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La blasfemia, il sacrificio, la verginità

Armando Verdiglione
(15.05.2016)

La fede è blasfema. Ovvero Dio non agisce. Anoressia intellettuale, teorema,
assioma. E sacramento. La blasfemia è sacramento. L’idea che io ho o non ho:
questa è bestemmia. Ovvero: la bestemmia è anoressia intellettuale a proposito
dell’idea e la indica come assoluta. La bestemmia contraddistingue la logica
degli enunciati. Ovvero: nessun soggetto dell’enunciato e nessun soggetto
dell’enunciazione. L’idea che io ho o non ho, in quanto dà adito all’animale
fantastico e, segnatamente, all’assenza di animale fantastico, tocca due aspetti:
la bestemmia (niente animale fantastico) e l’ipotiposi (l’animale fantastico come
ipotiposi, variante della preghiera, variante dell’ironia).

La blasfemia, la diffidenza, la bestemmia indicano l’idea come inassumibile.
In nessun modo può fondarsi la teurgia. Nessuna idea soggettiva né umana né
universale di sé. Nessun rapporto di sé a sé, nessun rapporto con Dio. Dio è
irreligioso. L’idea di sé è anfibologica, come risulta dalle due formule:
“Allontana da me questo calice”, oppure “Mio Dio, perché mi hai
abbandonato?”.

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Opera di Christiane Apprieux, 2016

Il sistema sociale religioso si fonda sul monismo e sulla circolarità: circulus
vitiosus deus atque circulus virtuosus deus.
Anfibologia. Il concetto di blasfemia
non è la blasfemia, è la gestibilità di Dio, che sia toccato, nominato,
rappresentato o detto dall’amico o dal nemico. Fino alla teofagia. Ma anche la
dicotomia amico-nemico proviene dall’idea che ognuno ha di sé. Ognuno. Così
Martin Lutero (1483-1546): l’ebraismo, dottrina blasfema! Per ciò, Lutero ordina
di bruciare tutte le sinagoghe e di proibire, pena la morte, agli ebrei di pregare,
d’insegnare, di cantare (Degli ebrei e delle loro menzogne, 1543).

La miscredenza, l’idolatria, la blasfemia intesa come pensabilità di Dio, che
siano nell’amico o nel nemico, devono essere punite, nell’islam, con il fuoco
perpetuo nell’al di là e con la morte nell’al di qua. Anche oggi, in taluni paesi
islamici, la blasfemia, intesa come reato, è punibile con la morte. Del resto,
nonostante l’affermazione “Non c’è costrizione nella religione” – l’unica, nel
Corano (Sura II, 256), e contraddetta poi da tutte le altre affermazioni – è molto
facile la formula (tayyab) per aderire all’islam: “Non c’è Dio se non Allah e
Maometto è il suo profeta”. È molto agevole, ma è impossibile uscirne. “Se
qualcuno (un musulmano) tradisce la sua religione, uccidilo” (hadith 4.260 di
Muhammad ibn Ismail Al-Bukhari, lo studioso musulmano di origine persiana,
810-870). Un sondaggio recente nei paesi musulmani su chi è favorevole alla
pena di morte in caso di abbandono o di cambio di religione dà un risultato
inequivocabile: quasi dovunque, la stragrande maggioranza è a favore della
pena di morte per chi abbandona l’islam.

Nel 630, tornato a Medina dopo avere conquistato La Mecca, Maometto
amplia la sua azione politica e religiosa a tutta la regione nord-occidentale della
penisola araba. In questa prima espansione, i musulmani provenivano da una
zona dove non c’era lo Stato. Poi in Mesopotamia (invasa a partire dal 633, con
il califfo Abu Bakr), in Egitto (dove entrano a partire dal 639, con il califfo Omar
ibn al-Khattab), i musulmani trovano l’impero, e assumono il modello per
quanto riguarda la sottomissione, che è un obbligo per i musulmani e si esprime
con la dhimmitudine per gli ebrei e per i cristiani. La dhimmitudine è sancita già
nel 637 dal Patto del califfo Omar con i cristiani di Gerusalemme, vinti dopo un
assedio di sei mesi. Questi potevano conservare la loro fede, con certe
restrizioni, pagando una tassa onerosa detta jizya.

Il Corano (Sura V, 33) prescrive per i blasfemi, per gli idolatri, l’uccisione o la
crocifissione, la mutilazione, l’esilio:

La ricompensa di coloro che fanno la guerra a Allah e al suo messaggero e che seminano la
corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba
da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita;
nell’altra vita avranno castigo immenso.


Queste cose vengono riservate al nemico e a chi si ribella. Il programma
dell’islam è la jihad, “la mobilitazione dell’intera Umma (la comunità globale dei
musulmani) in un unico corpo, che difenda la giusta causa”: così Hasan al-
Banna (1906-1949), fondatore della Fratellanza Musulmana nel 1928, nel suo
trattato Jihad. Sura XVI, 106:

Quanto a chi rinnega Allah dopo aver creduto – eccetto colui che ne sia costretto,
mantenendo serenamente la fede in cuore – e a chi si lascia entrare in petto la miscredenza: su
di loro è la collera di Allah, e avranno un castigo terribile.


L’idea che ognuno ha di sé è sacrificale. Sorge da questa idea l’homo
Sacrificalis
, con tutto l’apparato: la vita sacrificale, la società sacrificale o
penitenziaria. Da questa idea nasce la fabbrica della vittima, la produzione della
vittima, il sacrificatoio per ogni sistema religioso e politico, che trova, da un lato,
l’eroismo sotto il segno della paura e, dall’altro, il sacrificio sotto il segno della
certezza soggettiva, che può avere la forma dell’arroganza o della modestia. Da
un lato, la prova eroica, dall’altro lato, la prova sacrificale.

Il sacrificio di sé e dell’Altro sorge dall’idea di sé e dall’idea dell’Altro, dalla
morte di sé e dalla morte dell’Altro, dall’odio di sé e dall’odio dell’Altro.

Questo sacrificio, concepito, pensato in questo modo, è creazione della vittima.
Ognuno, con l’idea di sé, si sacrifica. Ognuno dispone la tavola sacrificale per la
cerimonia algebrica o geometrica. La morte sacrifica la vita. Corpo sacrificale,
corpo penitenziario, corpo fatto per subire la pena di morte. Scena sacrificale.
Scena del negativo. Da qui, il corpo “tempio”, il corpo “tomba”. Tomba della
vita o tempio della mentalità, tempio senza l’odio. L’avvenire ideale impone la
pratica della purezza attraverso il sacrificio.

Ogni sacrificio si compie in nome del bene, in nome dell’idea di bene, in
nome del nome. Questo è il sacrificio richiesto dalla tanatologia. Esodo 22, 19:
“Chi offre un sacrificio agli dei, oltre al solo Signore, sia votato allo sterminio”.
Ezechiele 20, 26: “Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte facendo passare
per il fuoco ogni loro primogenito, per atterrirli, perché riconoscessero che io
sono il Signore”.

Sacrificium ha, però, un’altra accezione: le cose, dicendosi, si fanno. Senza più
vittima. Questo è il sacrificio. Il fare sta nella parola. Il fare è la struttura
dell’Altro.

L’idea assoluta è l’idea come operatore. Ovvero: non c’è più soggetto del
cogito, non c’è più soggetto del pensiero. Non c’è più soggetto della fede. Non
c’è più homo sacrificalis. Questo indica interatim. Ogni sacrificio viene posto come
l’ultimo sacrificio minimo necessario.

Il “sacrificio” di Cristo non è il sacrificio del figlio. È senza matricidio e senza
infanticidio. L’idea di sé è sacrificale: e richiede padrone e schiavo, carnefice e
vittima, inquisitore e strega.

Aristofane (450-385 a.C.), nelle Rane (405 a.C.), scrive che Orfeo insegna agli
umani che non hanno bisogno del sacrificio: “[…] agli umani […] Orfeo rivelava
i misteri, le mani dal sangue avere pure prescrisse”. L’ultimo sacrificio è
l’eutanasia, la buona morte di sé e la buona morte dell’Altro. Aristofane
sospende il concetto ontologico e teleologico di sacrificio.

I sacrifici animali si facevano in ogni comunità, di qualsiasi religione, dalla
Mesopotamia all’Egitto e altrove, anche a Gerusalemme. La macelleria avveniva
così: la comunità mangiava la carne attraverso il sacrificio rituale. Gli animali
venivano immolati, quindi mangiati. Scrive Platone, attribuendo l’affermazione
a Socrate, nell’Alcibiade II: “Non credo che sia nella natura degli dei lasciarsi
corrompere da doni come un meschino usuraio”.

Quali sono i “modelli” del sacrificio, nell’islam e nell’ebraismo? Intorno al
sacrificio rispetto a questi due monoteismi, leggiamo di Adamo e Eva, di Caino
e Abele, di Ismaele e Isacco, figli di Abramo. E, poi, di Mosè. Per quanto attiene
all’islam, rispetto a Gesù, pare che a fornire il pretesto sia stato il Vangelo
apocrifo di Barnaba, secondo cui sarebbe avvenuta una sostituzione di Gesù
con Giuda Iscariota. Con un sosia, per il Corano. Un sacrificio, comunque, è
avvenuto. Non il sacrificio del profeta Gesù. Gesù è importante, nell’islam. Per
il giudizio universale, secondo l’islam, non verrà Maometto, bensì Gesù. Per ciò,
secondo il Corano, non lo hanno ucciso, non lo hanno crocifisso. Sura IV, 157:

E dissero: “Abbiamo ucciso il Messia Gesù, figlio di Maria, il Messaggero di Allah!”. Invece
non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro.


La questione è Abramo, quindi il sacrificio, nella versione del Corano, Sura
XXXVII, 101-112. Abramo chiede a Dio di concedergli un figlio: “Signore,
donami un [figlio] devoto”. “Gli demmo la lieta novella di un figlio
magnanimo”. Non sappiamo chi sia il figlio, se Isacco o Ismaele, perché nel
brano non viene nominato. “Poi, quando raggiunse l’età per accompagnare [suo
padre] gli disse: ‘Figlio mio, mi sono visto in sogno, in procinto di immolarti.
Dimmi cosa ne pensi’”. Un sogno, non una rivelazione né un angelo venuto a
dirgli qualcosa! “Rispose: ‘Padre mio, fai quel che ti è stato ordinato: se Allah
vuole, sarò rassegnato’”. Il figlio dà un’interpretazione ontologica del sogno.
Primo: tu hai ricevuto un ordine. Secondo: esegui l’ordine che hai ricevuto. Io
accetto, io mi sottometto.

Nell’islam, Allah è uno e l’umanità è in stato di schiavitù. Allah è l’uno
padrone di tutto. Creatore increato: padrone di tutto. L’umanità è schiavitù,
ontologicamente. Per ciò, la sola cosa che possa fare l’umanità è la
sottomissione. Il Corano ordina di eseguire la preghiera e di fare l’elemosina
(Sura II, 43). Zakat è l’elemosina rituale. Zakah è la decima rituale. Sempre per
“purificarsi”. L’umanità sta nella sottomissione. Anche Maometto si dichiara
“schiavo” di Allah. Messaggero, come schiavo. Il figlio è negato. E il figlio,
negato, è schiavo. Questo statuto ontologico dell’umanità è rivelato.

Allah parla in arabo. Maometto non s’interroga intorno al colloquio di Mosè
con Dio, però chiama Mosè interlocutore di Dio. Lui, Maometto, non è
interlocutore di Allah. Per ventidue anni, dal 610 al 632, Maometto ha le
rivelazioni dell’arcangelo Gabriele. Aisha gli dice, un giorno: “Tu hai le
rivelazioni che tu ami”. Le rivelazioni di Allah sono in parole, in arabo. Non è
“la ragione” che interviene, ma “la rivelazione”. La virtù della grazia non
interviene: la grazia è assorbita dalla “misericordia” e, quindi, è intesa come
liberazione, come riscatto, come salvazione. Nell’islam, la grazia conferma il
peccato. Noi diciamo “peccato”, ma, in senso proprio, per l’islam è “lo sbaglio”.
La lingua araba è la lingua di Allah. Gli schiavi hanno l’obbligo di provare a
parlare questa lingua. Ma questa lingua diviene, sempre di più, un privilegio,
un’esclusività, un monopolio del monarca, sul modello assiro del potere
temporale, che assorbe il potere spirituale. Questa lingua è sancita nelle quattro
fonti dell’islam: le prime tre sono il Corano, la Sunna, ovvero la Tradizione, e
l’Igma’, che è il consensus della comunità, costituita dalla casta ristrettissima
degli esperti. I giuristi sarebbero gli esecutori, più che i lettori autorizzati del
Corano e della Sunna. Tra le fonti dell’islam, l’Igma’, più che una communis
Opinio
che riguardi l’intera umanità o il popolo, è il consensus.

Il sapere che si trasmette nelle università nei paesi arabi deve essere
improntato al consenso comunitario e alle prime tre fonti dell’islam.

La quarta fonte dell’islam è il qiyas: ovvero, quando una cosa è assente nelle
tre fonti precedenti, il tribunale di Allah adotta il principio di analogia. Il qyias è
il principio di analogia, che, prima di essere sancito nell’ordinamento penale
tedesco nel 1936, era già un principio islamico.

Nell’islam la scrittura diventa monopolio e strumento del potere politico e
religioso, quindi del monarca. Cosa dice il Corano? Bisogna sottomettersi a
Allah e ai suoi messaggeri. “Sottomettersi” non è “obbedire”. Ma l’ultimo
profeta è Maometto. Dopo, ci sono i khalif, i luogotenenti. Bisogna sottostare a
Allah, ai suoi messaggeri e a “quelli, tra voi, che hanno la carica della
direzione”. La pulsione? No, la carica, la forza divina della direzione.

Nell’islam, non c’è la nozione di autorità. C’è lo statuto del sultano o del
monarca oppure, oggi, del presidente: come Allah, è lui l’uno, che governa.

Senza nemmeno l’ombra della cosiddetta società civile. Sura III, 7:

È Lui che ha fatto scendere il Libro su di te. Esso contiene versetti espliciti, che sono la
Madre del Libro, e altri che si prestano a interpretazioni diverse. Coloro che hanno una malattia
nel cuore, che cercano la discordia e l’interpretazione, seguono quello che è allegorico, mentre
solo Allah ne conosce il significato.


La circolazione serve l’unità.

L’uso della scrittura in questa lingua, che è la lingua di Allah, una lingua
arcaica, è riservato a una casta ristretta. E chi è dirigente in un paese islamico,
dove questa lingua è utilizzata nel potere costituzionale e istituzionale, non
accetta che, nelle scuole, s’insegni l’arabo cosiddetto volgare.

Il latino era la lingua dell’impero romano di occidente. Ma, nel secondo
millennio, Dante Alighieri (1265-1321) sancisce la nobiltà della lingua volgare
scrivendo qualcosa che fonda l’Europa, non soltanto la lingua italiana: “Harum
quoque duarum nobilior est vulgaris
”, “Di queste due [la vulgarem locutionem e la
gramatica] la più nobile è quella volgare (De vulgari eloquentia, 1303-1304, Liber
primus
).

La lingua non è la lingua parlata. La lingua non è mai parlata. L’alingua.
L’“infantia” e l’“afasia”: non c’è il parlante. Infantia: non c’è il parlante.
Infantia è l’introduzione della parola. Nessuno parla la lingua, nessuno parla.
Martin Heidegger (1889-1976), in Unterwegs zur Sprache, ignora l’alingua. Si
attiene al discorso come causa.

Il “va e vieni” (“la storia”) si scrive: e deve procedere per scriversi. L’istanza
di scrittura è essenziale perché le cose giungano a compimento. Le cose che si
stanno cercando si scrivono e le cose che si stanno facendo si scrivono.

La scrittura avviene attraverso la lingua per intervento dell’idea, che opera.
Senza la lingua niente legge, niente etica, niente clinica, ma non si scrive la
legge, non si scrive l’etica, non si scrive la clinica. La legge, l’etica, la clinica non
stanno prima. La legge non è mai scritta, l’etica non è mai scritta, la clinica non è
mai scritta.

A Dante seguono Francesco Petrarca (1304-1374), poi Giovanni Boccaccio
(1313-1375). Sicché s’inaugura la prosa. Poi, nel rinascimento, avviene la
seconda rivoluzione: c’è chi, nella bottega, prende appunti intorno alla sua
esperienza. Note. Ipotesi. Disegni. Aforismi. Aneddoti. Anatomia. Il volo degli
uccelli. Le alluvioni. Le tempeste. Disegni. Descrizioni. C’è ancora la lingua.
Leonardo da Vinci (1452-1519) prova a inventare una lingua, con cui s’instaura
la scrittura dell’esperienza. E, poi, con Niccolò Machiavelli (1469-1527), il
segretario fiorentino, la lingua diviene diplomatica. Attraverso la lingua
diplomatica si scrive la politica.

Poi, Martin Lutero (1483-1546). La Bibbia è proibita, è riservata a una casta, a
un gruppo. È uno strumento di potere. No, dice Lutero, ognuno deve potere
leggere la Bibbia. E, quindi, fa la traduzione nella lingua volgare. Questa lingua
diviene la lingua di Kant, di Hegel, di Marx, di Husserl, ma anche dei poeti,
come Hölderlin. Johannes Gutenberg (1394/1399-1468) serve molto, per la
diffusione della Bibbia tradotta in tedesco. In Italia, la prima Bibbia viene
stampata a Soncino. Ma l’islam non accetta Gutenberg.

La rivoluzione nell’islam, perché sia rivoluzione culturale, non può limitarsi
a assumere la lingua della circolazione mondiale dei prodotti commerciali: esige
una lingua vernacolare. Una lingua volgare esiste, nei vari paesi dell’islam. Ma,
nelle scuole dei paesi arabi, vige la lingua sacrale.

Una rivoluzione linguistica potrà risultare opera degli scrittori, dei poeti, dei
filosofi, degli scienziati. Dante non era scienziato. Nemmeno Petrarca, che,
rispetto a Dante, ha un uso della lingua ancora più preciso: Pietro Bembo (1470-
1547), nelle Prose della volgar lingua (1525), considera Petrarca un vero modello
linguistico. Leonardo da Vinci scrive cose scientifiche, come mai nessun altro
prima. Ma chi le legge? Alcuni hanno avuto modo di leggere i suoi quaderni.
Gli allievi di Leonardo leggevano le sue annotazioni. E Galileo Galilei (1564-
1642) ha letto Leonardo? Qualcosa sì, almeno il Trattato della pittura. Il gesto di
Galilei è nobile: scrive cose scientifiche in lingua volgare. Non era mai avvenuto
prima. La rivoluzione, come rivoluzione della parola, è, anzitutto, linguistica.
Non c’è una struttura ecclesiastica nell’islam, tranne che per gli sciiti. L’imam
(la guida) è l’unico esecutore di Allah, è ispirato da Allah e è il capo della
Umma. Chi viene eletto come presidente si pone come monarca: è l’uno, che
governa. Il Corano condanna il tiranno, colui che fa quello che vuole, e lo
chiama taghiyah, come il Faraone rispetto a Mosè. Sura II, 49: “E [ricordate]
quando vi abbiamo liberato dalla gente di Faraone che vi infliggeva le torture
più atroci!”. Però, non ci sono, nel Corano, i princìpi del governo, i criteri, gli
ordinamenti.

Nell’islam la parola non è originaria. La lingua di Allah è la lingua di origine,
non è la lingua originaria. L’esperienza non è l’esperienza originaria. Non c’è la
nozione di esperienza. Tutto ciò che si fa è sotto il segno della sottomissione, è
esecuzione della volontà di Allah.

L’esperienza? La scrittura dell’esperienza? L’oralità come il modo della
scrittura, senza l’idealità chiamata intenzionalità, senza finalismo? La scrittura
della storia? La scrittura della politica? Niente. La lettura da parte di Maometto,
che esegue l’imperativo dell’arcangelo Gabriele “Leggi!”, è una lettura che non
segue alla scrittura. “Leggi!” ciò che è già scritto. Ma ciò che è già scritto non è
la scrittura.

Nel Corano, una volta che padre e figlio – Maometto riconosce come proprio
padre questo figlio votato al sacrificio, quindi il figlio era Ismaele, non Isacco –
si sono sottomessi, il modello è questo: Adamo-Eva, Caino-Abele, Abramo-
Ismaele. Adamo l’androgino. Qualcosa di Adamo è Eva. Adamo è profeta.
Arriva il tentatore, ma è come se fosse una tentazione necessaria, rispetto a cui
avviene, anche qui, la sottomissione. Con una compensazione tra lo sbaglio e la
sofferenza o la morte, con un’equazione ontologica.

La riproduzione di Adamo e Eva è androginica: Caino ha una sorella gemella
e Abele ha una sorella gemella. Allah non gradisce il dono di erbe di Caino.
Gradisce il dono di Abele: un agnello. Adamo va in pellegrinaggio alla Mecca.
Lui musulmano. Caino non accetta di scambiare la sorella gemella con Abele,
secondo un primo canone di esogamia. Rivendica la sua androginia. E dice a
Abele: “Io ti ucciderò”. Abele gli risponde: “Allah accetta soltanto le offerte dei
pii. Sicuramente, se tu porti la tua mano su di me per uccidermi, io non porterò
la mia mano su di te per ucciderti: io ho paura di Allah, signore dei mondi”. E
incalza: “Io voglio che tu confessi il tuo crimine contro di me, che tu sopporti il
mio peccato e il tuo, che tu sia fra gli ospiti del fuoco”. La soddisfazione di
Abele è la visione di Caino nell’inferno.

Abele desidera la sorella di Caino. Caino vuole tenerla. L’equazione si
stabilisce. Abele accetta la morte. Caino va all’inferno. Il principio gnostico è
principio di morte e di salvezza, principio di piacere. “L’assassinio di suo
fratello gli è stato imposto dalla sua psiche, egli uccise suo fratello e si trovò nel
novero dei perdenti”. Deve seppellire Abele. Non sa come fare. Lo aiuta Allah.
Gli manda un corvo che si mette a scavare. Con Abele muore tutta l’umanità. E
la morte guida la reviviscenza: “A causa di questo crimine, noi decretiamo, per i
figli di Ismaele, che chiunque uccida una persona senza che questa abbia ucciso è
come se avesse ucciso tutti quanti gli uomini; e chiunque faccia rivivere una
persona è come se avesse fatto rivivere tutti quanti gli uomini”. Caino è
l’androgino che non accetta di dividersi in due.

Anche nell’ebraismo, il risultato è il dolore e la morte.

Corano, Sura XXXVII, 101-108:

“Signore, donami un [figlio] devoto”.

Gli demmo la lieta novella di un figlio magnanimo.

Poi, quando raggiunse l’età per accompagnare [suo padre] gli disse: “Figlio mio, mi sono visto
in sogno, in procinto di immolarti. Dimmi cosa ne pensi”. Rispose: “Padre mio, fai quel che ti è
stato ordinato: se Allah vuole, sarò rassegnato”.

Quando poi entrambi si sottomisero, e lo ebbe disteso con la fronte a terra,

Noi [Allah] lo chiamammo: “O Abramo,

tu hai creduto nel tuo sogno! Così Noi ricompensiamo quelli che fanno il bene.

Questa è davvero una prova evidente”.

E lo riscattammo con un sacrificio generoso.

Perpetuammo il ricordo di lui nei posteri.


Non era un ordine, era un sogno. Il figlio ha dato questa interpretazione
“realistica”, ha detto che era un “ordine”. Abramo ha creduto. E sta qui “la
prova evidente”. Quindi, arriva la ricompensa: “Perpetuammo il ricordo di lui
nei posteri”. Infatti, ogni anno, alla fine del pellegrinaggio alla Mecca, questo
sacrificio viene praticato in una rappresentazione domestica. Per il sacrificio,
Ismaele viene sostituito da un montone.

In un hadith, si racconta che Maometto si definisse “il discendente di due
vittime”, anche se sarebbero due vittime mancate. È il discendente di due
vittime o di due persone che erano votate al sacrificio. Maometto lo dice rispetto
a Ismaele e a suo padre, Abd Allah, che era morto prima che egli nascesse. Il
nonno paterno di Maometto, Abd al-Muttalib, soleva recarsi in pellegrinaggio
alla Ka’ba. C’erano differenti Ka’ba in vari siti della penisola arabica, anche
nello Yemen.

La Ka’ba era una costruzione cubica, a volte in legno, che custodiva una
pietra nera e era il luogo in cui si compivano sacrifici per il culto di Baal e di
altre due divinità semitiche mesopotamiche: Allah, che era la Luna, e Ellat,
moglie di Allah, come il Sole. Allah e Ellat avevano tre figlie, venerate e onorate
dai fedeli con sacrifici: Al-’Uzza, ovvero “la potente”, Al-Lat, ovvero “Dea”, e
Manat, l’anziana. Era la dea triforme: il cielo, la terra e gl’inferi. Lo stesso
Maometto, da giovane, secondo la tradizione, avrebbe sacrificato una pecora a
Al-’Uzza. Alla Mecca, dopo la prima rivelazione, Maometto, per convincere
coloro che seguivano altri culti, accetta, dapprima, una specie di compromesso:
si sospendano tutte le altre divinità, facendo eccezione solo per la dea triforme.
Maometto avrebbe adorato al-Lat e al-’Uzza per un anno e i meccani avrebbero
adorato Allah per un anno.

Secondo Tabari (839-923), il più autorevole annalista persiano musulmano,
Maometto, tentato da Satana durante la rivelazione (sono i “versetti satanici”,
per i quali, nel 1989, Salman Rushdie ha ricevuto la fatwa da parte di Khomeini),
formulò questa proposta, poi depennata nel Corano ufficiale:

Cosa ne dite di al-Lat e al-’Uzza

e di Manat, la terza?

Ecco le gharaniq [le gru, un appellativo della triade sacra], la cui intercessione è cosa grata a
Allah.


Secondo Tabari, le parole destarono sconcerto tra i seguaci, stupiti che
Maometto scendesse a patti con il politeismo dei meccani. Nella notte, però,
Maometto riceve una nuova rivelazione: Allah è assolutamente contrario.
Maometto ritratta quanto affermato, dicendo che le parole gli erano state
sussurrate all’orecchio sinistro (e non a quello destro, come faceva l’arcangelo
Gabriele) e che quindi erano di origine satanica. Quindi la Sura LIII, 19-23, che è
rimasta nel Corano, è questa:

Cosa ne dite di al-Lat e al-’Uzza

e di Manat, la terza?

Avrete voi il maschio e Lui la femmina?

Che ingiusta spartizione!

Non sono altro che nomi menzionati da voi e dai vostri antenati, a proposito dei quali Allah
non fece scendere nessuna autorità. Essi si abbandonano alle congetture e a quello che
affascina gli animi loro, nonostante sia giunta loro una guida del loro Signore.


Quindi, all’infuori di Allah, tutti gli dei devono essere aboliti. Anche i templi
dove avvenivano i sacrifici in onore delle tre dee vanno distrutti. È rimasta però
l’immagine della mezzaluna islamica sulle bandiere, sui minareti, a
testimoniare la traccia di una simbologia femminina lunare (Allah, la Luna), la
traccia di Allah androgino.

Uno dei nomi di Allah è al-Rahman: il Clemente. La shakti (l’energia celeste)
nell’islam è la rahmah, ovvero il Bene e il Bello. In rahmah stanno la madre e la
vergine. Nel significante rahmah c’è rahim, l’utero.

Una femminilità divina rimane nella completezza di Allah. Questa
completezza comporta il matricidio. La completezza di Allah. La completezza
dell’uomo, con la sua appendice (la donna nella creazione del Genesi). E la
verginità, negata come virtù del tempo, si rappresenta come biologica. Assurge
a principio. Diventa il segno della completezza, il segno dell’androgino.
Abd al-Muttalib, il nonno di Maometto, dorme presso la Ka’ba, in un sito che
si chiama hijri, cioè pietra. Attorno a questa pietra si compivano sacrifici in
onore di divinità. Abd al-Muttalib sogna che deve dissotterrare un tesoro lì
celato. Si trova in un luogo sacro, la gente gli dice che quello che vuole
compiere è un sacrilegio. Tuttavia, Abd al-Muttalib incomincia a scavare e, lì,
sorge l’acqua: si tratta della fonte Zamzam, l’acqua che Agar cercava per
dissetare Ismaele. Abd al-Muttalib aveva fatto un voto a Allah: avrebbe
sacrificato un figlio, qualora ne avesse avuti dieci. Nascono dieci figli. Il decimo
è Abd Allah, il padre di Maometto. La tribù si oppone al sacrificio di Abd Allah.
Egli, per riscattarlo, sacrifica cento cammelli. Una giusta compensazione. Una
sutura ontologica. Il sacrificio del figlio è, nella realtà ontoteologica, il sacrificio
di sé.

Shahid: testimone, martire, eroe e santo. Il sangue versato rientra nel
principio di economia del sangue, costituisce il segno della verità della fede
nella verità, favorisce la circolazione salvifica.

Leggete Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) in Fenomenologia dello
Spirito
, VIII. Il sapere assoluto, § 433 (1807):

Il sapere, infatti, non conosce soltanto sé, ma anche il negativo di se stesso, cioè il proprio
limite. E sapere il proprio limite significa sapere sacrificarsi. Ora questo sacrificio è
l’esteriorizzazione in cui lo Spirito presenta il proprio divenire Spirito nella forma
dell’avvenimento libero e accidentale: qui lo Spirito intuisce fuori di sé tanto il proprio puro
come tempo, quanto il proprio essere come spazio.

Ibn Arabi (1165-1240), filosofo e mistico arabo, offre una lettura che ha
qualche interesse rispetto all’elaborazione a proposito del sacrificio compiuto
da Abramo: in questa sostituzione del figlio con il montone c’è una vaga
ammissione del figlio. La questione è questa: è del sacrificio di sé che si tratta
nell’idea di sacrificio del figlio.

Il sacrificio umano è ordinato anche nell’Esodo (22, 29): “Il primogenito dei
tuoi figli lo darai a me”. È l’ordine che Dio dà a Mosè quando stabilisce le tavole
della legge. Esige vite umane.

Mosè gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ognuno di voi tenga la spada al fianco.
Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello,
ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino, ognuno il proprio parente” (Esodo 32, 27).
Il Signore disse a Mosè: “Prendi tutti i capi del popolo e fa’ appendere al palo costoro,
davanti al Signore, in faccia al sole, e si allontanerà l’ira ardente del Signore da Israele” (Numeri
25, 4).

Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, che tornavano da quella spedizione di
guerra [contro Madian]. Mosè disse loro: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro,
per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore […] Ora
uccidete ogni maschio fra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo […]”
(Numeri 31, 14-17).

Mosè convocò tutto Israele e disse loro: “[…] Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel
paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i
Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più
potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le
voterai allo sterminio […]” (Deuteronomio 7, 1).

“[…] Distruggerete completamente tutti i luoghi dove le nazioni che state per scacciare
servono i loro dei: sugli alti monti, sui colli e sotto ogni albero verde. Demolirete i loro altari,
spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco le statue dei loro dei e
cancellerete il loro nome da quei luoghi […]” (Deut. 12, 2-3).

“[…] Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai
in vita nessun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i
Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché
essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate
contro il Signore vostro Dio […]” (Deut. 20, 16-17).

Infine, Mosè è soggetto a un privilegio divino:

Mosè, servo del Signore, […] il Signore lo seppellì nella valle, nel paese di Moav, davanti a
Beth Pe’or e nessuno conobbe mai il luogo della sua sepoltura fino a oggi (Deut. 34, 5-6).

Sigmund Freud (1856-1939), nell’Uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-
1938), scrive:

Io non esito a affermare che gli umani hanno sempre saputo che essi hanno posseduto un
giorno un padre primitivo e che lo hanno messo a morte.

“Non esito”, “hanno sempre saputo”… Ma la rimozione originaria esige lo
zero nella sua funzione. La rimozione d’origine richiede l’istituto della morte,
su cui poggia l’istituto del nome del nome. Freud espone il fantasma materno,
che il suo stesso testo contribuisce a sfatare. Il fantasma materno: fantasma di
origine, di padronanza, di morte e di salvezza.

Mosè riduce in polvere il vitello d’oro. Questa polvere viene sciolta
nell’acqua e viene fatta bere.

Poi [Mosè] afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a
ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti (Esodo 32,
20).

Freud, il suo Mosè. Due dei. Due Mosè. Due assassinii. Due fondazioni
religiose. Un assassinio copre un altro assassinio. La religione della morte. Il
principio del nome del nome poggia sul principio di morte. Freud fa la
descrizione di una mitologia, ne tenta l’analisi e contribuisce a trarla verso il
romanzo storico e verso il romanzo politico.

Il Mosè di Michelangelo, a cui Freud si è interessato, ha due corna sulla
fronte. Nella traduzione in greco della Bibbia dei Settanta, erano “raggi”,
dall’ebraico “karan”, ma la traduzione in latino, più tarda (382-413), di san
Gerolamo (347-420), introduce “corna”: legge l’ebraico “keren”.

Mosè munito di due corna o di due raggi? Mosè, come Dio, animale
fantastico anfibologico? Mosè “con la testa di Pan” (Max Sauerlandt, critico
d’arte, ripreso da Freud)? Oppure Mosè che sconfigge la terribile bestia
cornuta? Mosè Dio sacrificato o animale sacrificato? La morte dell’animale? La
morte del padre? La morte del figlio? “Mosè” indica il “figlio”.

L’idea di sé, il dubbio di sé, l’odio di sé, il sacrificio di sé, la morte di sé: la
civiltà tanatologica si fonda sull’idea di sé, idea di origine e di ritorno all’origine
attraverso il sacrificio. Mosè spezza le tavole della legge. Ordina la strage: e il
sacrificio dell’Altro conferma e salda la legge di origine. Tutto secondo
l’equazione ideale.

Freud. Il trauma infantile è un fatto? Il fatto è un fantasma. E il “discorso
isterico” si vanifica. La morte del padre (primitivo) è un fatto? Il fatto è un
fantasma. E il “discorso paranoico” si dissipa. Sta qui il contributo “analitico” di
Freud.

Un gruppo di ebrei ritorna dalla Mesopotamia a Canaan. Ha il Dio unico. Gli
ebrei rimasti lì, invece, hanno il culto di Baal. O aderiscono subito al culto del
Dio unico o vengono sterminati.

Questo è Ezechiele, in uno dei tanti brani:

Ecco, io stendo la mia mano contro i Filistei, sterminerò i Cretei e annienterò il resto degli
abitanti sul mare. Farò su di loro terribili vendette, castighi furiosi, e sapranno che io sono il
Signore, quando eseguirò su di loro la vendetta (Ezechiele 25, 16-17).

E Geremia? Dio, l’idea agente:

Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce
dell’allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto un deserto (Geremia 7,
34).

A proposito della vendetta di Dio:

Per ciò, ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali questo luogo non si chiamerà più
Tofer e valle di Ben-Hinnòn, ma piuttosto valle della Strage […]. Ridurrò questa città a una
desolazione.

Partendo da un’idea che agisca, questa idea si scontra con un’altra idea. E,
allora, bisogna dare la morte. Pagine di sacrificio dell’Altro.

Leggete, di Lattanzio, l’opera De ira Dei, scritta contro la tesi stoica e epicurea
dell’impassibilità di Dio: l’ira di Dio non appartiene alla sua natura, bensì al suo
imperium (Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, scrittore e retore romano di fede
cristiana, Africa 250 ca – Gallie 320 ca).

Il cristianesimo esclude la schiavitù. Nell’Antico Testamento è naturale la
schiavitù. Nell’islam, la schiavitù è rivelata, è una necessità ontologica.

Qual è la logica originaria? Qual è la struttura originaria? Qual è la scrittura
originaria?

Leggete la Carta araba dei diritti dell’uomo, la più recente, emendata nel 2004.
Per esempio, nell’articolo 2, comma 3, sta scritto:

Tutte le forme di razzismo, di sionismo e di occupazione e dominazione straniera
costituiscono un ostacolo alla dignità umana e un grave impedimento all’esercizio dei diritti
fondamentali dei popoli; è doveroso condannare tutte queste pratiche e impegnarsi in ogni
modo per la loro eliminazione.

Questo è il programma dell’eliminazione dello stato d’Israele!

Sulla provvisorietà dello stato d’Israele tanti risultano d’accordo: molti
gruppi di cristiani della zona, per esempio del Libano, e anche una parte della
chiesa cattolica. Anche nella gerarchia cattolica c’è chi, desiderando mantenere
buoni rapporti con gl’islamici, ritiene che, se non ci fosse Israele, tutto sarebbe
risolto! Ma non è vero, perché nel programma ontologico, politico dell’islam
non basta la distruzione dello stato d’Israele, è necessaria l’occupazione del
mondo.

Al-Takfir wa l-Hijra (Accusa di empietà e Emigrazione) è un’organizzazione
terroristica d’ispirazione islamica, fondata in Egitto, negli anni settanta, da
fuoriusciti oltranzisti della Fratellanza Musulmana. Divenne nota nel 1977,
quando il suo leader, Shukri Ahmad Mustafa, rapì e uccise il ministro egiziano
degli Affari religiosi. Takfir è la pronuncia di condanna a morte per empietà
grave, fino all’apostasia. Si sono formati vari gruppi takfiristi attivi in occidente,
dove i membri si mimetizzano assumendo usanze occidentali (anche rispetto al
cibo). Sono takfiristi il pediatra Ayman Muhammad Rabi al-Zawahiri e
l’ingegner Mohamed Atta (leader dell’attacco alle Torri gemelle), entrambi
egiziani.

La questione del martirio importa anche nell’ebraismo. Kiddush hashem: il
martire si chiama così. Il kamikaze dell’impero giapponese è un’altra cosa,
un’altra mitologia: kami kaze è il “vento divino”, il tifone che, alla fine del XIII
secolo (1281), distrusse una parte della flotta mongola, inviata da Kublai Khan
per invadere il Giappone.

La mezzaluna, raffigurata nella bandiera della Turchia e in quelle di vari altri
stati islamici, sembra riguardi le tre dee della Ka’ba. Secondo un’altra ipotesi,
quando gli ottomani conquistano Bisanzio trovano dappertutto mezzelune
scolpite per ricordare che, quando Filippo II il Macedone (382-336 a.C.), nel 340
a.C., era in procinto di assalire la città, apparve una mezzaluna che mandava
“raggi” sufficienti per consentire alle sentinelle di scorgere le truppe in arrivo e
di fermarle. L’impero ottomano avrebbe ripreso, per la propria bandiera, la
mezzaluna di Bisanzio. Senonché la mezzaluna non si trova solo a Bisanzio, è
largamente diffusa. Come diviene una figurazione dell’islam?

Secondo una leggenda, il sultano Osman (1258-1326), capostipite della dinastia
ottomana, ebbe la visione di una falce di luna che si distendeva sopra il
mondo e la prese come simbolo della dinastia. Quando poi, nel 1453, Costantinopoli
cadde sotto Muhammad II, la falce divenne un simbolo sia dell’Islam sia
dell’impero turco. Per taluni, le cinque punte della stella rappresentano i cinque
pilastri dell’Islam.

Un’altra interpretazione indica nella falce e nella stella la congiunzione fra
Luna e Venere che si verificò all’alba del 23 luglio 610, dopo la prima notte in
cui Maometto ricevette la rivelazione da Allah.

Poi, ci sono le verità degli storici, rispetto ai culti della Mecca e della penisola
araba, molto differenti da quelle rivelate.

In un hadith di Al-Bukhari, Maometto dice che “la fede è yemenita e la
saggezza è yemenita” e in un altro hadith, che “la dottrina e la giurisprudenza
sono yemenite”. Nei viaggi compiuti per l’attività mercantile di suo zio paterno,
Abu Talib, Maometto era stato in Siria e in Yemen.

Il culto della Pietra nera rappresentante Allah (la luna, poi, Afrodite) rientra
nel culto della Famiglia astrale dell’Arabia, dovunque si erigesse una Ka’ba.
Questo culto iniziò nello Yemen, da dove proveniva la tribù dei Quraish, di cui
faceva parte la famiglia di Maometto. La Pietra nera era il trono di Iside, e la
mezzaluna era segno di ricoscimento di questa dea triforme preislamica che si
manifesta come Vergine, come Madre, come Tempo.

Ecclesiaste 22, 3: “La nascita di una figlia è una perdita”. In Giudici 11, 34 e ss.,
Iefte deve sconfiggere gli Ammoniti e formula un voto a Dio: “Se tu mi metti
nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa
mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il
Signore e io la offrirò in olocausto”. Iefte sconfigge inesorabilmente,
trionfalmente gli Ammoniti e ritorna a casa felice, raggiante, senonché gli viene
incontro, “con timpani e danze… l’unica sua figlia”. Il testo non ci dice il nome
di questa figlia.

Iefte si straccia le vesti:

“Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice: io ho dato
la mia parola al Signore, e non posso ritirarla”.

“Padre mio, se hai dato la tua parola, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca,
perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici. […] Solo, lasciami libera
per due mesi, affinché io possa andare errando per i monti a piangere la mia verginità, con le
mie compagne”.


Infatti, con il rito annuale, le vergini piangono la verginità. È la questione
delle vergini e dello sposo. Anche lo Spirito santo, anziché Gesù, secondo
qualche teologo sarebbe lo sposo. C’è chi femminilizza lo Spirito santo: lo indica
come l’eterno femminino nella trinità.

L’oratorio Jephte del compositore Giacomo Carissimi (1605-1674) è un
capolavoro del Seicento musicale italiano. Nel testo della partitura musicale
risulta trasposto il testo biblico:

Ho fatto la mia promessa solenne al Signore che chiunque mi fosse venuto incontro per
primo uscendo dalla mia casa, avrei offerto lui al Signore in olocausto. Ahimè, mi hai tratto in
inganno, figlia unigenita; anche tu parimenti, ahimè, figlia mia, sei stata ingannata.

Tra Iefte e la figlia ricorre l’accettazione, gnostica, del sacrificio, come tra
Abramo e Ismaele, oppure tra Abramo e Isacco, la “sottomissione”.

Maometto ha avuto un collaboratore ebreo. L’altro collaboratore, per scrivere
il Corano, fu un monaco persiano, ariano. Alcune cose, Maometto le ha tratte,
rielaborandole, sia da gruppi ebraici sia da gruppi cristiani.

Tito Lucrezio Caro (94-50 a.C.) evoca il sacrificio d’Ifigenia in un brano
magnifico del De rerum natura (I, 80-101), dove interviene la dea triforme, la
Trivia: Selene in cielo, Artemide in terra, Ecate agli Inferi. Scrive Lucrezio a
proposito di Ifigenia:

[…] nel momento stesso delle nozze cadesse a terra

come triste vittima, per il colpo del padre, affinché fosse

data una partenza fortunata e favorevole alla flotta.

A così grandi mali la superstizione poté indurre [Tantum religio potuit suadere malorum].

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Armando Verdiglione, "La blasfemia, il sacrificio, la verginità"

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26.04.2017