. Se volgete lógos con “linguaggio”, voi considerate una
dimensione della parola, una dimensione del lógos, non già il lógos. Così la
sembianza, così la materia: dimensioni del lógos, dimensioni del verbum. La
materia, il linguaggio, la sembianza sono le dimensioni intellettuali, e non
spaziali, della parola.

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Hiko Yoshitaka, "Differenza e ripetizione", cifratipo, acrilico su carta

Verbum, verum, verus, da una radice var. Verum, il vero, ma anche verum come
avversativo: non solum, verum etiam. Nei vocabolari si trova anche verus
accostato a sincerus. Ma sincerus ha un’altra accezione. Il viso è ricoperto di cera?
È il viso con una bella o con una brutta cera? Sin-cerus: senza cera. Per cui, le
donne-api sono supposte mentire. Sin-cerus: l’etimo “popolare” è la parodia
dell’idea di purezza.

Verbum anche l’opera, come érgon. Verbum, l’atto, l’azione. La parola agisce.
L’atto, l’azione, l’opera dimorano entro il verbum.

La parola nel suo atto, la sua particolarità, il due da cui le cose procedono
secondo l’integrazione rivolgendosi alla cifra, le funzioni della parola, le
dimensioni, il punto e il contrappunto, le operazioni, il tempo, la differenza
sessuale e la varietà sessuale, la qualificazione del viaggio: il processo della
parola è il processo intellettuale, il processo con i suoi dispositivi di valore.
L’antinomia vero-falso è ideologica, convenzionale, ontologica. Non c’è più
l’antinomia vero-falso: è senza testo, senza contesto, appartiene al discorso
come causa finale. Così l’antinomia bene-male. Assurda, perché impossibile, la
teleocrazia.

Buonum, duonum: il modo del due, l’inconciliabile del due, della relazione.
Ascriviamo alla famiglia il bene-male, il positivo-negativo? Allora, non è la
famiglia come traccia ma è la famiglia “storica”, la famiglia come ossimoro. La
famiglia non sta dinanzi, né per essere ammirata né per essere contemplata, né
riprovata, né denigrata, né degradata. Ossimoro: variante dell’ironia, modo
dell’apertura. Anche l’antinomia bello-brutto è convenzionale.

Veriverbium è un pleonasmo. La verità sta nella parola. Il vero sta nella
parola. Il verus è nella costellazione della parola. Veriloquus o, addirittura,
veridicus attengono al pleonasmo del verbum, alla costellazione del verbum.
Verbum: il dire, ma non è “dire il vero”. Il vero non è già lì perché sia detto. Così
la verità: non sta come tale o come causa finale perché sia detta. Non c’è più
verità come tale. Non c’è più verità come causa, che ami l’apocalisse e i servi.
Non c’è più discorso come causa. Il verbum non è logìa. Il lògos non è logìa.

Il processo verbale, il verbale: il verbale è il logico. Il processo logico è il
processo verbale, teleocratico. Il verbale, la verbalizzazione, è l’inscrizione di ciò
che si dice nel detto, il dileguamento, la cancellazione di ciò che si dice nel
detto. La verbalizzazione è un processo metalinguistico, la quintessenza del
pettegolezzo.

Il dire, l’atto, l’azione, la scrittura: la parola nella sua particolarità e nella sua
cifratura. Nulla si copre e nulla si scopre. Nulla si cela e nulla si svela. Non c’è
più nascondimento. Non c’è più rivelazione né disvelamento. Invece, il
processo verbale, il verbale, chiede decifrazione, decriptazione, attribuzione di
senso, di sapere e di verità. Il senso, il sapere e la verità assurgono a radici della
teleocrazia.

Verbum: le cose si dicono. Ma, come si dicono? In nessun modo, le cose sono
come tali, non possono mai essere dette, né sanno, né devono, né vogliono
essere dette, perché non stanno già lì, né possono soggiacere o sottostare a ciò
che si dice né valere come la significazione di ciò che si dice, cancellando ciò che
si dice. Non possono essere rappresentate da ciò che si dice, epurando ciò che si
dice. Non c’è più verbalizzazione. Non c’è nulla che possa rendersi “logico”,
sottoporsi alla logìa.

La parola non s’incarna. Il verbo non s’incarna. Non s’incarna la sua
struttura, né la sua scrittura. Non s’incarna la sua legge, non s’incarna la sua
etica, non s’incarna la sua clinica. Non s’incarna il suo stato. Questa teorematica
compie la parodia dell’enunciazione “et verbum caro factum est”, (Giovanni, 1, 14),
che ha ricevuto un commento gnostico. “Et verbum caro factum est” è stato
capovolto e è diventato “caro verbum facta est”, l’incarnazione del verbo: “la
carne si fece verbo”.

Parlando, dicendo, facendo, ecco lo sbaglio di conto, ecco la sbadataggine, la
svista, ecco il malinteso: strutture della parola, che hanno, ciascuna, la sua
condizione. Parodiando, la struttura “induce” la sua condizione. La sintassi
come struttura dell’equivoco, struttura della rimozione, nella dimensione di
linguaggio (nonché struttura dell’inibizione, nella dimensione di sembianza)
induce lo specchio, punto di distrazione e punto di caduta. La frase come
struttura della menzogna dell’uno, struttura della resistenza, nella dimensione
di linguaggio (nonché struttura dell’esibizione, nella dimensione di sembianza)
“induce” lo sguardo, punto di sottrazione e punto di fuga. E il pragma come
struttura dell’Altro, “ induce” la voce, punto di astrazione e punto di oblio.
La verbalizzazione, idealmente, toglie la condizione, toglie lo specchio, toglie
lo sguardo, toglie la voce, per tramutare la struttura nel discorso, per indicare
che lo sbaglio di conto, l’equivoco, la sbadataggine, la svista, il malinteso sono
disturbi. I “disturbi” della parola sono i disturbi della sembianza, i disturbi del
linguaggio. La verbalizzazione li converte in disturbi del discorso come causa
finale. Disturbi, cioè, dell’ordine pubblico.

La memoria in atto è il disturbo della parola. È il disturbo che esige il
narcisismo della parola, la cosa: l’autismo e l’automatismo. Nessun disturbo
narcisistico, dove il disturbo sia attribuito al soggetto, abbia come supporto o
garante o ipotesi, anche giuridica, il soggetto.

L’amor sui e l’odium sui sono rappresentazioni fantasmatiche del narcisismo,
una volta idealmente espunto. Ogni criticismo con tutte le sue anfibologie
circolari e ogni creazionismo con tutte le sue parate e i suoi paramenti poggiano
sull’espunzione ideale della “cosa” della parola, del narcisismo, sull’espunzione
ideale dell’autismo (la stessa cosa) e dell’automatismo (la cosa stessa), quindi
sull’espunzione ideale del sembiante e del tempo.

La “materia”, la “massa”, non gode di buona stampa. Non soltanto per
Gustave Le Bon, non soltanto per Marx o per Hegel, ma anche per Freud, anche
per Lacan, è una materia o una massa che turba, è la “turba”, la “masnada”, la
“frotta”, che turba l’ordine pubblico. Ma, niente paura: la materia, la massa, così
costituita, inerte e informe, è in balìa di un padrone che sorge dalla massa e
sulla massa e la domina, regna su di essa, la governa e la guida, sicché diviene
materia e massa ben formata e organizzata, compatta, nostalgica e bramosa
dell’unità. È questo il materialismo. È questa la massa cui s’interessano
l’illuminismo, nelle sue rivoluzioni, e oggi il nuovo illuminismo, in quella che
viene chiamata la terza o la quarta rivoluzione industriale. Un’ideologia.
In Massenpsychologie und Ich-Analyse, 1921, Freud scrive che la massa è
altalenante, “impulsiva, mutevole e irritabile” [impulsiv, wandelbar und reizbar],
“governata quasi esclusivamente dall’inconscio” [fast ausschliesslich vom
Unbewussten geleitet
], dagli “impulsi […] nobili o crudeli, eroici o vili” [Impulse
[…] edel oder grausam, heroisch oder feige
], massa “influenzabile e credula”
[beeinflussbar und leichtgläubig], fra l’amore cieco e l’odio feroce. La forza
dell’Eros tiene le cose del mondo, come tiene la massa, nel bisogno nostalgico
dell’armonia. Altalena, ambivalenza, oscillazione, come per l’affettività del
bambino, come per la vita onirica. La massa, l’affettività del bambino, la vita
onirica celano e rivelano la natura dell’inconscio. Quale inconscio? L’inconscio
dell’animale fantastico anfibologico circolare.

La carne è come il colore, come la moneta. La parola non s’incarna, non si
colora, non si monetizza. Lo specchio, lo sguardo, la voce sono inassumibili,
irriducibili, non consentono il dominium mundi né l’imperium. La carne indica
anche questo. Il rinascimento della parola e la sua industria, che procedono dal
due, dall’apertura originaria della parola, non dipendono dall’ontologia. Il testo
cristiano non dipende dall’ontologia. Il testo occidentale non dipende
dall’ontologia. Il testo Leonardo da Vinci, il testo Niccolò Machiavelli non
dipendono dall’ontologia. Il contesto e il testo della parola non dipendono
dall’ontologia. Il contesto è questo: corpo e scena.

Nei postulati, nei giudizi e nei pregiudizi propri al discorso come causa
finale, il corpo e la scena non erano il corpo e la scena della parola. E la carne
non era quanto c’è di più irriducibile del sembiante. Solo parodiando noi
diciamo “quanto c’è di più”, ma non c’è di più o di meno. La carne: l’idea non si
fa spirito e lo spirito non s’incarna. La carne, l’incarnazione. “L’incarnazione del
colore”, scrive Leonardo. Niente soggetto. L’incarnazione: ovvero né profeta né
messia. Niente soggetto né ipostasi né sostanza né soggiacenza.

Il contesto: corpo e scena. La carne procede dal contesto. La carne viene e va:
viene dal corpo e va alla scena. Innegabili quanto indelebili il punto e il
contrappunto. Il contesto (corpo e scena) non è il sistema. L’epoca crea, postula
il suo sistema. Nessuna colorazione del colore, nessuna vocalizzazione della
voce, nessuna specularizzazione dello specchio. Lo specchio non si toglie: niente
specularità. Lo sguardo non si toglie: niente visibilità o visività. La voce non si
toglie: non è attribuibile. Il verbo non s’incarna. Nemmeno il corpo si fa verbo,
secondo il fantasma del ventriloquo. E debole è la carne che si fa verbo: verbum
mentis
– sta qui il mentalismo – e verbum oris – sta qui il sostanzialismo.
Mentalismo e sostanzialismo come prerogative della fisiologia.

Parlare di sé, parlare dell’Altro, il sistema: parlare di sé è senza il punto e
senza il contrappunto; e parlare dell’Altro è senza il tempo. Parlare di sé è senza
lo scandalo, senza la pietra. Lo scandalo, la pietra, come la carne, come la
moneta, come il colore. La pietra come causa e come oggetto: in quanto oggetto,
è pietra d’inciampo. Oggetto: ciò che si getta contro, che non è alla portata, non
è sotto presa. Lo scandalo della parola è lo scandalo del senso e del dispendio,
del sapere e della ripetizione, della verità e del riso. Georges Bernanos dice
“scandalo della verità”, ma per lui è la verità che fa scandalo, la verità come
causa. No! La verità non fa scandalo: questo è lo scandalismo mediatico,
giudiziario, nella sua natura apocalittica, nel suo culto del velo.

Lógos, verbum. Il modo della parola, il modo del verbum. È anche la carta, la
carta della parola. La carta della parola non è il foglio. È il dispositivo
intellettuale della parola e del modo della parola. La carta della modernità è il
dispositivo della struttura, della scrittura, del processo di valorizzazione.
L’epoca, epurata la modernità dal suo rinascimento e dalla sua industria,
dall’invenzione e dall’arte, si definisce moderna, ma non è l’era moderna. Non è
l’era. Rispetto alla modernità della parola, alla modernità propria del
rinascimento della parola e della sua industria, rispetto all’era moderna, l’epoca
ha reagito. L’epoca è antimoderna e, subito, postmoderna. Sono cinque secoli di
antimoderno e di postmoderno. Antimoderni e postmoderni sono Cartesio,
Kant, Hegel, Heidegger, Carl Schmitt. Antimoderni e postmoderni sono le
scuole, i circoli di Vienna, di Praga, di Copenaghen, di Heidelberg, di Berlino, di
Mosca, di Edimburgo, di Londra, di San Pietroburgo, e altri circoli. La
modernità non s’instaura per rottura, per frattura, per taglio epistemologico, per
discontinuità! Impossibile sottoporre la modernità al canone della modernità. La
modernità non s’inscrive nell’ideologia della discontinuità. Ogni buon governo
deve fondarsi sull’ideologia della discontinuità, cioè della morte e della
renovatio.

La parola, il verbum, come la vita. La vita moderna: la vita nel suo modo. Med,
mod
: il mezzo e il modo della parola, la medicina e la modernità. Ma anche la
vita nella sua particolarità, nella sua struttura, nel suo progetto, nel suo
programma. Anche quella che taluni, oggi, definiscono terza, e altri quarta
rivoluzione non è la rivoluzione industriale. È una rivoluzione cosmologica che
rinsalda il sistema, che riporta al sistema. E il sistema, nella sua struttura e nelle
sue interdipendenze, nelle sue collaborazioni, nelle sue condivisioni, deve
comunicare e circolare, in modo che tutto, all’interno del sistema, sia
economico, cioè unificante. Tutto sotto il principio di unità, sia che il riferimento
sia l’essere sia che il riferimento sia il nulla: sta qui il lieve scarto fra la mitologia
chiamata occidentale e la mitologia chiamata orientale, per altro assunta da
quella occidentale.

Sub specie aeternitatis, la circolazione istituisce un processo perfettibile in tutta
la sua naturalità, processo riduzionistico e unificante: l’idea, agendo, garantisce
e assicura il dominio. La modalità è grammaticale: si fa ciò che si vuole; si deve,
si sa, si può fare ciò che si vuole. Tutto. L’imperativo è della volontà: si può fare
tutto ciò che si deve.

L’epoca è obiettiva, causalistica e altruista, cioè è senza l’oggetto, senza la
causa e senza l’Altro, senza il tempo. “Globale”, “universale”, “mondiale”:
importa il sistema e importa, nel sistema e per il sistema, il quantificatore che sia
universale, la morte, l’unico quantificatore che possa assicurare la padronanza.
Leggete Giambattista Vico (1668-1744), che non appartiene all’epoca: l’humus
è del paradiso, è del giardino del tempo. L’humus è il terreno dell’Altro. Non è
la palude, non è il fango, non è la melma, non è la massa incandescente, la
materia di fuoco. È incompatibile con la soluzione o la risoluzione del fare nel
fatto. L’humus non è il terreno dell’uno: sarebbe l’uno che si divide in due con
tutta la mortificazione, base della circolazione, base dell’altruismo. L’altruismo
è questo: abolite l’Altro e avete non l’ambivalenza cui accenna Freud, bensì
l’anfibologia, l’anfibologia del padre, una volta tolto il padre, l’anfibologia della
madre, una volta tolta la madre, l’anfibologia del figlio, una volta tolto il figlio.
L’epoca nasce, compie la sua economia del sangue e si definisce nostalgica:
inscrive l’utopia in “luogo” dell’avvenire. E la nostalgia è la nostalgia
dell’androgino
. La coscienza dell’epoca è coscienza nostalgica. Anche quella che
Émile Benveniste chiama la “coscienza del sistema”, del sistema nei suoi nessi e
nelle sue interdipendenze, nella sua struttura, è nostalgica.

Per Benveniste la struttura si rivela e si svela costituita da “tipi particolari di
relazioni che articolano le unità di un certo livello” (Coup d’oeil sur le
développement de la linguistique
, 1963, in Problèmes de linguistique générale, 1966).
La combinatoria resta vincolata e obbligata entro un numero ridotto di elementi
di base. Il sistema è morfologico dinamico. La linguistica ha due “termini
chiave”: il sistema e la struttura. La struttura è “la struttura del sistema
linguistico”. Elementi significanti. La lingua è “un sistema di segni e un
agencement di unità gerarchizzate”. La “classe formale”. Il “numero finito di
unità”. La “struttura formale”. La “catena”.

L’approccio descrittivo, la coscienza del sistema, la cura di spingere l’analisi fino alle
unità elementari, la scelta esplicita delle procedure sono altrettanti tratti che
caratterizzano i lavori linguistici moderni. (id.)


Il simbolico costituisce l’uomo e lo distingue. Il linguaggio vale per la sua
fisica e segnatamente per la sua metafisica, la significazione. E importa la
competenza linguistica, la facoltà simbolica, specifica dell’essere umano.
La specificità è naturale. La cultura (il simbolico, la legge con le sue
proibizioni e con le sue prescrizioni) è naturale quanto la biologia. Entrambe
partecipano della stessa radicalità fondamentale, della stessa origine, dello
stesso essere. La “consustanzialità del significante e del significato assicura
l’unità strutturale del segno linguistico” (Nature du signe linguistique, 1939, in op.
cit.
). La struttura sta tutta nell’unità e nel sistema. “La necessità è immanente
alla struttura della lingua” (id.).

La struttura è fonologica: “Non c’è linguaggio senza voce” (Communication
animale et langage humain
, 1952, in op. cit.). E “lo spirito non contiene forme
vuote, concetti innominati” (Nature du signe linguistique, cit.).

L’idea agisce nella lingua:

È più fruttuoso concepire lo spirito come virtualità che come quadro, come
dinamismo più che come struttura. È un fatto che, sottomesso alle esigenze dei metodi
scientifici, il pensiero adotta ovunque le stesse procedure, in qualsiasi lingua di cui
decida di descrivere l’esperienza. In questo senso, esso diviene indipendente, non già
dalla lingua, ma dalle strutture linguistiche particolari. (Catégories de pensée et catégories
de langue
, 1958, in op. cit.)


Il determinismo spirituale è l’ideosofia che deve ispirare e guidare ogni
psicoterapia ben stabilita. La retorica si trasfonde nella realtà esoterica:

La natura del contenuto farà apparire tutte le varietà della metafora, giacché è da
una conversione metaforica che i simboli dell’inconscio traggono il loro senso e insieme
la loro difficoltà. Essi impiegano altresì quella che la vecchia retorica chiama la
metonimia (il contenente per il contenuto) e la sineddoche (la parte per il tutto), e, se
mai la ‘sintassi’ delle concatenazioni simboliche evoca un procedimento stilistico fra
tutti, questo è l’ellissi. (Remarques sur la fonction du langage dans la découverte freudienne,
1956)


Benveniste si congratula con Nikolaj Trubeckoj (1890-1938):

Definire un fonema è indicare il suo posto entro il sistema fonologico, il che è
possibile solo tenendo conto della struttura di tale sistema […]. La fonologia,
universalista per sua natura, parte dal sistema come da un tutto organico, di cui studia
la struttura. (N. Trubeckoj, La phonologie actuelle, 1933, citato da Benveniste in
Structure” en linguistique, 1962, in op. cit.)


Si congratula con Louis Trolle Hjelmslev (1899-1965) per la sua concezione
della struttura quale “entità autonoma di dipendenze interne” (Louis
Hjelmslev, 1944, citato da Benveniste in op. cit.). La forma è “la forma di
un’unità linguistica” (Les niveaux de l’analyse linguistique, 1964, in op. cit.). Il
senso è “il senso di un’unità linguistica” (id.). “La frase è l’unità del discorso”
(id.). Questa linguistica ha bisogno del soggetto:

È nel linguaggio e con il linguaggio che l’uomo si costituisce come soggetto; perché
solo il linguaggio fonda in realtà, nella sua realtà che è quella dell’essere, il concetto di
“ego”. (De la subjectivité dans le langage, 1958, in op. cit.)


La mistica del sistema linguistico è la mistica della struttura del soggetto.
Henry Corbin, l’amico, è d’accordo: la linguistica è una forma di ideosofia.
In questa epoca, contraddistinta dall’ideologia della tecnologia, della sharing
economy, dell’economia collaborativa, il passato, il presente, il futuro sono
assunti dalla nostalgia. Questa epoca, che non è nostra, abolisce il lutto, il
dolore, la gioia, il piacere. Da qui, lo struggimento, il lutto del lutto, il dolore del
dolore, il piacere del piacere. Lo struggimento per l’attesa del ritorno. Il ritorno
all’origine. E l’origine è la meta, è assunta come meta. Così, tutti circolano bene.
Il bene, l’essere bene, il bene-essere, il benessere. Oggi, l’epoca ha ormai
compreso “meglio” le cose. Si occupa, forse, della guarigione? No! Si occupa
dell’“aumento”, del “miglioramento”: aumento dell’“essere umano”,
miglioramento dell’“essere umano”. Si occupa di aumentare le capacità, le doti,
i talenti. Aumentare e migliorare. Un’altra distribuzione. La distribuzione è un
monopolio del sistema. Così la distribuzione dei geni. Nulla può opporsi,
nessuna obiezione può rivolgersi contro un principio che è quello del benessere
e, cioè, del ritorno all’essere e al bene, all’origine, alla radice. Un principio
nostalgico.

Jean-Jacques Rousseau è naturalista, ma questa epoca è ipernaturalista.
Sostiene che bisogna modificare la natura umana, quindi il corpo. Non già avere
il corpo, bensì essere il corpo, significato, significabile, modificabile, migliorabile.
E così mantenere la promessa propria del discorso, la sfida del discorso come
tale, la promessa della teleocrazia: sconfiggere la vecchiaia e la morte.
Sconfiggere la morte è già sconfiggere la vecchiaia, perché l’uomo, se non
muore, non invecchia. Non si può morire e non si può degenerare! Quindi,
bisogna modificare, alterare i geni per assicurare il ritorno all’origine,
all’immortalità.

L’epoca è ipernaturalista. Le cose della natura, i geni, si modificano secondo
un processo naturale, forzando secondo questa finalità. Un processo
soprannaturale. Tutto questo si chiama transumanismo, postumanismo, oppure
iperumanismo, così descritto dai sacrali discorsi e scritti di questa epoca.
L’epoca. Più che anticapitalismo, ipercapitalismo. Dal transumano al
postumano, al postumo: la morte si afferma funzionale all’economia del
discorso. Deregulation? Regulation a stretta chiusura ontologica. Human
Enhancement.
Aumento e miglioramento dell’essere umano. Non soltanto
Autolib’ (Automobile e liberté) e Velib’ (Vélo libre service). Perfettibilità dell’essere
umano. L’uso dà valore alla padronanza nell’economia del possesso. L’essere
assorbe l’avere. NBIC (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology and
Cognitivism
). Dallo spirituale al materiale: lo spirito brilla nella carne. La carne
cela la scintilla della spiritualità nella via dell’unità e del benessere.

Mangiare la morte, mangiare la carne, mangiare il corpo: il cannibalismo
significa la condivisione sostanziale e mentale della natura ideale, quindi
divina, l’appartenenza comune e comunitaria nel suo radicalismo ontologico. Il
cannibalismo distingue l’androgino trinitario circolare, l’Uroboro.

Da Pico della Mirandola a Paracelso, a Condorcet, a Massignon, a Stalin, a
Mao Tse-tung, l’essere umano è perfettibile. Naturalmente. L’ontologia
attraversa, da cima a fondo, la tecnologia, nella promessa del finale accesso
diretto con cui la nostalgia raggiunge il traguardo. La libertà sarà soddisfatta:
sarà la libertà dell’essere, dell’unità, dell’eternità. L’ottimismo risponde
all’obbligo totale, di natura scientista e tecnologica. La terra è Gaia, essere
vivente. La “matria”. Del ritorno e per il ritorno. La “materialità” si fa storica,
sociale, ambientale, biologica e cela la sua realtà spirituale, sorretta dal codice
dei codici. Tutto è relativo perché tutto è ideale. Tutto è relativo, abolendo
idealmente la relazione. Lo stato deve essere illuminato e forte, nella
perseverante cura dell’insieme, nel razionalismo più puro, nel finalismo più
creativo e procreativo, nel criticismo più riduzionistico. L’uberizzazione (UBER,
dal germanismo über o uber, usato nell’inglese corrente come “super” per
indicare chi sia al più alto livello della sua categoria, è l’azienda nota per i
servizi di trasporto gestiti direttamente dagli utenti, che è diventata modello per
altre aziende), la sharing economy, l’economia collaborativa, la nuova
distribuzione genetica in tutte le sue modificazioni: l’epoca proclama i fasti
dell’androgino trinitario e della bilancia dell’orrore.

Già Rousseau dice che il benessere allontana la nostalgia. Se siete già giunti
all’essere, se siete prossimi all’essere, voi allontanate la nostalgia, perché, scrive
Rousseau, più siamo lontani dall’essere più siamo esposti al nichilismo. Se ci
avviciniamo verso l’essere, abbiamo economizzato la nostalgia. Così il ritorno
alla patria o alla matria. Così l’Itaca propria dell’epoca o l’Eden proprio
dell’epoca. Così la palingenesi. Così la nostalgia di Antonio Fogazzaro o di
Giosuè Carducci (la “nostalgia dell’infinito”, nell’accezione di ad infinitum, di
infinito potenziale). Per Carducci e per Fogazzaro bisogna purificare la
finitudine.

La memoria. Il “disturbo”. Contro il disturbo della memoria come disturbo
della parola, un personaggio che, nei Dialoghi di Platone, si chiama Socrate,
conia un espediente mnemonico, la maieutica. Altri ha come espediente
mnemonico la mantica. Altri, la psicoterapia magica o la psicoterapia ipnotica. Altri, quello a cui è stato ridotto il transfert: espediente mnemonico, per ricondurre
alla coscienza ciò che è stato rimosso. Il riporto alla coscienza. Ma il transfert
non è questo. Non è questo concetto.

Noi leggiamo Freud. Per Giovanni Papini, Freud è uno scrittore più che un
medico o uno scienziato. Freud, invece, insiste di essere un medico, uno
scienziato, che ha inventato un’altra scienza. Dice “una scienza”. E la coscienza?
La coscienza è ciò che sfugge: “La coscienza nel suo essere è principalmente uno
stato di altissima fugacità”, “[…] das Bewusstsein überhaupt nur ein höchst
flüchtiger Zustand ist” (Compendio di psicanalisi [Abriss der Psychoanalyse]
, 1938,
cap. IV). Se la coscienza è ciò che sfugge, chi può condurre o ricondurre
qualcosa alla coscienza? La coscienza è il prodotto della religione del figlio: ha
bisogno del figlio morto per impiantarsi.

La memoria, se è gravata dalla nostalgia, allora è memoria della memoria, è
cancellata. Se è gravata dalla nostalgia diventa memoria selettiva (principio del
terzo escluso) o memoria elettiva (principio d’identità).

Il funzionamento e il debordamento della memoria si chiama tradizione della
memoria e tradimento della memoria. Contro la memoria, contro il disturbo
della memoria, viene opposta la realtà ontologica, cioè la realtà mnemonica, la
struttura mnemonica, la scrittura mnemonica; e la tecnica e la macchina, l’arte e
l’invenzione non sono tollerate se non come mnemotecnica e mnemomacchina.
La struttura? È la struttura per ricordarsi. La scrittura? È la scrittura per
ricordarsi. I disegni? Sono i disegni per ricordarsi. Perché bisogna ricordarsi?
Paul Ricoeur: “Ricordarsi è non dimenticare” (è proprio esoterico!), “Mantenere
la promessa è non tradirla”. Questa è la religione della memoria, l’ontologia
della memoria.

Il libro che sta scritto nel cuore, la realtà che sta scritta nel cuore, la verità che
sta scritta nel cuore, il senso, il sapere che stanno scritti nel cuore, il discorso che
sta scritto nel cuore. E il cuore è il motore, il motore sa dove dirigere la
circolazione, sa i suoi doveri. La memoria è il dovere ricordare. Ma il dovere
ricordare è per il volere ricordare. La volontà della memoria è la volontà del
ritorno, la volontà nostalgica: volontà del ritorno all’origine, all’essere, al
disegno ideale, al luogo.

Così, l’oblio sarebbe il contrario della memoria, la negazione della memoria.
Sarebbe l’oblio dell’essere. Il pastore dell’essere è in allarme, per l’oblio
dell’essere! La tecnica e la macchina causano l’oblio dell’essere! E ci sono coloro
che sono “sradicati”, coloro che non stanno a questa radice dell’essere,
all’origine. Bisogna, invece, che ci sia un radicamento e un annullamento di
tutto ciò che è nell’oblio dell’essere: questa è la dottrina politica.
Un espediente mnemonico è l’ermeneutica. È la decostruzione, il processo di
decostruzione, il decostruttivismo. La tradizione ermetica e esoterica è la
tradizione mnemonica. E ovunque il disturbo dei disturbi viene chiamato
sottomemoria, ipomnesia, fra l’amnesia e l’ipermnesia.

La memoria corretta non è la memoria narrativa, è la memoria circolare. Si
chiama anamnesi: la memoria che insegue la nostalgia dell’origine, la nostalgia
dell’essere, del bene, del bello o del vero.

La memoria è il disturbo. Voglio ricordare, posso ricordare, devo ricordare,
so ricordare: queste modalità non tengono, parlando. Sono fantasmi di morte
come fantasmi di padronanza, che non riescono a dominare, a economizzare il
disturbo, cioè la memoria in atto, che è la struttura, che è l’esperienza.

Il sistema. Comincia a chiamarsi così, “sistema”, con Aristotele e arriva alla
linguistica, al Circolo di Vienna, alla Scuola di Francoforte, al Circolo di Praga,
alla Scuola di Copenaghen, alla Scuola di Parigi, all’Accademia di Mosca. Ogni
sistema fonda la mnemomacchina e la mnemotecnica. La modernità, ovvero la
macchina e la tecnica, l’invenzione e l’arte non inscritte in un processo
mnemonico, sono da annullare.

La sostenibilità vale l’accettabilità; e l’accettabilità serve la circolarità: il
principio dell’anoressia resa sostanziale e mentale è il principio della
rivoluzione verde, che assegna l’avvenire all’utopia. L’idea che agisce è la
connessione che agisce, senza l’impuro lavoro della mano. Questo principio
ontologico ha una sola parola d’ordine: bisogna “fare sistema”.

La traccia: la famiglia, l’ironia, l’interrogazione, il contesto. La traccia della
vita, la traccia della parola, è il contesto. Non è la “traccia mnestica”. La famiglia
non è la famiglia di cui io mi ricordi. La traccia della memoria non è in questi
termini: “Io ho dimenticato, mi sono scordato, non mi ricordo, ma rimane la
traccia”. Non è questa la traccia. Così formulata è la struttura del ricordo che
non riesce, del falso ricordo, del ricordo bugiardo, del ricordo che bara. Ha
un’altra struttura, che si chiama sintassi, frase e pragma.



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3.04.2017