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Il nodo, la corda, il filo

Armando Verdiglione
(27.07.2016)

Il nodo è in questione. Il nodo è indice della questione, del modo dell’apertura. Non è il
contratto né il tratto, ma appunto indice. Come lo è la fenice (quindi, impossibile la zoologia
fantastica), come lo è l’albero (quindi impossibile la botanica fantastica). Che il nodo sia indice
della relazione è ciò che mantiene l’araldica. Ovvero il nodo non fa sistema, né genealogico né
morfologico né simbolico né economico né finanziario né sociale né politico.

Attorno al nodo, Jacques Lacan ha costruito una fantasmatica, con cui dà prova che la sua
costruzione manca la nominazione. Non c’è metafora paterna: è un modo spirituale di risolvere
la sintassi, dando un compito ontologico all’interpretazione. Infatti, addirittura, la via simbolica,
per Lacan, è la via metaforica: “la sostituzione del padre in quanto simbolo, o significante, al
posto della madre” (la conferenza Il simbolico, l’immaginario e il reale, 1953, diventerà poi il
Séminaire XXII, R.S.I., 1974‑75). Sicché il fallo è “il perno di tutta la dialettica soggettiva”.
L’immaginario, il simbolico, il reale è per Lacan lo spazio a tre dimensioni. È la topologia di
Lacan. Ciò che egli chiama l’instaurazione del simbolico è l’instaurazione del fantasmatico. In
senso proprio, è l’instaurazione del fantasma materno.

E proprio rispetto all’ordine, al linguaggio come ordine simbolico, Lacan postula quella che
egli chiama la Verwerfung, la “forclusione”, in italiano viene tradotto dai giuristi come
“preclusione”, propria della psicosi. E allora, “Ce qui est refusé dans l’ordre symbolique, au
sense de la Verwerfung, reparaît dans le réel”. La forclusione è la funzione di zero nella struttura
della parola, specificamente nella sintassi. L’approccio alla psicosi da parte di Lacan è
illuminista: una correzione di Cartesio, sull’onda di Alexandre Kojève e di Claude Lévi‑Strauss.
Il terreno della disputa è quello di Georges Bataille, di Jean-Paul Sartre, di Martin Heidegger, di
Roman Jakobson: è un terreno effervescente nell’immediato secondo dopoguerra.
E così, nella prima fase, la cura dell’immaginario. Nella seconda fase, la cura del simbolico,
tranne la “psicosi”, rispetto a cui si discute se sia reversibile o non sia reversibile, se ci sia o non
ci sia la Verwerfung. Oppure la “psicosi” viene affidata al trattamento secondo i migliori
aggiornamenti di Philippe Pinel (1745-1826). Nella terza fase, quando le obiezioni all’impero del
simbolico come impero del significante avevano trovato un successo mondiale nell’Anti‑Edipo
di Gilles Deleuze e Félix Guattari (1972), è la cura del reale. E con il reale di Lacan tutto si
scioglie. È la soluzione chimica finale.

La tridimensionalità di Lacan è imperniata sul nodo, sul nodo borromeo. La trama, la treccia,
l’intreccio: tutto viene assunto dal nodo, dalla concettualità del nodo, dalla topologia. Su una
lunga scia mitologica, ermetica, mistica, gnostica. La topologia del nodo è l’altro nome della
demonologia del nodo. Mancando la nominazione, viene mancato proprio il nodo, come nodo
della parola, come indice della questione, indice dell’ironia.

Il nodo non può essere assunto da una simbologia. Non può diventare il fondamento della
“catena significante”, che si definisce “catena circolare”. Nel discorso di Lacan, questa catena è
circolare, concettuale. È lo stesso Uroboro. Da qui, poi, ciò che Lacan chiama dialettica del
riconoscimento e dialettica del desiderio.

Il nodo borromeo – se assunto come il disegno ideale – si rende garante o supporto di
differenti mitologie, ma, segnatamente, garante e supporto della gnosi. È così che, del nodo,
viene fatto un processo ternario o trinitario.

Il nodo, la barra, l’asta, la staffa, il bastone, la croce: si vanifica l’ontologia del nodo, la
teleologia, la ierofania o la teofania del nodo, la ierofania o la teofania della croce.

La croce latina capovolta è detta “croce di san Pietro”, seguendo Origene di Alessandria (185-254) che
ne detta la giustificazione iconologica (Pietro sarebbe stato crocifisso con la testa in giù: il racconto di
Origene viene riferito da Eusebio di Cesarea, 265-340, nella sua Historia Ecclesiastica, III, 1). La croce,
per la mitologia, rappresenta e significa un processo divino, una teofania, il principio di unità e di trinità.
Il “leone di Giuda”: il bastone con la croce, la corona cosmica sovrastata dalla croce, la profezia di
Giacobbe al figlio Giuda (Genesi, 49, 8‑12), la significazione messianica. Da qui, ciò che enuncia
l’Apocalisse secondo Giovanni (5, 5):

Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il
Germoglio di Davide: egli aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.


E ancora: la città di Léon (in Spagna), lo stemma dell’Etiopia (il pentagramma), la discendenza divina
dei Merovingi, il loro potere taumaturgico, il “calice” dell’ultima cena, la “vite” e l’“uva”, l’“ape d’oro”
(l’esagono delle celle degli alveari include due triangoli equilateri) e la corona di Napoleone, l’“albero di
Jesse” (figurazione, nell’arte cristiana medievale, della “genealogia” di Gesù, tratta da Isaia 11, 1: “Un
germoglio spunterà dal tronco di Jesse”), la “staffa fiorita” di Giuseppe di Arimatea (protagonista di
leggende medievali, come custode del Sacro Graal, per il ruolo assegnatogli dai vangeli canonici nella
sepoltura di Cristo). Inoltre, la “civetta”, la visione, l’al di là. E poi, la “lancia del destino” (definizione,
nelle leggende, della lancia che trafisse il costato di Cristo) e l’“uovo cosmico”.

Come uovo alchemico, l’uovo è il vaso nel quale si effettua la cottura della prima materia che
deve divenire “oro filosofale”. L’uovo, come il serpente, compone le forze cosmiche rigeneranti
della natura. Nell’arte cristiana, un uovo viene posto in mano alla Madonna o sospeso sulla
testa della Madonna (Piero della Francesca).

Il “fiore dell’Apocalisse” o “nodo dell’Apocalisse” ha forma quadrilobata (si trova in un disegno di
Gioacchino da Fiore). Il “nodo Bowen”, il “nodo Lacy” (varianti assunte in stemmi gentilizi del Nord
Europa): cappi di forma ogivale, anelli concentrici. Ogni volta, la volta della ierofania, il disegno ideale è
l’armonia cosmica. Il serpente. I due serpenti attorno al fallo: simmetria ideale. Il “pentagramma” di
Agrippa (stella a cinque punte, in cui è inscritta la figura di un uomo, del filosofo cabalistico Heinrich
Cornelius Agrippa von Nettesheim, De occulta philosophia, 1530). L’“esagramma” dei mistici ebrei
medievali. Il “sigillo alchemico”.

Il “sigillo di Saint‑Dié”, che si trova a Saint‑Die‑des-Vosges, nella Lorena, e, per esempio, anche
lungo la strada di Perugia che porta al Tempio circolare di san Michele Arcangelo: un cerchio (il
mappamondo) in cui è inscritta una Tau rovesciata, sormontato da una doppia croce di Lorena. Il sigillo
marcava le mappe nautiche degli archivi segreti reali di Lisbona, in cui sono stati trovati disegni di terre
americane scoperte già prima di Cristoforo Colombo dai navigatori dell’“Ordine di Cristo” (erede dei
Templari). Per altro, la croce rossa templare spicca sulle vele delle tre caravelle di Colombo. E ancora: la
lama e il calice, e la loro composizione. L’androgino.

Il nodo. La corona, metafora della fenice. O le tre corone. Oppure sulla tomba di
Michelangelo, le tre ghirlande, come nota Giorgio Vasari (quercia, alloro e ulivo, che valgono la
scultura, la pittura, l’architettura).

Il nodo c’è non soltanto a Piazza Armerina, ma in Asia, in America. Lo adoperavano i Medici
(Lorenzo il Magnifico), gli Sforza-Visconti. Poi il nodo viene assunto dalla famiglia Borromeo. Il
nodo era nell’araldica dei principi del XIII‑XIV-XV secolo in Italia.

Il nodo svevo come distintivo nella capigliatura (Tacito, De origine, situ, moribus ac populis
Germanorum
, 38), il “nodo di Salomone”, il “Magen David” (o sigillo di Salomone), il “Pentalfa”,
i dodici nodi in catena del disegno che ha al centro le parole Achademia Leonardi Vinci. Giorgio
Vasari: “[Leonardo] trascorse molto tempo nel fare disegni regolari di una serie di nodi, così che
il cavo possa essere rintracciato da un’estremità all’altra, il tutto riempiendo uno spazio
rotondo”. Fra i nodi di Leonardo da Vinci sta anche il nodo borromeo.

Il nodo è in Gioacchino da Fiore, è in Dante Alighieri, nella Divina Commedia.

Dante, il nodo, il nodo del cosmo (Paradiso, XXXIII, 91):

La forma universal di questo nodo

credo ch’i’ vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Paradiso, XXIII, 58—‐‑60:

“Se li tuoi diti non sono a tal nodo

sufficienti, non è maraviglia:

tanto, per non tentare, è fatto sodo!”.


Il nodo: indice del disegno come modo del due. Ma il disegno come modo del tempo non è il
nodo. La corda e il filo non sono attribuibili al nodo. Il nodo non è un filo, non è una corda, non
assume la corda e il filo, non assume il tempo. E il cordone è l’indice della recisione: da qui
l’instaurazione della corda e del filo del tempo.

La questione è la questione della nominazione, la questione aperta, ma nessuna questione è
aperta senza la questione della nominazione come questione intellettuale. Ferdinand de
Saussure, Charles Sanders Peirce, Emile Benveniste, Louis Hjelmslev: rendono conto del segno.
Come? Saussure, Benveniste (L’arbitraire du signe), Hjelmslev (la sua glossematica). Nikolaj
Trubeckoj (la fonologia), Peirce (la sua pragmatica, la sua semiotica). La dottrina linguistica del
segno è una dottrina demonologica. Manca la nominazione. È la demonologia del nodo
borromeo. L’intera linguistica, che ha avuto successo nel ventesimo secolo, è una
psicolinguistica, una linguistica spirituale, demonologica, gnostica. Fra le righe,
nell’interdizione linguistica, noi leggiamo, cogliamo taluni elementi. Ma il discorso di Saussure,
di Benveniste, di Trubeckoj, di Hjelmslev, di Peirce manca il segno. Come lo manca Platone.
Come lo manca la scolastica.

Anche la dottrina del numero è ontologica, demonologica: manca la nominazione. L’uno non
è ciò da cui le cose procedono e a cui le cose tornano. L’uno è diviso dall’uno, differente
dall’uno, per ciò menzognero. E procede dal due. L’uno diviso dall’uno procede dal due: questa
la procedura. Ma l’uno come funzione procede dallo zero come funzione: questa la processione. Le
cose incominciano non all’origine né come un errore. La metafisica dello sbaglio, dell’errore, è la
metafisica del soggetto.

Horst Schubert, la sua Topologia algebrica (1949), il suo teorema, il postulato dei numeri
naturali, la presunta successione di nodi elementari: la dottrina della nodalità fondamentale del
sistema cosmico.

Se le cose hanno un’origine, hanno un segreto, hanno un mistero. E, allora, il senso, il sapere
e la verità sono nascosti, segreti, devono essere conosciuti, svelati, rivelati, significati. Perché
importeranno il senso vero, il sapere vero, la verità reale, la realtà vera. Ciò che viene chiamato
mistero è il segreto. Il segreto viene stabilito su un principio di origine, che è un principio di
morte e che è un principio di ritorno e che ha bisogno, quindi, della ierofania. O, postulando il
nome del nome, della teofania.

Il nodo: il postulato del segreto, del principio nascosto del vincolo universale. Il nodo senza
religione? Il nodo senza cosmologia? Il nodo senza origine?

Il nodo semiologico è il De Trinitate di Agostino d’Ippona. Anche Agostino, che, pure, ha lo
stoicismo sullo sfondo dell’indagine linguistica, manca la nominazione. Non può affrontarsi la
questione della triade senza la nominazione. Altrimenti, si risolve in trinità. Soltanto se le cose
procedono dall’uno vale il principio di unità, vale l’unità. Ma l’unità è un’idealità. È l’idea fatta
uno, è l’idea come uno. Se le cose non procedono dall’uno, l’idea non si fa uno, quindi non c’è
unità e non c’è trinità. Mancare la nominazione equivale a mancare la tripartizione del segno,
quindi sia la logica diadica sia la logica triadica. Equivale, cioè, a mancare il viaggio. Senza la
particolarità, senza l’idioma, senza l’apertura, senza la funzione singolare triale, senza la
dimensione singolare triale, che non è spaziale, senza il simulacro singolare triale, senza
l’operazione singolare triale, il viaggio procede dall’uno, deve tornare all’uno, è un viaggio
circolare, è un viaggio che ha bisogno d’illuminazione, di visione, di rivelazione, di apocalisse.
Poiché non c’è conoscenza, quello che viene chiamato il riconoscimento è la constatazione
del lapsus. Qualcosa cade, qualcosa precipita. Ma non da un luogo d’origine! Qualcosa cade,
qualcosa precipita: è la condizione di ciò che incomincia, di ciò che cresce, di ciò che aumenta. È
la condizione della struttura in cui lo zero funziona, della struttura in cui s’instaura il qui pro
quo
. La funzione di zero e l’uno come variante. È la sintassi. È l’inaugurazione del labirinto. È la
funzione di zero, che procede dall’apertura. Procedura dall’apertura. Procedura per
integrazione. La simultaneità è condizione della struttura, pertanto sia della sintassi sia della
frase sia del pragma. Il simulacro è simultaneità. Simultaneità intemporale. Per ciò, solo se è
idealmente abolita, la simultaneità “lascia il posto” alla sincronicità, alla contemporaneità. La
funzione di zero nella sintassi o la funzione di uno nella frase: la funzione segna il sentiero, nel
labirinto, come sentiero della legge e come sentiero dell’etica. L’uno o lo zero come varianti
strutturali nel labirinto sono l’uno o lo zero come bordo: bordo della legge, bordo dell’etica.
Bordo della legge rispetto alla sintassi. Bordo dell’etica rispetto alla frase.

Il labirinto: la strada, l’altra lingua, il glossario. Il giardino del tempo: la strada, la lingua
altra, il dizionario. Il labirinto e il giardino del tempo procedono dal cielo. Il nodo è il cielo. Il
cielo della parola. Lo stracielo, iperuranio: il cielo senza più soggetto, il cielo inassumibile.
L’anoressia intellettuale come virtù del principio della parola rende il cielo inassumibile, quindi
stracielo, iperuranio. E il giardino del tempo: la corda (lungo il passo, lungo la frontiera, lungo
la violenza del tempo) e il filo (lungo il piede, lungo il limite, lungo la rapina del tempo).
Il mistero, o il segreto, o ciò che è nascosto, o ciò che è celato: il mistero del nodo, il mistero
del numero (senza lo zero), il mistero del segno (senza la nominazione). Ciò che è mistero, che è
segreto, che è nascosto, che è celato, è l’ontologia, è l’essere, l’essere supremo (nel cui nome o in
riferimento a cui si compie ogni economia del negativo, ogni misfatto). Ogni rivelazione, ogni
manifestazione sarà rispetto all’essere supremo. Il mistero, il segreto: ciò che si rivela e che non
è mai rivelato.

Ciò che è proprio della gnosi islamica, della gnosi ebraica, della gnosi cristiana,
dell’epistemologia è questa “elusione” della nominazione. È ciò che dà tutto il potere magico,
ipnotico, ontologico, sostanziale, mentale al nome. Il nome è la cosa, è la persona, è l’essenza, è
la sostanza, è l’essere dell’uomo, la potenza dell’uomo, il potere dell’uomo, il soggetto nella sua
divisione, l’androgino trinitario. Conoscere l’uomo, conoscendone il nome, significa dominare
l’uomo. La conoscenza dei nomi fonda il dominio del mondo e è ciò che Allah garantisce a
Maometto: l’islam debellerà tutte le altre religioni sulla terra e stabilirà il dominio del mondo. E
i fedeli, che hanno firmato una polizza sulla morte, amano il premio nell’aldilà. Anche la
sessualità, nell’islam, rientra nella rivelazione, nella descrizione del paradiso. La vulva sarà
perennemente appetente e il pene perennemente in erezione. Fallologia. Euforia e apoteosi
dell’androgino trinitario.

Parodiando rispetto a Parmenide, abbiamo indicato il “sentiero della notte” come il sentiero
della legge e il “sentiero del giorno” come il sentiero dell’etica. E il filo del crepuscolo come il
filo della clinica. Il viaggio è contraddistinto dal pleonasmo: il viaggio secondo l’aritmetica. Ne
hilum
, (non) filo, da cui nihil. Non è “niente filo”, è il niente come pleonasmo. Il pleonasmo del
viaggio: i sentieri, i bordi, la corda, il filo. Il loro pleonasmo. Sicché la corda e il filo non si
rompono, non si spezzano, sono i battenti del paradiso, del giardino del tempo.

Jacques Lacan: “La definizione del nodo borromeo parte da tre: rompete uno degli anelli e
essi sono liberi, tutti e tre, cioè gli altri due anelli sono liberati” (lezione del 10 dicembre 1974, in
Séminaire XXII, R.S.I., 1974-75). Ma, allora, non sono liberi! Nel nodo borromeo, se
consideriamo solo due dei tre anelli, questi non sono legati, è il terzo anello a legarli. Quindi, se,
addirittura, uno dei tre anelli viene “rotto” – e come fa, Lacan, a romperlo? Lo spezza, lo taglia,
quindi deve tagliare, spezzare: deve, romanticamente, “rompere” – allora tutti e tre gli anelli
sono liberi? No. Un anello non c’è più, non è più una ghirlanda. Dice Lacan: “gli altri due sono
liberati”.

La corda e il filo non servono l’armonia sociale né l’intesa. Sono contraddistinti dal
malinteso.

Il segreto, il mistero, la rivelazione, la manifestazione (l’epifania, la ierofania), lo svelamento,
la scopertura. La fiamma. O la nuvola. O la nebulosa. La nuvola: estasi, rivelazione. La nebulosa
non può mai diventare un sistema. Ma, per Saussure, per Benveniste, per Trubeckoj, per
Hjelmslev, per Peirce diventa un sistema. Per Saussure, la lingua è una “nebulosa”. Per ciò,
Saussure ne fa un sistema di segni. Un système de signes où tout se tient. Come chi definisce la
folla come materia o massa amorfa e inerte, pronta per essere formata e organizzata. Ma la
nebulosa non è qualcosa di misterioso. Saussure la ritiene misteriosa: e rivela il mistero.
Togliendo il velo, togliendo la nebulosa, che cosa rimane della lingua? Il sistema. Un système de
signes où tout se tient
. Saussure pone la nebulosa “fra due masse amorfe”. Gustave Le Bon (1841—‐‑
1931), ma anche Hegel, anche Marx pongono la materia come massa inerte e amorfa, pertanto
ben disposta. Dice Saussure: “La nebulosa del pensiero e la nebulosa dei significanti”. Nebulosa
o massa? La nebulosa è un lapsus di Saussure. E un altro lapsus è l’“immagine acustica”, il
significante come “immagine acustica”. Ma Saussure, pone il significato, il concetto. E dà il
disegno dell’albero: arbor è l’immagine acustica e, poi, c’è il concetto di “albero”, formulato
come disegno.

La nebulosa: l’infinito della serie sintattica, l’infinito della serie frastica e l’infinito del
tempo? Nebulosa: miliardi di stelle. L’astronomia impossibile. Il nòmos delle stelle. È chiaro che
diventa astrologia, perché la legge delle stelle è riposta nel segreto delle stelle, nel mistero delle
stelle. Sta tutta qui la missione dell’astrologia sociale e politica, la missione del sistema politico.
John Searle, che è stato ospite in qualche nostro congresso, ha scritto Il mistero della coscienza
(1997). La coscienza è mistero. La coscienza è tutto un segreto. Ma qual è il segreto della
coscienza? Il senso come causa, il sapere come causa, la verità come causa. La causa finale:
questo è il segreto, sia per la gnosi islamica sia per la gnosi ebraica sia per la gnosi cristiana.
Come per la gnosi di Aristotele.

Il mistero, o l’essere: il postulato del detto sul detto. Il mistero: il segno del discorso come
causa finale. Il domestico o il quotidiano sono i custodi del mistero.

L’alchimia è il segreto o il mistero della composizione: nessuna combinatoria, nessuna
combinazione, ma soltanto trasmutazione chimica e composizione. La metamorfosi chimica è il
processo didattico trinitario, il processo circolare. E sono sempre i tre colori. È il nodo trinitario.
Tre i colori sulla bandiera. Tre i colori nel processo trinitario alchemico, nel processo trinitario
di Goethe, nella sua dottrina dei colori.

La combinazione è questa: le cose, nel viaggio, procedono dal due secondo la dissidenza o
secondo il numero, che è singolare triale. Per ciò noi notiamo, analizzando gli scritti della gnosi
ebraica, della gnosi cristiana e, oggi, specialmente della gnosi islamica, una gamma di
antinomie. L’antinomia rientra nel mistero, richiede la sintesi, la composizione, e sta in “luogo”
dell’anfibologia, quindi in “luogo” dell’ossimoro. “In luogo” o “al posto”. Ma non è un luogo,
non è un posto, non c’è più luogo, non c’è più posto. L’anfibologia o l’ossimoro non hanno
posto, non hanno luogo. L’arma della risoluzione dell’antinomia è il libero arbitrio. Un’arma
obbligatoria. Un’arma volontaria, obbligatoria. Il libero arbitrio è l’altro nome della padronanza.
Noi leggiamo quanto scrivono i teosofi nel cosiddetto continente europeo, leggiamo i teosofi
tedeschi, i teosofi francesi, i teosofi britannici, e leggiamo quanto scrivono i teosofi islamici: è un
gigantesco spettacolo del mondo, del cosmo, senza narcisismo. Togliete il narcisismo: e avete il
mistero del soggetto. Avete l’ermetismo, la rivelazione, la mistica. Avete il principio della
volontà, cioè il principio dello standard nella sua idealità. Avete il luogo dell’autismo: il
demonismo senza oggetto, quindi l’erotizzazione dell’oggetto. E il luogo dell’automatismo:
avete l’erotizzazione del tempo, quindi senza il tempo. Avete l’autonomia. L’autonomia è tutta
edificata sull’abolizione del tempo. Sul primo versante, avete l’io diviso e i nodi di Ronald
Laing; sull’altro versante, avete il soggetto diviso, il soggetto del tempo. Avete la doppia
divisione: una divisione secondo l’algebra e una divisione secondo la geometria, sopprimendo,
idealmente, la divisione secondo l’aritmetica. Quella che viene chiamata conoscenza trascorre
fra il postulato, la posizione di qualcosa, la negatività, che si contrappone; e la “sintesi”, la
composizione. La gestione soggettiva del narcisismo è la gestione della negatività. E viene
compiuta come gestione dialettica. E ciò vale per le famiglie, per le società, per le istituzioni, per
le guerre, per la storia, per le imprese.

Ciò che noi notiamo esplorando queste dottrine, queste demonologie, queste costruzioni
fantasmatiche, è l’elusione della materia, della materialità, del materiale. Ogni sistema
materialista si fonda sull’elusione della materia. Importano il simboleggiante e il simboleggiato,
non già la materia del simbolo, non già la materia della lettera, non già la materia della cifra.
Non importa, rispetto all’economia, rispetto alla finanza, rispetto alla politica, la materia. L’uno
non è un “significante”, rispetto a cui viene postulato il “significato”. Non è un simboleggiante,
rispetto a cui viene postulato il simboleggiato. L’uno non rappresenta un soggetto per un altro
uno.

La timbratura è la materialità della luce, la materialità di ciò che, facendosi, quindi
dividendosi e piegandosi, si ode e s’intende. Arte della luce (la musica). E cultura della luce.
Michelangelo: la triplice corona, le tre ghirlande, la corona una e trina. Giorgio Vasari, nella
lettera a Cosimo de’ Medici del 14 luglio 1564, scrive: “Una impresa con tre ghirlande”. Anche il
giglio con tre fiori per le tre arti: pittura, scultura e architettura. Queste tre ghirlande, queste tre
corone, si vedono. Ma una quarta corona incombe, invisibile: è il vero disegno, il disegno ideale
per cui queste tre corone si vedono e stanno insieme. Senza il disegno ideale, non starebbero
insieme. Il disegno ideale, cioè la quarta corona, la mette Aristotele. La quarta corona che
Giorgio Vasari invoca rispetto alle tre ghirlande di Michelangelo, la dà Aristotele, per il quale il
disegno è il disegno ideale. Il disegno ideale, la divina proporzione, la simmetria universale, il
rapporto politico perfetto.

La “nebulosa” non diverrà mai sistema. Mai iconologia. La nebulosa è custode del principio
della parola. La parola: insopprimibile tanto l’afasia quanto l’alingua. Sicché niente più
organismo. Ciò che è proprio della simbologia è la significazione. Anche la gnoseologia è
semiologia.

Occorre leggere Dante anche nella sua costruzione, anche nella sua allegoria. L’allegoria: per
cui non c’è risoluzione dell’equivoco né della menzogna dell’uno diviso dall’uno né
dissipazione del malinteso. Questa è l’allegoria. Il De Trinitate di Agostino d’Ippona è uno
scritto di estremo interesse alla nostra lettura, tra le righe. Ma, nel suo discorso, è una ierofania
o una teofania: Dio come padre ovvero essere, come figlio ovvero verità, e come spirito ovvero
amore. È anche un’antropofania: l’uomo come esse, nosse, velle. Per Peirce: representamen, oggetto
e interpretante.

La trialità diviene la trinità perché viene impiantata in luogo del due, dell’apertura
intellettuale della parola.

Si è tenuto un vasto commento su Gioacchino da Fiore e su Dante Alighieri, su una base
concettuale che è quella dell’ideologia della riforma e dell’ideologia illuministico-romantica, su
una base ontologica. Dante Alighieri esamina i disegni di Gioacchino di Fiore. Ma Dante, come
Gioacchino da Fiore, non si presta solo al commento ma anche alla lettura, alla restituzione del
suo testo con la lettura alla luce dell’attuale.

La questione è questa: la speranza non procede dalla fede, ovvero non c’è più l’idea del due.
Questo postulato dell’idea del due è proprio il postulato ontologico, è il fantasma materno
eretto a postulato. L’idea del due è l’ideografia. L’idea del due è il disegno ideale, il disegno
d’origine, il disegno che si tratta sempre di ricostituire, il disegno che deve dettare la
purificazione di ogni altro disegno. Quello che fa la gnosi è teografia, ovvero ideografia. Ma sta
anche qui il contributo di Giuseppe Peano: non c’è ideografia. Non c’è ideogramma. Non c’è
l’idea del due. E nemmeno l’idea del tempo, della sua fine. Non c’è più il disegno ideale, né
rispetto al due né rispetto al tempo.

Un accenno di Gioacchino da Fiore rispetto al populus latinus diviene “nazione” con Dante
Alighieri, un accenno a una configurazione politica dell’Italia. Dante situa Gioacchino da Fiore
tra i beati. Il populus latinus, la nazione, anticipa quella che Vincenzo Gioberti chiamerà l’Italia:
una confederazione di stati indipendenti, l’ipotesi etrusca di Machiavelli.

Gioacchino da Fiore. Beatrice: (Paradiso, XXVII, 148): “E vero frutto verrà dopo ‘l fiore”. E
l’incontro di Gioacchino con Dante (Paradiso, XII, 139—‐‑141):

[...] e lucemi da lato

il calavrese abate Giovacchino

di spirito profetico dotato.

Dante, Inferno, I, 100—‐‑105:

Molti son li animali a cui s’ammoglia

e più saranno ancora, infin che ‘l Veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.


Liber figurarum. L’albero dell’umanità. Cicerone, Somnium Scipionis, nove cieli, come già
Tolomeo (90—‐‑168 d.C.) e Aristotele. Per Cicerone, come per i pitagorici, il numero 7 è nodo del
cosmo: sette, “qui numerus rerum omnium fere nodus est”. Il 7 (3+4) è assunto da Gioacchino da
Fiore per il concetto di nodalità propria al suo androgino trinitario. Il nodo. La Trinità. La terza
corona nel cielo del sole. E, sempre nel Paradiso, XIV, 76: “Oh vero sfavillar del santo Spiro!”. Il
Veltro. La nazione. L’Italia. La terza età. E la colomba. Il cocchio di Ezechiele e l’Apocalisse
secondo Giovanni: homo, vitulus, leo, aquila
. Il processo cristico e i quattro evangelisti. San
Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) scrive nel suo Collationes in Exaëmeron: “Homo fit
nascendo, / bos cruce moriendo, / leo resurgendo, / rex avium ascendendo
”.

Homo, vitulus, leo, aquila (rex avium). Il cocchio di Ezechiele nella profezia. Poi entra
nell’Apocalisse. Homo, vitulus, leo, aquila: ovvero l’incarnazione (homo), l’immolazione (vitulus),
la risurrezione (leo), e l’assunzione in cielo (aquila). La croce ha questi quattro attributi e, al
centro della croce, sta la columba.

I tre colori del nodo trinitario circolare di Gioacchino da Fiore (Liber figurarum) sono i colori
dell’Italia.


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Armando Verdiglione, "Il nodo, la corda, il filo"

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19.05.2017