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L’estrazione della pietra del nazismo

Giancarlo Calciolari
(24.06.2016)

Hieronymus Bosch dipinge “L’estrazione della pietra della follia” nel 1475. Nello stesso anno la piccola comunità ebraica di Trento è uccisa: uomini, donne e bambini. L’accusa era di infanticidio, di omicidio rituale, ovvero di reiterazione dell’uccisione del figlio di dio; e nei secoli questa accusa si è rivelata infondata. Il Concilio Vaticano II toglie la santità all’infante Simonino, il cui caso rimane quello di un assassinio ignoto. Il principe vescovo di Trento, Giovanni Hinderbach, intasca il patrimonio degli ebrei che praticavano il prestito usuraio. E deve ancora nascere Lutero, che nel suo decalogo sprona la spoliazione dei beni degli ebrei e altre nefandezze. L’esegesi del caso (san) Simonino non è terminata: ci sono affermazionisti e negazionisti, tutta la gamma della dotta ignoranza, quella che affolla l’opera di Bosch. Il curante, il ciarlatano, ha per cappello un imbuto, e estrae un fiore dal cervello del popolano, il “bassotto castrato”, il cane sociale e politico. Oltre al ciarlatano ci sono altri due “alti castrati”, un monaco e una suora. La dotta ignoranza è inscenata dal pittore nella suora, il cui capo sostiene un libro, che sfida le leggi di gravità, fuori com’è dal baricentro. In effetti sembra tutto fuori dal baricentro, dall’opera di Bosch all’operato del principe vescovo. Dalla teologia politica olandese a quella tridentina.


L’opera di Hieronymus Bosch (nome d’arte) riprende una storiella popolare, secondo cui uno stolto si fa convincere da un imbonitore a farsi togliere dalla testa il male, la “pietra della follia”, ovvero la stoltezza, e così facendo si è già tolto la borsa e anche la vita. Ciò è chiarito dall’iscrizione che, con eleganti arabeschi, corre attorno al tondo: "Meester snyt die Keye ras / Myne name is lubbert das", cioè "Maestro cava fuori le pietre, il mio nome è ’bassotto castrato’". Il nome è un sinonimo di sempliciotto, zimbello, quindi della persona che si fa ingannare.

Al raggiro del “maestro” laico, che sta tagliando con un bisturi la fronte dell’uomo per estrarne un fiorellino, assistono senza intervenire due religiosi, un monaco e una suora, uno con un boccale argenteo in mano, l’altra con un libro sulla testa. Lo sguardo dello stolto è l’unico che per decisione di Bosch guarda lo spettatore virtuale del quadro. La beffa innaturale di Hieronymus Bosch rimane da leggere. Nell’altra scena tridentina, che nessuna “ghezera chavà”, una delle regole interpretative del Midrash, potrà giustificare, l’imbuto del ciarlatano è il copricapo del principe vescovo. L’argenteo del boccale del monaco “altotto” è il principio del prelievo fiscale forzato, spinto sino a quello del cervello del “bassotto” castrato. Certamente, varrebbe un libro, gli attori di questa scena sono tutti castrati e dio è morto. Per esagerazione si può dire che l’unico non castrato sia Bosch. Il libro sul capo della suora, in tutta la sua instabilità, è il presunto sapere della dotta ignoranza, lo stesso che attualmente si esercita a estrarre la presunta santità nel caso del bambino trucidato la Pasqua del 1475.

Il motivo del raggiro degli sciocchi non è solo è un tema caro nell’opera di Bosch, lo si ritrova anche come analisi della pubblicità in Martin Heidegger. E l’ingannatore quanto l’ingannato, rei della stupidaggine, sono un unico animale circolare anfibologico fantastico, totemico e tabuico. In questa opera, il chirurgo intento all’estrazione indossa un copricapo a forma di imbuto simbolo di stupidità, qui usato come pesante critica mossa contro chi crede di sapere ma che, alla fine, è più ignorante di colui che deve curare dalla «follia». L’impianto della castrazione, alta e bassa, è l’impianto del regno cinico, canino, animale, ossia sociale e politico. È il sistema in Aristotele. E dell’animale razionale, Bosch esplora l’irrazionalità, senza farne una coppia dicotomica con la razionalità. È anche il primato del fallo in Freud e Lacan.

Una parte universitaria del raggiro degli sciocchi gestisce oggi il dibattito sul caso Martin Heidegger, non il caso intellettuale ma il caso umano del filosofo nazista. E questa è un’altra “ghezera chavà”, ossia un caso di estrazione della pietra del nazismo dal primo post filosofo della storia impossibile della filosofia. Ovvero prima ancora di leggere e di restituire in altra qualità il testo del filosofo di Essere e tempo, ossia di un libro mancato, come la tarte Tatin è un dolce mancato, prendiamo in considerazione l’ipotesi abduttiva dell’estrazione della pietra del nazismo, che pare la stessa scena dell’estrazione della pietra della follia. Gli stolti bassotti castrati chiedono l’estrazione della pietra del nazismo dall’opera e dalla vita del più grande filosofo del novecento. La sua opera non è letta, ancor meno dai suoi presunti lettori: sono tutti come la suora, anche nel caso abbiano in testa l’opera quasi completa del filosofo, il sapere del testo sacrale è squilibrato. L’opinione comune lascia che i maestri estraggano la pietra del nazismo dallo stolto Heidegger, fatto a immagine e somiglianza di ogni bassotto castrato, che può compiere il giro della morte e ritrovarsi “altotto” castrato.

Non hanno torto gli schiavi a prendere come stolto il maestro; e hanno gli stessi occhi stupiti dello stolto dell’opera di Bosch, che non intende nulla dell’estrazione della pietra. Per altro l’estrazione della pietra del nazismo corrisponde in alcuni casi alla sua introduzione. L’estrazione della pietra del nazismo è puramente universitaria, altotto castrata, cinica, che non risparmia i suoi colpi, in tutto lo splendore di boccali argentei, di “posti” nel sistema. Alcuni universitari potrebbero non essere così puri, non avere la cattedra, essere assegnisti, precari non meglio identificati, nonostante le raccomandazioni, tra cannibalismo e autocannibalismo. Morto Heidegger, dopo dio, Marx e Freud, gli heideggeriani e gli antiheideggeriani – tra bulimia e anoressia – proseguono nel pasto totemico del corpo del filosofo morto, che come insegna Freud non era mai stato così forte da vivo. Il tritacarne della storia non si è fermato a Auchwitz. La programmazione industriale delle morti è solo più soft: nel flusso delle immagini di guerra tutti sparano nel vuoto e il nemico è al di là del deserto dei tartari. Martin Heidegger è stato accusato anche di aver annotato che il dominio della tecnica dopo la Shoah continua a funzionare a pieno regime, tale è il quarto Reich.

Quanto all’opera di Martin Heidegger, lo stesso autore ha affermato che ci vorranno almeno cento anni per cominciare a leggerla. Gli universitari, ossia gli archivisti, come lo furono i monaci nel medioevo, avrebbero molto lavoro da fare: Martin Heidegger e Eraclito, Martin Heidegger e Platone, Martin Heidegger e Aristotele, Martin Heidegger e Jacob Böhme, Martin Heidegger e Lutero, Martin Heidegger e Duns Scoto, Martin Heidegger e Agostino, Martin Heidegger e Kant, Martin Heidegger e Hegel… e per i più eruditi Martin Heidegger e Freud, Martin Heidegger e Lacan, Martin Heidegger e Jacob Taubes, Martin Heidegger e Carl Schmitt… E poi chi vuole, chi sa, chi deve, può affrontare i trattori e i detrattori di Heidegger.

In Heidegger, come in Platone con la caverna e in Aristotele con il sistema, la questione è chiusa, nonostante la Lichtung, la radura, l’aperto. Il tempo è finito. L’altro è negato, il terzo è escluso. Lo zero non c’era a Atene e neanche nelle nuove Atene del mondo, gli atenei.

A che cosa serve l’estrazione della pietra del nazismo dal cervello di Heidegger? A mantenere ignoranti i dotti attrattori e detrattori di Heidegger, ossia a tenerli per mano del pastore dell’essere, restando tra lupi e agnelli, tra capre e caproni, tra capi premiati e capri espiatori, tra pecorelle private e pecorelle pubbliche. Greggi o egregi. Senza aver letto nulla del nazional-socialismo, del fascismo, dello stalinismo e della forma di potere odierno che non ha ancora trovato il suo nome. In altri termini, l’estrazione della pietra del nazismo porta a sopravvivere in una linguistica post-nazista, la lingua del quartus imperii, che è anche quella degli appositori e degli oppositori di Heidegger.

Quello che conta non sono i 14 passi del presunto antisemitismo dei taccuini di Martin Heidegger e nemmeno le poche e interessanti analisi “cliniche” di alcune questioni affrontare dal filosofo, ma che per più di mille e duecento pagine non ci sia una questione intellettuale nei taccuini. È pressoché impossibile intendere oggi che la questione dell’essere è una questione inintellettuale. E già in Eraclito. Comunque una collera esagerata per tutto ciò potrebbe spingere qualcuno a lamentarsi di non trovare nei libri zeroficati degli allievi di Heidegger 14 passi di presunto antisemitismo come costo per qualche annotazione interessante. Invece non ce n’è traccia. Non è che cambi poi troppo il panorama con gli allievi di Freud e di Lacan.


La “ghezera chava” è quella regola di interpretazione del midrash che riscontrando la stessa parola in due contesti linguistici differenti indaga come se si trattasse della medesima questione. E il midrash è uno dei quattro modi di leggere la Torah. Le prime lettere dei quattro modi di esegesi della bibbia ebraica costituiscono l’acronimo Pardès, tradotto in italiano con paradiso…


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19.05.2017