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L’eucarestia, il vagabondo, il messaggero. Ovvero la persecuzione, la religione ortodossa, il socialismo islamico

Armando Verdiglione
(27.04.2016)

Il due: corpo e scena. Ma il negazionismo incomincia proprio qui: con la
negazione del due. Negazione impossibile, perché il due è l’apertura originaria
della parola, quindi innegabile. Negando corpo e scena, il corpo diviene
demoniaco o sacrificale e la scena è la scena del negativo. Il negazionismo sta
alla base di ogni religione che s’istituisca sul principio di unità e di qualsiasi
regime che fondi il proprio potere su tale principio.

Corpo e scena. Una canzone d’amore assai diffusa nell’islam, con molte
varianti, dice: “yâ ein, yâ leil”, ovvero “o occhio, o notte!”. “Occhio” è il nome di
un uomo, “Notte” è il nome di una donna. “Occhio” ama perdutamente
“Notte”. La notte e l’occhio. Altrove, è il sud e il nord, scena e corpo. Ma che ne
è del corpo della donna? Il corpo della donna segna l’oscenità e l’insolenza
dinanzi a Allah.

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Opera di Christiane Apprieux, 2016

Un celebre trattato di amore è stato scritto nell’XI secolo da Ibn Hazm
(Cordova 994 - Huelva 1064): Il collare della colomba. Questo libro, fra l’altro,
evoca quel passaggio del Corano che dice di abbassare lo sguardo e di
preservare il sesso. Ibn Hazm scrive: “Se Allah, glorioso e potente, non sapesse
la finezza con cui le donne usano della loro pupilla per giungere a fare
penetrare il loro amore nei cuori e la sottigliezza della loro macchinazione
quando giocano d’astuzia per attrarre la passione, certo Allah non avrebbe
svelato [kachf] questa significazione inverosimile e oscura, di una portata
infinita. Senza questo limite, che cosa accadrebbe?”. Questo limite colpisce lo
sguardo e controlla l’occhio, privilegiando la visione del mondo. Il corpo della
donna è corpo demoniaco, demoniaca la bellezza, demoniaco lo sguardo. Anche
nel Malleus maleficarum, (1487, Spirali 2006) anche nel Compendium maleficarum
(1608) lo sguardo è demoniaco: bisogna evitare lo sguardo della strega. Qui, il
corpo della strega: la testa, il volto, lo sguardo e gli occhi, la pupilla, come dice
Ibn Hazm. Con una verticalità della testa della donna come arma.
Al riguardo, san Paolo dà un appiglio a Maometto. Ma, di san Paolo,
Maometto non accetta la crocifissione, “creata” per fondare il cristianesimo.
Maometto è negazionista.

Il negazionismo è il modello generale di demonismo. Incomincia con Socrate.
La realtà linguistica, che interviene nell’interlocuzione, è negata e deve essere
sottoposta al primo principio del negazionismo, che è il principio di non
contraddizione. Il secondo principio del negazionismo è il principio d’identità.
E il terzo e definitivo principio del negazionismo è il principio del terzo escluso.
Il negazionismo è un modello generale di disvalore di ciò su cui il sistema
politico rivendica il monopolio, da Platone a Cartesio, a Kant, a Hegel, al
Circolo di Vienna. E non solo.

Nella biografia di Maometto, un episodio è dato come l’inizio degli inizi.
Maometto ha ventiquattro anni. La ricca vedova meccana, Khadija, lo assume
come garzone. Lei ha quattordici anni di più. Lui ha perso la mamma, da
bambino, nel deserto. Khadija lo sposa. Maometto incomincia a andare sulla
montagna. Va e viene dalla montagna. E incominciano il dubbio di sé e il
dubbio dell’Altro. A un certo punto, si confida con Khadija: “Io temo di
diventare pazzo”. E lei: “Perché?”. “Perché noto in me i segni dei posseduti:
quando io cammino sulla strada, sento voci che escono da ogni pietra, da ogni
collina. E, nella notte, vedo in sogno un essere enorme che si presenta a me, un
essere la cui testa tocca il cielo e i cui piedi toccano la terra. Io non lo conosco,
ma si avvicina a me per prendermi […]”. Khadija gli dice: “Avvertimi, se vedi
qualcosa del genere”. Ora, un giorno, trovandosi nella sua casa con Khadija,
Maometto dice: “Oh, Khadija, quest’essere mi appare! Io lo vedo”. Khadija si
avvicina a Maometto, si siede, lo prende sul suo seno e dice: “Lo vedi ancora?”
“Sì”. Allora, Khadija si scopre la testa e i capelli, e dice a Maometto: “Lo vedi,
ora?”. “No”, risponde Maometto. Allora, Khadija gli dice: “Rallegrati: non era
un demone, ma un angelo”.

Maometto crede nel diavolo, crede nella donna, crede nel disvelamento, nello
svelamento. Viene confermato nella sua certezza soggettiva. Khadija dimostra
sé e la verità. È il segreto svelato. Attraverso questo svelamento, Maometto
trova il segno della certezza soggettiva. Il figlio non è ammesso. Lo sguardo
resta negato. La visione viene confermata e certificata. E incomincia la
“rivelazione”, perché questo è l’arcangelo Gabriele, che, presto, in un altro
sogno, in un’altra rivelazione, gli ordina: “Leggi!”. La legge scende attraverso
questo messaggero che si chiama Maometto: è il Corano.

Lo sguardo è negato? Prevale l’occhio. L’io è negato? Prevale la visione. Lo
sguardo non viene indotto, perché in questa struttura l’uno non funziona, bensì
l’uno si divide in due. È il segreto di mamma. È la questione del corpo, della
bellezza, della sessualità (“sessualità” è un significante recente), che esercita un
potere fascinoso sugli uomini. Allora, l’occhio deve essere protetto: da qui, il
velo, la copertura. La negazione del corpo e della scena è la negazione del due.
Ma è anche una di-mostrazione, una mostrazione, quella della donna. E il velo
stesso è una promessa di svelamento infinito.

Il velo è, anzitutto, la copertura del due, della relazione. Poi, diviene il segno
dell’inammissione del figlio, della negazione dello sguardo e, quindi, della
negazione della differenza. Anzitutto: “niente due”. Questo “niente due” è
fondamentale per l’islam e è “velatamente” fondamentale anche nella religione
ortodossa. Un detto in tutto il mondo russo recita: “Quante persone sono
venute, questa sera, al nostro invito?”. “È venuto un uomo e sua moglie”. Non
sono due persone: è un uomo e sua moglie.

Rispetto alla questione della verginità eretta a tabù, nell’islam c’è ancora un
episodio che riguarda Sara. Sara chiede a Dio in che modo può punire Agar, la
sua schiava. E, finalmente, trova il modo: l’amputazione della clitoride. Se c’è
questa cattura dell’occhio da parte del corpo della donna – e lo stesso occhio di
Allah viene catturato! – il corpo della donna segna l’oscenità e l’insolenza
dinanzi a Allah. In paradiso, l’imene si ricostituisce senza posa. Il corpo della
donna è tabù nella sua interezza. Lo iato si rappresenta fra ciò che è visto e ciò
che è da vedere. Reclusione del corpo e spegnimento della scena. Il concetto
islamico di verginità è il concetto di verginità naturale. L’imene viene tolto e
rimesso, pertanto l’uomo acceca e diviene visionario nonché sordo. Impossibile,
nell’islam, l’instaurazione della conversazione. Con la negazione della
conversazione, della narrazione e della lettura, con la negazione della parola e
dei suoi dispositivi, è negato anche l’ascolto. Impossibile l’ascolto. Anche
l’allucinazione acustica è convertita in allucinazione visiva.

Khadija, con Maometto, ha sei figli. Poi, muore nel 620, quando Maometto ha
cinquanta anni. Maometto ha una nuova rivelazione da Allah: in paradiso c’è
una casa, dove Khadija abiterà e, anche lì, lei sarà moglie di Maometto. La stessa
cosa accadrà per altre, che saranno sue mogli. La tradizione gliene attribuisce
undici. Dopo i cinquant’anni egli diviene poligamo, è molto attratto dalla
bellezza delle donne: secondo un hadith, ama “le donne, il profumo e la
preghiera”. La leggenda attribuisce a Maometto le capacità sessuali di trenta
uomini. Ha anche le proprie concubine. Un giorno, uccide tutti i membri di una
tribù ebraica e prende in moglie la donna più bella, Safiyah, che servirà da
segno del fatto che egli ha ucciso l’intera comunità. Un’altra donna, Rayhana, di
cui Maometto uccide il padre, non accetta di sposarlo.

Il principio del velo è il principio del negazionismo. Adamo e Eva sono
musulmani. Un velo di luce impedisce loro di accorgersi della loro nudità. Ma,
con il “peccato”, questo velo si dilegua, non li separa più dalla scoperta della
loro nudità.

Maometto, un giorno, va a trovare nella sua casa un figlio adottivo: Zayd ibn
Harithah. In casa, però, vede la moglie di Zayd in abiti leggeri. Maometto
rimane profondamente turbato per giorni, perché la donna, Zaynab, è moglie di
un suo figlio adottivo. Ogni volta che Maometto è turbato da un problema,
Allah interviene e glielo risolve. Ecco la rivelazione: Maometto deve sposare
questa donna. Non solo: l’adozione è proibita, non ha nessuna efficacia. E Allah
non solo autorizza quel matrimonio ma, cosa unica in tutto l’islam, lo fa
celebrare dagli angeli. Zayd non è più figlio di Maometto e Allah può
dichiarare: “Maometto non è il padre di nessuno dei maschi” (Sura V, 42). Così,
l’ombra dell’incesto è fugata. Rimane, tuttavia, l’obbligo del velo. “O profeta, dì
alle tue spose, alle tue figlie e alle mogli dei credenti di stringere su di loro i loro
veli. Questo sarà il loro più semplice segno di riconoscimento e, con esso, non
saranno offese” (V, 59). Senza velo, sarebbe una grande provocazione e gli
uomini non potrebbero che soccombere all’aggressione esercitata dal corpo
della donna. Lo stupro sarebbe una diretta conseguenza della violenza subita
dall’occhio dell’uomo.

Un credente, molto amico di Maometto, Abu Bakr, che era stato capo
evangelista, ma poi si era convertito, ha una figlia adolescente e un’altra di sei
anni: Aisha. Maometto sceglie Aisha e la sposa (questo matrimonio è il segno
del vincolo di amicizia tra Maometto e Abu Bakr). Maometto rispetta Aisha fino
a nove o fino a undici anni (se ne discute ancora). Aisha diviene la donna più
importante, nell’islam.

Con Aisha, Maometto non ha figli. Un giorno, a diciotto anni, Aisha si stacca
dalla carovana con cui stava viaggiando, entro un baldacchino montato su un
cammello, per andare a cercare una collana perduta. La segue un giovane:
Safwan. Ritornano dopo tre giorni. Maometto l’ama moltissimo, per la sua
bellezza. Ha anche altre mogli, ma ama moltissimo Aisha. È un problema,
perché Aisha, accusata di adulterio, dovrebbe essere ripudiata e lapidata,
dovrebbe subire la condanna a morte. Ma Allah interviene e garantisce
dell’innocenza di Aisha. La Sura XXIV, detta La luce, riporta una serie di precetti
intorno al sistema della morale sociale, che organizza la divisione dei sessi.
Quale organizzazione sociale da attuare? Quali precetti per la donna in casa?
Chi bisogna accogliere in casa? E quali precauzioni, anche fuori casa? Questa
precettistica pone un “muro mentale” nella vita sociale e civile.

Abu Bakr diviene successore di Maometto, diviene califfo, ma muore presto.
Mentre sussistevano i dubbi intorno all’innocenza di sua figlia, Aisha, prima
della rivelazione, è intervenuto un cugino, Alì, opponendosi al gesto di Aisha.
Alla morte di Abu Bakr, gli succede Alì. Ma Aisha ha un prestigio enorme, è
chiamata Umm al-Mu’minin, la “Madre dei credenti”, per quanto sia figlia. Vive
ancora quarantacinque anni, dopo la scomparsa di Maometto. Si occupa della
cura e della conservazione dei testi coranici. La quarta moglie di Maometto,
Hafsa, sposata nel 625, era la custode del testo originale del Corano. Organizza
una lotta armata contro Alì succeduto a Abu Bakr, chiamata la “Battaglia del
Cammello” (dicembre 656). Perde la guerra, ma viene risparmiata, perché
troppo importante per i credenti. Da quel momento, Aisha lascia la politica. E
prosegue nella sua opera. Vive nella casa del marito, presso la sua tomba. È
rispettata e venerata. Impossibile il paragone: taluni ritengono Aisha come il
corrispettivo della Madonna per l’islam.

Corpo e scena. “Prendete e mangiate”. Il commento “fisico” e “metafisico”
alle parole di Cristo “Prendete e mangiate” è assurdo, perché l’enunciazione
non ha nessuna significazione, né “fisica” né “metafisica”.

Per Matteo (19, 16-17), la salvezza dipende dall’osservanza dei
comandamenti. Per san Paolo (Lettera ai Colossesi, 2, 14), la legge e i
comandamenti sono fissati sulla croce: “Con lui [Cristo] Dio ha dato la vita
anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati […] annullando il documento
scritto del nostro debito […]. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla
croce”, quindi la salvezza dipende dalla redenzione attraverso la crocifissione e
la resurrezione. San Paolo punta tutto sulla crocifissione e sulla resurrezione:
“Se Cristo non è risorto, allora la nostra predicazione è vana e è vana anche la
vostra fede” (Prima lettera ai Corinti, 15, 14). Fonda su questo la cristianità. Ci
sono le varianti, ma san Paolo non viene sconfessato né dai cattolici né dagli
ortodossi né dai protestanti, né per quanto dice riguardo alla donna, che deve
essere sottomessa al marito, né per quanto dice rispetto alla crocifissione o alla
resurrezione, benché la religione ortodossa ponga l’accento sulla resurrezione
piuttosto che sulla crocifissione. La domenica, per gli ortodossi, si chiama
Resurrezione.

Maometto, alla Mecca, incontra ebrei e cristiani: intorno a molte cose litiga,
intorno a alcune si trova d’accordo. Alla Mecca, la prima rivelazione, il primo
Corano. A Medina, un altro Corano: bisogna usare le armi, per sconfiggere
gl’infedeli. E incomincia la conquista. Maometto mutua dal cristianesimo due
cose: il giudizio universale e la resurrezione finale. Il paradiso si chiama hânnah.
Il Corano è nettamente revisionista e negazionista: nessuna crocifissione di
Gesù. Un altro uomo è stato crocifisso, non Gesù: “E dissero: Abbiamo ucciso il
Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah. Invece, non l’hanno ucciso,
né crocifisso, ma così parve loro” (Sura IV, 157). Hanno creduto di avere ucciso
Gesù, ma era un altro, non era lui: “[Gesù] Allah lo ha innalzato a Sé”. Riguardo
a Maria arriva, addirittura, una rivelazione: in paradiso, Allah sposerà
Maometto con la Vergine Maria, madre di Gesù. In paradiso il palazzo di Maria,
incastonato di gemme, sta accanto al palazzo di Khadija. Maometto vuole
sposare, in paradiso, anche un’altra Maria, la sorella di Mosè, perché crede che
sia la stessa Maria madre di Gesù. Quando si accorge che non sono la stessa
persona, ottiene una correzione della rivelazione: sposerà anche questa Maria,
che rinomina Kulthum (“Guance paffute”).

Eucaristia: ringraziamento, gratitudine, verticalità, speranza, proseguimento,
questione aperta. Il principio di negazione dell’eucaristia è il principio
cannibalico. Togliete il due: e avete la consustanziazione. E, allora, mangiate
l’Amenti, mangiate il cervello altrui, avete l’economia del sangue. Appare il
cannibale, l’Amenti, Satana: l’Altro, negato. Mangiare la coda. Mangiare il
negativo. Mangiare la morte.

Eucaristia: la sfida. Dio procede dall’eucaristia, la fede procede dall’eucaristia
anziché il contrario. La triade, la struttura, la scrittura, il viaggio, l’incontro
procedono dall’eucaristia. Togliete l’eucaristia: e avete il modello della
metamorfosi nell’androgino.

Alla lampada eucaristica si oppone la lampada funeraria, la lampada
dell’albero genealogico con la sua idea di morte. La lampada delle ceneri e della
rigenerazione. La lampada di Dio che muore e si rigenera.

Il vagabondaggio è proprietà del viaggio instaurato dal principio di
contraddizione, che è il principio stesso dell’eucaristia. Il vagabondaggio è
proprietà della serie e di ciascuna struttura. Nell’intervallo, il vagabondaggio è
instaurato dall’adiacenza. L’infinito del viaggio segna il vagabondaggio:
l’infinito sintattico, l’infinito frastico, l’infinito pragmatico. La struttura è
l’annunciazione perché procede dall’eucaristia. L’annunciazione non è il
messaggio. Nessun segreto di mamma. Nessun colpo di mamma. Nessuna
rivelazione. Nessuno svelamento. Il velo non si toglie. Il velo indica il tempo e
l’enigma.

Soltanto un messaggio che proceda dalla relazione presunta sociale sarebbe
messaggio di amore o messaggio di morte e rientrerebbe in una teologia della
verità. Missaticum: il messaggio risalta dalla “lezione” e dalla “missione”.
L’eucaristia è proseguimento. La negazione dell’eucaristia è la persecuzione:
niente due, niente differenza, niente Altro. La persecuzione è il rilievo del
rilievo. La persecuzione contempla il fantasma che agisca, il postulato, la pena,
poi il crimine giudiziario. Se l’eucaristia è originaria, la persecuzione non può
toglierla. Può volgersi in proseguimento. Il processo alla parola non può
togliere la parola. Resta il processo della parola.

La persecuzione rientra nel principio del negazionismo: viene praticata e
viene negata, fino a diagnosticare il persecutus furore. “Si sente perseguitato!”.
Anche nei processi per stregoneria, lo stregone o la strega “si sentono
perseguitati”. E, se la strega si sente perseguitata, questo è un segno diabolico.
Così anche del dissidente ricoverato in ospedale psichiatrico o internato in un
Gulag in Siberia dicevano: “Si sente perseguitato, ma non lo è”. Nel primo caso,
infatti, è schizofrenico, nel secondo caso, è un criminale comune, è stato
condannato per un reato comune, per esempio per un reato fiscale. Il
negazionismo sta anche in ogni comunità, che sia oggetto di persecuzione. Ecco
qualche ebreo dire: “Ma, forse non erano proprio sei milioni, forse erano
centomila”. Oppure, accetta la tesi islamista: le camere a gas non erano camere a
gas, erano camere dove i prigionieri dovevano spogliarsi solo per la
disinfezione dei vestiti! Qualche ebreo, per compiacere l’interlocutore e farsi
accettare, dice: “Sì, in effetti sono stupito anch’io!”. Il negazionismo si esercita
anche minimizzando: fu un “errore giudiziario”. La persecuzione in Germania,
la persecuzione in Russia, la persecuzione ovunque: era un “errore giudiziario”?
O era la fabbrica delle vittime?

E qual è l’affectio della ciurma, nel dubbio di sé e nel dubbio dell’Altro? Vico:
Humanitas est hominis hominem iuvandi affectio”. Alcune battute pronunciava lo
stesso Lacan rispetto al cattolicesimo (“la religion, la vraie”): battute
“diplomatiche”, in effetti “negazioniste”. “Nous trouvons donc justifiée la
prévention que la psychanalyse rencontre à l’Est
” (Écrits). In Unione Sovietica,
imperversa il negazionismo rispetto alla psicanalisi, rispetto alla parola, già nel
1929, con l’editto di Stalin contro la psicanalisi, e anche in seguito. “La théorie de
Marx est toute-puissante, parce qu’elle est vraie
”! Lacan non è marxista, ma fa una
battuta da negazionista.

L’inquisizione è persecuzione, interrogazione chiusa, chiusura ontologica.
E l’eutanasia è il colmo dell’economia del sangue. Per ciò, la quintessenza
dell’eutanasia è la morte bianca, con cui una comunione sostanziale,
cannibalica, si oppone alla comunicazione che procede dalla transustanziazione.
L’azione cannibalica, la morte bianca, è demagogica. Il processo giudiziario,
psicoterapeutico, psicofarmacologico, è processo di eutanasia.

Viene escluso il suicidio, sia nell’islam sia nella religione ortodossa, ma, da
qualche parte, viene invece ammesso, qua e là, in diversi documenti. Viene
rivendicata la libertà come appannaggio della volontà di bene e, quindi, è
libertà di morire. E la libertà di morire è una libertà divina. Dio che muore e si
rigenera è Dio suicida. Il fantasma del suicida è questo.

L’eutanasia, la morte bianca, è il lieto fine rispetto all’aldilà, alla salvezza e al
paradiso. Divino è il potere di dare la vita e di dare la morte. Questo il potere di
Allah. Se Dio muore e risorge, arriva la palingenesi. Se lo stato russo muore e un
altro stato russo risorge, arriva la palingenesi: nasce “l’uomo nuovo”, di cui
parla Lenin. Lenin crea l’“uomo nuovo”. Lo stato sarà estinto, un giorno,
rispetto alla società ideale, che prenderà il suo posto. L’uomo nuovo non avrà
più bisogno dello stato come non avrà più bisogno di lavorare: e sarà, appunto,
il paradiso. Il paradiso è, per ogni credente, compreso chi crede nell’ideale
comunista, il luogo dell’accesso diretto al piacere.

La conoscenza di Dio, la metamorfosi di Dio, Dio suicida, l’Uroboro: la festa è
il luogo della funzionalità della morte rispetto all’economia del discorso. Questa
è la teleologia.

Émile Benveniste scrive: “C’est dans et par le langage que l’homme se constitue
comme sujet”. Variatio
? Capovolgimento? Convulsione? Il soggetto
psicolinguistico è un aggiornamento, se non una caricatura, di sicuro non una
parodia, del cogito cartesiano. Il soggetto al segreto di mamma, al colpo di
mamma (la ghigliottina, lo psicofarmaco, l’eutanasia) è il soggetto alla morte.
Anche Maometto ha ricevuto il segreto di mamma, il colpo di mamma.
Ciò che Freud enuncia in Totem e tabù, forse, è questo: praticare l’eutanasia, la
morte bianca, al leader è l’ideale di ogni ciurma. E, magari, gli facciamo la
psicanalisi, la psicoterapia, gli facciamo da avvocato, da medico, da psichiatra,
da giustiziere! Sarà pazzo? Sarà psicotico? È un leader, ma non è un leader? Se
muore, si rigenera in un altro modo! Gli facciamo festa, gli facciamo la festa!
Nel 1941, il Gran Mufti di Gerusalemme, Muhammad Amin al-Husseini,
s’incontra con Adolf Hitler. Ha un ruolo importante a capo di un movimento
islamista arabo, che andava contro l’immigrazione ebrea in Palestina e contro la
presenza britannica.

Ecco un brano della lettera del 20 gennaio 1941, inviata da Baghdad, dal Gran
Mufti di Gerusalemme, Amin al‐Husayni, a Adolf Hitler:

[…] E adesso, dopo tanti altri paesi della penisola arabica, è giunto il momento della
Palestina. Il suo caso, Eccellenza, le è ben noto poiché anche la Palestina ha sofferto
della perfidia inglese. Si tratta di creare un ostacolo all’unità e all’indipendenza dei
paesi arabi contrapponendoli direttamente agli ebrei di tutto il mondo, nemici
pericolosi le cui armi segrete sono il denaro, la corruzione e l’intrigo, oltre alle baionette
britanniche. Da vent’anni ormai ci ritroviamo a faccia a faccia con queste diverse forze.
Armati di una fede invincibile nella loro causa, gli arabi di Palestina hanno combattuto
con i mezzi più rudimentali. La questione della Palestina, inoltre, ha unito tutti i paesi
arabi in un odio comune per gli inglesi e gli ebrei. Se l’esistenza di un nemico comune è
il preludio alla formazione di un’unità nazionale, possiamo dire che il problema
palestinese ha accelerato questa unità. Dal punto di vista internazionale, gli ebrei di
tutto il mondo hanno accordato la propria fedeltà all’Inghilterra nella speranza che, in
caso di vittoria, essa riesca a realizzare i loro sogni in Palestina e anche nei vicini paesi
arabi. Se gli arabi vengono aiutati a sconfiggere gli obiettivi sionisti, gli ebrei,
soprattutto quelli americani, si demoralizzeranno vedendo svanire nel nulla l’oggetto
dei loro sogni, tanto che non saranno più così entusiasti di aiutare la Gran Bretagna e si
ritireranno prima della catastrofe.

Hitler, molto impressionato della sua astuzia e della sua prudenza tattica,
dice di al-Husseini nelle Conversazioni a tavola: “Il Gran Mufti è un uomo che, in
politica, non ha sentimenti. Capelli biondi e occhi azzurri, il volto emaciato,
sembra che abbia più di un antenato ariano. Non è impossibile che il migliore
sangue romano sia all’origine della sua stirpe”. Per Hitler, i romani erano ariani.
Al-Husseini ottiene il titolo di “ariano d’onore”.

Heinrich Himmler invia un telegramma al “Grossmufti di Palestina” Amin
al‐Husayni il 2 novembre 1943, anniversario della Dichiarazione Balfour (la
dichiarazione del ministro degli Esteri britannico a favore della creazione in
Palestina di una nazione per gli ebrei, 1917):

Sin dalla sua nascita il Movimento Nazionalsocialista ha iscritto sulla sua bandiera
la lotta contro l’ebraismo mondiale. Pertanto ha sempre seguito con simpatia la
battaglia degli arabi, animati dal loro amore per la libertà, contro gli intrusi ebrei. Il
riconoscimento di questo nemico e della battaglia comune contro di esso costituisce la
solida base dei legami naturali tra la Grande Germania Nazionalsocialista e i
maomettani che in tutto il mondo amano la libertà. Con questo pensiero le trasmetto,
nell’anniversario dell’empia Dichiarazione Balfour, i miei sinceri saluti e auguri per la
vittoria finale della vostra battaglia.

Nella stessa circostanza, anche Joachim Ribbentropp, il ministro degli Esteri
nazista dal 1938 al 1945, manda un telegramma a Amin al‐Husayni:
Mando i miei saluti a Sua Eminenza e a quanti si trovano oggi nella capitale del
Reich al raduno da lei presieduto. La Germania è legata alla nazione araba da antichi
rapporti di amicizia e oggi più che mai siamo alleati. L’eliminazione del cosiddetto
focolare nazionale ebraico e la liberazione di tutte le terre arabe dall’oppressione e
dallo sfruttamento delle potenze occidentali è parte inalterabile della politica del
Grande Reich tedesco. Possa arrivare presto l’ora in cui la nazione araba costruirà il
proprio futuro e stabilirà l’unità in piena indipendenza.

Muhammad Amin al‐Husayni, in collaborazione con il Mufti di Mostar,
organizza il reclutamento per la 13a Divisione di montagna della Waffen SS
Handschar. Heinrich Himmler rispetta i precetti dei musulmani arruolati, che
non bevono vino e non mangiano carne di maiale. Sono buoni soldati per
l’Armata nazista: se vogliono pregare, possono farlo. Hanno una religione forte,
che promette il paradiso ai soldati che muoiono con onore in combattimento:
questa religione è buona per il morale delle truppe, dichiara Himmler. Coloro
che vanno incontro alla morte e muoiono e vanno in paradiso sono buoni
soldati.

Al‐Husayni si recò anche a Auschwitz, accompagnato da Adolf Eichmann.
Spronò le guardie raccomandando “maggiore efficienza e diligenza”. Scrisse nel
suo diario che Eichmann era “un diamante rarissimo, il vero salvatore degli
arabi”. Campi di sterminio vennero allestiti nell’Africa settentrionale. Migliaia
di ebrei furono uccisi.

Nel 1945, al-Husseini, ricercato dai britannici come alleato della Germania e
come criminale di guerra per la strage degli ebrei in Bosnia, fuggendo dalla
Germania, passa dall’Italia. Va in Francia. Al-Husseini viene trasferito nella
regione di Parigi insieme a due suoi segretari, Izak Darwich e Razam Khalidi, e
viene ospitato in una villa, ufficialmente sotto la sorveglianza della polizia
giudiziaria della prefettura, in realtà sotto la protezione del ministero degli
Esteri francese e di De Gaulle. Munito di un passaporto e di un nome falso,
fugge, a bordo di un aereo americano, e va in Egitto. A suo tempo, in Egitto, al-
Husseini era già stato un importante membro della Fratellanza Musulmana
fondata da Hasan al-Banna nel 1928. Riconferma, ora, il patto con i Fratelli
Musulmani. E il patto darà i suoi frutti: si forma un esercito islamico. La
Germania aveva chiesto l’estradizione di al-Husseini per il processo a
Norimberga: la Francia l’aveva negata. I francesi fingono d’ignorare in che
modo al-Husseini sia fuggito. Il patto per l’unione degli stati islamici viene
rafforzato nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni, e poi nel 1973, con Abu Mazen
e con Yasser Arafat, che di al-Husseini è nipote e allievo. Yasser Arafat era stato
militante negli anni cinquanta dei Fratelli Musulmani. Amin al‐Husayni impose
la sua leadership sui palestinesi. Amin al‐Husayni morì nel 1974 a Beirut.
L’impero ottomano e il bizantinismo – e, poi, anche l’impero russo – hanno
un’affinità rispetto a due cose essenziali: che Dio è uno e che lo spirito non
procede dal figlio. Si trovano d’accordo sull’inammissione del figlio, sulla non
funzionalità dell’uno nella struttura della resistenza, sul principio di unità, che è
il principio di ogni regime totalitario e di ogni dispotismo, anche del
“dispotismo orientale”. L’ontologia è all’origine di ogni fondamentalismo. Il
figlio è schiavo e la scrittura è matricida. Nessuna scrittura, in effetti, perché il
Corano è legge divina. La religione di stato può impiantarsi soltanto
sull’inammissione del figlio. Anche il principio della fratellanza universale
parte dal principio dell’inammissione del figlio. Il principio della fratellanza
universale, principio di comunità dei fratelli, è principio gnostico. Gnosi la
religione ortodossa, gnosi l’islam, gnosi il laicismo illuministico. La questione
non è che il figlio sia Dio. Il figlio è l’uno funzionale, è l’uno diviso dall’uno,
non è l’uno che si divide in due. Se l’uno si divide in due, è funzionale al
cerchio e all’unità. Ma l’uno diviso dall’uno è funzionale nella frase.

L’islam e la religione ortodossa concordano sull’assenza di libertà. Gli umani
non sono liberi. Fanno cose buone o cose cattive, ma questo dipende da Allah, o
da Dio. Come dice Maometto, Allah dispone la bilancia per chi è morto. Pone da
una parte il positivo e dall’altra il negativo, le azioni buone e le azioni cattive.
Se le azioni buone superano le azioni cattive, allora chi viene giudicato va
subito in paradiso, ha l’accesso diretto al piacere. In caso contrario, va nel fuoco
dell’inferno. Ogni regime fondato sul principio di unità è fatalista, perché è
contro la parola, contro l’apertura, contro lo specchio, contro lo sguardo, contro
la voce, contro la differenza, contro il narcisismo e contro il gerundio. Regime
burocratico, nonché penitenziario.

Il cittadino secondo la dichiarazione del 1789 non è il cittadino romano, è il
cittadino della fraternité. E il cittadino nella religione ortodossa è il figlio, che
aspira a diventare padrone, ma, intanto, è figlio: deve sottostare al principio di
unità, deve sottomettersi.

L’ignoranza e l’imbecillità sono la forma universale con cui si esercita il
potere in tutta la sua metafora spirituale e in tutta la sua metonimia spirituale,
nel suo modello algebrico e nel suo modello geometrico.

Lenin cita spesso la rivoluzione francese come esempio per l’instaurazione
del terrore. Il brainstorming è la metodologia di ogni rivoluzione circolare, di
ogni rivoluzione statalista. Il regime che adotta il brainstorming è il regime
gnostico, il regime sentimentale e patetico. Fatalista. Ogni regime, in quanto
fatalista, è l’ultimo regime. L’ultima immunologia. Il regime, lo stato, si
giustifica come l’ultimo. Al regime padrone corrispondono i cittadini nemici,
pazzi, oppositori, criminali. Lo stato regime. Lo stato psicofarmaco. Lo stato
Leviatano. Lo stato Uroboro. Lo stato puro. Lo stato in funzione dell’utopia. Lo
stato che si estingue a profitto dell’utopia. Lo stato dove pensare è reato.

Nell’islamismo, oggi, pensare è reato e viene punito con la morte. L’idea
assoluta è un reato. L’idea che agisca, no. Pensare è un reato, la speranza è un
reato, la dimensione è un reato, l’invenzione e l’arte sono un reato, lo specchio,
lo sguardo, la voce sono un reato. La parola è un reato. Primus in orbe deos fecit
timor
(Petronio, poi Stazio). Ogni regime fatalista è retto sulla paura. Questa è la
tanatologia, che si pone come l’ultimo demonismo, come l’ultima ideologia.

Il concetto di “Dio suicida” è stoico. Seneca – che si uccide – scrive: “Vita non
semper retinenda est: non vivere bonum est, sed bene vivere
” (Lettera a Lucilio, VIII, 4).
Rispetto alla tanatologia, la severità è il segno escatologico.

Aleksandr Puškin. Viaggio in Crimea e in Bessarabia nel 1820-1822. Incontro
con l’islam. I monumenti, la preghiera, gli antenati arabi. I poemi: Il prigioniero
del Caucaso, La fontana di Bachcisaraj
. Gli amici lo chiamano “l’apostolo di
Maometto”.

Fëdor Dostoevskij. Aneddoti nei Demoni (1871). La testimonianza della
matematica russa Sof’ja Kovalevskaja intorno a un racconto fatto da
Dostoevskij: l’“epilettico Maometto”, il suo viaggio istantaneo dalla Mecca a
Gerusalemme, al paradiso con Allah, con gli angeli e con i profeti. “Voi tutti,
persone sane […] non sospettate neppure che cosa sia la felicità che proviamo
noi epilettici un secondo prima dell’attacco. Maometto assicura nel suo Corano
di avere visto il paradiso e di esservi stato”. Nei Quaderni e taccuini inediti 1860-
1881
, Dostoevskij allude ancora a Maometto a proposito dell’epilessia (il “mal
caduco”). Nel Diario di uno scrittore (1876): la “questione d’Oriente”, cioè
centinaia di migliaia di cristiani massacrati, “villaggi distrutti, chiese ridotte in
macerie, tutto spietatamente sterminato e ciò per opera di un’orda musulmana
selvaggia, infame, maledetta, avversaria della civiltà”. Tutto con l’indifferenza
dell’Europa, nonostante i suoi diritti dell’uomo, la sua scienza, la sua arte, la
sua giustizia. In Note invernali su impressioni estive (1963), Dostoevskij fa
un’analisi del fondamentalismo islamico: “Si tratta di un annientamento
sistematico […] questo è il sistema, il metodo di guerra di un immenso impero”.
E insiste ancora, nei Fratelli Karamazov (1880): “Mettiamo anche solo i legislatori
e gli orientatori dell’umanità, a partire dagli antichi, continuando con i vari
Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e così via, tutti fino all’ultimo erano
delinquenti, […] e tuttavia non si sono fermati davanti al sangue, se solo il
sangue (alle volte del tutto innocente) poteva essere loro di aiuto. È persino
sorprendente che una gran parte di questi benefattori e orientatori dell’umanità
siano stati massacratori particolarmente terribili”.

Lev Tolstoj (1828-1910). Il romanzo Chadži-Murat, elaborato per tanti anni,
viene pubblicato postumo nel 1912, mutilato. Assurdo massacro dei ceceni.
Questo romanzo, nota Evgenij Evtušenko, non è stato letto da Boris Eltsin,
altrimenti, “è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto con i
Ceceni”. Sono del 1904 le lettere fra Tolstoj e il mufti di Egitto Muhammad
‘Abduh. Scrive Tolstoj che il principio di unità degli umani si raggiunge con
l’amore del prossimo, dissipando le superstizioni e semplificando le
convinzioni religiose. Nel 1899, scrive: “Se l’uomo avesse avuto il diritto di
scegliere, anche solo fosse stato un peroslav [cristiano], senza alcun dubbio e
indecisione, avrebbe accettato l’Islam, l’esistenza di Allah e Muhammed (la pace
e la benedizione siano con lui) come suo messaggero”. Tolstoj fu scomunicato
dalla chiesa. Il suo ultimo libro è Il profeta Maometto (stampato nel 1909),
enunciazione del patrimonio dottrinale e culturale islamico. Per studiare l’islam,
Tolstoj partì il 20 novembre del 1910 per Istambul. Durante il viaggio, morì di
polmonite a Astapovo.

Per Anton Čechov (1860-1904), la bellezza è demoniaca (La strega, 1886).
Michail Bulgakov (1891-1940), nella satira e nella parodia del regime stalinista,
salva il maestro e Margherita portandoli dall’inferno al limbo (Il maestro e
Margherita
, 1967).

Vladimir Solov’ëv, Maometto. Vita e dottrina religiosa (1896), ha compiuto una
sua ricostruzione dell’islamismo, nella sua religione e nel suo piano politico.
Nel 1889, nel libro La Russia e la chiesa universale, Solov’ëv scriveva:
“L’estremismo islamico riassume l’eredità delle due principali eresie del Basso
Impero: la negazione della libertà umana, la devozione cieca dei fedeli e
un’umanità che non viene chiamata a mettere in atto nessun progresso”.
Il negazionismo investe molte cose. Per esempio, lo sterminio turco degli
armeni (tante volte citato da Hitler come modello). E ancora. Nel 1971, Maria
Antonietta Macciocchi, nel suo libro Dalla Cina, decanta la rivoluzione culturale
cinese – milioni di morti! – e tace sugli orrori, e tace sui crimini dei khmer rossi.
Fa un’opera negazionista. Ben altre le testimonianze di Shen Dali, in due libri,
da noi tradotti in italiano (I bambini di Yan’an, 1986, e Gli amanti del lago. Sotto il
sole di Mao
, 2005), e di Harry Wu (Laogai. L’orrore cinese, 2008). Il negazionismo
nega il Gulag, nega il Laogai, nega le azioni dei Khmer rossi, nega l’Olocausto.
Nega anche il Monte del Tempio, a Gerusalemme. A Oslo, nel 1993, Yasser
Arafat, nell’incontro con Yitzhak Rabin e Bill Clinton, dice a Clinton, non
dinanzi a Rabin, che il Monte del Tempio ebraico a Gerusalemme non è mai
esistito. Non hanno un tempio, gli ebrei, a Gerusalemme! E non hanno subìto
l’Olocausto! E non hanno nessun diritto di stare lì! Il loro stato deve essere
distrutto! Sia al-Husseini sia, più tardi, Yasser Arafat accostano sionismo e
colonialismo e, da questo, traggono occasione per attaccare gli ebrei in Europa.
Gli ebrei europei che vanno in Palestina con l’idea di fondare uno stato, non è
che abbiano aderito a un programma britannico: gl’inglesi si trovavano in
Palestina e, per opportunità, hanno favorito la creazione di Israele. Gli ebrei che
dimoravano in Palestina nei secoli precedenti avevano accettato la dhimma, il
patto di protezione in cambio di tasse e di sottomissione. La “dhimmitudine”.
Questa è l’offerta degli islamisti all’Europa: dopo la conquista dell’Europa e la
creazione di un’unione di stati islamici in Europa, un patto di protezione per gli
europei che non si convertano.

Ogni stato totalitario, universalistico, religioso crea e ricrea la storia sulla
base della storia ideale. Nel caso dell’islam, è la Storia ideale. La Storia come
idealità. Lo Spirito che agisca o l’Idea che agisca o Allah che agisca. Ma accade
che, in Palestina, un popolo di dhimmi sconfigge gli arabi: è una cosa assurda,
per gl’islamisti! Prima, gli ebrei erano sottomessi. Poi, con un piccolo esercito,
sconfiggono due eserciti, prima a pochi chilometri dall’Egitto (1967), poi a pochi
chilometri da Damasco (1973)! È intollerabile, per gl’islamici. Gli islamici
tollerano i greci non convertiti, purché dhimmi, e si mettono alla loro scuola,
imparano dai greci! Anche i romani erano stati “catturati” dalla cultura greca:
Graecia capta ferum victorem coepit (Orazio, Epistulae, II, 1, 156).
Gli arabi hanno conquistato una parte dell’Europa, ma, poi, sono stati
sconfitti dall’Europa. Questa sconfitta è pesante, perché, in seguito, è stata
portata addirittura a invasione, a occupazione coloniale. Da qui, la vendetta,
l’odio e la vendetta di oggi. Perché l’esercito di Allah vince sempre: se,
provvisoriamente, sono stati sconfitti, si tratta del disegno di Allah. Ma Allah ha
parlato chiaro, con loro: il califfato sarà mondiale. Nel Corano sono numerose le
invettive contro gli ebrei traditori. Da qui, oggi, la demonizzazione dello stato
d’Israele, dell’America e dell’Europa e la demonizzazione non solo degli ebrei,
ma della cristianità. Quello che, in precedenza, era chiamato antisionismo si
dichiara, ormai, francamente antisemitismo, in virtù del negazionismo.
Due cose sono imperdonabili, nell’islam: l’idolatria e il suicidio, ma non il
suicidio che determina la morte dei nemici. Quello è un “sacrificio”. Il sufismo
dice: “Chi conosce se stesso, conosce Allah. Chi conosce Allah, conosce se
stesso”. Per ogni musulmano non c’è bisogno di sapere altre cose: il musulmano
conosce Allah, quindi non ha bisogno d’imparare altre cose. Conosce Allah: ma
sta proprio qui il principio che ha portato i musulmani alla sconfitta,
all’umiliazione. Il musulmano ha un’assoluta superiorità, che è data dal Corano.
Conosce Allah, dunque non ha bisogno d’imparare. E quasi tutti i popoli
conquistati dagli arabi hanno rinunciato alla lingua in favore dell’arabo. Tranne
la Turchia e l’Iran. Con grandi vantaggi conseguenti per questi due paesi.
La religione ortodossa, l’islam, il leninismo, poi il marxismo-leninismo,
formula coniata da Stalin e adottata da Mao. Adottata anche da tanti circoli
degli anni settanta: “Circolo marxista-leninista”. Circoli che inneggiavano a
Stalin. Nelle piazze di Milano, scandivano lo slogan: “Stalin, Togliatti, Ho Chi-
Minh”. Tutto ciò si fonda sul principio del negazionismo.

Il principio negazionista colpisce la parola nel suo principio, nella sua logica,
nella sua struttura e nella sua cifra. Colpisce la realtà intellettuale, ciò che si
dice, ciò che si fa, ciò che si scrive. Colpisce la procedura della parola per
restituirla con le procedure di pena e di salvezza.

La persecuzione è fondamentalista. La sua religione è la religione della morte.
La sua azione è rivolta alla produzione della vittima sacrificale. Negare la
persecuzione risponde a una prerogativa della propaganda di regime.
I primi obiettivi del negazionismo islamico sono la delegittimazione dello
stato d’Israele, la sua distruzione e la dhimmitudine dell’Europa.
L’antisionismo non è la copertura dell’antisemitismo, ma il suo stesso volto.
Roger Garaudy, come comunista, era negazionista del Gulag. Poi divenne
cattolico. Poi islamico nel 1982. Come islamico, divenne negazionista. Ebbe un
processo nel 1996. L’Abbé Pierre gli fu favorevole.

Lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) assume il programma della
distruzione dello Stato d’Israele, della presa di Gerusalemme e dell’istituzione
del califfato universale. Nega, come l’intero movimento militare islamista, sia la
Shoah sia il Tempio ebraico di Gerusalemme. E ciò serve per la sua campagna di
reclutamento.

Ma ecco la Russia. Lenin: “Il modo migliore per distruggere la religione è
introdurre la lotta di classe”. Lenin non tollerava le religioni. Nei paesi a forte
presenza islamica fu costretto a cercare un compromesso, pur nel primato del
potere sovietico e dei tribunali sovietici. A volte il compromesso si chiamava
“socialismo islamico”. I bolscevichi imposero ovunque la lingua russa come
lingua dell’Unione sovietica.

Per Lenin, il passaggio dal capitalismo al socialismo è naturale e
indipendente dalla coscienza. Egli combatte contro il diavolo idealista
dovunque, anche nella fisica di Ernest Mach e di Henri Poincaré. Lenin non
crede in Dio, ma crede nel diavolo. Anche Stalin. Il comitato di salute pubblica.
La Ceka, polizia segreta. Gl’istituti della paura. L’impero del terrore.

Negli anni dello zar Alessandro I (che regna dal 1801 al 1826),
l’archimandrita Fozio crede nel diavolo e nell’Anticristo. La polizia segreta, la
Ceka, crede nel diavolo. Anche il Comitato per la sicurezza dello stato (KGB).
Anche la polizia segreta russa attuale (FSB). La paura si rappresenta nella paura
del diavolo e si pone in cima alla bandiera di istituzioni terribili.

Lenin. Il terrore come virtù e come severa giustizia. Fucilazioni, torture,
roghi. Per impedire al clero e ai credenti di pensare. Nel 1918, il dirigente
bolscevico Grigorij Zinov’ev (1883-1936) dichiara: “Per distruggere i nostri
nemici dobbiamo avere il nostro proprio terrore socialista. Dobbiamo tirare
dalla nostra parte novanta su cento abitanti della Russia sovietica. Quanto agli
altri, non abbiamo nulla da dire loro. Devono essere annientati”.

Isaac Steinberg (1888-1957), a proposito della strage dei credenti, chiese a
Lenin: “A che serve allora un Commissariato del popolo per la Giustizia? Tanto
varrebbe chiamarlo Commissariato del popolo per lo sterminio sociale, e tutto
sarebbe risolto!”. Rispose Lenin: “Eccellente idea! È esattamente così che io vedo
la questione. Purtroppo non gli si può dare questo nome!”.

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Armando Verdiglione, "L’eucarestia, il vagabondo, il messaggero. Ovvero la persecuzione, la religione ortodossa, il socialismo islamico"

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3.04.2017