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“Infantia”, l’analisi, la critica, nonché la topologia, l’uno, l’islam

Armando Verdiglione
(7.05.2017)

Infantia. Agostino d’Ippona scrive che la lingua non è insegnata né dalla
madre né dal maestro. Quale lingua? Nessuno impara la lingua. Nessuno
impara a parlare, a tacere, a pesare le parole, a stare attento a quello che dice.
Nessuno impara l’omertà.

Infantia: l’instaurazione della parola. Non un luogo né uno stadio né una fase.
Non è nel bambino l’infantia.

Infantia: niente filiazione, niente divisione dell’uno, dell’uno in due, dell’uno
su uno. Nessuna duplicazione né moltiplicazione dell’uno. Nessun culto
dell’uno. La reductio ad unum: impossibile.

Infantia: nessun amore della lingua, che fondi la psicofarmacologia. Nessun
sistema di amore della lingua, che fondi la psicogrammatica o la
psicolinguistica.

Infantia: per ciò l’afasia e l’alingua. Nessuna linguistica diacronica o storica.
Nessuna linguistica strutturale. Cioè nessuna linguistica che faccia riferimento
all’essere, all’uno, alla morte, al nome della morte, al nome del nome.

Quello che Freud chiama l’inconscio in nessun modo esige la coscienza. Non
ne costituisce la negativa né il luogo. Non si rimuove. Esula da ogni forma tanto
di psichismo quanto di spiritualismo. Anzi, è senza la coscienza: senza il senso
comune, senza il sapere comune, senza la verità comune; o, ancora, senza “tutto
il senso”, “tutto il dispendio o godimento”, “tutto il sapere”, “tutta la
ripetizione”, “tutta la verità”, “tutto il riso”. Gli effetti della parola, negati e
assurti a causa, diventano segreti, pertanto spirituali, pertanto senza l’alingua,
senza l’afasia e, segnatamente, senza l’infantia. L’inconscio è il numero della
parola, il numero diadico e il numero triadico, l’idioma, la particolarità, la
dissidenza.

Togliere l’infantia: è questo quello che si chiama infanticidio. Infanticidio non
è uccidere un bambino, non è “si uccide un bambino” (Serge Leclaire), non è
nemmeno “si picchia un bambino” (Sigmund Freud): è l’idea di morte della
materia della parola, per tanto dello zero funzionale o variazionale, dell’uno
funzionale o variazionale e dell’Altro funzionale o variazionale.

Inattribuibile l’infantia, inassegnabile, inassoggettabile. La “teoria sessuale
dell’infanzia” è un’assurdità. Così il bambino angelo, per Carl Gustav Jung, è il
bambino asessuale; e il bambino diavolo, per Sigmund Freud, è il bambino
sessuale. Questo bambino anfibologico non è il bambino: è il filius generatus, cioè
senza l’infantia. Il filius generatus richiede il ceppo, la stirpe, il lignaggio, la
genealogia, la parentela, quindi la struttura che stia nel sistema, la struttura
nella sua immanenza e nella sua trascendenza. Non è la struttura della parola.
Non è la memoria come struttura. Non è l’esperienza come struttura. È una
struttura che sottostà alla funzione di morte. La mitologia dell’epoca si
prospetta, qui, anche come mitologia della genetica e è una forma di
spiritualismo. Così la mitologia degli atlantidi o degli alieni, la mitologia del
connubio fra gli dei e gli umani, cioè la mitologia della teofania,
dell’antropofania o dell’ideofania.

L’educazione “infantile”: la pedagogia “infantile”, la psicoterapia “infantile”.
L’infantilismo è la religione dell’infanticidio. Questa religione si chiama, con
Aristotele, il sillogismo. In riferimento all’essere, le figure della retorica
diventano princìpi e, allora, stanno sotto l’azione del prestigiatore. Quindi,
l’ontologia si avvale della criptologia e, con il sillogismo, risulta una tautologia.
La stessità assunta dalla logìa, dall’ontologia, è esercizio di un potere magico e
di un potere ipnotico, senza più il sembiante, senza più il tempo.

Giambattista Vico scrive: “L’infanzia delle lingue” (Principi di una scienza
Nuova
, III, cap. XXXIV, Della terza parte della locuzion poetica che è di parlari
Convenuti
). Le lingue non sono le lingue dei popoli, non sono “la lingua del
popolo”, come la chiama Martin Heidegger, non è “la lingua della nazione”.
L’alingua non è plurale: non dipende dal principio di unità. È contraddistinta
dall’afasia e dall’infantia. La mitologia toglie, idealmente, l’infantia. Togliere
l’infantia è la morte, la morte della materia della parola. Ma questa infantia
diventa un luogo, locus deliciarum, hortus conclusus, un luogo di origine. Hortus,
orior
: luogo dell’oriente, luogo di origine, luogo naturale, luogo nascosto,
segreto, invisibile. L’infantia, idealmente tolta, si fa luogo, utopia.

L’“infanzia del popolo” è ciò che segna, secondo Friedrich Engels, la
grandezza e l’imperialità della Germania. Il popolo è l’idea che ognuno ha dello
specchio, dello sguardo e della voce, quindi è l’idea del despota, del tiranno e
del vampiro. Un’idea supposta speculare, perché anche il despota, il tiranno e il
vampiro sono l’idea del popolo. Parodiando l’aneddoto di Leonardo da Vinci:
tra la montagna e la pianura. Per Leonardo, questione d’iconografia. Ripresa da
Niccolò Machiavelli nel Principe, come aneddoto del varco tra il principe e il
popolo.

Infantia non è lo spazio, non è lo spatium, né uno stadio. In nessun modo
l’infantia può essere assunta da quella che è stata chiamata la topologia, da uno
spazio supposto topologico. “Spazio topologico” è un ossimoro. Spatium è
superficie come apertura o come squarcio, come il due originario o come il
tempo secondo l’aritmetica. Spazializzare la parola è togliere lo spatium, togliere
il due, il tempo, l’Altro. Ma “togliere” è un’idealità: nessuno può togliere.
“Togliere” è una locuzione assunta dalla fenomenologia: togliamo, togliamo,
togliamo, sopprimiamo, riduciamo, e poi? L’ontologia. Lo spatium, “negato”, è
l’uno che si divide in due.

Infantia: for, fari, parlare. Ma “io parlo”, “tu parli”, è impossibile. Nessun
soggetto parlante o parlato. Nessun essere che parli. Nessun soggetto della
parola, salvo togliere alla parola l’infantia. Salvo, quindi, con il fantasma di
morte come fantasma di padronanza. Parlare, fari: il numero. E, parlando, il
gerundio. Tutto ciò non riporta nessuna facoltà, nessuna facilità. E la facundia
attiene alla parola, all’atto di parola, alla famen. Famen è l’atto di parola. Attiene
alla fiaba, alla fabula, alla saga la facundia, proprietà scientifica della parola,
proprietà della parola nella sua scienza, cioè nel suo dire, nel suo taglio, nel suo
fare.

Infantia: nessun soggetto. Per ciò la facundia non è professionale né
confessionale, non è forense né tribunalizia. Cioè in nessun modo può
dominarsi la parola. È ciò che indica l’eloquentia: della parola non c’è dominio,
ma dispositivo. Eloquentia: dispositivo della parola. L’elemento è della parola. E
il dispositivo è della parola.

L’infantia esige anche quella virtù del principio della parola che è l’anoressia.
Non già “io parlo”, ma “non parlo più”; non già “io spero”, ma “non spero
più”; non già “io penso”, ma “non penso più”. “Non più” non nel senso che,
prima, abbia pensato o abbia sperato. Oppure, “non faccio più”, ma non che,
prima, io abbia fatto. “Non più”, cioè nessuna idea di padronanza, sia pure
nella sua evanescenza. L’idea di padronanza non tiene, nel gerundio, parlando,
vivendo, cercando, facendo, scrivendo.

Eloquentia, ovvero il dispositivo della parola. La conversazione non nasce a
Gerusalemme né a Atene né in Mesopotamia né in India. La conversazione non
c’è prima del rinascimento. Il dispositivo della parola è dispositivo della
memoria, dispositivo della struttura, dispositivo della ricerca, dispositivo
dell’impresa. Il dispositivo della ricerca, cioè del “va e vieni delle cose intorno”,
è in direzione del simbolo o in direzione della lettera. E il dispositivo dell’impresa
è in direzione della qualità. Conversazione è il dispositivo della memoria come
esperienza della parola, non già la memoria di qualcosa: nessuna memoria di
cose né di persone né di eventi. Le cose stanno nella parola. Res fatales: le cose
nella parola. E l’elementum è questo: nulla senza la parola.

Infantia: nulla s’introduce né si estroduce dalla parola. Nulla che non stia
nella parola. Il soggetto della parola è l’infacundus. Impossibile, perché la
facundia è perfacundia, inassumibile.

I fasti dies non sono soltanto i giorni: sono la notte, il giorno, il crepuscolo. La
notte, il giorno e il crepuscolo dimorano nella parola. Il sentiero della notte, il
sentiero del giorno e il filo del crepuscolo. Le cose. Il segno. La tripartizione. Lo
zero, l’uno, l’Altro: funzione e variante.

Sigmund Freud, che non riesce in nessun modo a costituirsi come Rabbi, ma
viene assunto come Rabbi, accenna a qualcosa: l’inconscio ignora la negazione.
Usa il termine Negation, non già Verneinung, cui dà un’altra accezione, quella di
diniego. La Negation è quella che gli esponenti del Circolo di Vienna, della Scuola
di Copenaghen, del Circolo di Praga chiamano in questo modo – “negazione” –
e che Karl Popper riassume come idealità. Per Karl Popper, il “non” non è “ne
oinom”, “non uno”, non è funzione di zero o funzione di uno – la funzione di
Altro è nell’intervallo –, ma è Negation, è il non senza ironia, è il principio di non
contraddizione. Il principio, invece, di contraddizione, come principio diadico,
è principio d’ironia, cioè della questione aperta, dell’interrogazione che non
fonda la risposta. Quindi, nessuna chiusura ontologica. Per Karl Popper, il non
come Negation è il non senza equivoco, il non senza la menzogna – cioè senza la
proprietà dell’uno differente dall’uno –, il non senza malinteso: in questo modo,
viene fondato il linguaggio come linguaggio ontologico, il metalinguaggio di
Roman Jakobson. La negazione senza equivoco è anche senza umorismo, senza
menzogna è anche senza motto di spirito, senza malinteso è anche senza riso.
Tutto questo in una apparente oscillazione tra la filosofia del concetto e la
filosofia del soggetto, che risultano varianti dell’ontologia.

Attraverso l’infantia, l’afasia, l’alingua, il “non più”, stiamo accennando
all’idea che non agisce, all’idea che io non ho, che in nessun modo posso dire di
avere o di non avere, all’idea che arriva cercando, facendo, scrivendo. È questa
l’idea che opera alla scrittura dell’esperienza. Non è idea di origine. Non è idea
pura. Cioè non si divide in due, non si suddivide, non è l’idea dell’alternativa
tra il positivo e il negativo, tra il bene e il male, tra la vita e la morte. L’idea che
ognuno ha è Dio che agisce, è il soggetto che agisce. Non è la parola che agisce.
Non è l’atto di parola. Non è famen.

L’idea che ognuno ha richiede la critica logica, la critica, l’autocritica, cioè il
giudizio che abbia, dinanzi, l’alternativa tra positivo e negativo. La critica
logica: così la critica dell’ideologia, che conferma e rinsalda l’ideologia; così la
critica del sistema, che conferma e rinsalda il sistema; così la critica del
feticismo, che parte, intanto, dal postulato del feticcio e conferma e rinsalda il
feticismo, lo consacra. Il concetto di feticcio sottende il concetto di sostanza. Se
non c’è più sostanza, allora non c’è più feticcio. Per quale assurdità la parola
dovrebbe farsi cosa, reificarsi, cioè diventare ineffabile? Anziché contraddistinta
dall’infantia, sarebbe contraddistinta dall’ineffabile, cioè dal sostanziale,
starebbe, idealmente, al di fuori della parola. Ma il fuori e il dentro sono il fuori
e il dentro della parola, la scena e il corpo della parola, il due della parola.
La topologia è una forma di ontologia. Il tópos viene tolto dalla retorica, viene
spazializzato, diventa luogo comune, ma, prima ancora, luogo d’origine, da cui
discende la spazializzazione della parola. La topologia è l’ontologia della
spazializzazione della parola.

“Io parlo”, “io non parlo”: varianti dell’anoressia intellettuale, virtù del
principio della parola. È il fantasma di padronanza che ha bisogno del soggetto
come supporto, garante, ipostasi. E rispetto al fantasma di padronanza, in
effetti, “io non parlo più”. Cioè, parlando, in nessun modo s’istituisce o
ricostituisce l’homo loquens. Non c’è soggetto parlante/parlato. Questa è la
teorematica, l’“analisi”, la logica degli enunciati, prerogativa della logica
operazionale, cioè della logica dell’idea come numero singolare triale: l’idea
dello specchio, l’idea dello sguardo, l’idea della voce. L’idea dello specchio
opera perché la sintassi si scriva. L’idea originaria, e non già di origine. L’idea
assoluta. L’idea immaterna. L’idea dello sguardo opera perché la frase si scriva.
E l’idea della voce opera perché il pragma, il fare, la struttura dell’Altro, si
scriva.

La “domanda d’analisi” è ridondante. L’analisi non è la conversazione come
dispositivo, è un preambolo. Preambolo non perché qualcosa stia “prima”. È
una constatazione. L’assioma e il teorema sono constatazioni. L’idea di fine,
rispetto all’analisi, è ossimorica. Analisi infinita o analisi finita è l’analisi con
l’idea di fine, con l’idea di salvezza, quindi è senza analisi. È lysis, anziché
análysis. È solutio, anziché absolutio. È la soluzione. L’idea di fine, l’idea di
salvezza, è l’idea di soluzione, non è l’absolutio, non è l’análysis.

L’analisi è l’idea immaterna dello specchio, dello sguardo, della voce, l’idea
del sembiante in quanto essa non agisce, ma opera per la scrittura della ricerca e
per la scrittura dell’impresa. La clinica è il compimento della scrittura del fare.
La strategia come arte della piegatura e la cultura della piegatura attengono alla
clinica, la cui condizione è il sembiante singolare triale. Nessuno psichismo, che
è formato dal canone. Nessun soggetto. Nessuno spiritualismo, che è
appannaggio dell’ontologia. La formazione e l’insegnamento, la cultura e l’arte,
l’invenzione e il gioco non hanno nessuna impronta spiritualistica. Il soggetto
del discorso scientifico è il soggetto della gnosi. La cifrematica, come scienza
della parola originaria, è senza soggetto, non ha nulla di spirituale.

Nessun colloquio che sia “primo” o “ultimo”. Nessun colloquio ordinale o
ordinario. Il colloquio è originario. È il dispositivo della parola: conversazione,
narrazione, lettura. La narrazione è il dispositivo di scrittura. La memoria si
scrive. La memoria è narrativa. La struttura è narrativa. L’esperienza è
narrativa. Cioè si scrive. L’oralità è questa: la memoria si scrive, per “forza”, per
“pulsione” e in virtù dell’idea come operatrice sintattica, frastica o pragmatica.
L’oralità esige la scrittura della parola. È questa la scrittura della parola, la
scrittura dell’esperienza.

Parlare assieme? Io “ci” parlo? Nessuna compagnia, nessuna intesa, che
esigono il fantasma di padronanza. Nessuna lingua dell’infantia.

Il preambolo: quando qualcosa incomincia, si rilancia, cresce, aumenta,
quando s’instaura la sintassi, con il lapsus, con l’equivoco, con lo sbaglio di
conto, le cose procedono secondo l’idea dello specchio. Lo specchio è la
condizione della sintassi, condizione inafferrabile, irraggiungibile, invisibile;
causa e oggetto; punto di distrazione e punto di caduta. Con la struttura
chiamata sintassi arriva l’idea dello specchio, perché questa struttura si scriva.
La “breccia”, negli scritti di Freud, leggendo alla luce dell’attuale, non
presente, è questa: in nessun modo l’análysis, l’absolutio, può diventare una
critica del soggetto. Soltanto negata, soltanto con l’idea di soluzione, soltanto
con l’idea di morte, con l’idea di origine, con l’idea di padronanza, con l’idea di
salvezza l’absolutio può diventare critica del soggetto. Le varie forme di
antropologia, di sociologia, di cognitivismo sono costruite attorno alla critica
del soggetto. Non la critica pragmatica, che risalta dal tempo, dal giudizio
temporale, e che non ha dinanzi l’alternativa tra il bene e il male.

Thomas Mann scrive: “La malignità, caro signore, è lo spirito della critica, e
la critica è l’origine del progresso e della civiltà” (La montagna incantata, 1924). È
la critica senza la sua condizione, la voce, senza il tempo e senza l’Altro. La
“malignità”, lo “spirito della critica”. Ogni critica è demonologica. È autocritica
per risolversi nell’autocoscienza e finalmente nell’autoconoscenza. Stalin parla e
scrive sempre di critica e di autocritica. “L’autocritica ci è necessaria come
l’aria” (Sulla parola d’ordine dell’autocritica, 1928). La critica è apocalittica,
rivelatrice. La critica è spirituale: l’idea che ognuno ha della voce agisce. Sulla
negazione della voce e del tempo, l’azione è salvifica. Il tempo, idealmente
finibile, passa e scorre, economizzando la sua violenza e la sua rapina: così
diventa il tempo del progresso e dell’evoluzione, il tempo della circolazione,
anziché il tempo del fare, il tempo dell’arte e dell’invenzione, il tempo della
poesia, il tempo cifrante. Il segreto della sua luce è la sua oscurità. La sua luce è
spirituale, perché lo spirito è presunto agire. Karl Popper scrive: “Nulla deve
essere considerato esente da critica: neppure questo stesso principio del metodo
critico” (La società aperta e i suoi nemici, 1974). Il metodo critico, il principio
critico, la procedura critica: la critica è radicale, penale, ontologica.

Il preambolo: impossibile pensarsi. Impossibile la memoria delle cose. L’idea
di origine è l’idea che si divide in due, ovvero non c’è più il due: è l’idea come
uno, uno che si divide in due e, quindi, fonda la genealogia, l’ereditarietà. Il
soggetto è quello di cui si occupano le logìe, ma anche la nosografia e la
criminografia.

Il primato dell’uno? L’uno di origine e l’ogni uno? Tutti tranne uno? L’uno
significa l’uno, morendo? La funzione di morte come funzione simbolica? La
monolatria? La monosofia? Il culto dell’uno e il culto del sapere appartengono
al sistema morfologico dinamico, al sistema ontologico, religioso, politico,
ideologico, dove la radicalità dell’androgino si supporta della radicalità del
soggetto diviso, barrato.

Negli anni sessanta, settanta, abbiamo compiuto un’analisi della produzione
letteraria chiamata psicanalitica, dove era questione di lettura di Sigmund
Freud o di Jacques Lacan. Lacan non scrive. C’è uno sbarramento, in Lacan,
rispetto alla scrittura. Non che si tratti dell’oralità, che esige la scrittura
dell’esperienza, perché lo “sbarramento” sta proprio rispetto a tale scrittura e
persino anche rispetto all’esperienza di parola. Qua e là, qualcosa Lacan chiama
“scritti”.

Sandor Ferenczi, Karl Abraham, Wilfred Bion, Rudolf Loewenstein, Heinz
Hartmann, Ernst Kris, Melanie Klein: una produzione edificata attorno alla
critica. Senza l’análysis. Senza il dispositivo della parola. In nessun modo, lì, è
conversazione. È dialogo, nell’accezione che questo significante può avere
rispetto all’ideologia della riforma e all’ideologia illuministico-romantica.

Dialogo. Hegel: dialogo. Marx: dialogo. Heidegger: dialogo. Coscienza, presa di
coscienza, autocoscienza: modi di barare con la “cosa”, con il “narcisismo” della
parola (autismo e automatismo). Barando con la cosa, la cosa viene, idealmente,
annullata e tramutata in idealità.

In questa produzione letteraria, troviamo una profusione di tutto ciò che
attiene alla critica: critica ermeneutica, critica semantica, critica semiologica – in
ogni caso semiologica –, critica con l’idea di origine, con l’idea di segreto, di
occulto, di nascosto, quindi con l’idea di demistificazione, smascheramento,
svelamento, desedimentazione, disoccultamento, decostruzione, distruzione o
Vernichtung, annientamento. Come riscontriamo nella mistica.

Ogni denuncia esige il codice. Ogni delazione esige il canone. La stessa critica
filologica suppone i tratti nascosti, che qualcosa sia nascosto, non sfugge alla
criptologia. Come se la verità fosse rivelazione, fosse togliere il velo, ancora
velando. La luce mantiene il suo segreto.

Il teorema è questo: non c’è più nascondimento. Questa è la nozione di
alétheia. Il velo come velo del tempo indica proprio questo. Come può
nascondersi il tempo? Come può nascondersi il fare? O l’Altro?

Il velo e la piega non si tolgono né si riducono. Non servono la patologia. Il
velo è proprietà del tempo, come l’odio. E la piega è proprietà pragmatica. Le
cose che si fanno secondo l’occorrenza si piegano. Il tempo interviene nel fare.
Nessun modo di “togliere” la piega. Nessuna “spiegazione”. Nessuna
comprensione. Nessuna intesa. Le cose che, facendosi, si piegano, s’intendono.
Negato idealmente il tempo, il velo si fa segno, fra la realtà nascosta, segreta,
occulta, oscura e la realtà luminosa, celeste. Nella parola nulla si nasconde.
Nulla nasconde il tempo, divisione secondo l’aritmetica. Il tempo del fare. Il
fare procede dal due, dall’apertura della parola. Il giardino del tempo non è mai
chiuso, per ciò non nasconde. Il velo “s’impiega” per l’ascolto, non già per il
nascondimento. Teorema del velo del tempo: non c’è più nascondimento. Per
tanto, non c’è più tragedia, la realizzazione del fantasma nell’hortus conclusus.
La critica della religione rinsalda la religione e porta a un’altra religione. Così
il postulato della critica della coscienza. E la critica del soggetto, la critica
soggettiva, viene intesa anche come critica della coscienza, come trasformazione
della coscienza o delle “coscienze”.

La critica filologica predilige i tratti nascosti della ierogrammatica.

E la critica dell’idolatria è contro la sembianza. Propone la spazializzazione
della sembianza, l’immagine dell’immagine, l’idealità che purifichi l’immagine,
l’immagine pura. L’iconoclastia o l’iconodulia esercitano il culto dell’immagine
che non sia altra né cangiante né acustica.

Lo svelamento, la rivelazione o la decostruzione sono strumenti
dell’inquisizione. Il diritto canonico è stato ulteriormente formalizzato e
applicato alla critica, che è, quindi, inquisitoria. E già Socrate pratica questa
critica. Non c’è “analisi”, in Socrate. Non c’è “analisi”, in Platone. Anche
Platone, intorno alle parole, cerca il “senso nascosto”, il “sapere nascosto”, la
“verità nascosta”, che è quella propria dell’interrogazione chiusa.

Leggete, per esempio, Masud Khan (1924-1989): il “sé nascosto”, le
“perversioni”. Masud Khan ha costruito la sua opera attorno a una teosofia
islamica, a un’ideofania, per cui egli può scrivere sul frontale del suo studio:
“Sua Maestà Masud Khan”. La perversione di cui si occupa Masud Kahn – e di
cui, poi, egli risulta, nella sua soggettività, uno specialista – è la perversione
temporale, sociale. Non è la “strofe”, non è la perversio come raggiro frastico,
come proprietà della frase, segnatamente come proprietà della funzione di uno,
bensì la perversione come una proprietà presunta della piega dell’uno, dell’uno
che si suddivide e si raddoppia. La piega è inattribuibile all’uno. Il postulato
della perversione temporale, della perversione chiamata “sessuale”, è il
postulato dell’attribuzione della piega all’uno. Anziché provenire dall’Altro e
dal tempo, la piega sarebbe dell’uno.

Le cose si fanno. Facendosi, si piegano. E, piegandosi, si scrivono. Senza la
piega, le cose che si fanno non si scrivono. Nessuna topologia può contemplare,
nel suo quadro epistemologico, la piega. Ci prova Gilles Deleuze (1925-1995),
ma ha ancora un’idea spaziale. L’idea spaziale è l’idea di origine, l’idea del
ritorno.

Non c’è il soggetto della scienza. C’è chi redige la storia ora di questa ora di
quella delle tante logìe “contemporanee”, che indicano il soggetto, da cui le
logìe partono, come il soggetto della scienza, che, poi, ha avuto le sue
specializzazioni nelle varie pratiche, che sono pratiche gnostiche. Così la
coscienza che rimuova o che attragga. La coscienza significherebbe un potere
spirituale, per tanto un potere magico o un potere ipnotico.

Ludwig Wittgenstein scrive: “Tutta la filosofia è critica del linguaggio”. Così
il Circolo di Vienna, anche Karl Popper. Quale linguaggio? Che cosa
Wittgenstein scrive, di cui è assolutamente certo, quindi senza ironia, senza
equivoco né umorismo, senza menzogna dell’uno né motto di spirito, senza
malinteso né riso? “Tutta la filosofia è critica del linguaggio”: soltanto il
fantasma di morte può trarre a questo postulato.

Ogni critica logica è critica inquisitoria. La critica logica è inscritta
nell’ontologia della bilancia, della bilancia dell’orrore. La critica logica è la
critica del tribunale della gnosi. È la critica gnostica. Passa come critica del
narcisismo: è la critica senza il “narcisismo” della parola, senza la “cosa”, che è
proprietà della parola: è la stessa cosa (ovvero l’autismo), la cosa stessa (ovvero
l’automatismo), la cosa intellettuale, l’altra cosa. È la parola che diviene qualità.
Il principio autistico è magico. Il principio automaticistico è ipnotico.

La stessità propria dell’autismo non ha nulla di speculare, nulla di visivo,
nulla di “fonico”. Esige lo specchio come condizione della sintassi, lo sguardo
come condizione della frase, la voce come condizione del pragma. La stessità
propria dell’automatismo (l’automa è il tempo) non ha nulla di automatico,
nulla che inscriva il tempo nell’ordine formale, simbolico, nella catena
significante, nella scrittura ideale, che tenga il suo assoggettato. L’automatismo
è pragmatico, poetico, industriale, proprio della struttura dell’Altro. Per via di
catacresi, di racconto, di azzardo, d’ingegneria.

Il criticismo non è soltanto di Kant. Incomincia molto prima, con la filosofia
classica, con Filone di Alessandria, con Marcione, con gli gnostici, con Proclo,
con Valentiniano, con Ibn Arabi. Criticismo nella teosofia. Criticismo di Jakob
Böhme, di Cartesio, di Hegel, di Marx, di Hitler, di Stalin. Criticismo: la critica,
l’autocritica, che viene anche chiamata, così per caricatura, l’“autoanalisi”.
Quella che viene detta “autoanalisi” è, in effetti, l’“autosintesi”. Il radicalismo è
il fondamento del criticismo. Homo radicalis, homo criticus. Così, filosofia critica,
psicanalisi critica, scienza critica, estetica critica, poetica critica. La critica
dell’arte. Il critico d’arte.

Che cosa fa la critica? Deve valutare, giudicare se è bene o se è male, se è
positivo o è negativo, se è in alto o in basso, se il viaggio va verso l’alto o verso
il basso. Deve valutare il principio di ragione sufficiente e di diritto sufficiente,
cioè il principio del ritorno, del ritorno all’origine. Così Lacan: “ritorno a
Freud”. Così Louis Althusser: “ritorno a Marx”. In pieno marxismo, il ritorno a
Marx. In pieno freudismo, il ritorno a Freud. E come? L’idea di ritorno è l’idea
di padronanza, l’idea di autorizzazione. Chi si autorizza da sé? Lo psicanalista?
Ma come viene inteso? L’uno si autorizza da sé? L’idea che si fa uno. La critica
in nome dell’origine, in nome del nome, in nome della morte, in nome della
natura, in nome della storia, in nome della ragione. In nome del nome.

La critica freudiana non è la lettura. Così la critica economica. Il principio di
omertà è il principio della critica, che ha bisogno di una procedura sostanziale e
mentale e stabilisce il giudizio come ponderazione. È la critica propria della
bilancia. La bilancia della critica. La bilancia nel suo spirito critico. Così la
“critica fenomenologica” che ha prodotto lo strutturalismo, l’esistenzialismo, il
decostruzionismo. Sembravano un’altra cosa: nel momento in cui si sono
affievoliti, hanno fatto riemergere ancora la “critica fenomenologica”. Nuova
fase, nuova epoca, reviviscenza della fenomenologia. Critica algebrica o critica
geometrica.

La critica logica è la critica della ragione materna, cioè della ragione
mortifera, e la critica del diritto materno, del diritto mortifero. La critica logica
rientra nella mistica della morte. Critica volontaria, secondo una formulazione
recente.

La critica, se è temporale, se è pragmatica, se attiene al giudizio che è proprio
del tempo, del taglio che interviene nel fare, quindi la critica come giudizio non
dipende dalla volontà di bene. Se dipende dalla volontà di bene, allora è critica
sociale e critica mistica. Per ciò, diventa la critica del lusso, critica del superfluo,
critica dell’infinito del tempo, critica del fare, critica dell’industria, critica
dell’intellettualità. Questa critica, la critica logica, assume la negativa del tempo
e dell’Altro. Addirittura, parla di “malattia della ragione”, di “malattia del
diritto”, di “malattia dell’Altro”. Come si chiama la malattia dell’Altro?
Malattia mentale.

Il relativismo è frutto dell’idea di origine, dell’idea pura, dell’uno unico. La
critica inquisitoria inscrive il giudizio nell’interrogazione chiusa.

La “critica logica”, critica ontologica, critica inquisitoria, è la negativa del
giudizio dell’Altro e si costituisce come fabbrica della morte.

“L’inconscio ignora la negazione”: cioè, la parola non è presa dalla gnosi. In
quale accezione la parola non è presa? Non è presa dall’idea di origine, dall’idea
di morte, da quell’idea che fonda il tribunale di Osiride, di Allah, di Hegel, di
Marx, di Heidegger. Non è presa. Freud scrive: l’inconscio ignora. L’inconscio: il
numero, l’idioma, la dissidenza, la particolarità. La parola nella sua idiomatica e
nella sua cifratica, la parola nel suo numero e nella sua cifra, ignora: ossia, la
parola è senza gnosi.

Dio non è padre. Ma l’islam intende questo in un’accezione curiosa: che non
c’è il padre. Allah non è padre, quindi non c’è padre. Eppure, c’è il patriarcato,
che è preislamico, e poi viene consacrato. L’islam nega il padre come nome,
quindi nessuna funzione di zero nella parola, nella numerazione. Il
cristianesimo distingue fra Dio e padre, e chiama, come padre, Dio. La
questione sta qui: se l’idea agisce oppure non agisce, se è l’idea di origine
oppure è l’idea originaria, l’idea senza origine. L’idea senza origine non è il
padre. Ma l’islam dice che l’idea di origine non è il padre. Niente padre,
nell’islam.

Nell’islam, niente madre: Agar, che è la fondatrice dell’islam, è assente, nel
Corano. È un rapporto, non tra Abramo e Isacco, perché Abramo non è il padre
di Isacco. Isacco è figlio di Sara e nasce per intervento divino, come Gesù.
Soltanto Ismaele è figlio di Abramo e di Agar. Se così potesse dirsi: che il figlio è
“il figlio di”. Se il figlio fosse questo, in questa zona fiabesca, quindi mitologica,
allora Ismaele è figlio di Agar e di Abramo. Ma Agar viene cacciata, nessun
intervento divino nel suo caso, perché deve nascere un figlio spirituale. Homo
pneumaticus
. Un corpo spirituale. Allora il Corano inventa che Abramo e Ismaele
edificano la casa di Dio, il tempio, a La Mecca, nel luogo negato di origine, nel
luogo negato naturale, quello che coinvolgerebbe Agar. Abramo e Ismaele
edificano il tempio. Senza la madre.

Noi siamo andati a leggere, e leggiamo ancora, gli scritti islamici, sia gli scritti
chiamati sacri sia gli scritti della teosofia. S’impongono corollari, per l’esegesi
islamica o per l’ermeneutica islamica o per la semantica islamica, di questa
assenza dell’infantia e di questa verginità, che viene attribuita sia a Maria sia a
Maometto. L’islam corregge l’ebraismo, corregge la Bibbia ebraica, perché
Maometto ritiene ci siano stati interventi oscuri. L’islam, così, diventa una
severa religione del figlio. Senza il padre e senza la madre.

Allah non è padre né madre né uomo né donna. E il figlio come uno,
funzione e variante, non è ammesso. È lo schiavo di Allah. L’islamismo è la
religione del figlio come schiavo di Allah.

Stabilito che Allah non è padre, il rapporto, l’accesso diretto di Maometto è a
Allah, all’uno. Cioè la verginità, anziché come virtù del tempo – teorema della
verginità: non c’è più incesto dell’Altro –, nel Corano, viene attribuita alla
donna, a Maria. Sicché non c’è più l’anonimato del nome. Non soltanto non c’è
più l’innominabile del nome, perché non c’è il padre, l’indice dell’innominabile
del nome; ma non c’è più l’anonimato del nome, perché non c’è la donna,
l’indice dell’anonimato del nome.

Nel caso di Maometto, la verginità viene attribuita all’uno. Verginità in
questa accezione: sia Maria sia Maometto ignoravano la grammatica di Dio.
Entrambi erano “illetterati”. Non che Maometto non sapesse leggere e scrivere,
ma non aveva la grammatica divina. E nemmeno quella della casta dei
sacerdoti. La stessa ignoranza di Maria è in questa accezione.

Agar è la sola donna della Bibbia che vede Dio e lo chiama.

Che cosa significa “illetterati”? L’uno diviso uno. L’uno, per dividersi, per
moltiplicarsi, per circolare e per ritornare e formare l’unità, si fonda sull’assenza
d’infantia, quindi sulla morte della materia della parola, sulla morte del padre,
sulla morte del figlio, sulla morte della madre.

L’idea della morte del padre si veste nell’amore del padre. L’idea di morte
della madre si veste nell’amore della madre. È la presunzione di una doppia
isotopia. Ogni pianificazione, idealmente, toglie il mito, toglie la traccia, toglie
la tripartizione del segno. E si annulla la generazione a favore dell’idealità
genetica.

Il Corano e la bilancia sono rivelazioni, coeterne a Allah. Per ciò, è già tutto
pensato, tutto scritto, tutto significato. Ci sono cose nascoste, cose segrete, che
pochi possono comprendere. Pensare il Corano o pensare la bilancia è
impossibile. Pensare è impossibile. Leggere il Corano è impossibile, perché è già
lì, bisogna solo sottomettersi, recitarlo. Pochi comprendono i “segreti” della
rivelazione. La rivelazione mantiene il segreto, mantiene il velo.

Allah è pensante e pensato, soggetto e oggetto, è volontà. Allah non è
l’essere. Contrariamente al platonismo (l’essere, l’uno, Dio), Allah non è l’essere.
Ci sono novantanove nomi di Allah – il nome di Allah è impronunciabile,
tuttavia ha novantanove nomi – ma non c’è l’essere come nome di Allah.
Il vocabolario coranico ignora l’“essere” (wujûd) e il “non-essere” (‘adam) e i
rispettivi concetti. Il Corano non attribuisce mai l’essere a Allah. La parola
wujûd, tradotta spesso con “essere” o “esistenza”, è l’azione del “trovare”,
“trovarsi” (il verbo wajada). E wajd vale “allegria”, “gioia”, “estasi”. Allah è il
“vivente” (alhayy) e l’“immutabile” o l’“eterno” (al-qayyûm). Allah è l’altissimo.
“Quando vogliamo una cosa, ci basta dire: ‘Sii’, e essa è” (Sura XVI, 40). Allah è
padrone della grazia: la dà a chi vuole. Allah è la luce. La mistica e la teosofia
attribuiscono a Allah l’esclusiva ontologica: Allah è il solo e unico essere. E la
grazia si esprime con la teofania.

L’umorismo proviene dallo scarto fra la legge e gli effetti sintattici, che sono
il senso e il godimento o dispendio. L’umorismo per via del dolus, per via di
metafora, di condensazione. L’umorismo. Senza più la dottrina degli umori. E
senza più commozione. E il motto di spirito proviene dallo scarto fra l’etica e gli
effetti frastici, che sono il sapere e la ripetizione. Il motto di spirito per via del
dolor e per via di metonimia, di spostamento. E il riso interviene come effetto
della cifra, per via di malinteso e di catacresi. L’imperativo del godimento –
“Godi!” –, come imperativo del senso, è fantasmatico nonché assurdo.
L’imperativo del desiderio – “Desidera!” – è fantasmatico nonché assurdo.
Come l’imperativo della ripetizione – “Ripeti!” –, che è l’imperativo del ritorno.
L’imperativo non appartiene al superìo. Il paradosso dell’equivoco non è il
paradosso del superìo. Il superìo è un teorema: non c’è più nome del nome. Il
tramonto del complesso edipico? Non ha bisogno di tramontare. Non è mai
arrivato. In una certa accezione. E l’ideale dell’io è un altro teorema: non c’è più
doppio. Il doppio non ha nulla di originario.

L’umorismo enuncia l’assurdità dell’imperativo del godimento. L’umorismo
è una virtù della metafora e della legge. L’umorismo: nessuna genealogia della
legge. E il motto di spirito enuncia l’assurdità dell’imperativo del desiderio. Il
motto di spirito è una virtù della metonimia e dell’etica. Il motto di spirito:
nessuna genealogia dell’etica.

Corollario della prova di realtà sintattica è l’umorismo, sull’impossibile
genealogia della legge. Corollario della prova di realtà frastica è il motto di
spirito, sull’impossibile genealogia dell’etica. Corollario della prova di realtà
pragmatica è il riso, sull’impossibile genealogia della clinica.

La paura della parola è paura del gioco e dell’invenzione della parola, paura
della tecnica e della macchina, dell’arte e della cultura. Ma anche paura
dell’ironia, dell’umorismo, del motto di spirito, del riso.



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30.07.2017