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A proposito del libro "Cristianesimo e ebraismo. Nuove convergenze" di Sergio Katunarich.

La parola cattolica

Giancarlo Calciolari

La questione cattolica come questione della parola integrale e integra, parola cifrale. La parola cattolica procede per integrazione e non per selezione e elezione.

(2.10.2001)

Il modo in cui l’ebraismo e il cristianesimo intessono il canovaccio della questione Italia e della questione Europa è essenziale per intendere la direzione delle cose all’alba del terzo millennio. Basta rifarsi a Gerusalemme e Roma come metafore della città del tempo dove ciascuno di noi vive, per accorgersi che offrono un materiale impensabile alla riflessione.

Per esempio, l’incubo nazista ha cercato di fondare Berlino come una nuova Roma contro Mosca allucinata come una nuova Gerusalemme. E non sono parole di Hitler ma del filosofo Heidegger, che per un paradosso dei tempi è considerato grande dalla nostrana filosofia debole. L’istanza cattolica e l’istanza ebraica sono per davvero da mettere nel dimenticatoio come suppone il luogo comune laicista, che celebra il quattrocentesimo anniversario della nascita di Lutero, salutando in lui un padre fondatore dell’Europa?

E lo sterminio degli ebrei è da mettere in conto all’accusa cristiana di deicidio? Curiosa questa tesi che è sostenuta oggi dall’ateismo come nuovo paganesimo che la scamperebbe bella dai due, anzi tre, monoteismi. L’ateismo è la forma più terribile di monoteismo. A questo proposito l’esempio di Hitler è patente: nel suo libro giustifica la caccia agli ebrei dicendo che la missione del popolo tedesco è stata conferita nientemeno che da Dio.

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Hiko Yoshitaka, "Per Alfonso Frasnedi", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Per il dittatore nazista e pagano il popolo germanico è il nuovo popolo eletto. Ebbene, mi pare che il principio d’elezione e il principio di selezione (del popolo, della razza, del sangue, del suolo...) non abbiano nulla da spartire con la questione ebraica e la questione cattolica, e neanche con la questione islamica, ma piuttosto col principio d’identità e il principio del terzo escluso, ovvero con le fondazioni della filosofia greca.

Queste e altre questioni mi ha suscitato la lettura del libro Cristianesimo e ebraismo. Nuove convergenze (Spirali/Vel, Milano, 1995, pp. 218, L. 30.000) di Sergio Katunarich. L’autore è nato a Fiume, ha compiuto studi di scienze politiche e, entrato nella compagnia di Gesù, si è laureato in teologia ecumenica presso la Pontificia Università Gregoriana.

Padre Katunarich lavora a Milano, presso l’Istituto "Leone XIII", occupandosi in particolare di ecumenismo con il mondo ebraico, promuovendo pubblicazioni, conferenze, visite culturali; e tiene corsi e seminari di cultura ebraica all’Università Cattolica. Alla base del libro c’è una proposta semplice, che si riassume in poche pagine: quella di un’integrazione fra ebraismo e cattolicesimo - in questa epoca di secolarizzazione e di "dimenticanza dei primi tre Comandamenti, quelli della ’santificazione del Nome’" -, che restitusca il sacro anche alla prassi del week-end, che riporti insomma al principio della vita, la parola. Il Verbo.

Eppure qualcosa sfugge a questo progetto, di modo che Katunarich si trova a scrivere un altro libro e lo dice pure nell’avvertenza editoriale: "Il presente lavoro avrebbe potuto - forse, dovuto - essere scritto diversamente. In modo più ’diplomatico’. Propone dei valori spirituali non solo per il mondo cristiano e, a mio avviso, per il mondo ebraico, ma anche per tutti gli uomini. Secondo una logica normale, prima si sarebbero dovute esporre l’opportunità e la bellezza della proposta e poi, semmai, considerare le ipotetiche obiezioni-difficoltà.

Invece, non fa che discutere queste ultime e dedica solo poche pagine a se stessa." Risulta così che per spiegare la proposta ci viene offerto un denso saggio sull’ebraismo e il cristianesimo: quando, come e dove, nella storia, hanno trovato modi efficaci di scambio e d’integrazione. Esplorando l’ipotesi per il mondo cristiano e per il mondo ebraico, e in particolare le difficoltà specifiche a ciascuno, risalta che la questione ebraica e la questione cattolica entrano a far parte dell’itinerario di ciascuno divenendo istanze perenni, non sottoposte a giustificazioni etniche, genealogiche o nazionalistiche.

Certo, occorre distinguere tra questione e discorso, tra discorso e ideologia, tra ideologia e luogo comune... Ecco, secondo quest’ultimo dietro ogni guerra si nasconde una guerra di religione, ciascuna motivata dal maleficio dell’Altro. Il termine di "impero del male", apparentemente caduto in disuso, ha forse lasciato il posto a tanti provincialismi del male... Resta la questione aperta.

Katurnarich elabora i due monoteismi in termini di identità: quindi occorre da una parte mantenere l’identità e dall’altra l’integrazione. Non c’è il rischio della confusione o del conflitto? Oppure il duello è solo una figura del due, dell’apertura inconciliabile. Due sono fratelli? L’integrazione è una forma di fratellanza? Quanto dista la fratellanza dal fratricidio?

Una prima risposta ha cercato di fornirla lo psicanalista Daniel Sibony nel libro I tre monoteismi, dove elabora in termini di fratelli il messaggio di ciascun monoteismo, e radicalizza il paradosso del fratello amico-nemico. Pone il primo monoteismo come il primo dei fratelli, così gli altri due hanno il complesso dell’altro fratello, ovvero ciascuno vuole diventare numero uno. Il cristianesimo direbbe all’ebraismo d’aver disatteso la Legge e che solo con Cristo si compie: si pone quindi come unico figlio legittimo. A sua volta l’islamismo direbbe ai primi due fratelli di non essersi sottomessi (è l’etimo di musulmano) alla Legge di Dio e di essere infedeli: si pone quindi come unico figlio legittimo. Il risultato è sempre il massacro dei fratelli, religiosamente e militarmente perpetrato. Questione inintellettuale.

La questione intellettuale risiede nell’apporto dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islamismo alla civiltà. La questione ebraica non è quella che crede Marx, è quella dell’introduzione del nome, del padre, della legge: afferma che non c’è più tribalismo. La questione cristiana è quella dell’introduzione del figlio, dell’etica: afferma che non c’è più da aspettare per ammettersi al fare. La questione islamica è quella dell’introduzione dell’altro figlio, del fratello: afferma che non c’è più fratricidio. Poi c’è la questione giapponese (che non è quella dell’orientalismo che è andato tanto d’accordo col neopaganesino), la questione della sessualità come politica del tempo e poetica del fare: afferma che non c’è più erotismo religioso né militare tra i fratelli.

Per questa via intendo la proposta di Armando Verdiglione, che tra l’altro è l’editore del libro di Katunarich, della questione cattolica come questione della parola integrale e integra, parola cifrale. La parola cattolica procede per integrazione e non per selezione e elezione. Non c’è nessuna credenza nel principio di disintegrazione del discorso dell’Altro, di cui si avvale la polemologia sino alla guerra nucleare e totale. Ciascun termine dell’esperienza (e quindi non solo del discorso) in un itinerario artistico e culturale può integrarsi, diventare cifra, qualità della parola.

("Helios", n. 2, 1996)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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12.01.2017