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Francesco, santo, stratega, clinico

Giancarlo Calciolari
(28.04.2016)

Francesco, “La mortificazione del corpo” [159]: “Ci sono molti che, quando peccano o ricevono un torto, spesso incolpano il nemico o il prossimo. Ma non è così, poiché ognuno ha in suo potere il nemico, cioè il corpo, a causa del quale pecca. Perciò, beato quel servo che avrà sempre tenuto prigioniero un tale nemico consegnato in suo potere e sapientemente si difenderà da lui; poiché, finché farà questo, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere”.

Se la vita è sopravvivenza, quella dei ricchi mercanti come il padre di Francesco, allora l’imperativo è di mortificarla. Il corpo della sopravvivenza, che dunque potrebbe essere mortificato (ma se è il corpo della sopravvivenza è già morto in tutto il suo splendore pseudo vitale), corrisponde all’immagine del corpo. Ecco la “clinica” di Francesco: ci sono molti che peccano, ossia divergono dalla vita e scelgono l’impalcatura, la sopravvivenza. Lacan scrive di chi cede rispetto al desiderio. Il peccato è diventato in Verdiglione l’errore tecnico, e più spesso si tratta di un errore macchinico. Curioso, Francesco: “quando peccano o ricevono un torto”, ossia equipara la ricezione di un torto al peccare. “Spesso incolpano il nemico o il prossimo”. Anche qui equiparazione tra il nemico e il prossimo. Se si riceve un torto come peccato è perché chi è senza peccato non riceve torti, e questo anticipa la conclusione sul nemico che non può nuocere.

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Opera di Christiane Apprieux, bronzo

Intanto, l’istituto della colpa: e peccare e ricevere un torto è già la sua instaurazione. Gli infiniti modi potenziali dell’erigere l’istituto della vendetta, della colpa e della pena. L’errore tecnico è accettare l’istituto della vendetta. Peccare è “darsi un dritto” e il ricevere un torto è ricevere il peccato dell’altro. Darsi un dritto o ricevere un torto: è il viaggio circolare, quello della vendetta, del ricatto e del riscatto. Peccare è ottenere un dritto (totem, premio) e poi arriva il torto (tabù, castigo). E nessuno in millenni è riuscito a prendere il premio senza il castigo. Gli empi non prosperano, per via della paura di perdere la prosperità accumulata. Viaggio tra la miseria e la povertà. Forse la povertà di Francesco è senza voto. La “clinica” di Francesco indica un’algebra superiore nella colpa: il nemico o il prossimo (non nemico, ma che infligge un torto senza peccare?) sono incolpati per il peccato o anche per aver ricevuto un torto. L’attribuzione della colpa è l’algebra della vendetta. L’attribuzione della pena è la geometria della vendetta. L’istituto della vendetta è consustanziale alla creazione del nemico. Se il fare si svincola dall’istituto della vendetta, allora: non c’è più nemico.

Francesco dice “ma non è così”, ovvero l’istituto della vendetta non cancella la parola originaria, che per il santo è la parola del Signore. “Ognuno ha in suo potere il nemico”. Né gli strateghi né i teologi politici si sono occupati di questo passo. Il potere non è del nemico, ma del corpo. Ognuno ha in suo potere il corpo, che è nemico in quanto pecca. L’anima, la psiche, di suo non peccherebbe: è rivolta al bene. Il corpo mortale, sacrificale, è il corpo del male, del peccato, dell’incesto. Eppure questa negazione estrema del corpo non toglie il corpo in gloria, il corpo della parola: le cose vengono dal corpo della parola e vanno verso la scena, scena della parola, non più scena del male, del negativo, della fine, appunto, delle cose. Corpo e scena originari. Francesco richiede un’altra lettura tra le righe. Non si può affermare che la questione del corpo come nemico non si pone perché la coppia dicotomica oppositiva amico nemico non esiste se non come creazione fantastica, come negazionismo della vita. Francesco pone in questione amico/nemico, ovvero porge l’altra guancia, poiché l’Altro è il tempo e non si rappresenta come male dell’Altro, peccato dell’Altro, incesto dell’Altro, ossia come non amico, nemico.

Francesco non arriva alla teorematica: non c’è più nemico, ma c’è tra le righe questo passo. Quasi assume paradossalmente la questione e allora l’anima è amica e il corpo è nemico: che se fosse passato dall’indagine sul jihad a quello sulla fitna. Dalla guerra interreligiosa a quella intra-religiosa. Non la forza intellettuale ma lo sforzo religioso e militare, geometrico e algebrico. Guerra sostanziale e mentale, offensiva e difensiva. Francesco non è islamico e non è paolino. Il suo approccio all’Ecclesia procede dall’ironia (questa indicazione mi viene da Maria Grazia Amati). Allora l’iperbole, l’esagerazione e il modo della parabola di Gesù: ognuno ha in suo potere il nemico, mentre anche tutte le teorie politiche affermano l’opposto. La guerra contro il nemico è lotta per il potere dell’altro. Economia del potere malefico dell’altro. E dove cede l’uomo? Dinanzi al suo corpo mortale, senza gloria. Qual è l’uomo che soccombe al suo corpo come nemico? L’homo eroticus.

Come comincia la regola di Francesco (Regola non bollata del 1221): i frati devono vivere in castità. È la regola che sospende la magia e l’ipnosi. E quello che almeno da Cartesio si chiama soggetto è una metamorfosi dell’homo eroticus, dell’androgino, dell’hypokeimenon. L’uomo sottomesso, lo schiavo, e anche la sua altra faccia nella circolarità: l’uomo messo sopra o supramesso, il padrone. Questa è la scatola, lo scrigno, l’arca, ossia l’arcano, il ricordo di copertura; e non ancora l’arca della parola, la stanza rinascimentale. Il corpo come nemico non esiste, l’antropologismo, ossia la sua esistenza, è un’idea dell’idea: l’idea del corpo. L’idea di sé (divisa ulteriormente in idea del corpo e idea dell’anima o della psiche) e l’idea dell’altro. Nemica della vita è l’idea di sé, anche come idea del corpo e idea della psiche, idea della scena. L’anima – che Lacan dice che non esiste – è già la scena animata, governata. Da chi o da cosa? Dal fantasma, dall’idea che ognuno ha della scena. L’idea che ho del mio corpo è il mio nemico: intollerabile, è una macchinazione dell’altro, il nemico. Tollerabile è che l’idea del mio corpo è la mia amica (è l’ipotesi di Michel Foucault). Tollerabile è la prigione di Platone e il sistema di Aristotele. Si basano sul principio di tolleranza sociale e politica. E come si ottiene? Immaginando e credendo, algebrizzando e geometrizzando, psicotizzando e nevrotizzando. Il mito della caverna di Platone comincia con l’invito di Socrate a Glaucone (fratello di Platone): immagina tu gli umani prigionieri… E tale è l’invito di Platone, poiché Socrate è il suo pappagallo retro-dotto.

Se l’uomo pecca a causa del corpo, suo nemico, la mortificazione del corpo appare come la via per Francesco. Questo è il discorso di Francesco e non il testo. Certo, come modo del due, la beffa – non sociale né politica – di Marcel Duchamp (ma è passato il discorso e non il testo): se il corpo è presunto magico e ipnotico (così magico da indurre all’ipnosi l’altro: dalla donna per l’inquisitore alla donna per Allah), allora lo posso mortificare o vivificare in tutto l’infinito potenziale del bestiario della penitenza dei poveri e della colpa dei ricchi (anche del padre di Francesco). Nel caso dell’islamismo: dalla pena infernale di morte del suicida al premio di vita divino della caricatura del corpo in gloria dello stupratore nel paradiso delle vergini, che però sono pietre, diamanti. Tale è l’istituto della vendetta. Intanto è inattribuibile all’altro il peccato. L’Altro è irrappresentabile, inontologico. “Perciò, beato quel servo”. Beato è l’uno che si divide da sé e non l’uno che si divide in due. Il servo non è lo schiavo: si attiene al servizio della parola, non della parola del padrone, non al suo presunto potere. Il signore è la logica, la dissidenza, il numero, l’inconscio, non qualcuno, neanche di divino. Il divino è senza dio: come abbiamo letto nel caso di Nietzsche.

“Perciò, beato quel servo che avrà sempre tenuto prigioniero un tale nemico”. Francesco usa in modo paradossale la logica del padrone e dello schiavo che mette in discussione. Il servo si fa padrone del prigioniero, del nemico, del corpo. Il corpo prigioniero della sua anima. Non è ancora la combinazione di corpo e scena. E comunque il servo è beato e non padrone. I padroni non sono beati, ma empi. E il nemico non è assoluto, ma “un tale nemico”. E si tratta di fantasmatiche, ossia di tentativi impossibili di edificare una copia di sostituzione della vita originaria. Il nemico è consegnato al potere del servo beato, l’immortale e incorrotto. Servo beato che sapientemente si difenderà dal nemico, che potrebbe evadere. Servo che non è povero di sapienza, qualunque essa sia, forse il sapere come effetto e non come causa. Eppure non è il caso di difendersi dal nemico e nemmeno dal corpo. Difendersi dal nemico lo erige a rappresentazione perenne dell’Altro. Finché il servo, beato, farà questo, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere. La questione non è filosofica o teologica, ma pragmatica, riguarda il fare. Il servo, né divino né diabolico, ma beato, facendo, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere. Echeggia Pindaro: gli dei morbi deformi non li tangono, in nulla assomigliano agli umani. Il fare, non l’affaccendarsi, instaura il dispositivo immunitario. Nemico visibile e invisibile? Il nemico che non può nuocere? Tale è la teorematica di Francesco. La Chiesa non scomunica Francesco, come invece aveva fatto con Valdo nel 1184. Forse la concordanza fra le discordanze eretiche si esercita con Valdo e Francesco.


Alcune date del calendario della nostra ricerca:


I catari (i puri) sono presenti nei primi anni del secondo millennio. L’eresia dualistica viene dai Balcani. 1208 crociata contro i catari. Cristiani contro cristiani. Inefficacia della crociata e istituzione del tribunale dell’inquisizione, che impiegherà settant’anni per estirpare il catarismo dal sud della Francia. La sconfitta dei catari del 1229 e la caduta della roccaforte di Montsegur del 1244. 200 catari bruciati vivi nell’arena di Verona nel 1279: era la comunità lombarda asserragliata a Sirmione. I catari furono sterminati tutti.


Graziano nel 1140 scrive il Canone dei canoni discordanti, la base del diritto romano canonico, e esclude le interpretazioni rabbiniche già escluse da Giustiniano I nel VI secolo. Il priore era attivo dal 1119.


Averroè [Ibn Rushd] (1126-1198), scrive sull’accordo della religione con la filosofia.


Mosè Maimonide (1135-1204). Oltre l’accordo tra il pensiero ebraico e la filosofia di Aristotele, legge la punta della teologia islamica.


Valdo (1140-1206). I Valdesi furono massacrati a Guardia Piemontese (Cosenza) e i restanti convertiti forzatamente nel 1561. Poi divennero evangelici protestanti. E non furono completamente sterminati. La Chiesa non approvava la predicazione da parte di laici.


Francesco (1182-1226). Diacono, istituisce un ordine religioso, i frati minori, e ottiene il consenso papale, forse perché non attacca frontalmente la Chiesa, come Paolo ha fatto con il potere temporale di Roma.


Tommaso d’Aquino (1225-1274), realizza la concordia tra la teologia e la filosofia, come Graziano la realizza tra diritto romano e diritto canonico. E segue sia a Averroè che a Maimonide.


Giovanni Duns Scoto (1265-1308). Si menziona l’influsso di Tommaso, ma anche oggi la sua scuola francescana (era un frate minore) è tenuta come l’alternativa alla scolastica.


Thomas d’Erfurt, pressoché privo di biografia: nasce poco dopo Scoto. La sua grammatica speculativa (De modis significandi) per secoli è sta attribuita a Duns Scoto. Ancora Martin Heidegger fa la tesi sulla dottrina del significato di Thomas d’Erfurt prendendolo per Duns Scoto, al quale dedica comunque la prima parte della sua tesi di abilitazione all’insegnamento sulla dottrina delle categorie. La sua opera è nota verso il 1310 e il primo commento risale al 1324.


Gli altri articoli della rubrica Religione :












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30.07.2017