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Heidegger e la tecnica. Oltre l’impianto della paura

Giancarlo Calciolari
(1.05.2016)

L’avvio, nel 1931, dei Quaderni neri di Martin Heidegger:



“Che cosa dobbiamo fare?

Chi siamo noi?

Perché dobbiamo essere?

Che cos’è l’ente?

Perché accade l’essere?”

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Ceramica di Hélène Raynal

Quattro domande che qualcuno avrebbe potuto formulare allungato sopra un divano. Insistenza sul dovere e sull’essere. L’avere? La fulminante carriera universitaria (Franco Volpi), le donne, e soprattutto, il popolo, il suolo, il sangue. Tolto l’originario, la parola per il discorso, il fantasma per l’immagine, governa la supposizione, l’imposizione, la trasposizione. Né il “noi siamo e non siamo” di Eraclito, né il “noi siamo” di Parmenide, ma il “chi siamo noi?”, “che cosa dobbiamo fare noi?”. Il lupo fa la pecora, indugia e non si attiene all’autorità della parola, tra autoritarismo e antiautoritarismo, tra assunzione e dimissione.



Il fare governato dal dovere: già chi si chiede “che fare?” è geometra della sua algebra, che in quanto discorso come causa è frutto dell’aggiornamento di altri discorsi, e quindi l’amore ideale si compie al rovescio come odio reale, la pace ideale si attua come terrore reale… Chiedersi cosa dover fare toglie il fare e rimane l’affaccendarsi, dal tentativo di pilotare l’università tedesca al tentativo di pilotare Hitler. È la tesi del filosofo Michel Bel, che non ha osato pubblicare i suoi scritti su Heidegger.



“Chi siamo noi?” Noi è l’indice dell’infinito nella parola, mentre il noi ontologico, implicito nella domanda di Heidegger, è indice dell’infinito potenziale, l’infinito durevole, che dura quel che dura, come asserisce Lacan della psicanalisi come pratica. Onto-antropologia. Inoltre, sia che noi sappiamo chi siamo, sia che noi non sappiamo chi siamo: giriamo in tondo. In girum imus nocte et consumimur igni. Forse Martin Heidegger si è consumato al fuoco del nazismo. È lo strazio del suo disvelamento dell’essere della verità. Inassumibile l’elemento linguistico “essere”. Io sono, io non sono, noi siamo, noi non siamo, non offrono nessuna presa sulla parola e “sono” esagerazioni, indici della mano intellettuale, né sostanziale né mentale. Mentre la mano della scimmia antropoide è insita nell’auto-affermazione, tra università e popolo. Per celia rispondiamo alla terza domanda e potremmo dire che “noi dobbiamo essere” per riscuotere ciò che “noi dobbiamo avere”. Essere/avere è un animale fantastico, una coppia dicotomica, una filiazione genealogica che procede dall’albero della conoscenza e non dall’albero della vita. E non c’è alternativa tra avere o essere, come ha postulato Erik Fromm. E non è il modo di leggere l’esperienza di Gesù e nemmeno di Francesco.



“Che cos’è l’ente?”. Segue all’ontologia di ciascun elemento, che diviene così “ogni”, quantificato più che quantificatore, universale o esistenziale. L’ente è l’elemento fisso, tolto dalla sua linguistica per entrare nell’impalcatura del metalinguaggio, ossia del pettegolezzo. La linguisteria. L’ente è l’elemento significato: è la risposta a “che cos’è?”, ovvero “che cosa significa?”. Qual è il suo posto nel sistema, nel primato del fallo. Il primato della significazione. L’idea che ognuno ha dell’elemento corrisponde a entificarlo. E come si decide cos’è ente e cosa non lo è? Impiegando i tre principi della gnosi, in particolare il terzo escluso. E chi impiega i tre anti-principi o i tre principi dell’antivita? L’alta gerarchia, la classe degli uomini liberi, i filosofi, la punta del triangolo spirituale (Kandinsky), la casta, i maggiorenti, i frati maggiori, i grassi… I doganieri dell’essere (in un’altra fiaba Heidegger usa la metafora pastorale, che è negazione della metafora, del transfert, dell’amore) e quindi dell’ente riscuotono l’obolo dell’aveologia: non l’ente ma l’avente. E che l’avente nel senso che lo impieghiamo e l’aveologia letteralmente non esistano indica solo l’estensione del nascondimento, dell’impalcatura, dell’arcano, sia Geheimnis che Verborgene. Mistero e segreto. Termini che Heidegger impiega nella sua lettura della questione della tecnica. Mnemotecnica che autorizza il gargarismo sociale che Martin Heidegger sia il più grande filosofo del novecento.



“Perché accade l’essere?”. Cosa o chi governa l’essere, che Heidegger scrive sempre alal tedesca con la maiuscola? L’essere superiore o supremo? Dio ontologico e aveologico, vendicatore e misericordioso. Dio della pena e del premio. Il dio di Giobbe, che visse sazio di giorni e di pecore. Il dio della lottomatica, del nomos, della spartizione della terra, che è anche dio della proprietà privata e pubblica. Il bestiario delle negazioni di dio è infinito potenziale, una vasta letteratura. L’evento e l’avvenimento non sono accadimento ontologico. L’accadimento è del lapsus, del punto di caduta, dello specchio. Il sintomo accade: è la via è non un compromesso, non un falso accadimento, non un falso del falso, non una caduta della caduta, entrambe senza punto. Se accade l’essere – dallo stesso allo stesso passando per lo stesso – è perché gli scriba sono i soggetti soggettivati (algebrali) dell’accadere e dell’accadimento. Gli altri, la maggioranza, la moltitudine, il popolo, sono i soggetti assoggettati (geometrali), gli esecutori dei protocolli degli scriba. Per questo aspetto, Martin Heidegger è il più grande scrittore di protocolli del novecento: ne ha scritti anche per Adolf Hitler, secondo l’ipotesi citata di Michel Bel.



L’essere, ossia il principio d’imposizione linguistica, accade per l’intervento dei suoi doganieri e scriba. È l’orgia del potere, sperimentrata da ogni chef, e non solo da Alessandro, Cesare, Napoleone, Hitler, Stalin, Mussolini e tutti quanti e non quali. È anche l’orgia del potere di ogni uomo su ogni donna. Quando poi la donna e l’uomo non siano più “ogni” comincia il rinascimento, la metafora, il transfert, l’amore.

L’essere e l’avere non sono dell’uomo, non sono alla sua portata di mano e neanche di cervello. L’essere è del significante non preso nella funzione e l’avere è del nome non preso nella funzione. E così sbandierare il dominio dell’essere e dell’avere (come quello della tecnica su cui indaga Heidegger) vale a fissare, entificare il significante e il nome, a ridurre il segno a indice di qualcosa, a significato, in tutto il suo primato fallicista.



Ne La questione della tecnica (1953) Martin Heidegger dice di porre la domanda circa la tecnica. Questione e istanza della tecnica? Statuto della tecnica? Questione ontologica della tecnica. La tecnica ontologica: fenomenologia della tecnica. Ma nessuna teoria del fenomeno: il sembiante. Quel che appare, quel che si vede, ossia il punto nella dimensione di sembianza, è condizione del viaggio e procede dalla questione aperta. La questione della tecnica è formulata da Heidegger come questione chiusa, come argine alla paura di morte, che presume di poter guardare in faccia. La tecnica di Heidegger è una mnemotecnica. “La domanda circa la tecnica è la domanda circa la costellazione in cui accade disvelamento e nascondimento, in cui accade ciò che costituisce l’essere della verità”. La verità come non nascondimento e quindi disvelamento c’è sin dalla premesse logiche e arriva tale e quale. È la verità logica di Tarski. E il viaggio si conferma circolare: dallo stesso allo stesso passando per lo stesso (Zeit und Sein, 1962). La dimensione di sembianza è divelta per l’impalcatura o la quinta infinita potenziale del tempo in cui si danno nascondimento e disvelamento, circolarmente. Chi predica l’essere della verità, incassa l’avere della verità ontologica. Chi predica il pasto di morte lo fa per accumulare l’avenza del pasto di sostanza. Heidegger, morto per i suoi nemici e per i suoi amici, incassa i tributi dell’altra faccia dell’ontologia, ossia dell’aveologia. Eppure il suo discorso è “resistibile”: un fantasma, che per Lacan vale come ammissione di inesistenza. Ma esistenza e inesistenza, come la presenza e l’assenza, sono appannaggio dell’antropologia, dell’idea impossibile dell’uomo. La sembianza è cinema e teatro dell’immagine, non si riduce alla dialettica del nascondimento-disvelamento. Certo Heidegger non scade nello pseudo dibattito tra fautori e negatori della tecnica: la sua è una gnosi alta, distillato di luoghi comuni liceali, Hölderlin compreso. Non dissipa la rappresentazione comune della tecnica, ma prendendola come bersaglio offre ai suoi accoliti un altro motivo per seguirlo come pastore dell’essere. Pastore governato dal fantasma ontologico. Una mandria di numeri due in cui il numero uno è una pecora con sembianze di lupo. Il caprone conduttore, il dux.



Heidegger legge “la rappresentazione strumentale della tecnica [che] condiziona ogni sforzo di condurre l’uomo nel giusto rapporto con la tecnica”: ovvero ha un sapere sulla tecnica, presentandosi sul teatro del mondo come conduttore dell’uomo nel giusto rapporto con la tecnica. Sapere sulla tecnica che la qualifica di mnemotecnica, in assenza di tecnica. Stabilisce un rapporto con la tecnica e ne indica quale sia il giusto e lo sbagliato. Giustiziere di chi come lui crede nel rapporto con la tecnica. Affronta la strumentalità presunta della tecnica, per sottolinearne la dominazione sbagliata, scorretta. In altri termini, il dominio esce dalla porta e rientra dalla finestra della sua stanza gotico-aristotelica e non rinascimentale. È esatta l’affermazione che la rappresentazione (ancora prima d’essere strumentale) condiziona, ma a Heidegger serve solo per proporre la propria conduzione. Il rapporto con la tecnica è erotismo magico e ipnotico. Erotismo magico degli scriba algebrali e erotismo ipnotico dei loro lettori geometrali, ossia esecutori. Nel bestiario fantastico c’è anche il pifferario magico e i suoi topi ipnotizzati, ma anche il pastore che si fa lo zuffolo con il ramo che ha ricevuto la goccia di saliva di Maometto, quando dopo quaranta giorni di silenzio urla nel pozzo e…



Certo, la rappresentazione condiziona, l’ontologia condiziona. Condizionamento circolare e a circolare, poiché in questo caso le cose procedono dalla questione chiusa. È anche il caso per la tecnica, condizionata dalla rappresentazione che ne ha ognuno, e alcuni più di altri. Non è solo questione della rappresentazione strumentale delal tacnica, ma anche di quella che emerge dalla lettura di Heidegger. La sua ricerca del senso originario, manca il controsenso freudiano, l’invenzione della rimozione, che cercherà di smantellare nei Seminari di Zollikon. Cerca il senso d’origine (più che il senso originario) per utilizzarlo come causa, per istituire la causalità (l’algebra a disposizione della classe dei liberi) da far eseguire ai soggetti della parola. E comunque nulla porta ciò che è presente all’apparire, perché le cose non stanno immobili, non sono nell’ontologia per essere svuotare dall’aveologia. La causa è senza più causalità. Anche l’apparire non appartiene al discorso dell’essere, la sembianza non è ontologica. Ontologia che è già in Platone nel Simposio: “ogni far-avvenire di ciò che – qualunque cosa sia – dalla non-presenza passa e si avanza nella presenza è , pro-duzione (Hervor-bringen)”, poesia. Non c’è il luogo del tesoro dei significanti come non presenza di una giacenza. Non-presenza e presenza sfoceranno nell’algebra di Boole, per dirigere il pensiero, come nel progetto di Cartesio. “La pro-duzione conduce fuori del nascondimento nella disvelatezza”. Non la verità come effetto della cifra nel linguaggio, ma la verità nascosta che si dà come disvelamento e quindi era già nelle premesse. La verità senza messaggio, solo premessa e post-messa. Mai attuale. Potenziale, come l’infinito negato. Negazionismo di ciascun elemento della parola, ciò che renderà facile ogni negazionismo ulteriore.



E non l’uno che si divide da sé e differisce da sé, ma l’“uno nascosto” che viene alla disvelatezza. È l’uno che circola: l’animale fantastico di Martin Heidegger, l’uroboro. Allora la tecnica per Heidegger non è più solo un mezzo, uno strumento o l’uso di un utensile, ma è un modo del disvelamento. Un modo dell’ontologia fondamentale, come la chiama in Essere e tempo. È curioso come i modi di “culturali” e “filosofici” (prima di lui) di occuparsi dell’originario lo occultino; e solo il disvelamento di cui parla Heidegger s’approccia della manifestazione autentica dell’essere. Invece il disvelamento occulta l’apertura e si accontenta dell’aperto, la radura, la Lichtung, l’economia campestre della luce. Il velo originario è ciò che impedisce il velame e il disvelamento. La verità come effetto procede dall’apertura, dal velo come suo modo, ipotiposi, e non dal nascondimento della cosa mnemonica. Aletheia non è disvelamento e neanche non nascondimento: è un teorema. Non c’è più nulla di letale. Il discorso della morte – di cui quello di Heidegger è una scheggia – non c’è più come causa ma solo come fantasma, come tentativo impossibile di erigere un’impalcatura contro la vita originaria. Facendo del disvelamento l’elemento decisivo della , spalanca l’aperto (la sua aperturta a responsabilità limitata, come con il nazismo) all’accadere della verità come dispiegamento del suo essere.



Non la questione e l’istanza della tecnica, ma il suo essere: la sua impalcatura ontologica per riscuotere l’obolo della sua altra faccia, l’aveologia, il discorso dell’avere, com’è l’altra faccia del divelamento che vige nella tecnica moderna, che è una pro-vocazione la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulato. Tale è la massima concessione al discorso di Marx da parte di Heidegger. L’aveologia (anche qui: il discorso di Marx è una scheggia): estrazione e accumulo. Negazione dell’astrazione, per altro inaccumulabile. L’uomo non ha nessun potere sull’astrazione per impiantarvi una centrale sul Reno. Nessuna edificazione per estrarre e accumulare. L’accumulo è uno spreco. A ogni trionfo di un impero dell’estrazione e dell’accumulo è seguita la disfatta, da Cesare allo Zar, dal Kaiser a Hitler, e a ogni altro candidato alla filiazione cesarea. “Ma sulla disvelatezza entro la quale di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l’uomo non ha alcun potere”. Qui Martin Heidegger è alla soglia di una svolta, che non imboccherà. La breccia è stata aperta da Sigmund Shlomo Freud, ebreo.

La costellazione di termini dell’analisi di Heidegger è quella dello stare, ciò che sta (Steht), fondo (Bestand), impiego (Bestellung), posto (Stelle), richiedere, porre (Stellen), rappresentazione (Vorstellung), commissione (Bestelte), produrre (Her-stellen), presentare (Dar-stellen)… E allora per metonimia forzata più che come catacresi, interviene l’imposizione. “Ora, quell’appello pro-vocante che riunisce l’uomo nell’impiegare come «fondo» ciò che si disvela noi lo chiameremo il Ge-stell, l’imposizione”. Il reale come fondo, che non è il Da del Da-sein. Se il reale fosse imprendibile come fondo di estrazione e di accumulo, allora la tecnica sarebbe quella che in latino si è tradotta come ars. Arte. E subito, il «noi lo chiameremo l’imposizione» diviene «l’imposizione si chiama il modo di disvelamento che vige nell’essenza della tecnica moderna». Noi la chiamiamo o si chiama? L’imposizione come modo della tecnica moderna è imposta da Heidegger? Si chiama e vige: basta chiamarla così e vige, ha forza di legge. Non è la legge di Heidegger? L’imposizione come essenza della tecnica moderna «è il modo in cui il reale si disvela come “fondo”», e pur non essendo simile a una macchina (invece pare proprio un aspetto della presunta megamacchina del potere) governa gli umani meglio del diritto romano canonico. Qual è l’uscita, se non la riuscita, dall’ordine circolare? Lacan opta per la topologia. Heidegger per l’ontologia fondamentale, per un fraintendimento intorno all’elemento linguistico “essere”. Il reale è l’impossibile e non si disvela e nemmeno si vela. La via del disvelamento è circolare, senza metodo, senza esodo e senza sinodo.



“Sempre l’uomo è governato dal destino del disvelamento”. L’importante è che l’uomo sia governato, ossia che la macchina dicotomica funzioni a pieno regime: in questo caso, governatori e governati. “Il destino del disvelamento è, in quanto tale, in ognuno dei suoi modi e perciò necessariamente, pericolo”. Non il rischio di vita, d’arte, di cultura e di scienza, ma il pericolo di morte. “Se però se il destino domina nel modo dell’imposizione, questa è il pericolo supremo”. Altrove nel testo: “pericolo estremo”. E quando il disvelato concerne l’uomo solo come fondo (dell’estrazione e dell’accumulo) “allora l’uomo cammina sull’orlo estremo del precipizio, cioè là dove egli stesso può essere preso solo più come «fondo»”. La biopolitica di Michel Foucault è questa. Anche l’uso dei corpi di Giorgio Agamben ha l’uomo ridotto al fondo della zoè, senza più bios, vita politica. E poi cerca un uso dei corpi differente per rendere inoperosa la macchina del potere. La questione è che “l’im-posizione maschera il risplendere e il vigere della verità”.



L’opaca e opacizzante imposizione che cosa impone? Impone che “l’essenza della tecnica, in quanto è un destino del disvelamento, è il pericolo”. La soluzione risiederebbe nello strip-tease della verità. “Il dominio dell’im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principale”. Nessuna accontentatura della verità della tecnica, in tutto il suo essere e nella sua splendente ontologia. Anzi accorgersi della minaccia del dominio dell’imposizione (non delle macchine e degli apparati tecnici) potrebbe costituire la variazione che aprirebbe il cerchio alla spirale incommensurabile della vita originaria? Heidegger ha forse l’idea che l’uscita dal destino della tecnica moderna è data dall’uomo che si raccoglie ritornando in un disvelamento più originario, tale da esperire l’appello di una verità più principale?



“Chi siamo noi?” Siamo forse gli uomini che devono raccogliersi e ritornare in un disvelamento più originario? Ma non c’è l’originario con l’impalcatura da demolire per ritrovarlo in tutta la sua originarietà. Il disvelamento conferma la questione chiusa, ontologica e asveologica. Il disvelamento è magico e ipnotico; non ha nulla di intellettuale. Il velo è intellettuale. E l’imposizione del significante non è dominabile. Non potendo distinguere tra pericolo di morte e rischio di vita, sorge la poesia di Hölderlin come sbocco. “Ma la dove c’è il pericolo, cresce / Anche ciò che salva (Rettende)”. Salvezza ideale che si compie come perdizione reale. Il pericolo cresce o decresce e sempre appartiene al cerchio dell’essere. Nel disvelamento dell’essenza della tecnica moderna, Heidegger cerca ancora di cogliere nel suo sorgere ciò che salva e guarda il pericolo con un occhio ancora più chiaro. Allora l’essenza della tecnica non è l’im-posizione nel senso di un genere, ma un suo modo destinale, che maschera e oscura la poiesis. E poi per essenza Heidegger intende ciò che dura. Il tempo finisce, ma in effetti non comincia mai nell’ontologia. Il divenire e l’avvenire sono negati dall’ontologia. Non l’eternità dell’istante ma il “permanente”, ciò che perdura. L’essere concede e “solo ciò che concede dura”. E l’im-posizione è il durevole, non ciò che dura, a meno che nell’im-posizione stessa ci sia anche ciò che salva: “l’imposizione accade da parte sua in quel concedere il quale fa sì che l’uomo – finora senza rendersene conto, ma forse in modo più consapevole in futuro – duri nel suo essere l’adoperato-salvaguardato (der Gebrauchte) [usato] per la custodia dell’essenza della verità”.



Questione di consapevolezza e di ego psychology? Nell’essenza ambigua della tecnica Heidegger scorge la costellazione, il movimento astrale dell’arcano. La custodia, Wahrnis, così vicina alla verità, Wahrheit? L’arcano, l’arca, la cassa come mistero e segreto. La custodia di ciò che è nascosto, in attesa di disvelamento? Hölderlin è l’algebrale e Heidegger il geometrale? Il filosofo esegue il protocollo del poeta? “Noi guardiamo entro il pericolo e scorgiamo il crescere di ciò che salva”, ossia Heidegger aspetta con speranza nella luce crescente di ciò che salva. E forse ha visto Hitler come salvatore. E non contento, anche dopo Hitler, nel suo testamento a “Der Spiegel” dice che solo un dio ci può salvare. Teomonismo dell’apostata. Dio non è né uno né bino né trino, bensì operatore. Il compito nuovo del soggetto alla morte? Custodire ciò che salva nella sua crescita. Dovevano forse custodire il pastore dell’essere e il doganiere dell’avere? Lo pseudo dibattito dopo la pubblicazione dei Quaderni neri è racchiuso in questo custodire. E così ciò che appare per gli amici e i nemici di Martin Heidegger è splendido, per quel disvelare che produce la verità per il migliore strip-tease delle università svelate o portatrici di velo.



Ancora Hölderlin: “… poeticamente abita l’uomo su questa terra”. L’uomo Heidegger abita il tempo? Lo squarcio è inabitabile, anche poeticamente. La terra senza squarcio è durevole, come il sole che si spegnerà. “Quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo”. Tolta la luce, le cose oscillano tra l’illuminazione e l’oscuramento, tra la luce salvatrice e il buio della perdizione. Il domandare, che per Heidegger è la pietà del pensiero, nega la domanda, la pulsione, il due, l’apertura.
La domanda richiede la parola originaria. Il domandare sussiste nel discorso, e quando le vie verso ciò che salva cominciano a illuminarsi, anche la disfatta in azione (il nazismo) può essere scambiata per un trionfo, per l’aurora della salvezza.

Il progetto di Heidegger è semplice: l’essenza della tecnica è l’im-posizione, quale destino del disvelamento. E pressoché nessuno è giunto a questa elaborazione. Anzi la tecnomachia tra pro e contro occulta proprio questo destino che è il pericolo estremo. Il nichilismo quale compimento della metafisica nella tecnica può sospendersi solo intendendo il destino letale e mortale della tecnica moderna e scorgervi ciò che salva. Nonostante l’estesa diffusione del verbo heideggeriano, nessun passo sembra andare in questa direzione.

1 maggio 2016


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