Transfinito edizioni

Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Il sembiante e la sessualità, ovvero l’Italia islamica, il tribunale di Allah, la giustanasia

Armando Verdiglione
(4.05.2016)

Pensarsi, immaginarsi, credersi: pensarsi bene, pensarsi male, e così
immaginarsi bene, immaginarsi male, credersi bene, credersi male. L’idea di sé.
Il dubbio di sé. Il dubbio, negato, si biforca nel dubbio di sé e nel dubbio
dell’Altro. Perché negato? Per l’idea di sé. L’idea di sé è già anfibologica, si fa
dubbio. L’idea di sé, quindi anche il male di sé: tutto ciò si doppia. L’idea di sé
si doppia sull’idea dell’Altro. Così, il male di sé e il male dell’Altro. Pensarsi,
immaginarsi, credersi, attribuirsi il male. Pensarsi, immaginarsi, credersi
“malato”.

JPEG - 72 Kb
Opera di Christiane Apprieux, 2016

Noi disponiamo del testo mirabile di Vincenzo Accame (1932-1999): cinque
libri (Il segno poetico. Materiali e riferimenti per una storia della ricerca poetico-visuale
e interdisciplinare
, 1981; La pratica del falso. Vecchi e nuovi misfatti in nome della
cultura: dai falsari dell’arte ai falsari della comunicazione di massa
, 1995; Pittura come
scrittura
, 1998; Anestetica. Il pensiero libertario tra sociale, lettere e arti, 1998;
Omissis, 2003), e, quasi intera, la sua produzione artistica. Due interventi al
cervello, poi un terzo. Egli prosegue la sua poesia, dall’inizio degli anni settanta
fino agli anni duemila. L’ultimo libro è Omissis (Spirali 2003), che contiene
alcuni suoi interventi, ma anche le interviste che ho avuto modo di fargli.

Vincenzo Accame redige un’opera, come scrittura e come pittura, dove non c’è
l’ombra della malattia. Della malattia che è sempre il male di sé e il male
dell’Altro, per ciò malattia mentale, perché è significata dalla morte, malattia
mortale. Non è in quanto homo mortalis che ciascuno diviene dispositivo di
scrittura. Vincenzo Accame non si sente né si pensa né s’immagina né si crede
“malato”. Come risulta dalla nostra interlocuzione. In una delle sue opere scrive
differenti e varie cose, ma ciò che emerge è l’Aleph, il X (il chiasmo). Una figura
che indica l’apertura intellettuale e il modo dell’apertura. Questo Aleph, con
Platone, con Aristotele, con Apuleio, parodiando, con Michele Psello, con san
Tommaso, con Hegel, fino a Lévi-Strauss e a Greimas, diviene il quadrato
logico, con cui si sancisce la chiusura ontologica dell’interrogazione, pertanto il
principio del terzo escluso, il principio di espunzione dell’Altro.

La severità ontologica dell’islam è significata dalla ummah, dalla “matria”,
dalla comunità sotto il segno materno, è la severità ontologica del discorso
occidentale assurto a luogo comune del purismo burocratico, fiscale,
finanziario, istituzionale, mediatico, medicolegale in Europa.

Symparane kromenoi, nell’opera Aut-aut (1842), di Søren Kierkegaard, è il
circolo della morte, cioè il circolo dei professionisti e dei funzionari della morte,
il circolo della tanatocrazia. Il circolo, dove l’odio di sé si spinge alla conquista
del potere sacrale. Il sole della tanatocrazia è salvifico. Il tempo finisce, perché
significato dalla morte. L’idea di morte è l’idea della fine del tempo. Non
soltanto l’islamismo, ma anche il laicismo, in tutte le sue standardizzazioni,
persegue in Europa la tanatocrazia, anche nei suoi corollari, che sono la
tanatofilia, la tanatofagia, l’eutanasia, la mediotanasia, la giustanasia.

Il laicismo, in Belgio, per legge, pratica l’eutanasia anche ai bambini. Sul
principio che l’autodeterminazione è inconscia. Ciò che questa religione
gnostica, sia teista sia laicista, nega è proprio il sacro, ovvero la parola originaria,
la vita originaria, a favore del fantasma di origine, quindi del fantasma di morte
e del fantasma di salvezza. La salvezza come ritorno all’origine, pertanto la
chiusura del cerchio. L’amor mortis si giustifica nell’amor fati: la religione
gnostica si definisce religione della morte e religione dell’incestagogia. La
demonologia arriva anche a questo: che, per l’Europa e per ognuno in Europa,
“L’islamista sono io”. L’Europa si rappresenta, con l’occasione dell’islamismo, il
proprio arcaismo, l’arcaismo della burocrazia, dell’apparato medico-mediatico
giudiziario. I postulati dell’islamismo, nel loro purismo ontologico, si
specchiano nei postulati della tanatologia propria dell’apparato cannibalico.
Parodiando Ignazio Silone: l’islamismo perirà d’islamismo? Silone l’aveva
enunciato a proposito del comunismo. Aveva enunciato un teorema. Il teorema
non è una profezia, ma si attiene alla profezia, alla provocazione. Il comunismo
non è perito: è rimasto nel luogo comune dell’economia della morte. La
speranza nell’avvenire è la speranza che procede dalla fede nella salvezza. È
l’altro nome del dubbio di sé. È la negazione della preghiera. La speranza è
senza soggetto.

L’islamismo propone una dittatura di Allah. L’Europa unita, laicista,
burocratica, propone una dittatura laicista: purismo, tanatologia, principio
dell’armonia sociale, principio dell’abolizione della parola, della differenza,
dell’Altro. La dittatura bianca: iatrocrazia, tanatocrazia, giuscrazia, mediocrazia.
Il soggetto della speranza è il soggetto del sistema genealogico. Il soggetto della
speranza è il soggetto della vendetta. L’idea di sé/l’idea dell’Altro ha un’altra
biforcazione: l’amore di sé/l’amore dell’Altro, che si formula, si rappresenta,
allegando la storia all’eternità, attraverso l’odio di sé/l’odio dell’Altro.

La fede, l’operazione propria dell’idea, è senza paura. La fede con paura è la
fede come idea di bene.

Ciò che contraddistingue il credente nell’islam è la paura di Allah e, quindi, il
debito totale. Non c’è un fatto d’origine a cui ascrivere il debito, quindi non c’è
un peccato originale, nell’islam, non c’è un debito di origine da ricompensare,
da risarcire. C’è un debito totale senza lo sbaglio d’origine, senza il peccato di
origine.

Taluni pensano, immaginano, credono che il soggetto e addirittura
l’inconscio siano il privilegio di “alcune culture”, quindi nei paesi della
cristianità e, sopra tutto, dell’illuminismo. Per loro, l’illuminismo appare come
la via diretta del soggetto e dell’inconscio. Secondo il loro concetto, niente
soggetto e niente inconscio nell’islam, e così nel buddhismo o nell’India.
Ma in quale comunità il soggetto è più soggetto alla morte se non nell’islam?
Il soggetto alla morte è il soggetto che è stato creato dalla gnosi, da Platone in
poi, anche se è con Cartesio, con Kant, con l’illuminismo e con l’idealismo che si
presenta in tutta la sua creazione. Nell’islam il credente è libero perché entra
nella libertà di Allah: vuole ciò che vuole Allah. Se si mette a volere lui, sbaglia.
Non è propriamente il concetto di peccato. Sbaglia. E sarà punito
inesorabilmente. La sua libertà, la libertà del credente, risiede nell’intimità del
suo rapporto con Allah. Il credente, divinizzandosi, vuole. Divinizzandosi,
muore e si salva, dunque – leggete il Corano – solo apparentemente muore.
Tutto il capitolo con cui la psicologia ha trattato la volontà è il capitolo del
desiderio. Se il desiderio del credente è il desiderio di Allah, e, cioè, che è in
quanto Allah che desidera, siamo in un assunto proprio dell’ontologia, in cui si
muove, per esempio, l’antropoanalisi.

Il vero soggetto libero è Allah, che è increato. Qualsiasi altro soggetto è
creato, è creatura gnostica, per l’islamismo come per l’illuminismo. Se il
soggetto è Allah, il credente sta in un soggetto che non è, come viene detto,
collettivo. No, è un soggetto comunitario: sta nella ummah, nella “matria”. Non
sta nella “patria”. È il soggetto della “comunità dei fratelli”, soggetto dell’unità
e dell’unicità.

Nell’islam, il filius non è unus: è unus mancante, difettoso, deve partecipare
all’uno, all’unità e, quindi, all’unicità. Il filius è unicus soltanto divinizzandosi,
cioè dividendosi in due e circolando per raggiungere l’unità. Il soggetto
comunitario, il soggetto della ummah, è molto più del soggetto collettivo. Gli
islamici in Europa, nelle loro ramificazioni, nei gruppi, nelle moschee, nelle
associazioni, nei centri di scuola islamica, rivendicano nei confronti delle
istituzioni europee la libertà di religione, quella libertà che non concedono né ai
parlamenti né ai governi né a nessun’altra chiesa.

Sarebbe intollerabile, rispetto al principio islamico, il senso di colpa. Rispetto
al principio islamico, la colpa è senza il senso di colpa, il debito è senza il senso
di colpa. E deve essere, poi, significato dalla pena. E, se per caso interviene la
sofferenza, la malattia, la persecuzione (Egira), tutto ciò compensa, ricompensa
la colpa. Ciò che importa è che ci sia l’equazione ontologica tra il bene e il male.
Il principio materno, il principio di severità ontologica propria della ummah,
si istituzionalizza in un’ideologia del fratello. Questa necessità della
sottomissione vieta di poter dire “io”. Dire “io” è contro la legge di Allah, può
suscitare l’ira di Allah, la vendetta di Allah. E, allora, “noi”, anziché “io”. Come
in ogni buona educazione ontologica nella repubblica occidentale. Il principio
di unità diventa, nella vita sociale e civile, principio di uniformità, come
principio comunitario.

Siccome la “vita privata” è un “disvalore”, taluni credono che non ci sia
inconscio per un islamico o per chi provenga da una “formazione” islamica, da
un ambiente islamico. Taluni hanno un “concetto” di inconscio. Magari si
rapportano alla prima topica freudiana, cioè alla topica dei sistemi. Ma anche se
si rapportano alla seconda topica, è un “concetto”. Solo che l’inconscio non è un
concetto. È l’idioma, la particolarità secondo cui procede anche la “vita
privata”.

Géza Roheim scriveva: “L’inconscio è lo stesso per tutte le culture”. Dice “le
culture”. Ma la cultura non è la Kultur, non è la civiltà tanatologica. È quella che
i greci chiamano macchina, cioè l’invenzione, uno dei due aspetti della struttura
originaria, materiale. L’altro aspetto è l’arte, il gioco.

L’idea di sé è già l’anfibologia fra Dio e Satana. Anche qualche pontefice
recente ha potuto dire che “il diavolo è la causa di ogni persecuzione” e che
“l’inferno è il luogo senza amore”. Non dice il luogo dell’odio. Il diavolo,
Satana, Iblis: l’idea di sé/l’idea dell’Altro. Allah e Iblis, Dio e Satana: Satana o
Iblis è tutto ciò che si oppone all’idea di bene, quindi all’idea di salvezza.
In realtà – nella realtà della parola – noi possiamo indagare attorno a diabolus
come significante di ben altro interesse. Ma quello che viene chiamato il diavolo
è l’altro nome dell’“atto” non salvifico. Con l’“atto” di Cristo come atto di
parola, non c’è più demonismo. Ma ogni cerimoniale che stabilisca che la libertà
sia la libertà dal male – “Liberaci dal male, liberaci da Satana” – partecipa alla
concezione dell’Uroboro: chi muore si rigenera. Chi muore si salva. Così
sant’Ignazio, negli Esercizi spirituali, al riguardo scrive: “L’uomo vive sotto il
soffio di due venti”, però, vive!, “quello di Dio e quello di Satana”. E san
Giovanni (Prima lettera, 5, 19): “Noi sappiamo che siamo da Dio e che tutto il
cosmo è posto sotto il maligno”. Anche nell’islam, ognuno nasce da Allah
attraverso una coppia intermediaria, la coppia parentale, e ciò che importa è
Allah, è lui a dare la vita.

Noi abbiamo letto e riletto anche san Paolo. A volte, abbiamo trovato cose di
grande interesse. Ma non sempre. Per esempio, Lettera ai Romani 12, 21: “Non
lasciarti vincere dal male ma vinci, nel bene, il male”.

E sant’Agostino, Confessiones, VII, 5, 7, 11: “Quaerebam unde malum, et non erat
Exitus
” [Mi chiedevo da dove venisse il male, e non trovavo nessun esito]. Il
Corano sottolinea, come il Vangelo, che Maria non è stata mai tentata dal
diavolo. E Maria è il nome di donna più menzionato nel Corano.
Maometto ha una figlia, che si chiama Fatima. Egli ama questa figlia. In un
suo hadith Maometto le dice: “Tu sarai la padrona delle donne nel paradiso,
dopo Màryam”. Maometto ha ricevuto la rivelazione che Allah, in paradiso, lo
sposerà anche con Maria. A Fatima, in Portogallo, vanno in pellegrinaggio
anche gli islamici. Urì è l’essere femminile, nel paradiso, che delizia i buoni
musulmani. E di ciò le mogli, sulla terra, sono rincresciute.



Il 29 giugno 1972, Paolo VI, un papa istruito, scrive: “Ho la sensazione che da
qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. Per altro,
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scriveva intorno a san Tommaso: “Solo
l’opera del cielo era materiale; l’opera dell’inferno è totalmente spirituale” (San
Tommaso d’Aquino
, 1933). Giovanni Paolo II, il 24 maggio 1987, a Monte
Sant’Angelo, dice: “Questa lotta contro il demonio che contraddistingue la
figura dell’Arcangelo Michele è attuale anche oggi, perché il demonio è tuttora
vivo e operante nel mondo”. Il demonio nel mondo: è ancora il demiurgo di
Platone, che ha fatto il mondo e lo ha fatto guasto. Il demonio, che guasta il
mondo, o è un secondo demiurgo – secondo alcune dottrine, è Satana il creatore
– oppure è lui che ha guastato la creazione. Ma, secondo la dottrina islamica, è
Dio che l’ha fatta guasta, quindi assolutamente in debito verso di lui: deve
affermare un principio ontologico e un’equazione ontologica tra il male e il
bene. Continua Giovanni Paolo II: “Infatti, il male che è in esso, il disordine che
si riscontra nella società, l’incoerenza dell’uomo, la frattura interiore della quale
è vittima non sono solo le conseguenze del peccato originale”.
Il peccato originale è il peccato ontologico, in Platone: peccato originale,
perché l’eternità è dell’uno e il tempo è nel mondo e, quindi, la storia è nel
mondo – e questo giunge all’illuminismo e a Hegel. L’illuminismo e Hegel
commentano il varco fra Parmenide e Eraclito (e, di questa lettura di Hegel,
Alexandre Kojève fa la caricatura): Eraclito introdurrebbe la storia come
compromesso fra l’eternità dell’uno e il tempo, che sarebbe durata. Per Platone,
l’eternità è senza il tempo, perché l’eternità è dell’uno. Ma anche per Maometto
l’eternità è di Allah, che è l’uno. Per Maometto, l’eternità non è del tempo. Il
tempo deve attuare l’equazione ontologica. Per Hegel, l’equazione ontologica
avviene nella sintesi, nella dialettica onto-teo-teleologica. Prosegue Giovanni
Paolo II: tutte queste cose “[…] non sono solo le conseguenze del peccato
originale, ma anche l’effetto dell’azione infestatrice e oscura di Satana”. Ma c’è
una svista: con l’atto di Cristo, non c’è più peccato originale!
Il 26 agosto 2012, Benedetto XVI ammonisce i preti: credete nel diavolo! “La
colpa più grave di Giuda fu la falsità, che è il marchio del diavolo”. Che cos’è il
diavolo? Un dio falso e bugiardo. E la donna, cos’è? Falsa e bugiarda! La
fallacieuse
: così la definiva Pierre Legendre, in “Vel”, n. 2, intitolato Il godimento e
la legge. Noi abbiamo dato questo titolo, mentre i seguaci di ogni ideologia
dicevano: il desiderio e la legge. Per ogni credente, per ogni immaginante, per
ogni soggetto pensante, per ogni soggetto alla morte vale il rapporto fra il
desiderio e la legge. “Per questo”, proseguiva Benedetto XVI, “Gesù disse ai
dodici: ‘Uno di voi è un diavolo’”.

Invece, il gesuita papa se n’esce con una battuta. Si rivolge, lui, non ai fratelli
musulmani, ma ai fratelli cardinali, citando Oscar Wilde: “Posso resistere a
tutto, tranne che alle tentazioni”.

Il tabù della morte. Il tabù del tempo. Il tabù del sembiante: il tabù
dell’ostacolo assoluto e della causa assoluta. Questo tabù è una necessità
ontologica, dato il principio di unità. I cosiddetti Presocratici, occorre leggerli
altrimenti. Parmenide non stava a Atene, stava a Elea. E scriveva in versi. La
relazione, idealmente negata, assurge a tabù, che diventa tabù della ricerca e
tabù del corpo, segnatamente tabù del corpo della donna. Questo tabù non è
assente nell’illuminismo. C’è chi ritiene, con l’illuminismo, di mettere a posto
tutto: l’islamismo, la Cina, l’India, il modo con cui sono trattate le donne in
India.

Scrive Jean-Jacques Rousseau: “[…] cent fois mieux une femme simple et
grossièrement cultivée qu’une femme savante et bel esprit […] une femme bel esprit est
le fléau de son mari, de ses enfants, de ses valets, de tout le monde: dans la sublime
élévation de son beau génie, elle dédaignera tous ses devoirs de femme” (Emile ou de
l’éducation, 1762). È intollerabile una donna istruita, colta e di bello spirito.
L’aveva capito Maometto! Ha vietato lo studio, a tutti e alle donne in modo
particolare. Perché, “nella sublime elevazione del suo bel genio, essa disdegnerà
tutti i suoi doveri di donna”. Riscontrate, nel discorso occidentale, lo stesso
arcaismo prospettato dall’islamismo.

La donna, nell’islam e non solo nell’islam, è tollerata solo in due stati: o
vergine o madre. E, infatti, lo spiega Jules Michelet, con i suoi libri di grande
successo intorno alla donna e in particolare intorno alla strega: “La femme […]
doit aimer et enfanter; c’est là son devoir sacré. […] si elle n’est pas épouse et mère, elle
sera éducatrice
” (La femme, 1860, capitolo La femme est une religion), “La donna
[…] deve amare e partorire: sta qui il suo dovere sacro. […] se non è sposa e
madre, allora sarà educatrice”, cioè sarà madre come educatrice, “donc n’en sera
pas moins mère, et elle enfantera de l’esprit
”: “sarà non di meno madre e partorirà
dello spirito”.

In Pakistan vige la pratica del Karo-kari: se, in famiglia, una donna è
sospettata di adulterio, la famiglia può ucciderla, senza nessun processo, perché
c’è un’equazione adulterio-morte, dove tutto si compensa: c’è un’equazione
legale, una compensazione legale, divina, dentro la famiglia. E si ripete l’adagio
macabro: “Il sangue lava più bianco”. E le donne anziane, le donne “malate
mentali”, le donne detenute subiscono una discriminazione doppia: in quanto
donne e in quanto anziane o “malate mentali” o detenute.

La “malattia” delle donne. E il “suicidio” delle donne è incomparabile, più
del doppio rispetto al suicidio degli uomini, in paesi come l’Arabia Saudita,
l’Iran, il Pakistan, la Turchia. C’è un numero enorme di suicidi tra le donne.
Milioni di donne, pure, sono soggette a aborti selettivi. In milioni di casi,
vengono praticati infanticidi e decessi precoci. La donna è inferiore e
demoniaca: la donna che non ha figli maschi è doppiamente inferiore.
L’escissione deve togliere ogni appetito sessuale. Il segno della donna è il segno
della frigidità obbligatoria. La frigidità rappresenta il godimento ideale, come
godimento materno. Niente desiderio. E niente piacere.

“Che Allah ci protegga dalla parola ‘io’!”, è uno degli slogan. Però, vige
sempre “conosciti!”. Come ti conosci? Conosci Allah e, quindi, ti conosci. E,
così, il soggetto è dipendente. Altro che assenza di soggetto.

Alcuni islamici, a Parigi, “praticano” l’analisi senza parlare dell’islam, perché
temono che, parlandone, non crederebbero più. Quindi, già non credono:
credere risponde a un imperativo categorico, morale. “Credo, dunque sono”,
anche se bisogna dire che il termine “essere” non c’è, in arabo: c’è kana, “entità”.
Il credente è esposto alla malattia, alla sofferenza, che compensa la colpa. Allah
protegge contro il male del cattivo consigliere: è sempre il male dell’Altro. Il
diavolo, a questo punto, è il significante del male dell’Altro. Per tanto, sarebbe
non tanto “penso, quindi sono”, quanto “credo, quindi ero”.

Il tempo, idealmente negato, assurge a tabù. Il fantasma della fine del tempo
si fa tabù. Il tabù del tempo: per tanto, il tabù della sessualità. Nell’islam, non è
il “continente nero” o il “buco nero”: la sessualità è la tenebra dinanzi. Nessuna
intelligenza, nessuna intellettualità, nessun malinteso: nessuna madre. Tutto
incominciò con il matricidio, con Agar. Il tabù della sessualità segue al tabù
della morte. E, quindi, il pudore, hichna, che viene mantenuto nell’appartenenza
alla ummah. L’appartenenza alla comunità è fondamentale: questo è lo
psichismo.

Il giudizio universale: per i cristiani, ritorna Cristo, per alcuni gruppi sciiti
ritorna Alì, il genero di Maometto. “Il sovrano emula Allah, l’uccisore”. Allah
viene riconosciuto nella figura del sovrano, quindi il sovrano può ciò che vuole.
È compito dell’islamismo anticipare il giudizio finale sulla terra. Questo è
quanto vuole Allah: che si faccia in modo che tutti siano uguali. Tutti i credenti
sono uguali, come fratelli, quindi premiati. Tutti i miscredenti sono uguali, cioè
tutti uccisi. Oppure sottomessi. Algebrismo puro dello sterminio e geometrismo
puro della dhimmitudine. Discutono alcuni quale sia la religione che faccia un
uso più totalitario di Dio.

Nel 1937, a Roma, viene fondata l’“Associazione Musulmana del Littorio”, in
conseguenza della creazione dell’Impero nell’Africa orientale italiana.
Hasan al-Banna (1906-1949), fondatore della Fratellanza Musulmana nel
1928, era un maestro elementare, ammesso nella massoneria britannica, e voleva
creare nel mondo islamico qualcosa come la massoneria, un’organizzazione a
fini di carriera. Poi, avviene un mutamento: al-Banna diviene fondamentalista.
Dopo il suo incontro con Sayyid Qutb (1906-1966), l’organizzazione diventa
wahabita e propugna la pratica terroristica. La Fratellanza Musulmana si allea
con l’Arabia Saudita per esportare il terrorismo nei vari paesi islamici e in
occidente. Quindi, borse di studio saudite per l’Europa, centri e moschee in
Europa finanziate dall’Arabia Saudita, la Banca della Fratellanza Musulmana a
Lugano, la Banca Al Taqwa, che, poi, diventa Nada Management Trust, ente
finanziatore, per esempio, dell’U.CO.I.I. (Unione delle comunità islamiche
d’Italia) e di Al Qaeda (la base). Al Qaeda è un’emanazione della Fratellanza
Musulmana. Nel suo libro Pietre miliari, Sayyid Qutb scrive: “La repubblica
islamica è l’unico modello politico perfetto”. E questo è lo slogan che è passato,
in tutta l’Europa – in Italia, in Francia, in Germania, in Belgio, in Olanda, in
Inghilterra –, come lo slogan delle moschee e dei centri di scuola coranica.

Quello che viene cercato, stante la forza attuale del sistema politico dei
miscredenti, è qualcosa che si chiama Hijra, “separazione”, separazione
dall’ambiente in cui la comunità vive, perché ciò che importa è l’identità della
comunità islamica. La separazione dall’ambiente impuro: è un principio. Che ci
sia, certamente, l’integrazione economica, per dir così, ma che sia del tutto
esclusa l’integrazione culturale. Separatismo.

Ma ecco, la questione dei convertiti. Una volta, i cattolici si convertivano al
marxismo: nacque il cattomarxismo. Adesso, ai convertiti all’islamismo i Fratelli
Musulmani conferiscono cariche importanti, ai vertici delle strutture da loro
create in Italia, sia in viale Jenner a Milano sia nella moschea di Roma sia nelle
varie associazioni sia in quella creata, nel 2005, dall’allora ministro dell’Interno
Giuseppe Pisanu: la Consulta islamica. Roberto Hamza Piccardo, oggi
segretario dell’UCOII, già militante in “Autonomia Operaia” negli anni settanta,
firma documenti a favore della guerra antiimperialistica. Non è il solo. Il KGB
guidava, dagli anni sessanta in poi, i vari movimenti terroristici comunisti in
occidente, dall’Ira alle Brigate rosse, e anche in Palestina. Guidava, coordinava e
finanziava. Tutti i vari movimenti di sinistra, in Italia, anche movimenti estranei
al terrorismo, sono intervenuti invocando l’aiuto ai fratelli palestinesi. L’aiuto ai
fratelli palestinesi è la bandiera della giustificazione di associazioni, centri e
moschee in Italia e in Europa: tutto l’islam ha subìto un torto, attraverso il torto
subìto dai palestinesi; tutto l’islam deve, quindi, anzitutto attuare l’estinzione
dello stato d’Israele e, poi, il passo ulteriore, la conquista dell’Europa. Il KGB
guidava, dagli anni sessanta in poi, i vari movimenti terroristici comunisti in
occidente, dall’Ira alle Brigate rosse, e anche in Palestina. Guidava, coordinava e
finanziava. Tutti i vari movimenti di sinistra, in Italia, anche movimenti estranei
al terrorismo, sono intervenuti invocando l’aiuto ai fratelli palestinesi. L’aiuto ai
fratelli palestinesi è la bandiera della giustificazione di associazioni, centri e
moschee in Italia e in Europa: tutto l’islam ha subìto un torto, attraverso il torto
subìto dai palestinesi; tutto l’islam deve, quindi, anzitutto attuare l’estinzione
dello stato d’Israele e, poi, il passo ulteriore, la conquista dell’Europa.

Mohamed Nour Dachan, presidente dell’UCOII, ha scritto: “In Italia non
esistono moderati o fondamentalisti, ma solo musulmani. O si crede o non si
crede”. E guai per chi non crede! E cita Maometto, per esaltare la conversione
delle donne che si mettono sotto la legge di Allah. Per Maometto, “Il paradiso è
sotto i piedi della madre”.

E Tueni Garnawi, tunisino, quattro lauree alla Sorbona, il primo immigrato e
naturalizzato italiano divenuto sindaco (moltissimi altri seguiranno), afferma:
“L’islam è un modello politico che non prevede affatto la democrazia. Non si
può mettere d’accordo il Corano con i valori laici. Se il terrorismo è una
reazione da parte di popoli schiacciati dalle ex potenze coloniali e dagli Stati
Uniti, il fondamentalismo religioso coincide con il Corano”. Sono questi coloro
che vengono invitati a parlare in televisione, per favorire il dialogo. “Non ci
sono gradualismi o riforme che possano modificarlo. Anche quelle fatte dal
governo del Marocco sono solamente aggiustamenti interni. E poi, chi lo ha
detto che la democrazia sia la panacea di tutti i mali?”. Appunto, la panacea di
tutti i mali non è la democrazia, è il Corano.

“Terrorismo islamico” è una formula facile. Oggi, è la guerra globale
attraverso il terrorismo. Cioè, il terrorismo è la “guerra dal volto umano”,
utilizzato dall’islamismo. Per fare un esempio, gl’islamici italiani giustificano le
aggressioni della notte di Capodanno a Colonia in questo modo: “Si rispetta la
donna che non si vede”. Lo stupro è l’altra faccia del rispetto.

Il principio negazionista è il principio di una certa ideologia, anche in Italia,
che accetta il “silenzio religioso”. La sinistra europea, sopra tutto la sinistra
italiana, tace dinanzi alle azioni della guerra globale. Occorrerebbe scrivere, a
proposito del negazionismo, il Libro nero dell’islamismo in Italia e in Europa, per
toccare quella che, ancora adesso, si chiama l’indifferenza in materia di religione.
L’illuminismo, il giacobinismo, il laicismo ostentano l’indifferenza in materia di
religione. Questa religione è una forma del sistema politico dettato
dall’ontologia. I gruppi islamici disseminati per l’Europa, le associazioni, i
centri hanno lo scopo di operare il passaggio da una “fase di forza” a una “fase
di debolezza” dell’Europa. Per il momento, quindi, il terrorismo, la guerra
globale, serve proprio per questo: per sconfiggere il partito di Satana. Il partito
di Allah sconfigge il partito di Satana. I sauditi sono alleati dei Fratelli
musulmani per un ritorno alla salaf, alla fede d’origine. E, quindi, distinguono la
casa dell’Islam, Dar al-Islam, dalla casa della guerra (della guerra che loro
devono attuare), Dar al-Harb. Questa è la divisione del mondo e è anche la
separazione. La casa dell’islam deve essere separata dalla casa dove essi devono
portare la guerra. Conquistare risponde a un compito divino, è ciò che Allah
vuole. È Allah che fa la guerra. È Allah che uccide. Conquistare il potere per
islamizzare la società.

L’università al-Ahzar, il più importante centro “teologico” sunnita, propugna
l’affermazione dell’ortodossia islamica e forma un ceto di tecnici, di
professionisti e di funzionari dell’islamismo. Per la Fratellanza Musulmana
l’Europa dev’essere “Terra dell’islam”. Questo è il compito. E a questo mira il
web islamista, diffuso, ramificato.

L’identità islamica come identità del filius avviene sulla base
dell’inammissione del figlio, sulla base dell’infanticidio. Solo così può costituirsi
lo standard islamico in Europa. La burocrazia europea sta costituendo i suoi
standard. Leggete questi standard: hanno l’idea di purezza, l’idea di origine,
l’idea di morte, l’idea di salvezza. Il terreno è fecondo, preparato dalla
burocrazia purista europea, per l’arrivo e la sottomissione dell’Europa da parte
dell’islam. Il tribunale di Allah è pronto. In tutto il suo algebrismo e in tutto il
suo geometrismo. Il tribunale che realizza la perfetta equazione ontologica.
“Eurabia” è la definizione data alla seconda città dell’Olanda, Rotterdam, a
maggioranza immigrata, dove sorge la più grande moschea d’Europa. La
moschea di Roma è enorme, quella di Rotterdam è ancora più grande. Lì c’è chi
dice, a proposito del silenzio delle istituzioni, dei politici, dei giornali: “In
Olanda si tollera tutto, tranne la verità”. Così a proposito del negazionismo.
Tra i paesi islamici, il Libano e la Tunisia vengono indicati come i paesi che
hanno le procedure più avanzate rispetto a quella che viene chiamata la laicità.
Il termine “laicità” è da discutere. Noi abbiamo proposto un’altra laicità. In
Tunisia, da cinquant’anni, non c’è più la poligamia, le donne hanno il diritto di
chiedere il divorzio, non vige la shari’a: era stato Habib Burghiba (1903-2000) a
attuare questo, e il suo successore, Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987 al
2011 che, pure, era più dittatoriale di Burghiba, aveva messo fuori legge il
partito islamico.

Bettino Craxi – in questo distinguendosi da Pietro Nenni, che aveva una
nozione molto precisa della questione “ebraica” – ha avuto una certa ambiguità
rispetto al martirio di Leon Klinghoffer avvenuto l’8 ottobre 1985. Ha permesso
la fuga dei terroristi che avevano sequestrato la nave Achille Lauro e ucciso
Leon Klinghoffer e non ha accettato né l’estradizione né che si celebrasse il
processo in Italia. Ha utilizzato un cavillo giuridico per impedirlo. Tutto ciò è
stato molto ammirato dagli interlocutori. Craxi, tuttavia, aveva ipotizzato che la
Tunisia, un paese che non ha petrolio, avrebbe potuto costituire un esempio di
modernizzazione anche per altri paesi islamici.

Negli anni settanta, intrecci, scambi, alleanze, passaggi di armi tra le
organizzazioni terroriste in Italia e le organizzazioni attiviste e terroriste in
Palestina. Lo stesso Mario Moretti, che era a capo del commando per la cattura e
l’assassinio di Aldo Moro, nella sua versione non ha mai raccontato nulla di
questo. Ha detto, tuttavia, dei rapporti tra le Brigate rosse e l’OLP,
l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Aveva incontrato esponenti
dell’OLP anche a Parigi. L’Unione Sovietica aveva affidato il coordinamento al
KGB.

Numerosi convertiti all’islam inneggiano all’Isis (Stato islamico dell’Iraq e
della Siria), sicuri che libererà la Siria, l’Europa e il mondo dall’oppressione
idolatra. Il califfato universale: l’idea di bene, l’idea pura, conquisterà il mondo,
con le armi, con i tribunali, con il farmaco, con la condanna della libertà della
parola, della libertà della politica, della democrazia. Islamici e convertiti
esaltano, dunque, il jihad militare.

Un ulteriore esempio, tra molti, è quello della brigatista Nadia Desdemona
Lioce (nata nel 1959), arrestata il 2 marzo 2003, poi, processata in seguito
all’assassinio di Marco Biagi. Questa la sua dichiarazione con la quale si è
dichiarata prigioniera politica:

L’11 settembre 2001 deve aprire l’orizzonte delle avanguardie rivoluzionarie, non può
fermarsi all’Italia. La prossima guerra all’Irak è il tentativo di abbattere il principale ostacolo
all’egemonia dell’entità sionista bastione dell’imperialismo nell’area, disarmando e annientando
la resistenza palestinese, punto di riferimento e di forza per tutte le masse arabe e islamiche
espropriate e umiliate dall’imperialismo, che nel complesso costituiscono il naturale alleato del
proletariato metropolitano nei Paesi europei. Le avanguardie devono fare del contrasto alle mire
israelo-anglo-statunitensi
di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in Medio Oriente un
punto di programma su cui aprire la prospettiva storica del Fronte combattente antimperialista,
promuovendone i termini politico-militari.


La Lioce esprime “solidarietà per le masse arabe e islamiche che insieme con
il proletariato devono contrapporsi e reagire alla nuova fase di rafforzamento
dei governi borghesi”.

Anche i cristiani, in Medioriente, rifiutano di accettare Israele. Ho incontrato,
venti anni or sono, un finanziere importante tra il Libano e Londra, cristiano,
credente e osservante: si diceva sicuro che lo stato d’Israele sarebbe stato
sterminato. Nell’aprile 2002, Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme,
dichiarava all’“Osservatore romano”: “Il bisogno di questa terra [la Palestina] è
di attraversare il deserto dell’odio e della morte, il deserto dell’ingiustizia e
dell’oppressione imposta su uno dei due popoli […]. I capi dovrebbero smettere
di parlare di terrorismo per nascondere il male di fondo e per giustificare e
nutrire la permanenza della morte e dell’odio. Quando questo male avrà fine,
subito cesserà ogni forma di odio e di morte”.

Il terrorismo, che cosa attua? Chi è il protagonista della guerra di conquista,
della guerra di Allah? Allah fa la guerra. Il vero guerriero è lui. L’esecutore
sacrale, il suicida-omicida, si chiama chahîd: afferma il concetto di “male
creativo”, la morte come strumento di salvezza. La morte come “espiazione e
propiziazione”. La morte di sé e la morte dell’Altro. Il sacrificio di sé, il sacrificio
dell’Altro, con cui avviene la fusione dell’esecutore sacrale nell’Uno. Hegel
scrive: “Sapere il proprio limite significa sapere sacrificarsi” (Fenomenologia dello
spirito
, LXXXXIII).

Lo chahîd fa un bagno di eternità e di divinità. Raggiunge l’unità. Dio muore
e si rigenera. E è un monito molto forte perché s’instauri il regime della dhîmma.
Ahl al-dhîmma: la gente della dhîmma, la gente della “protezione” islamica.
Questo dice lo chahîd: “Noi apparteniamo a Allah, a Allah noi ritorniamo”
(Sura II, 156). Lo chahîd raggiunge il godimento supremo, gode immediatamente
delle vergini, inaccessibili sulla terra. Il Corano: “Non crediate che coloro che
sono uccisi nella via di Allah siano morti; anzi, essi vivono e sono nutriti presso
il loro Signore” (Sura II, 154). Il paradiso di Allah non è la vita, dove ci si annoia,
dove ci sono problemi, conflitti, litigi. La vita vera è la vita eterna: subito, la vita
di puro godimento.

Maometto, che non sapeva scrivere, per redigere le Sure ha avuto l’ausilio di
un ebreo e di un monaco apostata persiano di nome Sergio. Da qui, la
commistione tra ebraismo e cristianesimo, in una versione adatta a chi deve
guidare gente che viene dal deserto e che deve andare alla conquista del
mondo. Dio: Allah, Elohîm. E san Paolo, appunto, scrive: “Per me la vita è Cristo,
e morire è un guadagno; e io preferisco una morte che conduce alla vita a una
vita che conduce alla morte” (Lettera ai Filippesi, 1, 21-22). Il concetto è questo:
morire bene. L’idea di bene: l’idea di morte, l’idea di salvezza. La morte è solo
uno strumento per raggiungere il bene. È morte benefica, salvifica.

L’identità islamica è un’identità comunitaria. Se rivendichiamo la nostra
identità per difendere l’Europa, facciamo il verso all’islamismo. Il principio
d’identità procede dal principio di non contraddizione e dal principio del terzo
escluso.

Il sistema di colpa e di pena è il sistema di un’equazione ontologica
nell’alternativa tra il bene e il male. Allah: il sistema di vendetta e misericordia,
di minaccia e promessa. L’al di là risolve tutto ciò che non è stato risolto nell’al
di qua. E risolve anticipando. Noi dobbiamo anticipare. L’algebrismo anticipa il
giudizio finale. L’idea di fine agisce adesso.



Discutevamo di Menenio Agrippa, della città come organismo, come
metafora spirituale. Nell’islam, questo è totalitario: il concetto della città come
organismo, dove ogni soggetto trova la sua identità. E, così, non sarà mai
abbandonato. Si abbandona a Allah, sicché non sarà mai abbandonato.
Questa faccenda dell’“abbandono” prospera in tutti i monoteismi e in tutti
gli usi domestici. Nell’ebraismo si chiama l’eclisse di Dio: Dio si nasconde.
L’eclisse della presenza di Dio. Quando mai Dio si è presentato? Da qui, l’idea
che il sacrificio serva per compensare l’abbandono da parte di Dio. È l’erotismo
del rapporto di sé a sé. Il rapporto con Dio è l’erotismo del rapporto di sé a sé.
Questa tanatologia compie un’esaltazione gigantesca della negatività, che è
espressa a suo modo.

Negli scritti di Platone e di Aristotele, permane una certa complessità
linguistica della lingua greca: miti, favole, leggende, figure retoriche. Nella
lingua greca, la formulazione, benché sia arrivata ormai alla prosa, mantiene
qualcosa della poesia. La scrittura, prima, era in versi, pura oralità. Con Hegel,
la negatività è esaltata al massimo: senza la negatività, non c’è più la Storia. La
Storia finisce quando il principio di unità trionfa. Il principio di unità domina
nella sua eternità. Proprio questa economia della negatività è salvifica.

Ecco un hadîth: “Il Profeta, la pace sia con lui, dice: Tutto ciò che può colpire
il musulmano, che sia la stanchezza, la malattia, l’ansia, l’angoscia, la tristezza,
la sofferenza, il lutto o la ferita di una spina è controbilanciato dall’assoluzione,
da parte di Allah, per certi suoi peccati” o sbagli. Anche la pazienza viene
ricompensata o è una ricompensa, compensa qualcosa.

Quaranta milioni sono, attualmente, gli islamici in Europa. Sette milioni in
Francia.

Il teologo cattolico tedesco Ignaz von Döllinger (1799-1890), nel suo libro La
religione di Maometto
(uscito in Italia nel 1848), scrive: “Da che esiste il mondo
nessun altro mortale al pari dell’arabo Maometto esercitò sulla specie umana
una così sterminata influenza religiosa, morale e politica”.

Giovambattista Vico scrive (Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo,
1725-1728):

Il Turco ha fondato un grand’imperio sulla barbarie, ma col consiglio di un Sergio, dotto ed
empio monaco cristiano, che allo stupido Maometto diede la legge sopra la quale il fondasse; e,
mentre i greci, dall’Asia incominciando e poi dapertutto, erano andati nella barbarie, gli arabi
coltivarono le metafisiche, le mattematiche, le astronomie, le medicine, e con questo sapere di
dotti, quantunque non della più colta umanità, destarono a una somma gloria di conquiste gli
Almanzorri tutti barbari e fieri, e servirono a stabilire al Turco un imperio nel quale fossero
vietate tutte le lettere; il quale però, se non fosse per gli perfidi cristiani prima greci e poi latini,
che han loro somministrato di tempo in tempo le arti e i consigli della guerra, sarebbe il loro
vasto imperio da se medesimo rovinato.


Giacomo Leopardi, nello Zibaldone (1817-1832) del 28 settembre 1820, scrive
che l’ignoranza serve alla credenza nel potere divino da parte di chi lo esercita.
Così “Maometto con buona ragione proibì gli studi”. Il popolo ha bisogno di
una sola opinione. “Le passioni sono tante, l’opinione è una” (Zibaldone, 15
novembre 1820).

Giuseppe Mazzini postula una chiesa dell’Umanità: “Crediamo che Dio è
Dio, e l’Umanità è il suo Profeta” (Lettera dommatica, 1860). Felice Orsini, che
morirà dopo avere attentato alla vita di Napoleone III, sbeffeggia Mazzini come
“il secondo Maometto”. Il principio di unità getta il ponte fra islamismo e
laicismo.

Nella sua lettera del 6 giugno 1853 a Karl Marx, Friedrich Engels scrive che
l’islam è la combinazione di “una forma degenerata di culto naturalistico con
una forma degenerata di ebraismo e di cristianesimo”.

La notizia di Benedetto Croce riguarda la civiltà: “La lunga età di gloria che
fu chiamata Medioevo animò la difesa contro l’islam, così minaccioso alla civiltà
europea”(Perché non possiamo non dirci cristiani, 1942).

Giovanni Papini nota, nel Corano, una “sorda rivalità” fra Allah e Iblis, la
prevalenza di Iblis, la sua chiaroveggenza, la sua invidia, la sua vendetta. E cita
le parole di Iblis nella Sura XXXVIII: “Io giuro, per la Tua grandezza, che li
sedurrò tutti [gli uomini]”. Papini nota che il Corano è “una predicazione
promettitrice o minacciosa” e che la legge di Allah è la legge civile e penale. In
breve, Papini osserva nell’islam una zoologia fantastica eretta a sistema
(Polemiche religiose, capitolo Il demonio musulmano, 1912).

In seguito al massacro degli ebrei della “Nuova Sion” (Israele), nel 1929, da
parte dei palestinesi, Filippo Turati scrive, il 6 settembre 1929, al socialista Marc
Jarblum, segretario del Comitato internazionale per la protezione del sionismo,
qualcosa che segna un’affinità fra gli ebrei della Palestina e i “proscritti italiani”
e che gli vale l’appellativo di “israelita onorario”:

Caro Jarblum, dite agli ebrei della Palestina che nessun nucleo umano è in grado, come i
proscritti italiani, di comprendere le loro pene e di essere sensibili alle loro sventure […]. Io non
credo alla riscossa degli arabi, all’odio dei musulmani contro le vostre pretese usurpazioni.
Questi non avevano altro che da guadagnare dall’opera di redenzione, agricola, industriale e
intellettuale che voi iniziate laggiù con così nobile ardore.


Benito Mussolini. 1934. La Libia italiana. Gli abitanti sono definiti come
“musulmani italiani della quarta sponda d’Italia”. Vengono costruite moschee e
scuole coraniche. Si apre a Tripoli la Scuola superiore di cultura islamica. I
nemici sono comuni: Francia e Inghilterra. Per ora. A Mussolini viene conferito
il titolo di “protettore dell’islam”. Non c’è più in Libia l’impero ottomano. E
Mussolini, quindi, è l’erede dell’autorità del califfo.

Il 20 marzo 1937, nell’oasi di Bugàra, Jusuf Kerbisc consegna a Mussolini la
spada dell’islam, in oro massiccio intarsiato, cesellata dagli aborigeni berberi.
Mussolini entra a Tripoli su un cavallo bianco, la spada al cielo, con
duemilaseicento cavalieri al seguito. Già dal 1934 Radio Bari trasmette in lingua
araba. Il regio decreto del 3 dicembre 1934 dà “una cittadinanza italiana speciale
per i nativi musulmani delle quattro province libiche che fanno parte integrante
del regno d’Italia”. Il 26 ottobre 1938, “le quattro province della Libia entrano a
far parte del territorio nazionale”.

La propaganda di Mussolini si rivolge contro le “demoplutocrazie” e a
favore della “razza araba”. Hitler è disinteressato alle colonie. Mussolini
giustifica la guerra d’Etiopia come guerra di liberazione dallo “schiavismo” del
Negus filoccidentale. E continua a ribadire, in funzione propagandistica,
l’affinità fra islam e fascismo. Egli stringe un rapporto privilegiato con il Gran
Mufti di Gerusalemme Amin al-Husayni (che prima di recarsi da Hitler nel
1941, passa da Mussolini in Italia), con i movimenti palestinesi (una certa
sinistra italiana ha seguito la politica di Mussolini riguardo agli arabi!), con il re
dell’Arabia Saudita, Abd al-Aziz, salutato come “il Duce d’Arabia”.

Antonio Gramsci (1891-1937). L’unità e la sua eternità devono appropriarsi
della storia purificandola, circolarizzandola, guidandola. L’alleanza con le
masse arabe e musulmane è necessaria contro l’imperialismo e contro i poteri
locali che lo favoriscono. Il principio di unità è comune. Unità di Allah, unità
dell’uomo. Come per la psicanalisi e per molte altre cose, la lezione politica di
Gramsci, doppiandosi su quella di Mussolini, indirizza l’ideologia italiana per
tutti i decenni successivi.

Luigi Longo (1900-1980), segretario del Pci dal 1964 al 1972, scrive:

La riflessione che pongo necessiterebbe di un lungo racconto sull’uso del territorio (meglio
sarebbe spazio) nel conflitto tra Israele e la Palestina, a partire dal 1948, anno di proclamazione
formale dello stato di Israele. Mi limito qui a constatare che si tratta di un conflitto tra un
aggressore, Israele, che sta malvagiamente ridimensionando un popolo palestinese che cerca di
resistere e di difendere legittimamente i residui territori a propria disposizione che non possono
più formare una nazione. […]

La riflessione è: non ci sono più le condizioni territoriali per la creazione di due popoli e di due stati.
La politica territoriale di Israele, con lo strumento delle colonie e con tutta la sua
strumentazione scientifica e tecnica (che non è mai neutrale, è bene ricordarlo), di fatto non
permette più di parlare di due stati e di due popoli, ma bensì di uno stato per gli israeliani e di
enclave per i palestines
i. Usando un linguaggio lagrassiano direi che storicamente gli agenti subdominanti
della sfera politica, della sfera religiosa, della sfera militare e della sfera istituzionaleterritoriale
hanno avuto un ruolo fondamentale nel concentrare il popolo palestinese in enclave
e distruggere l’idea stessa di una loro nazione con un territorio, una istituzione, delle risorse,
una storia e una cultura propri.

Esiste un popolo israeliano con uno stato, gestito da agenti strategici sub dominanti spietati e
insaziabili di potere e di egemonia, che è una pedina fondamentale (fino a poco tempo fa) degli
USA e delle loro strategie mediorientali nella scacchiera del conflitto per l’egemonia mondiale.
Esiste un popolo palestinese rinchiuso in enclave le cui condizioni di vita sono sempre più
difficili e al limite della sopravvivenza (almeno per la maggioranza della popolazione).




Mentre in Francia Georges Pompidou e in Germania Willy Brandt facevano
patti con gli arabi, in Italia Giuseppe Saragat (presidente della Repubblica dal
1964 al 1971) il 17 ottobre 1973, dal Senato, parla a favore di Israele:

Se Israele fosse invasa il mondo assisterebbe a un genocidio di proporzioni mostruose. Tre
milioni di creature umane, donne, uomini e fanciulli verrebbero sterminati senza pietà. Occorre
quindi porre in primo piano la salvezza d’Israele […] l’Urss oggi soffia sul fuoco […] non
dimentichiamo che Israele è l’unico stato veramente democratico del Medio Oriente: è l’unico
lembo di quella civiltà fondata sulla libertà e sulla giustizia sociale, in cui crediamo.



Pier Paolo Pasolini (1922-1975) gira il documentario Le mura di Sana’a (1971) e
rivolge un appello all’Unesco per la salvaguardia della città vecchia di Sana’a
(che divenne patrimonio dell’umanità nel 1986).

La politica italiana dopo la guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) stabiliva,
secondo gli annalisti, la tolleranza dell’attività logistica dei terroristi
mediorientali nel territorio italiano in cambio dell’incolumità dell’Italia e degli
italiani. L’Italia era rifugio per gli attivisti islamici. Leggete le vicissitudini del
“Lodo Moro”.

Giuseppe Pisanu, il 25 luglio 2005, dichiara: “L’Europa deve sapere tendere
la mano al mondo islamico moderato evitando ad ogni costo di rinchiudersi in
se stessa, negando accoglienza a chi vuole venire in pace e nel rispetto delle
regole alla ricerca di un futuro migliore”. Istituisce la “Consulta islamica”,
l’organismo del dialogo. Crede che i “gruppi aggressivi” siano minoritari, male
organizzati, senza gerarchia e senza consenso negli ambienti islamici. È sicuro
che “sono destinati alla sconfitta”. Propone la nascita dell’“Islam italiano”. E
gl’islamici accettano la proposta ridefinendola nell’“Italia islamica”.

Il “pentito” Antonio Savasta parla di un accordo, successivo all’assassinio di
Moro, per colpire i comuni obiettivi della Nato e d’Israele. Dopo l’assassinio di
Massimo D’Antona, l’“irriducibile” brigatista Franco La Maestra, in una
telefonata registrata, cita Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Proprio
Franco La Maestra teneva i rapporti con Abu Nidal, esponente del terrorismo
internazionale.

Il 25 settembre 2006, Gianfranco Zoja, appartenente alle Brigate Rosse, fa un
attentato dinamitardo alla caserma Vannucci della “Folgore” di Livorno. Nel
volantino a firma “per il Comunismo Brigate Rosse”, si legge, fra l’altro:

Questo, all’interno del Nuovo Ordine Mondiale disegnato dal polo imperialista attualmente
dominante USA ha svolto negli ultimi decenni un ruolo sempre più attivo di penetrazione
politica, economica e militare, dalla Somalia alla Jugoslavia, dall’Afghanistan all’Irak e oggi,
infine, anche in Libano. Per non parlare dell’alleanza strategica con Israele, punta di lancia
dell’imperialismo nell’area mediorientale. Se l’imperialismo è il modo di essere del capitale più
avanzato in questa fase storica, la rivoluzione comunista deve necessariamente assumere la
forma dell’internazionalismo proletario. Occorre cioè costruire la corretta dialettica tra ciò che la
lotta di classe esprime a livello locale e la dimensione necessariamente internazionale dello
scontro. Allo stesso modo, occorre sostenere, all’interno del Fronte antimperialista, quelle forze
che si muovono nella direzione dei reali interessi strategici del proletariato internazionale.
Portare in casa dell’imperialismo la guerra che esso porta al resto del mondo! Guerra alla
guerra imperialista! Costruire il solo strumento capace di ribaltare i rapporti di forza tra
proletariato e borghesia, cioè il Partito Comunista Combattente!


Al cosmopolitismo tanatocratico convengono apparati, tribunali, polizie
sempre segrete, religioni, regimi, dottrine, principi.

Ayman al-Zawahiri, agente dell’FSB (Servizi federali per la sicurezza della
Federazione russa), nel 1997 segue in Russia, nel Daghestan, un corso speciale.
Poi va in Afghanistan come vice di Osama Bin Laden. Nel 1981, era stato nel
commando dei Fratelli Musulmani che aveva ucciso Anwar al-Sadat. L’Unione
sovietica, prima, la Russia, poi, avevano mantenuto i rapporti con il mondo
musulmano in funzione antiamericana e antiNato, quindi la Russia seguiva il
movimento palestinese e i Fratelli Musulmani, aveva fatto un patto segreto con
Gamal Abd el-Nasser. Questo patto era stato sospeso con Sadat e ripristinato
con Hosni Mubarak.

Produrre guai all’America e all’Europa, controllare l’area, tenere le sue basi,
aumentare il prezzo del petrolio, sedere al tavolo dei ricatti più o meno
compensati: questi sono oggi alcuni risultati della politica di Vladimir Putin, “il
leader che sa ciò che vuole e fa ciò che vuole”. E questo avviene in assenza di
decisione, di strategia, di direzione, fra l’Europa e l’America.

Sotto il regime comunista l’Ucraina ha subito sette milioni di morti e due
milioni di deportati. Quanti i morti islamici nell’area di dominazione
comunista? Milioni. Il principio negazionista è stato adottato con cura pervicace
dal regime comunista e dai suoi amici e complici. Anche Sartre negava
l’esistenza del gulag. Vladimir Bukovskij ha cercato d’istruire un processo al
comunismo, come era avvenuto il processo al nazismo. Ma invano.

Charles de Foucauld (1858-1916), religioso cattolico, che era stato eremita nel
deserto dell’Algeria, scriveva nel 1916: “Finché sono musulmani, essi [gli
algerini] non saranno mai francesi, perché attenderanno più o meno
pazientemente il giorno del mahdì, il giorno in cui sottometteranno la Francia”
(lettera a René Bazin, che sta scrivendo la sua biografia).



Nel 1981, il Consiglio islamico d’Europa adotta una “Dichiarazione islamica
universale dei diritti dell’uomo”, che è orripilante. Un progetto era già stato
formulato nel 1979 in Arabia saudita e, poi, nel 1994, è apparsa la Carta araba
dei diritti dell’uomo. La Dichiarazione del 1981 incomincia così:

Quattordici secoli fa, l’islam ha donato all’umanità un codice ideale dei diritti dell’uomo.
Questi diritti hanno lo scopo di conferire onore e dignità all’umanità e di eliminare lo
sfruttamento, l’oppressione e l’ingiustizia.

I diritti dell’uomo, nell’islam, sono fortemente radicati nella convinzione che Dio, e soltanto
Dio, sia l’autore della Legge e la fonte di tutti i diritti dell’uomo. Data la loro origine divina,
nessun capo politico né alcun governo, nessuna assemblea né alcuna autorità ha il potere di
limitare, abrogare o violare in alcun modo i diritti dell’uomo da Dio conferiti. Allo stesso modo,
nessun uomo può transigere riguardo ad essi.

I diritti dell’uomo, nell’islam, sono parte integrante dell’ordine islamico globale.


Questo è il manifesto islamico.


Gli altri articoli della rubrica Religione :












| 1 | 2 | 3 |

26.04.2017