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La sovranità, il silenzio, il comune, nonché l’emozione, il segreto, il concreto

Armando Verdiglione
(19.07.2016)

Di Marcel Proust, per il quale il tempo è perduto, citiamo due brani:
Seulement les excuses ne figurent point dans l’art, les intentions n’y sont pas
comptées, à tout moment l’artiste doit écouter son instinct, ce qui fait que l’art est ce
qu’il y a de plus réel, la plus austère école de la vie, et le vrai Jugement dernier. (Le
Temps retrouvé, Matinée chez la princesse de Guermantes
)

Nella stessa opera:

Si tous mes devoirs inutiles, auxquels j’était prêt à sacrifier le vrai, sortaient au bout
de quelques minutes de ma tête, l’idée de ma construction ne me quittait pas un
instant.


L’“istinto”, qui l’istinto dell’arte. Di quale arte? L’istinto: “ciò che c’è di più
reale, la più austera scuola della vita”, quindi il “giudizio ultimo”, il giudizio
universale, il giudizio finale. L’“istinto”, poi “l’idea della costruzione”.
L’idealità. L’idealità, l’istinto, ciò che c’è di più reale, la più austera scuola della
vita, il giudizio universale. L’idealità, la sua azione, la sua realizzazione, la sua
concretezza.

Questa è l’epoca: tutto è già rivelato, tutto è già visto, tutto è già fatto, preso e
ripreso. Basta scaricare. Basta stare a vedere. Anche la redenzione è già
compresa. La guerra, la storia, il terrorismo, il massacro: è già tutto fatto, è solo
da rivedere, è un film già visto, basta scaricarlo. È l’epoca. Ma ognuno può
scegliere. Ognuno vuole. Ognuno fa le sue scelte: scarica, scarica qua e scarica là
quello che più lo rende soggetto, quello che più gli assicura il controllo ideale
delle emozioni, delle passioni, dei sentimenti, il controllo spirituale del pathos
e, quindi, l’orrore, il terrore, lo spavento, sotto controllo.

Non ci sono più attori, attanti, protagonisti. Qualunque cosa il soggetto
scelga è ben scelto. Basta che scarichi, basta che si emozioni, che si appassioni,
che senta con un sentimento sincero! È già tutto preso, tutto fatto, tutto ripreso.
È preso nella ripresa. E anche lui, il soggetto, è preso. Nessuna scrittura. La
vendetta, il ricatto, il riscatto, la colpa, il debito: tutto ciò è già giunto alla
gratuità assoluta. È il colmo del debito assoluto. In questo debito assoluto, la
libertà è la necessità ontologica del soggetto.

Psicagogia, psicurgia, psicagogia mimetica, mimetismo psicurgico. Tutto da
vedere, nulla da ascoltare, nulla da intendere. Nessuna narrazione. Nessuna
scrittura. Nessuno sforzo di memoria, perché ciò che si vede è già memoria di
ciò che fu. Indifferenza verso il corpo della parola. Il corpo trasfigurato è
trasmutato. Un corpo psichico, ma, ancora di più, un corpo spirituale, ancora di
più un corpo politico. È un corpo che esprime la volontà, la volontà generale.
Qualsiasi selezione e qualsiasi elezione è già inserita in questo confronto ideale.
Sovrana è la parola originaria. La sovranità è una virtù del principio della
parola. Sovrano è il principio di contraddizione. Sovrano l’idioma. Sovrana la
struttura. Sovrana la scrittura. Sovranità: in assenza di soggetto. Se la virtù è
soggettiva, è un segno della presa, della padronanza. Allora, sovrano diventa
chi vuole, chi vuole il bene. Chi vuole il bene è insuperabile. Preminenza non
soltanto relativa, preminenza assoluta. Superiorem non recognoscens (Jean Bodin,
Les Six Livres de la République, 1576). Non è più summa potestas, summum
imperium, plenitudo potestatis
, o quell’auctoritas che, negata, viene eretta a
principio in ogni chiesa, anche nella chiesa celeste di Hegel. Sovrano, allora, chi
fa la legge che vuole, il legislatore.

La sovranità raggiunge la sua apoteosi con Jean-Jacques Rousseau. “Corps
moral et collectif
” (Contratto sociale, I, IV, 1762): il corpo morale collettivo, nel
fondamento ermetico della rivoluzione francese e del sistema di Hegel, è corpo
spirituale, corpo mistico. Un “corpo morale collettivo costituito dall’insieme dei
cittadini che formano e esprimono la volontà generale”: è questo il diritto
pubblico. Un organismo vivente, che ha bisogno del territorio in funzione dello
spazio. Lo “spazio vitale”. Lo “spazio vitale” senza la parola. Dio, il re, lo stato,
il popolo, il sovrano. Il corpo mistico, che vuole il bene, che già controlla le
emozioni, i sentimenti, le passioni.

La neutralità è, pure, virtù del principio della parola, ma, negata, viene eretta
a principio dello spirito che si realizza e si specchia. Specularità. Speculazione.
Così anche per Freud: lo psicanalista è “come una lastra di specchio” (Consigli al
medico nel trattamento psicoanalitico
, 1912).

E dove sta scritto che la sovranità appartiene al popolo? Nella costituzione!
Nella costituzione di ogni stato moderno dopo Rousseau, dopo la rivoluzione
francese, dopo Hegel, dopo Marx, dopo Lenin, dopo Mao Tse-tung, dopo Stalin.
La più bella costituzione del pianeta è la costituzione Sovietica del 1936, nota
anche come costituzione di Stalin. La costituzione è rivelata. Il corpo mistico,
spirituale, è illuminato e luminoso. La volontà di bene non sbaglia, è infallibile.
Qualunque costituzione scritta è manifestazione, dopo Rousseau, della
costituzione di origine. Perché la costituzione di Rousseau è la costituzione
naturale, la costituzione di natura, la costituzione d’origine. E che cosa dice
Platone, cosa consiglia di dire al filosofo? Ognuno deve credere di appartenere a
un corpo mistico, a una costituzione di origine, e di essere libero servendola. Il
principio della sovranità statale, nazionale, popolare, principio costituzionale,
principio della costituzione d’origine, è il principio della burocrazia, è il
principio del governo.

Jean-Jacques Rousseau:

Come la natura dà a ogni uomo un potere assoluto su tutte le membra, così il patto
sociale dà al corpo politico un potere assoluto su tutti i suoi membri. Ed è questo stesso
potere che, diretto dalla volontà generale, porta, come ho detto, il nome di sovranità.
(Contratto sociale, II, IV, I limiti del potere sovrano)

Il politico è il naturale. E il “sovrano” è colui che riesce “nel fare guidare la
forza comune dalla volontà generale”. Così, “ognuno vuole”, “l’assemblea
vuole”. Ognuno. Ma un conto è dire che ognuno è libero e un conto è dire che
ciascuno è libero. Niccolò Machiavelli scrive che ciascuno è libero. L’ideologia
della riforma e l’ideologia illuministico-romantica dicono che ognuno è libero,
cioè ognuno è obbligato. E la nostra epoca realizza questa idealità.

Se il corpo sociale è sovrano, il diritto di ciascuno è contrattualmente, ovvero
convenzionalmente, ceduto, inesorabilmente ceduto. La sovranità è esercitata
dal corpo sociale, totalmente, collettivamente, direttamente esprimendo la
propria volontà contro ogni egoismo, contro ogni particolarismo, contro ogni
individualismo, contro ogni intellettualismo. La volontà generale, esercitandosi
sovranamente, deve controllare l’economia politica: e Rousseau intende per
economia politica l’amministrazione pubblica.

Il titolo di proprietà è convenzionale, non è naturale. La proprietà privata
non è inviolabile. Rousseau scrive: “Chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà
generale sarà costretto da tutto il corpo”, cioè da tutto il corpo sociale, “ciò non
significa altro se non che lo si forzerà a essere libero” (Contratto sociale, I, 7).
“[…] l’egalité disparut, la propriété s’introduisit” (Discorso sull’origine e i
fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini
, II, 1754). Ma, nel Discorso sull’economia
politica
(pubblicato per la prima volta, nel 1755, come voce L’economia politica
dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert), scrive:

Il est certain que le droit de propriété est le plus sacré de tous les droits des citoyens,
et plus important, à certains égards, que la liberté même.


Il diritto di proprietà è sacro, ma non è naturale.

È in questa crudele alternativa tra lasciar perire lo stato o attaccare il diritto sacro
della proprietà, che ne è il sostegno, che consiste la difficoltà di una giusta e saggia
economia.


Lo spiegherà, poi, Hegel, rivendicando allo stato il monopolio della violenza:
“Le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda” (La
costituzione della Germania
, 1802): questa espressione di Hegel anticipa quella,
pure grottesca e anfibologica, di Mao Tse-tung “La rivoluzione non è un pranzo
di gala”. Ancora Rousseau:

Le droit que chaque particulier a sur son propre fonds est toujours subordonné au
droit que la communauté a sur tous. (Contratto sociale, I, 9)


Il diritto di proprietà è subordinato al diritto comunitario, al diritto pubblico,
per cui per il privato tutto è vietato, a meno che non sia concesso dal diritto
pubblico.

Essendo tutti i diritti civili fondati su quello di proprietà, qualora quest’ultimo sia
abolito nessun altro può sussistere. (Discorso sull’economia politica)


È questa l’idealità politica collettivista: “Le droit de propriété n’étant que de
convention et d’institution humaine” (Discorso sull’origine e i fondamenti
dell’ineguaglianza tra gli uomini
). Il diritto di proprietà non è un diritto d’origine.
Un brano dell’articolo L’economia politica di Rousseau viene citato da Karl
Marx nel Capitale:

Resumons en quatre mots le pacte sociale des deux états [quello dei ricchi e quello
dei poveri]. Vous avez besoin de moi, car je suis riche et vous êtes pauvre; faisons donc
un accord entre nous: je permettrai que vous ayez l’honneur de me servir, à condition
que vous me donnerez le peu qui vous reste, pour la peine que je prendrai de vous
commander.


Organismo, rapporto politico, amministrazione pubblica, politica fiscale.
“[…] rendez les échanges peu necessaires […] faites que chacun se suffise à luimême
autant qu’il se peut” (Fragments politiques, VIII, 5). Contro il commercio,
contro le arti, contro il lusso, perché tutto ciò è il segno dell’ineguaglianza.
Tutto ciò deve essere limitatissimo, ridottissimo. L’uomo di natura non è “un
sauvage à réléguer dans les déserts; ce sera un sauvage fait pour habiter les
villes” (Emile).

Tentons sur quelque partie de l’art de gouverner ce qu’il serait à désirer qu’on fit
dans toutes les sciences, détruisons tout ce qui est fait, c’est maintenant ce qu’il y a de
mieux à faire, car pour donner une règle conforme aux actions des hommes il faut
premièrement bien régler les rapports divers qu’ils doivent avoir entr’eux. (Fragments
politiques
, II, 15)


Ciò che importa è il rapporto politico. È l’esaltazione della libertà egualitaria.
La libertà egualitaria di tutti. “Regnare è obbedire [...] chiunque è padrone non
può essere libero” (Lettres écrites de la montagne, VIII, 1764). È così che “[…] un
popolo è un popolo indipendentemente dal suo capo” (Manoscritto di Ginevra, I,
5, 1744) e “[…] un popolo è un popolo prima di darsi un re” (Contratto sociale, I,
5). Composizione egualitaria della specie umana. Società frugale. Dove “chacun
peut avec son travail amasser aisément tout ce qu’il lui en faut pour son
entretien” (Fragments politiques, VII, 2). Ognuno deve bastare a se stesso. Contro
il lusso e la magnificenza. Disprezzo del commercio, delle arti, del denaro: sono
tutti segni di depravazione.

Anche Montesquieu (De l’esprit des lois, 1748) è sorretto dallo spirito
dell’uguaglianza contro il lusso. Cosa di cui bisogna assolutamente tenere conto
per l’amministrazione delle donne.

Ancora Rousseau, nel Contratto sociale, I, 7:
Affinché questo patto non sia un vano formulario esso racchiude tacitamente questo
impegno, che solo può dare forza agli altri: che chiunque rifiuterà di obbedire alla
volontà generale sarà costretto con tutto il suo corpo. Ciò non significa altro se non che
sarà forzato a essere libero: infatti, tale è la condizione che, dando ogni cittadino alla
patria, lo garantisce da ogni dipendenza personale, condizione che fa l’artificio e il
gioco della macchina politica e che sola rende legittimi gli impegni civili, i quali, senza
ciò, sarebbero assurdi, tirannici e soggetti ai più enormi abusi.


La libertà è il vincolo di osservanza. La libertà è il segno dell’equazione
ontologica. Ancora Rousseau: non è che ognuno debba dire “accetto” o “non
accetto”. La sua accettazione è tacita. Il suo impegno è tacito. Il suo obbligo è
tacito. Questo è il segreto. Ogni rivelazione ha il suo segreto. Ogni procedura
illuminata ha il suo segreto.

Montesquieu, De l’esprit des lois, XXVIII, cap. 34:

L’uso della scrittura ferma le idee e può fare stabilire il segreto; ma, quando tale uso
non c’è affatto, soltanto la pubblicità della procedura può fissare quelle stesse idee. […]
le procedure diverranno dunque segrete quando non c’è più pegno di battaglia.


Il segreto. L’accettazione tacita. La mentalità. La società Uroboro. Il silenzio
viene negato dal segreto. E il segreto è la garanzia del concreto.

Il silenzio: istanza dell’Altro, proprietà del racconto, proprietà poetica,
proprietà industriale. Ma, nella mitologia, i mali, usciti dal vaso, sono
“silenziosi”, senza voce. Quindi, l’umanità, proprio perché è penetrata dal
silenzio di questi mali, è mortale. Teti sposa Peleo, che è mortale. Nasce Achille.
Teti vuole renderlo immortale, vuole “battezzarlo”. Lo immerge nel fiume Stige.
Lo prende per il tallone: Achille è del tutto immerso, tranne il tallone. E Paride,
a Troia, approfitta: lancia la freccia proprio nel tallone.

L’abolizione del silenzio rende la comunicazione per contagio, per telepatia,
per plagio, per infezione. La comunicazione demoniaca deve purificarsi, deve
diventare comunicazione spirituale. Deve diventare luogocomunicazione. Deve
diventare la comunicazione rumorosa, litigiosa, la comunicazione dei
“trombetti”. Leonardo: “il rumore perpetuo”, “l’eterno gridore”, quando le cose
non procedono secondo l’aritmetica. La voce nella sua solitudine e nella sua
singolarità è condizione del silenzio. Il resto è adiacenza, Altro.

Serafino Gubbio (Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1916)
ha ancora una mano per operare in modo automatico, meccanico: una mano
robotica. Ma lo spettatore della nostra epoca – perché il soggetto della nostra
epoca è soltanto spettatore, mai attore – è spettatore di uno spettacolo
prestabilito.

Il silenzio. La sua condizione. Il silenzio, nell’intervallo. Togliendo,
idealmente, il silenzio dall’intervallo, l’intervallo si spazializza. Così il tempo.
Così il fare. Così la città. Così l’impresa. L’intervallo si spiritualizza, perché la
voce viene, idealmente, abolita. Serafino Gubbio è senza la voce, senza la
parola. E così lo spettatore. Prendete la famiglia: chi parla più? Ognuno è
spettatore. L’informazione è la spettacolarizzazione, è l’informazione
spettacolare, è una ripresa.

Il silenzio. Il “muro del suono”. Il silenzio: la corda e il filo. Il silenzio:
proprietà della funzione di Altro e della variante. Il silenzio non è tacere.
L’abolizione del silenzio è l’accettazione tacita. Il principio di abolizione del
silenzio è il principio di neutralità, principio della riserva mentale, principio del
“muro del silenzio”, cioè contro il silenzio. Del muro contro l’intendimento,
contro l’ascolto. Del muro contro l’Altro. Principio del “muro mentale”.

Principio della riserva mentale. Ognuno è libero di dire tutto quello che vuole,
tutto quello che gli passa per la testa: cioè ognuno rimane spettatore, rimane
soggetto, si conferma come soggetto, si specularizza.
Il principio di neutralità e d’indifferenza è il principio di omertà, principio
del tribunale di Osiride, principio dell’alternativa bene-male, principio del
segreto. Bene-male stanno dinanzi: da qui, il segreto. La rivelazione è la
rivelazione dell’alternativa bene-male. La rivelazione è funzionale alla
conoscenza. La rivelazione: in tutta la sua trasparenza, cioè in tutto il suo
segreto. Il segreto, senza più il tempo, senza più l’Altro, senza più la differenza,
senza più la varietà. Segreto di mamma, segreto di morte, segreto di stato,
segreto di azienda. O segreto di Apollo, segreto di Dioniso, segreto di Odisseo.
E, nella caricatura, segreto di Arlecchino, segreto di Pulcinella, segreto di
Pinocchio.

Il principio d’intolleranza è il principio di accettabilità, principio del segreto,
principio sociale, principio del corpo sociale, principio convenzionale. Società,
organismo vivente, corpo spirituale, società psicofarmacologica. Segreto di
stato, diritto di stato, ragione di stato. La rivelazione e la visione rilasciano il
segreto. Così per ogni ermetismo. Per l’ermetismo della gnosi nelle differenti e
varie mitologie.

È segreto ciò che è rivelato e visto. Lo spettatore si trova dinanzi il segreto:
ciò che è già rivelato, ciò che è già visto. Il segreto: il fatto. Nulla da fare. Il fatto,
nella sua immanenza e nella sua trascendenza. Il fatto nella sua profondità. Il
segreto è il segno dell’algebra e della geometria del tempo e del fare.
Il segreto: il vero sul vero, il nascondimento, la verità come causa finale. Il
principio del segreto è il principio del monopolio sull’influenza, principio della
luogocomunicazione, principio del concreto, principio sociale, principio della
società Uroboro, principio della comunità Uroboro. Il soggetto basta che
scarichi: scarica la sottomissione. Il visibile è fatto apposta per preservare
l’invisibile: sta qui il suo segreto. E sta qui la concretezza dello spettacolo.
Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Diderot, D’Alembert, insieme con Proclo,
Paracelso, Jacob Böhme e altri costituiscono la base della costruzione hegeliana,
cioè la base di ogni regime del ventesimo secolo e oltre.

Gioacchino da Fiore (1130-1202) non era ermetico. Ignorava gli scritti
ermetici. Gioacchino da Fiore era razionalista, teorico, fondatore del
razionalismo spiritualista. I tre stati. Poi, i suoi allievi li chiamano “regni”. Lui
dice “stati” o “età”. Gioacchino era arrivato anche a stabilire la scadenza del
terzo stato: lo stato dello spirito. Stato, in cui sarebbe stata inaugurata, ormai, la
vera comunità. Per lui, è la comunità dei monaci. È il monaco l’uomo
pneumatico. Lo spirito dell’uomo s’incarna nel monaco. Lo spirito dell’uomo
s’incarna nel filosofo. Gioacchino da Fiore attende, annuncia, profetizza. Per
Hegel, è già tutto avvenuto, come per la nostra epoca: basta rendersi conto,
conoscere, lasciarsi prendere. Lo spirito del filosofo è lo spirito della nuova
comunità, che, per Hegel, è la comunità dei fedeli. Per altri, è la comunità dei
santi. Per altri ancora, è la comunità dei dannati. Per altri ancora, è la comunità
penitenziaria, la comunità dei penitenti. Per altri ancora, è la comunità dei folli.
Ogni comunità ha il suo spirito, ogni comunità ha il suo segreto, ogni
comunità è spirituale.

Voltaire (Lettres philosophiques, 1734) ha individuato due istinti segreti,
l’istinto di vita e l’istinto di morte:

Les hommes ont un instinct secret qui les porte à chercher le divertissement et
l’occupation au dehors, qui vient du ressentiment de leur misère continuelle; et ils ont
un autre instinct secret qui reste de la grandeur de leur première nature, qui leur fait
connaître que le bonheur n’est en effet que dans le repos.
Cet instinct secret étant le premier principe et le fondement nécessaire de la société,
il vient plutôt de la bonté de Dieu, et il est plutôt l’instrument de notre bonheur qu’il
n’est l’instrument de notre misère. Je ne sais pas ce que nos premiers pères faisaient
dans le paradis terrestre; mais, si chacun d’eux n’avait pensé qu’à soi, l’existence du
genre humain était bien hasardée.


In breve, tutta la questione è la drammaturgia di una tragedia collettiva.
“Risentimento”, rancore e, allora, “divertimento”, “occupazione fuori”.
L’“istinto segreto” porta gli umani al loro stato di natura, al loro stato di origine.
E com’è il loro stato di origine? Stato di riposo.

Occorre leggere come viene immaginato, creduto, rappresentato, pensato il
paradiso, non soltanto come viene immaginato, pensato, creduto, concepito
l’inferno.

Leggete il Liber Scalae (il Libro della Scala, sorto dalla narrazione, diffusa
nella tradizione islamica, dell’ascesa al cielo di Maometto), fatto tradurre, nel
1260, dal re Alfonso X di Castiglia, presso cui, per conto di Firenze, si era recato
Brunetto Latini, maestro di Dante. Da questa versione in castigliano, oggi
perduta, il notaio Bonaventura da Siena, per conto del re, aveva fatto, nel 1264,
una versione latina e una francese, che sono quelle giunte a noi. Il Liber Scalae
offre un certo materiale, che voi trovate nella Divina Commedia.

Verificate quanta attenzione ha posto Alberto Magno, il maestro di Tommaso
d’Aquino, agli scritti arabi e come Tommaso si ritenga debitore della filosofia
araba. Sempre inferno, paradiso, purgatorio: Maometto ha impregnato il
secondo millennio. Il Libro della Scala. Le rivelazioni di Maometto. La
descrizione delle azioni di Maometto. Viene rapito, va, poi torna. Non può
raccontare prove.

Ma, nella Commedia, trovate pure un altro Liber: il Liber figurarum di
Gioacchino da Fiore. Hegel lo travisa, perché tra Gioacchino da Fiore e Hegel
corre tutto lo sciame ermetico, che abolisce il rinascimento. Hegel non intende
nulla di Machiavelli.

Gioacchino da Fiore: Il libro delle figure. E che figure sono? I tre stati, i tre
anelli, quello che oggi passa come nodo borromeo. Com’è stato utilizzato il
nodo borromeo – e anche altre figure, anche l’albero – dall’ermetismo, dalla
gnosi dell’ideologia protestante e dall’ideologia illuministico-romantica? Cosa
diventa, con Hegel, il nodo borromeo? Diventa fondamentale, diventa sistema,
diventa topologia, diventa sistema algebrico. Così il “triangolo dei triangoli”,
Hegel.

L’istinto segreto di Voltaire è l’istinto che riporta ognuno al suo stato di
natura. Istinto naturale. Istinto segreto. Questo è il segreto! L’innatismo e il
naturalismo! Il segreto di Chomsky. Il segreto della competenza. Il segreto della
grammatica generativa e trasformazionale. Il segreto della grammatica di Port-
Royal. Il segreto del Circolo di Vienna. Il segreto della Scuola di Francoforte. La
dottrina ermetica è dottrina politica.

Il concreto. “Lo spirito è tale nel senso più concreto. L’essere assoluto o
altissimo appartiene a esso” (Hegel, Lezioni sulla filosofia della religione,
pubblicate postume nel 1832, dagli appunti dei suoi studenti). Lo stato è
l’universale concreto. Concreto lo stato. Concreta deve essere la politica.
Concreta la dialettica. Concreto il fatto, concreto il metalinguaggio, concreto lo
spirito, quindi concreto il discorso come causa. Concreta è la realizzazione
dell’idea. Concreta è la definizione ontologica. Concreto è il segreto, perché
salvifico. L’uomo concreto è l’uomo pneumatico.

La nostra epoca ha abolito il pubblico, l’indice dell’infinito attuale. Non ha
bisogno del pubblico. Non ha bisogno nemmeno delle masse, delle folle: ha gli
spettatori. La procedura elettorale viene gestita sotto il segno del già visto e del
controllo delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni. Lo spettatore,
liberamente, vota. “Liberamente” sempre nello spettacolo, sempre come
spettatore, sempre come soggetto. È abolito l’infinito attuale.

Hegel: “Il vero è il concreto”. Il concreto è lo standard ideale. Il concreto è ciò
che corrisponde perfettamente al canone. La concrezione è necessaria
all’androgino. La società concreta, l’economia concreta, la finanza concreta.
L’economia e la finanza sono concrete se seguono l’istanza di chiusura, se
procedono dalla chiusura ontologica. Ciò che è ontologicamente necessario è
concreto. Il concreto: lo speculare, la corrispondenza, il conformismo. Il concreto
attualizza anche l’idea morale per Hegel. Egli chiama lo stato “la bella totalità”.
Concreto è il potere dello spirito, il potere magico. Concreto è il potere
finanziario. Concreto è il potere militare. Concreto è tutto ciò che è puro, tutto
ciò che serve alla purificazione, tutto ciò che servirà, in definitiva, all’equazione
ontologica.

Il principio egualitario, per gli enciclopedisti, era il principio distributivo.

Hegel: “Il diritto realizza la libertà dello stato”. Marx, come Rousseau: “Il diritto
antepone il bene comune al capriccio dell’individuo”. Anche Hans Kelsen, con
la sua sistematica normativa, con il suo nómos basileús, con il suo formalismo
sostanziale.

Sicché, in questo panorama, Hitler trae la conclusione. È un uomo concreto:
l’ordine sociale deve prevalere contro ogni diritto. Solo per Hitler? Ancora
Hegel: “Il popolo dominante detiene il diritto assoluto, mentre il diritto è
estraneo agli altri popoli”, quelli dominati.

Il principio genealogico, principio del terzo escluso, è il principio della
moratoria. Abolite, idealmente, la sovranità: avete la moratoria. Il principio
della moratoria è il principio di non contraddizione, il principio d’identità, il
principio del terzo escluso, principio fatalista, principio del nome del nome,
principio ontologico, principio del riferimento al libro, al nome del nome,
all’essere.

La moratoria: la speranza sociale e politica, l’attesa sociale e politica, la
promessa sociale e politica. Il tribunale della moratoria. La bilancia della
moratoria. Il principio della moratoria è, ancora una volta, il principio della
delega. Il principio della delega è il principio dello spettatore: principio del
controllo delle emozioni, dei sentimenti, delle passioni. Il sogno di Platone si
realizza oggi, nella nostra epoca: il controllo spirituale delle emozioni, dei
sentimenti, delle passioni. E bisogna scendere nell’inferno delle emozioni, dei
sentimenti e delle passioni per un’esigenza penitenziaria, per la purificazione. E
ogni spettatore cerca ciò che più possa suscitare il brivido. Fino a che punto può
spingersi? Qual è il fondo? Riesce a toccare l’abisso?

Il principio della moratoria è principio della delega, principio dell’emotività,
principio dell’infinito potenziale, principio della patologia. Il principio della
moratoria è il principio psicoimmunologico, psicofarmacologico.

La moratoria è l’obbligo sociale e politico. È l’altro nome della
predestinazione. Io devo ciò che voglio e voglio ciò che mi emoziona, ciò che mi
commuove, ciò che mi attrae, ciò che mi porta a specchiarmi, ciò che comporta il
mimetismo. Pensarsi, sentirsi, emozionarsi, commuoversi, sentirsi bene, sentirsi
male: la libertà è necessità ontologica.

L’emozione, tanto esaltata dall’epoca, per tutti gli spettatori, per tutti i
soggetti, è il segno dello spirito, segno demonologico. L’idea di padronanza è
l’idea dello spettatore: l’orrore, il terrore, lo spavento, l’emozione, il sentimento,
il pathos, lo stupore. Emozioni, sentimenti, passioni “forti”, cioè emozioni,
sentimenti, passioni senza la “forza”, senza la “pulsione”. Per ciò “forti”. “Poteri
forti”. Senza la forza intellettuale.

Emozione, anziché lutto (dolus). Sentimento, anziché dolore (dolor). E pathos,
anziché intuizione.

“Io scarico, dunque sono”. “Sto male, sto bene, dunque sono”. L’esistenza è
la rappresentazione emotiva, sentimentale, passionale, la rappresentazione
penitenziaria.

Epoca improntata alla pedagogia universale, alla creazione e al controllo
delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni. Alla clinica patologica. E le
professioni e le confessioni si esercitano in questa clinica patologica. L’utensile
della luogocomunicazione è l’utensile della “pietra filosofale”, l’utensile
dell’androgino. Come la bilancia, il bilancio è ideale, bilancio della
standardizzazione, bilancio della robotizzazione, bilancio del purismo. La
spettacolarizzazione è antropomorfizzazione. L’epoca prospetta la vita come
studium, come “cruccio” spirituale.

Il principio di autorità è principio falloforico. La falloforia si esercita nel
controllo spirituale. Il naturalismo è questo: niente autenticità, niente auctoritas,
ma i segni della penitenza, che sono l’emotività, la sentimentalità, la
passionalità, la pazienza.

Lo spettatore è chi si fa vittima e merce per un fantasma di padronanza. Così,
raggiunge l’autocoscienza. Lo spettatore è autocosciente. È soggetto a un potere
magico e ipnotico. Il potere dell’epoca è un potere magico e ipnotico. Il più
autocosciente è il più stupido, cioè il più stupito, il più rispettoso. È il soggetto
della nostra epoca. Soggetto della società spirituale, della società civile che è
società politica, che è società memoriale, che si fonda sulla memoria della
memoria, sulla negazione della memoria. Società contemporanea, ovvero
sincronica, senza il tempo, fondata sull’intesa senza sovranità.


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Armando Verdiglione, "La sovranità, il silenzio, il comune, nonché l’emozione, il segreto, il concreto"


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26.04.2017