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La memoria, il palinsesto, il fallo

Armando Verdiglione
(6.06.2016)

La memoria procede dalla traccia, dal futuro, dal modo dell’apertura, dalla
speranza inassumibile, dalla speranza senza soggetto. La memoria è in atto. La
memoria non ha come riferimento il libro, non ha come riferimento la
rivelazione. La memoria è l’esperienza.

La memoria è tradizione e tradimento. Come tradizione, la memoria si
consegna, la memoria come formazione, come cultura, come percorso: quella che
i greci chiamavano macchina, ovvero invenzione. La tradizione è invenzione.
Sulla negazione della tradizione si fonda il principio tradizionalista. In nome
della tradizione viene, idealmente, evitata l’invenzione, come nell’islam, come in
ogni cerimoniale che, togliendo idealmente l’esperienza, deve sottoporre ciò che
sta dinanzi al riferimento all’essere, al libro, alla rivelazione. E la memoria come
tradimento non è la memoria che venga tradita: sarebbe ancora l’idea di male
nell’esperienza. L’esperienza affrontata con l’idea di male o con l’idea di bene,
con l’idea di bene-male, con l’idea di un’alternativa bene-male è la memoria che,
da Platone a Avicenna, a Martin Heidegger, a ogni pratica psicologica, si chiama
psicoterapia. La memoria come tradimento è la memoria che si tradisce, la
memoria che s’insegna, la memoria come insegnamento, come arte, come gioco,
come cammino.

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Opera di Hiko Yoshitaka

La memoria ha tre registri. Il registro della legge, con il bordo e la funzione: la
funzione di zero e l’uno come variante. La legge è il compimento della scrittura
della ricerca chiamata sintassi. Il registro dell’etica, la quale è compimento della
scrittura della ricerca chiamata frase: frase è la struttura in cui l’uno è funzione e
lo zero è variante. Il registro della clinica, la quale è compimento della scrittura
della struttura chiamata pragma, la struttura dell’Altro, il fare, l’industria.
L’impresa è proprietà della struttura dell’Altro.

La memoria è l’esperienza. In nessun discorso come tale, come causa, in
nessuna mitologia la memoria è esperienza, tranne che con Leonardo da Vinci,
con Niccolò Machiavelli e con Ludovico Ariosto. Con Leonardo Da Vinci
abbiamo indicato il palinsesto d’Europa. Con Niccolò Machiavelli abbiamo
indicato il palinsesto d’Italia. E con Ludovico Ariosto abbiamo indicato il
palinsesto da cui nasce la telecomunicazione, ovvero la comunicazione nella sua
lontananza. La parola stessa è nella sua lontananza. Nessuna presa sulla parola.
Nessuna presa sulla comunicazione. Nessuna padronanza sulla comunicazione.
La registrazione è la memoria nel suo processo di scrittura. Sta qui il compito
della redazione: che la memoria si scriva. La memoria, lungo il suo processo
narrativo, scritturale, si valorizza, si qualifica, si capitalizza. La scrittura:
l’impressione. L’impressione della memoria. Ma tutto ciò che è proprietà della
struttura viene considerato come male da ogni mitologia. Lo sbaglio di conto,
l’imbroglio linguistico proprio della frase e il malinteso sono considerati come
negatività, come male. E questa idea di bene e di male impedisce l’impressione,
cioè la scrittura.

Nulla procede “a memoria”. Nessuna memoria della memoria. Nessun
principio mnemonico, nessun principio di reminiscenza, nessun principio né
mnestico né anamnestico. Ancora, nel discorso medico, il significante che viene
dato di primo acchito è “anamnesi”: ancora, una memoria che non sia in atto.
Anamnesi è la lettura che l’islam deve dare del libro rivelato. Ancora memoria di
qualcosa: questa è l’anamnesi.

Nessuna genealogia della memoria. Nessun principio di memoria selettiva,
che è il principio del terzo escluso. Nessun principio di memoria elettiva, che è il
principio d’identità. La memoria che s’insegna e che si consegna è la memoria
che si scrive. La restituzione avviene attraverso la lettura. I sentieri e i bordi della
memoria dimorano nel labirinto. Quindi, anche il debordamento. La corda e il
filo della memoria sono la corda e il filo del tempo nel giardino. Da qui, una
biblioteca della ricerca e una biblioteca dell’impresa.

La biblioteca della ricerca è la biblioteca del labirinto, la biblioteca di Babele, e
riguarda il libro, ovvero ciò che della memoria si scrive attraverso l’altra lingua.
La biblioteca del giardino, la biblioteca della Pentecoste, riguarda il libro, ovvero
ciò che della memoria si scrive attraverso la lingua altra, la lingua diplomatica,
quella che Machiavelli inaugura. Ma la memoria e la scrittura non procedono
senza il dispositivo intellettuale, il dispositivo precipuo della parola. Né senza la
condizione della struttura e del dispositivo. La condizione della memoria e del
dispositivo: il punto e il contrappunto nel loro intervento. Ma, il dispositivo,
chiunque ne parli o ne scriva, lo indica provvisto di soggetto: dispositivo
spirituale, dispositivo animistico e non già dispositivo intellettuale, non già
dispositivo senza soggetto. Il dispositivo provvisto di soggetto è il dispositivo
conformista, il dispositivo gnostico, il dispositivo illuministico-romantico. La
memoria si scrive. L’esperienza si scrive. Così la ricerca. Così l’impresa.
Il montaggio esige il compimento: si attiene all’istanza della legge, all’istanza
dell’etica e all’istanza della clinica. È un montaggio linguistico.

Si è praticata una psicodrammaturgia intorno all’inconscio e al linguaggio,
chiedendosi se l’inconscio fosse condizione del linguaggio o se il linguaggio fosse
condizione dell’inconscio. E il linguaggio era inteso come la logica del linguaggio
e, cioè, come il simbolico, in effetti già come metalinguaggio.

La condizione è la condizione del viaggio secondo le dimensioni, secondo le
funzioni, secondo le operazioni. La condizione è il punto e il contrappunto. È lo
specchio come punto e come contrappunto, è lo sguardo come punto e come
contrappunto, è la voce come punto e come contrappunto. Lo specchio: punto di
distrazione e punto di caduta. Lo sguardo: punto di sottrazione e punto di fuga.
La voce: punto di astrazione e punto di oblio. Il principio selettivo è il principio
sorretto dall’horror vacui ac temporis: è il principio genealogico che deve, anzitutto,
spazzare via sia la condizione del viaggio, il simulacro, sia il tempo.

Nessun montaggio senza la costruzione, cioè senza che l’idea operi perché
l’esperienza si scriva, senza che l’idea assoluta, l’idea che nessuno ha, l’idea
originaria e non già l’idea di origine, operi per la scrittura. Costruzione,
montaggio, palinsesto e testo. Il testo è sia la memoria sia il libro. Il palinsesto di
strati infiniti è il palinsesto di strati narrativi, intellettuali. Strati della civiltà.
Niente substratum. Niente piano. Nulla che sia prostratum, cioè che si possa
buttare via. Nessuna costernazione né prostrazione. La strata via è la strada. Se
l’infinito è una proprietà dello strato, non c’è nulla che si butti via: nessuna
strages, niente rovine, niente disastri se lo strato non è contrassegnato dal finito,
dalla finitudine, dalla finitezza.

Registrazione. Stratificazione. E il geroglifico. La restituzione con la lettura del
testo occidentale o del testo orientale esige anche il geroglifico: l’altro nome
dell’oralità nella sua istanza di lettura. Il geroglifico è ciò che, scrivendosi, si
legge. E noi esploriamo il palinsesto cristiano, il palinsesto islamico, il palinsesto
buddhista o shintoista o taoista, il palinsesto greco, il palinsesto ebraico. Il
palinsesto esige il dispositivo e la restituzione. Attiene a una scrittura
inintenzionale e senza l’idea di padronanza. Non già la scrittura matricida né la
scrittura che Platone chiama parricida, ma che, anzitutto, è matricida. Non la
scrittura muta, di cui parlano gli studiosi del Corano, la scrittura che ha bisogno di
animazione. La scrittura è senza l’idea di padronanza. Scrittura inintenzionale. La
scrittura secondo l’idioma. Così fino alla lezione, oltre la lettura. L’insegnamento
e la formazione si scrivono. La punta della scrittura è la lettura. Oltre la lettura, la
lezione, che non si dà né si riceve, non si prende né s’impartisce. Lezione di cifra,
non già lezione morale, non già lezione pedagogica o psicagogica.

Questo è il processo della parola. Non è il processo di purificazione. Ogni
mitologia prospetta la morte come soluzione e il processo di purificazione.
Sigmund Freud esplora la questione “della morte” nel suo scritto Considerazioni
attuali sulla guerra e sulla morte
(1915) e sopra tutto in Oltre il principio di piacere
(1920). Noi abbiamo letto fra le righe ciò che Freud scrive intorno alla pulsione di
morte. Freud dice “pulsione di vita” e “pulsione di morte”, dà adito a
un’alternativa gnostica. Però introduce, per la pulsione di morte, qualcosa che la
precisa come pulsione di scrittura frastica: Destruktionstrieb non è più pulsione di
morte nell’accezione vita-morte. Non è la morte in alternativa o in antitesi alla
vita. Freud introduce Destruktion, un significante nuovo, in tedesco, anziché
Zerstörung. Destruktion non può tradursi con “distruzione” nell’accezione di
Zerstörung. Destruktion: come se si attenesse al teorema di Lucrezio, nulla si crea e
nulla si distrugge. È un’enunciazione senza più il discorso occidentale. Senza più
causalismo né finalismo di qualsiasi natura. Pulsione sintattica come pulsione
simbolica, pulsione frastica come pulsione letterale e pulsione pragmatica come
pulsione cifrale. Pulsione, ovvero tensione verso la cifra.

In nessun modo nel processo narrativo emerge l’idea di morte, di male, di
negativo. Nessuna assunzione della morte come in quella che Martin Heidegger
chiama “autenticità”, l’autenticità dell’esserci per la morte, l’autenticità come
fantasma di morte. L’autenticità attiene all’auctoritas, alla sintassi, s’instaura con
la funzione di zero nella parola. Secondo Heidegger non interviene la paura della
morte, ma l’angoscia. È la guerra dell’Essere contro l’ente, dell’Essere contro la
tecnica e contro i modi della modernità. I modi della tecnica sarebbero i modi
dell’ente che va contro l’Essere. E sarebbero prerogativa degli ebrei. E, per ciò,
niente male che gli ebrei si autoannientino, paradossalmente e per ironia della
sorte, attraverso quella tecnica, impiegata nelle camere a gas. Volevano la tecnica,
amavano la tecnica, l’ente contro l’Essere supremo! Heidegger dà una
giustificazione metafisica, ontologica, al genocidio.

Il discorso occidentale ha sempre corteggiato la morte e scherzato con la morte
a partire da Platone, che, addirittura, assegna alla filosofia il compito di passare il
tempo contemplando la morte. C’è ironia da parte di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, nel finale del Gattopardo, quando Tancredi distoglie lo zio, il principe
Don Fabrizio, dalla contemplazione di una riproduzione dell’opera La morte del
Giusto
, di Jean-Baptiste Greuze: “Ma cosa stai guardando? Corteggi la morte?”.
Perché la filosofia deve contemplare la morte? Per allontanare la mente da tutto
ciò che è visibile, corporeo, mondano, per ciò corrotto e affetto dal male. Per
allontanare la mente dall’esperienza! Contemplare la morte per allontanare
l’attenzione dall’esperienza. E, così, Platone affida a Socrate questo concetto: che
Socrate si assegni l’ultima ora e, quindi, che sia medico di se stesso nell’ultima
ora. Il medico che chiede aiuto a un altro medico: quest’altro medico, secondo
Platone, è la morte stessa, la morte come soluzione, come medicina. La morte
come farmaco. Seneca: mors dolorum omnium exsolutio est (Consolatio ad Marciam,
19, 3). È il calco stoico del “personaggio” Socrate.

E Francesco d’Assisi (1181-1226), nel Cantico di frate Sole (1225):

Laudato si’, mi’ Signore,

per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po’ skampare.


Noi leggiamo questo come se Francesco d’Assisi l’avesse scritto con ironia, ma
questo inno alla morte sembra la parodia o la caricatura di un inno islamico.
Dante Alighieri utilizza materiale islamico, ma è lontano dall’islam. Ha trasposto
quel materiale. Francesco d’Assisi era andato a convertire il sultano. Chi parte
per convertire ritorna convertito.

Guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali,

beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farrà male.


Lo stesso Tommaso Moro (1478-1535), nell’Utopia (1516), dice che chi soffre,
chi patisce, chi è penitente oltre ogni misura può, chiedendo permesso ai
magistrati e ai sacerdoti, lasciarsi morire. Tommaso Moro propone l’eutanasia. La
libertà di fare il bene diventa libertà di vivere intesa come libertà propria di
quella che Jean-Jacques Rousseau chiama la “volontà generale”, la libertà di
morire per vivere, di morire per risorgere. Così, sull’onda di Agostino d’Ippona
(354-430), per il quale la morte significa un’imperfezione cosmica, per Gottfried
Wilhelm von Leibniz (1646-1716) la morte non è altro che la corruzione di un
animale che per questo non cessa di esistere. Per Ludwig Feuerbach (1804-1872),
ciò che attiene alla libertà è un diritto, sicché, nei Pensieri sulla morte e
sull’immortalità
(1830), egli sostiene il diritto tanatofilo: “Io voglio anche la mia
morte; ma solo se è l’ultimo e unico mezzo di rendermi libero dalle miserie della
vita umana”. Sempre questione di renovatio, di regeneratio, questione del serpente.
Il serpente ideale è l’Uroboro.

Leggete il cosiddetto Vangelo secondo Giovanni 12, 24: “Se il chicco di grano
caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
È il principio della renovatio. Lo stesso Leibniz: “Questo mondo è il migliore dei
mondi possibili e tutte le cose negative, compresa la morte, si giustificano nella
complessiva economia dell’universo” (Teodicea, 1710).

Elaborando la morte secondo l’eresia nestoriana, con elementi di zoroastrismo
e di gnosi ebraica, ma anche con qualcosa che è vicino all’Arabia, l’Egitto, con il
suo tribunale di Osiride, s’imbastisce il tribunale dell’islam. Il tribunale di Allah
post mortem è anticipato dal tribunale di Allah nella “vita terrena”. Il modello è
unico, anzi è il modello dell’Unico. Il modello è l’Unico.

Allah accoglie le anime al momento della morte e durante il sonno. Trattiene poi quella di cui
ha deciso la morte e rinvia l’altra fino al termine stabilito (Sura XXXIX, 42).


Arrivano gli angeli. Arrivano per i credenti. Arrivano fino all’Altissimo: primo
cielo, secondo cielo, terzo cielo... In ciascun cielo, interrogano: tu sei a posto? Sì,
io sono a posto. E così via. Arrivano, infine, al cospetto di Allah. Il godimento
supremo è la visione del volto di Allah, dopo il settimo cielo. “Io sono al settimo
cielo” significa al colmo del godimento supremo. L’anima defunta vede Allah,
poi deve tornare nella tomba. Ma, per tutto il tempo in cui deve aspettare il
giudizio universale, sa, vede lo scanno che avrà nel paradiso di Allah. Invece,
l’anima miscredente, giunta al primo cielo, viene respinta dagli angeli. È
miscredente, senza la professione dell’Unico. La fede è confessare e professare
l’Unico. Per la salvezza basta questa fede. Le opere sono una necessità del
credente. Vanno da sé. Quello che conta è la calma. Che cosa dice il controllore di
ciascun cielo? Appunto, la “calma”. La “calma” attiene a questa fede, a questa
professione e confessione dell’Unico. Se questa è confermata, l’anima, nella
tomba, avrà dinanzi la visione del suo scanno in paradiso.

Per il miscredente, invece, la tomba è una cosa terribile: egli viene ricacciato
nella tomba, in attesa del giudizio universale, e ha, dinanzi, il suo scanno
nell’inferno. E intanto, nella tomba, soffrirà di tutto. “Non ho visto mai cosa più
atroce che la tomba” (Tirmidhi, 825-892, giurista persiano, autore di hadith).
“Vengono puniti con una pena che sentono gli animali” (hadith 586 del Sahih di
Muslim ibn al-Hajjaj, 817-870). Vengono puniti nella tomba. Questa cosa è stata
ascoltata, un giorno, dal Profeta e può essere ascoltata anche da altre persone. “E
lo colpiranno con un colpo di martello di ferro” (hadith 1374 di al-Bukhari).
“Quando uno di voi muore, gli viene mostrato il suo posto dalla mattina alla
sera. Se è della gente del paradiso, gli viene mostrato il suo posto fra la gente del
paradiso. Se è della gente dell’inferno, gli viene mostrato il suo posto tra la gente
dell’inferno. Questo è il tuo posto, finché Allah non ti farà risuscitare, nel Giorno
del Giudizio” (hadith 1379 di al-Bukhari). “La gente del paradiso non dorme” (al-
Tabarani), perché dormire è come morire: siccome la morte non ci sarà, niente
sonno. La morte è il sonno senza sogni. Nel paradiso non ci sarà sonno. “Voi non
guarirete né vi ammalerete mai, vivrete e non morirete mai, vi delizierete e non
sarete mai infelici” (hadith 2837 del Sahih di Muslim).

Basta questa fede doppia: credere nell’Unico, in Allah, e nell’ultimo giorno.
Quindi, in Allah, il principio di unità come principio dell’Unico è il principio
dell’alternativa tra il bene e il male, tra il premio e il castigo. Che cos’è la fede?
“La fede è che tu creda in Allah, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi messaggeri
e nell’ultimo giorno, e che tu creda nel decreto divino sia nel bene sia nel male”
(hadith 8 del Sahih di Muslim). E che cosa dice l’Altissimo rispetto all’ultimo
giorno? “L’Ora si avvicina e la luna si spacca” (Sura LIV, 1).

Sia il Corano sia la Bibbia, a proposito di Mosè, parlano del bastone che
diventa serpente e ritorna bastone. Anche nel cosiddetto paradiso terrestre la
questione è quella del serpente, che è Satana. Satana e Cristo, secondo la gnosi.
Satana e Cristo è l’unità. Quindi il serpente come fallo.

Nella poesia Ébauche d’un serpent, di Paul Valéry, ecco il serpente narrare:

Soleil, soleil!… Faute éclatante!

Toi qui masques la mort, Soleil,

Sous l’azur et l’or d’une tente

Où les fleurs tiennent leur conseil;

Par d’impénétrables délices,

Toi, le plus fier de mes complices,

Et de mes pièges le plus haut,

Tu gardes le coeur de connaître

Que l’univers n’est qu’un défaut

Dans la pureté du Non-être!


E dopo la tentazione di Eva, conclude:

Beau serpent, bercé dans le bleu,

Je siffle, avec délicatesse,

Offrant à la gloire de Dieu

Le triomphe de ma tristesse…

Il me suffit que dans les airs,

L’immense espoir de fruits amers

Affole les fils de la fange…

— Cette soif qui te fit géant,

Jusqu’à l’Être exalte l’étrange

Toute-Puissance du Néant!


Penis, in latino, indica cauda, la coda. Penis: ciò che pende. La coda, codex o
caudex. Il fallo fruttifica, germoglia. Si gonfia. È il fallo fenice, che sempre si
rinnova. Per Platone e per Aristotele, l’idea suprema, il bene supremo, il logos
spermatikós
, che Tommaso d’Aquino traduce con ratio seminalis. E la dottrina
genetica dei sumeri, evocata dai contemporanei, parla di codice genetico.
Il fallo. Monumenti fallici, obelischi, torri, divinità falliche, Osiride, Dioniso,
Ermes, il dio egizio Min (raffigurato come itifallico), il dio babilonese Enki, che,
con la forza del suo pene, produce il Tigri e l’Eufrate, il dio assiro e fenicio Kmul,
Mutunus Tutunus, Priapo, il mezzo capro Pan: il fallo è il campione di misura di
ogni valore creato dalle mitologie. A Canaan il nuovo re mangia il pene del suo
predecessore per assorbirne il potere.

Nella teogonia egizia, la massa oceanica d’origine è Nun, che si autocrea in
Atum, sua prima manifestazione. Questi porta Shu (l’Aria) e Tefnut (l’Umidità),
che generano Geb (la Terra) e Nut (la Volta celeste). Da loro nascono Osiride e
Seth, Iside e Neb-het. Osiride, ubriaco, violenta Neb-het, sua sorella e sposa di
Seth. È la vendetta dell’Ordine, del Cosmo, che tutto vivifica, genera e rigenera
(Osiride), contro il Caos, il deserto, che tutto distrugge (Seth). Osiride e Seth,
opposti in equilibrio, sono necessari al potere del sovrano. Il Faraone è
l’immagine vivente di Atum-Râ.

Plutarco (48-127) narra che durante le falloforie, in Egitto, le donne fanno
muovere per mezzo di corde il fallo di Osiride, fabbricato da Iside. Ci sono due
versioni di questo mito. Secondo una, Osiride si è congiunto con sua sorella,
Iside; Seth lo uccide e lo fa in quattordici pezzi. Invece, secondo il Libro delle
Piramidi
, più antico, Seth spinge Osiride, lo fa cadere su un fianco. In entrambe le
versioni, Iside riporta in vita Osiride. Osiride muore e risorge. Nella versione più
tarda, Iside, con l’aiuto della sorella Neb-het – la moglie di Seth, che è anche
sorella di Osiride –, ricompone quei pezzi, ma ne ritrova solo tredici. Manca un
pezzo: il pene, il fallo, mangiato da un “pesce”. Iside fabbrica il fallo. Con oro e
cera.

Iside ha proprietà straordinarie, magiche. Sopra Iside, c’è Râ, il dio sole. Come
riesce Iside a colpire Râ? Forgia un serpente velenoso e lo manda a mordere Râ. Il
serpente morde. E Râ s’indebolisce. Sta per morire. Invoca Iside perché lo salvi.
Lei arriva e dice: ti salverò, ma perché gl’incantesimi siano efficaci devi dirmi il
tuo nome. Râ glielo svela, Iside lo guarisce, ma, con il nome, si appropria del
potere di Râ sulle cose e sull’universo. Un potere enorme. Iside provvede per
tutti gli “enti”. È la madre cosmica. È anche la madre terra. Con i suoi poteri
straordinari, Iside rigenera Osiride riunendo le membra separate, ricompone
l’unità d’origine, che risorge come Horus. Osiride, Iside e Horus: la famiglia. Il
padre, la madre e il bambino. I misteri di Iside sono riservati agli iniziati, non
possono essere trasmessi.

Il culto di Iside, con i suoi templi, si diffonde per tutto l’impero romano, nella
penisola italica, in Francia, in Svizzera, in Spagna, in Inghilterra, ovunque.
Erodoto, quando è in Alessandria, rimane colpito dalla liturgia, dalla precisione
dei gesti, delle parole, intorno a queste due divinità, Iside e Osiride. Osiride,
resuscitato, non può più essere il dio generatore, fecondatore dell’universo. Al
posto di Osiride, prosegue Horus. Poi, proseguirà Serapide, di cui parla Filone di
Alessandria. In seguito, i redattori dei vangeli hanno ricalcato Gesù su Serapide,
il Salvatore.

Osiride diviene il dio degli inferi: spetta a lui fondare il tribunale speciale.
Inventa la bilancia e il bilancio. Su un piatto della bilancia, l’anima, sull’altro
piatto la piuma. È la psicostasia: la cerimonia di pesatura dell’anima descritta nel
Libro dei morti. Se l’anima è “leggera come una piuma”, allora è salva. Se pesa di
più della piuma, è dannata. È questo il tribunale, che, poi, diventa il bilancio:
vita-morte, bene-male, premio-castigo. Il bilancio di morte e di vita, bilancio del
negativo e del positivo, bilancio redatto sulla base del negativo e del positivo è il
bilancio senza la fluenza del tempo.

Plotino ricorre al fallo per significare l’Uno come generatore. Agostino
d’Ippona dice di Platone: “Egli ha conosciuto il vero Dio”. Si rammarica, però,
che stia ancora a parlare degli altri dei. L’essere è l’Uno. Il fallo di Ermes è l’Uno
generatore, fonte e principio dell’essere. L’idea, il logos, l’Uno, l’Uno generatore,
la metafora fallica, l’Uno come fonte dell’essere.

La funzione fallica è senza il due. È la funzione di morte. Il motto del
gauchismo era: “Il potere sta sulla punta del fucile”. Aveva una variante: “Il
potere sta sulla punta del fallo”. L’imperium è il Logos divisore, quello stesso che
viene teorizzato da Filone. Alla libido dominandi viene opposta,
femminilisticamente, la libido creandi.

Il potere fallico è potere gnostico, potere ontologico. L’homo aequalis serve
l’androgino. Il principio fallico: principio della relazione sociale, principio del
legame sociale. Ciò che importa è il “tutt’uno”. Per caricatura, non per parodia, il
discorso isterico dice: “Facciamo tutt’uno”. Lo trae dalla mitologia. Questo
“tutt’uno”, l’androgino, Allah come androgino, è lo stesso fallo, che deve
assolvere alla funzione di morte, alla funzione umana come funzione di morte.
“Tutt’uno”: negazione della differenza. Siamo uniti? Siamo tutti uniti? Ecco,
questa è la discriminazione. La negazione della differenza. La “segregazione”.
“Segregazione” nell’accezione di “senza gregge” sarebbe interessante. Ma la
“segregazione” che viene praticata riguarda il “tutt’uno” e la comunità
convenzionale, che accetta se stessa. Il sesso non è uno, non è due.

Il fallo, la croce, la barra, l’asta. Il fallo come fenice, come diagonale, come
figura e indice del due. Contro l’apertura, invece, sta il fallo come l’unità duale
fatta soggetto. Il principio fallico, il principio virile, è il principio del soggetto.
Anche il soggetto nasce maschio.

Il 9 maggio 1958, all’Istituto Max Planck di Monaco, Jacques Lacan (1901-1981)
pronuncia una conferenza con questo titolo: La signification du phallus. Die
Bedeutung des Phallus
(poi raccolta negli Écrits). “Il n’y a de jouissance que du
phallus. Il n’y a de clinique que du phallus”. Et le phallus, qu’est-ce que c’est? Le
phallus c’est ça: “Le phallus est le signifiant du désir”. Le phallus: le symbole des
symboles, “le pivot de toute la dialectique subjective”. Il n’y a de libido que
masculine. Freud a raison. “D’abord, il faut la métaphore paternelle”: la metafora
spirituale. “La substitution du père en tant que symbole ou signifiant à la place
de la mère”. Basta con la madre. Via la madre. Ci rimane il simbolo, il
significante, la significazione. La significazione del fallo.

Questo saggio di Jacques Lacan è un concentrato gnostico in cui intervengono
Cartesio, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Gaëtan Gatian de Clérambault,
Alexandre Kojève, Roman Jakobson, Claude Lévi-Strauss e tutta la gnosi
occidentale, ma in particolare la gnosi gallicana. Un capitolo del mio libro La peste
(1980) è intitolato Il gallacanismo.

Il ruolo del fallo come significante è velato e si oppone con la sua barra agli
effetti di significato.

Il fallo è il significante di questa Aufhebung stessa che esso inaugura (inizia) con la sua
sparizione, perciò il demone dell’Aidós (Scham) sorge nel momento stesso in cui, nel mistero
antico, il fallo è svelato (cfr. la celebre pittura della Villa di Pompei).

Esso diventa allora la barra che per mano di questo demone colpisce il significato, marcandolo
come la progenitura bastarda della sua concatenazione significante.

È così che si produce la condizione di complementarità nell’instaurazione del soggetto a opera
del significante: la quale spiega la sua Spaltung e il movimento d’intervento in cui essa trova
compimento.


Il ruolo velato. La funzione di significante. Il significante dell’Aufhebung. Fra
presenza e assenza. Il fallo come significante. Il fallo come barra. Con il
significante s’instaura il soggetto, in una condizione di complementarità. Nella
divisione armonica. Nella Spaltung. Soggetto diviso. Soggetto barrato. E poi:
soggetto dell’inconscio.

Ormai il fallo è come un algoritmo:

Il fallo come significante dà la ragione del desiderio (nell’accezione in cui il termine è
impiegato come “media e estrema ragione” della divisione armonica).


Il fallo, il significante, la ragione del desiderio, la ragione della divisione
armonica, la media e estrema ragione. Il soggetto ha accesso al fallo come
significante al posto dell’Altro. Il fallo, significante velato, ragione del desiderio
dell’Altro come tale.

È questo desiderio dell’Altro come tale che viene imposto al soggetto di riconoscere, cioè
l’Altro in quanto è, a sua volta, soggetto diviso della Spaltung significante.

Le emergenze che appaiono nella genesi psicologica confermano questa funzione significante
del fallo.


La funzione del fallo, le strutture cui sono sottoposti i rapporti fra i sessi,
ruotanti attorno a un “essere” e a un “avere”.

Sul “principio di un commento all’opera di Freud”, Lacan scrive del
“complesso di castrazione nell’inconscio maschile” e del “Penisneid nell’inconscio
della donna”, nonché del “problema del rapporto della castrazione con il
desiderio”, e ancora della “passione del significante che diviene una dimensione
nuova della condizione umana” e che “ha funzione attiva nella determinazione
degli effetti” di significato. La catena significante costituisce il linguaggio. I suoi
effetti sono “determinati dal doppio gioco della combinazione e della
sostituzione nel significante, secondo i due versanti generatori del significato che
la metonimia e la metafora costituiscono; effetti determinanti per l’istituzione del
soggetto”. E la topologia serve a “notare la struttura di un sintomo nel senso
analitico del termine”. Il soggetto “trova il suo significante, cioè nell’inconscio”,
per cui è costituito a prezzo della divisione (Spaltung).

Il fallo è un significante, un significante la cui funzione, nell’economia intrasoggettiva
dell’analisi, solleva forse il velo di quella che esso teneva nei misteri. Infatti, è il significante
destinato a designare nel loro insieme gli effetti di significato, in quanto il significante li
condiziona con la sua presenza di significante.


La funzione fallica. La funzione di significante. L’economia intrasoggettiva. Il
velo che si solleva e ben altro velo che resta. L’insieme degli effetti di significato,
condizionati dalla presenza del significante come significante.

Il desiderio non è né l’appetito della soddisfazione né la domanda d’amore, ma la differenza
che risulta dalla sottrazione del primo alla seconda, il fenomeno stesso della loro scissura
(Spaltung).

Il soggetto come l’Altro, per ciascuno dei partners della relazione, non possono bastarsi di
essere soggetti del bisogno né oggetti dell’amore, ma essi devono tenere luogo di causa del
desiderio.

La causa del desiderio. Il suo luogo. I partners della relazione. Il soggetto. La
messa in forma significante come tale. L’Altro. Il suo luogo. Il privilegio
dell’Altro.

Il gioco di spostamento e di condensazione marca la relazione dell’uomo in
quanto soggetto con il significante. “Il fallo è il significante privilegiato della
marca in cui la parte del logos si congiunge all’avvento del desiderio”. La marca.
Il gioco metonimico-metaforico marca la relazione del soggetto con il
significante.

Lacan ribadisce la natura maschile della libido. E conclude:

La funzione del significante fallico sbocca qui sulla sua relazione più profonda: quella con cui
gli Antichi incarnavano in esso il Noûs e il Lógos.


È il logos divisore, logos spermatikós, ratio seminalis, funzione di morte.
Lacan elude la sessualità e la differenza sessuale a vantaggio di un quadro
severamente gnostico. La breccia inaugurata dalla linguistica viene assorbita in
una mascherata ontologica.

Questo è il fallo: il significante di morte e resurrezione. Il bastone di Mosè
diventa serpente e ritorna bastone. Per il Corano, quella è la dimostrazione
dell’Unico. L’uno unico, non uno qualunque. Allah ha scritto sulle tavole di Mosè
la sua volontà. Poi, arrivano “la manna e le quaglie”. Gli ebrei adorano il vitello e
vengono puniti: settantamila morti, secondo il Corano. Ma il serpente sta anche
nel paradiso. La coincidenza fra l’uno e il fallo è ontologica.

Se il due viene abolito, la coincidenza ontologica tra l’uno e il fallo comporta
che l’uno si divida in due. E importa che lo spirito dell’uno che si divide in due
ricostituisca o costituisca l’unità. È lo spirito dell’unità.

L’invidia del pene, Penisneid, è un fantasma di padronanza che va da una parte
(il bambino) all’altra (la bambina), ma la questione è quella della fallologia, del
suo istituto della vendetta. Il principio d’istituzione del fallo è questo: l’istituto
della vendetta fonda l’istituto del ricatto e l’istituto del riscatto, ma fonda anche
l’istituto dell’invidia e l’istituto dell’odio. In questa accezione, Penisneid è in
funzione del principio fallico. Sacrale l’invidia degli dei, esecranda l’hybris degli
uomini.

I misteri di Eleusi. Demetra. I misteri di Iside. I misteri di Dioniso. Le statue
nude della dea babilonese Ishtar. In Egitto, assistendo alla falloforia egizia,
Erodoto nota che Osiride è come Dioniso. In Grecia, Dioniso è figlio di Zeus e
della principessa Semele. Viene ucciso dai Titani. Muore. Zeus, il padre, folgora i
Titani, che muoiono, e fa risorgere Dioniso. Dioniso è allegro. È Dioniso risorto.
Erodoto nota pure che Iside è come Demetra, la “madre terra”. Demetra, Ecate, la
donna triforme. I culti di Demetra. Eleusi. L’albero di Baal, nella mitologia
fenicia, era il fallo di Osiride. Anche il dio Pan è un dio fallico.

La falloforia si ritrova in ogni mitologia. La questione è quella dell’economia
della differenza: come assorbire la differenza nell’unità, la diversità nell’unità. Il
fallo è un’affermazione di hybris come la torre di Babele. Dio punisce l’hybris.
L’ira di Dio. La collera di Dio. L’invidia di Dio. E per ciò, nel Deuteronomio 16, 21:
“Non erigerai nessuna stele, che il signore Dio tuo ha in odio”. Il fallo, animale
fantastico anfibologico. Dio. Dio animale.

L’Apocalisse di un certo Giovanni è un incastro gnostico, come altre apocalissi:
“Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le
grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra, si
sono inebriati del vino della sua prostituzione” (17, 1-2).

Il culto del fallo: in che modo la diversità, la differenza, l’alterità, la
molteplicità possano rientrare nell’unità. Le ideologie della nostra epoca parlano
ancora di questo. L’unidualità relazionale: l’abbiamo sentito ancora, di recente, in
qualche proclama pontificale. Per il Timeo, la donna è nata dalla corruzione
dell’uomo. Per Aristotele, nel De generatione animalium, la donna è frutto del
decadimento fisico dell’uomo per la minore forza del seme. Per Tommaso
d’Aquino, la donna come mas occasionatus, maschio mancato (Summa Theologiae, I,
quaestio 99, a. 1, ad 1). A Hegel, più direttamente, importa purificare la differenza:

una volta purificata, può stare bene nell’unità dello spirito.

Homo, vir, soggetto: è chi accetta il sacrificio e mangia la carne. Il soggetto è
maschile. Il vegetariano è il carnivoro perfetto. Soggetto virile. Anche la virago. Il
soggetto è cannibalico. Il cannibalismo bianco ideale è praticato dal vegetariano,
il burocrate del tribunale di Osiride, il professionista e il funzionario della morte.
Ciò che importa è mangiare l’“intorno” (circa), mangiare la differenza.

Cannibalismo paterno, senza più l’amore (custode del labirinto), e cannibalismo
materno, senza più l’odio (custode del giardino del tempo). Togliete l’amore e
l’odio, e avete il soggetto amante e il soggetto odiante, il soggetto mangiatore di
carne. “L’ama tanto che, quando la guarda, se la divora”. Per Melanie Klein
(1882-1960), invece del fallo può trattarsi del seno: buono-cattivo, positivonegativo.
E questo principio viene utilizzato nella psicoterapia dei bambini.

Melanie Klein, la madre grande, rispetto a quell’altra che si rappresentava madre
ideale, Anna Freud (1895-1982). Donald Winnicott (1896-1971): il fallo? No,
l’oggetto. Oggetto transizionale.

Il codice napoleonico inscrive il concetto di soggetto nel diritto positivo. Da
allora, il pianeta è inondato di soggetti.

La fallologia assegna il soggetto alla libido dominandi. E nella migliore
psicoterapia, piuttosto che soggetto maschio è meglio dire soggetto doppio. Ha
una virilità assorbente o rispettosa.

Per altro, Galeno (129-201), tanto amato da Avicenna (Ibn Sina, 980-1037),
scrive: “Tutte le parti che hanno gli uomini le hanno anche le donne” (De usu
partium
, XIV, 6). Cambia solo la posizione: sono all’interno.

Per Aristotele, invece, la spiritualità è di genere maschile. Il carattere maschio è
immateriale. Tanto che lo stesso “sperma” diviene sineddoche per “cittadino”.
Anche il dio Fascinus (il dio Priapo era chiamato Fascinus da Plinio il Vecchio,
23-79, che lo definiva “medicus invidiae”) era una personificazione del fallo. Nei
riti dionisiaci intervenivano Phallós e Aidós. Il culto di Dioniso in Macedonia,
secondo il racconto di Arnobio di Sicca (Adversus nationes), era il culto del fallo
come serpente d’oro. D’oro, come il fallo di Osiride.

Demetra ha un rapporto con il fratello, Zeus. Nasce Persefone, che viene rapita
da Ade (a Roma, Plutone), signore degli inferi. Demetra non accetta e riesce a
ottenere da Zeus che Persefone esca dall’inferno e ritorni. Però, purtroppo, prima
di uscire, la fanciulla mangia un chicco di melograno degli Inferi, che le era stato
offerto, e questo fa sì che la magia riesca solo in parte. Per sei mesi dell’anno
Persefone starà con Demetra, con la madre terra, e per sei mesi starà nell’inferno
con Ade, suo sposo. Si tratta sempre della dea triforme. A Eleusi, per il culto di
Demetra veniva immolato un maiale. Attis e Mitra, invece, richiedono sacrifici di
tori.

Plutarco parla di Iside e di Osiride. Lucio Apuleio (125-170), nelle Metamorfosi,
ha un capitolo sui misteri di Iside, ai quali egli stesso era iniziato.

Il mito di Iside risale a almeno tremila anni prima di Cristo. Iside è Maat, la
sapienza, come Sophia. Il velo di Iside sulla terra è come il velo di Maia: soltanto
togliendolo viene svelato il segreto. Ma non può essere mai tolto.

Iside: “dimora” in lingua egizia (Aset). Per altro, chiamata con centinaia di
nomi. Alla base della sua grande statua ricoperta da un velo nero, a Menfi, è
incisa l’iscrizione: “Io sono tutto ciò che fu [quid fuit], ciò che è [quid est], ciò che
sarà [quid erit] e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo”. Mater
dolorosa
durante i riti funebri. Dea della luce. Signora di tutte le terre. Signora del
Cielo. Grande madre. Amenti, la nascosta. Con il suo pentagramma, la stella a
cinque punte.

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Armando Verdiglione, "La memoria, il palinsesto, il fallo"

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19.05.2017