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Il crimen, la quantità, l’abbandono, nonché la setta dell’Altro, la partita, la casta di Dio

Armando Verdiglione
(27.04.2016)

La Sura CXII, di quattro versetti, esordisce: “Dì!”, imperativo. Altrove:

“Leggi!”. Altrove: “Scrivi!”. Il Corano è increato, coeterno e consustanziale con
Allah. “Dì!”. Che cosa?

Dì: Egli, Allah, è uno.

Allah l’Impenetrabile.

Egli non genera, non è generato.

E nessuno è uguale a Lui.

Allah è un principio, il principio di unità, che sta alla base del sistema della
filiazione genealogica.

Allah non è padre. E nemmeno Maometto. La Sura III, 138: “Maometto non è
che un messaggero. Prima di lui, altri messaggeri sono passati”. La Sura XXXIII,
40: “Maometto non è il padre di nessun uomo tra voi”. L’islam è la religione di
origine. La religione ha un padre, che non è Dio e non è Maometto.

San Paolo va diritto al principio genealogico. Categorico, non ammette
discussione né equivoci né malintesi. Questo, nella Lettera ai Galati, 4, 29: “Il
nato secondo la carne perseguitava il nato secondo lo spirito”. Aggiunge: “[…] il
figlio della schiava non erediterà insieme con il figlio della libera”. San Paolo
non legge, non è un lettore del Genesi. Come traduttore, è creatore di un
principio genealogico.

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Hiko Yoshitaka, "La piega", cifratipo, acrilico su carta, 2012

Nel Genesi, 21, 9, Sara chiede a Abramo di scacciare la schiava egizia: “E Sara
vide che il figlio di Agar l’egizia, che costei aveva partorito a Abramo,
derideva”. E Sara dice: “Scaccia la schiava e suo figlio, perché il figlio della
schiava non erediti con mio figlio Isacco”. Shaq: deridere. Questo “derideva”
diventa, nel testo di san Paolo, “perseguitava”. Ishaq è Isacco, ma deridere è
shaq. Nel Genesi (21, 12-13), interviene Dio, che dice a Abramo: “Attraverso
Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione
anche il figlio della tua schiava, poiché egli è discendenza tua”. Qui, non è in
questione il figlio, che debba essere legittimo. Questione che abbiamo affrontato
e letto nel “testo“ di Leonardo da Vinci.

Il figlio è originario. Senza origine. Genitus nec generatus. Non è legittimo né
naturale. Non è funzionale al principio di unità. Non è l’uno che si divide in
due. Non è il figlio non ammesso. L’inammissione è la divisione dell’uno in
due. L’ammissione: tocca proprio a Freud – lui, ebreo, che scrive che gli ebrei
sono stati creati da Mosè – introdurre, in tedesco, il termine Resistenz.
L’ammissione è proprietà della resistenza, della funzione di uno. L’uno
funzionale. L’uno diviso dall’uno. Questa è l’ammissione del figlio. Il figlio
come uno diviso dall’uno è differente dall’uno. Frater indica la differenza
dell’uno dall’uno e, quindi, anche la resurrezione. L’uno non muore. Muore, se
si divide in due, in funzione del principio di unità. Perché l’uno che si divide in
due si moltiplica e circola. Deve essere funzionale all’unità e, quindi, compie un
cerchio, dall’uno all’uno, dall’uno di partenza all’uno di arrivo. Con
l’ammissione, non c’è più infanticidio.

L’infanticidio (o l’esposizione) era diffuso nell’area mediterranea.

L’infanticidio si è diffuso, nei secoli, anche nell’islam, anche nel cristianesimo.
Ovunque. Non che fosse sancito dall’islam o dal cristianesimo. L’infanticidio
come divisione dell’uno in due sta alla base della filiazione genealogica. È il
fondamento della filiazione genealogica. E il sistema della filiazione genealogica
è il sistema politico. Le religioni, le dottrine politiche servono per assicurare
questo sistema di filiazione genealogica, che è un sistema sociale, politico,
economico, finanziario, sotto la bilancia di Osiride, per cui ogni
amministrazione che dipenda dalla filiazione genealogica deve passare nel
bilancio di Osiride, nel bilancio senza l’Altro e senza il tempo, nel bilancio come
“protocollo” del “sacrificio”. L’uno che si divida in due richiede il corpo
sacrificale. È un principio di legalità, che non è il principio della legge della
parola né il principio dell’etica della parola. Il principio della legalità si doppia
sul principio genealogico.

Dio è uno, Allah è uno, e Abramo, allora, ha una religione. La religione di
Abramo. La religione di cui l’islam restaura il regno.

Abramo è musulmano. Sura XXII, 77-78: “È Abramo che vi ha dato il nome di
musulmani [al-muslimîn], per il passato e in questo Libro”. Al-muslimîn:

assoggettamento, sottomissione a Dio, alla legge, al Corano, anche abbandono
alla volontà di Dio. “La religione del vostro padre Abramo”. Il padre è Abramo,
non è Dio, non è Maometto.

Dei tre monoteismi, l’islam è l’unico che, ogni anno, ripete il “sacrificio” del
montone, obbliga al “sacrificio” del montone.

Ismaele: Isma’il, “Dio intende”. Per l’islam, Ismaele era arabo.

Abbiamo già notato la scomparsa di Agar dal Corano. Scomparsa, quindi,
dell’abbandono di Agar e d’Ismaele da parte di Abramo, per due volte: la prima
volta, soltanto di Agar; la seconda volta, di Agar e d’Ismaele.

Dopo l’intervento di Dio, che dichiara la doppia discendenza, Abram e Sarai
acquistano una “h”, divengono Abraham e Sarah. L’angelo di Jahvè, l’angelo
come Jahvè, si rivolge a Agar (Genesi, 16, 8-10): “Agar, schiava di Sarai, da dove
vieni e dove vai?”. E poi: “Io moltiplicherò la tua discendenza, tanto che non si
potrà contare per la sua moltitudine”. La discendenza che non si può contare è
la discendenza o è la generazione? La generazione è incontabile. La filiazione, sì,
si conta, ma qui la discendenza è incontabile. “Tu partorirai un figlio e gli darai
nome Ismaele, perché Jahvè ha inteso il tuo sgomento”. Jahvè intende (isma’il),
quindi Ismaele e, per ciò, è un Dio che firma questo contratto.

Agar è l’unica donna della Bibbia che si rivolge a Dio e gli dà un nome:
“Agar chiamò Jahvè, che le aveva parlato: ‘Tu sei Jahvè della visione (‘el rôi)’”.
Dio della visione. Visione, perché Agar ha visto, nessun’altra. Baruch Spinoza la
scambia per profetessa (nel Tractatus theologico-politicus, uscito postumo nel
1677). Mosè Maimonide, no: “L’egiziana Agar non era una profetessa”, sostiene
nella Guida dei perplessi (1190), scritta in arabo.

Genesi, 16, 4: “Quando Agar si accorse di essere incinta, la sua padrona non
contò più per lei”. Da qui la cacciata, l’abbandono.

Nel Corano, scompare Agar, scompare che è stata abbandonata, scompare
l’abbandono, quindi, sorge la filiazione di Ismaele, la filiazione di coloro che
sono stati abbandonati. Sorge la religione dell’abbandono e della sottomissione.
Nella prima versione, l’angelo di Jahvè dice a Agar: “Ritorna dalla tua padrona
e restale sottomessa” (Genesi, 16, 5). Nella seconda versione, la sottomissione è
il segno della negazione di Agar e della negazione dell’abbandono.

Così il sacrificio non è il sacrificio di Isacco: Abraham deve sacrificare
Ismaele, è Isma’il che viene sostituito dal montone. Abraham si è subito
sottomesso ad Allah, Isma’il si è subito sottomesso. La sottomissione a Jahvè, la
sottomissione ad Allah, è il segno della negazione del figlio, è il segno
dell’infanticidio, il segno della divisione dell’uno in due. È di questo che si
tratta: della divisione dell’uno in due.

Abraham e Isma’il si trovano, ormai, alla Mecca, maqâm Ibrâhim, “il sito di
Abramo”. Il sito di Abramo sta alla Mecca. Si trovano in una genealogia diretta:
senza donna, senza madre, senza abbandono, ma entrambi abbandonati ad
Allah. Sono padre e figlio, come nella fiaba di Kierkegaard. Padre e figlio, senza
la madre, senza l’abbandono, che cosa fanno? Costruiscono insieme: ecco
l’erezione del tempio. Si trovano insieme nella costruzione. Quindi, la religione
vera, la religione dell’islam, è la religione di Abramo e ha il suo sito, la Mecca, la
sua costruzione.

Anche per Maometto, per chi indaga la sua storia, è avvenuto l’abbandono,
perché la madre è morta durante un viaggio in pieno deserto. L’abbandono,
come il fatto che non si può nominare. Però, una madre sta da qualche parte.
Non viene chiamata madre ma moglie, è la moglie di Abramo, Sarai. Sarai
aveva detto a Abramo (Genesi, 16, 2): “Ecco, Jahvè mi ha impedito di avere
prole. Unisciti alla mia schiava Agar: forse da lei potrò avere figli”. Non è un
affitto, è un uso! Per ciò, gli arabi si chiamavano saraceni, “schiavi di Sarah”. E
l’imperatore bizantino Niceforo (802-811) emana il decreto che proibisce a tutti i
sudditi di chiamare gli arabi “saraceni”, cioè “schiavi di Sarah”, perché i greci
chiamavano così gli arabi alludendo, in maniera ingiuriosa, a Agar, madre
d’Ismaele, che era stata la schiava di Sarah.

Poi, Sarai ha avuto un intervento, l’intervento dell’angelo. Sarai aveva
novant’anni. L’angelo di Jahvè dice a Abramo (Genesi, 18, 10): “‘Tornerò da te
fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio’. […] Allora
Sarai rise dentro di sé e disse: ‘Avvizzita come sono dovrei provare piacere,
mentre il mio signore è vecchio!’”. Sono molto anziana, come posso avere un
figlio? Non dice “Non conosco uomo”. Abramo, anche lui, è molto vecchio. Non
preoccuparti. Ci penso io: “C’è forse qualche cosa d’impossibile a Jahvè?”. Dio
interviene due volte, interviene con Sara, la prima volta, e interviene con Maria,
la seconda volta. Il seme di Dio.

Per un altro aspetto, Sara vuole vendicarsi di Agar e vuole che subisca un
taglio, perché non abbia a cercare uomini. Per altro, questa negazione della
donna è una negazione della donna per la vita sociale: nessuno deve vederla. In
casa, è chiusa, non può essere vista; fuori casa, porta il velo.

Abdelwahab Bouhdiba ha pubblicato il libro La sexualité en Islam (Puf 1975).
Scrive: “Il velo fa passare la musulmana nell’anonimato più totale. Essere
musulmana è vivere in incognito. Per essere sicura, la società araba sequestra
ciascuna donna. La casa araba sarà soltanto un velo di pietra, che chiude il velo
di cotone o di lana”. Il velo di pietra, la casa, e il velo di cotone o di lana, che
viene posto sulla donna. Il velo è il segno della negazione della differenza e
della varietà sessuali. Questa è la filiazione genealogica pura, aristotelicamente
pura.

Quelli che si chiamano, scolasticamente, i “presocratici” s’interrogavano
intorno alle radici, che non erano l’origine né il fondamento né gli elementi
primi né la causa prima. Le radici. A questa domanda, Pitagora risponde con il
numero. Le radici, le radici della vita, le radici della parola non sono un luogo.
Mallarmé: “Rien n’aura eu lieu que le lieu”. Ma nemmeno il luogo ha luogo.
Nessun luogo della parola e nessun luogo del luogo. Nulla ha luogo. La radice
non è un luogo. La diaspora, lo sradicamento.

Ma l’imperativo di Allah è il dominium mundi e, quindi, le radici sono nel
Corano e radicale è chi si sottomette al Corano. Questa è la radicalizzazione:
una continua deterritorializzazione e territorializzazione. Questo radicalismo
fonda, ovunque, il territorialismo. Radicale è ciò che è senza le radici della
parola, senza la sua aritmetica.

Tutto ciò che è di Allah è naturale. Tutto ciò che è in riferimento all’essere è
naturale, nazionale e normale. La sessualità come politica del tempo, come
politica dell’ospite, è contronatura. Il principio di parità sociale è naturale. Il
principio di parità sociale e il principio di simmetria sociale fondano la
normalità. Nulla di sorprendente che venga rivendicato il diritto alla normalità
da parte di chi è osservante del principio di parità sociale.

La famiglia è la traccia, il modo dell’apertura, positivo-negativo, ossimoro.
Sta, per dir così, alle spalle. Non sta dinanzi. Non ha da compiere l’economia
dell’asimmetria, della separazione, dell’imparità, dell’improporzione. Non ha
da compiere l’economia della scena, l’economia del negativo. Non ha da
compiere l’economia del sangue, che fonda l’economia dell’incesto dell’Altro,
del male dell’Altro e del peccato dell’Altro, l’economia della negativa del tempo
e dell’Altro. Il diritto alla normalità viene rivendicato come “diritto civile”: è il
diritto alla filiazione genealogica! La volontà di bene fonda ogni naturalità,
fonda lo stato di natura, fonda lo stato nazionale. Fonda anche il popolo.
Volontà sovrana. Popolo sovrano.

10 dicembre 1948: la Dichiarazione universale dei diritti umani. Tutto il
mondo arabo organizzato sostiene l’incompatibilità della Dichiarazione con la
shari’a: e non firma. Né allora né mai. Il ragionamento è facile: i diritti dell’uomo
hanno qualcosa di buono, quindi di giusto? Allora, stanno già nel Corano.
Hanno qualcosa che non è buono e non è giusto? Allora, non stanno nel Corano.
Se qualcosa non sta nel Corano, non è buono e non è giusto.

È lo stesso ragionamento che ha fatto il califfo Omar (che succede a Abu Bakr
nel 634 d.C.), alla quarta distruzione della biblioteca di Alessandria (642 d.C.).
La biblioteca di Alessandria, sorta nel IV secolo a.C. e arricchita durante il regno
di Tolomeo II Filadelfo, discendente da uno dei diadochi di Alessandro Magno
(III sec. a.C.), aveva settecentomila volumi. Una prima distruzione, forse
parziale, è concomitante all’arrivo in Egitto di Giulio Cesare (48 a.C.), dovuta
alla propagazione di incendi in altre parti della città. Solo Plutarco l’attribuisce
esplicitamente a Giulio Cesare. Poi, la biblioteca si arricchisce ancora. Secondo
una leggenda, Marco Antonio aveva portato ad Alessandria duecentomila
volumi presi dalla biblioteca di Pergamo, come regalo di nozze per Cleopatra.
Una seconda distruzione avviene nel 270 d.C., quando l’imperatore Aureliano,
per combattere la regina Zenobia di Palmira, brucia la reggia, al cui interno era
la biblioteca. È rimasta un’ipotesi non accertata la terza distruzione della
biblioteca, dovuta all’editto dell’imperatore Teodosio (391 d.C.) contro la
“saggezza pagana”. Più tardi (642 d.C.), arriva il califfo, con il suo
ragionamento facile: questi libri hanno qualcosa di buono e di giusto? Allora,
questo sta già nel Corano. Quindi, questi libri non servono e si possono
distruggere. Se, invece, hanno qualcosa che non sta già nel Corano, bisogna
distruggerli.

Erodoto: “So quanto la divinità sia invidiosa”. Dio furioso, Dio invidioso, Dio
vendicativo. Lo zelo di Dio. La suscettibilità di Dio. Guai a destare, con la hybris
umana, la suscettibilità di Dio e di chiunque lo rappresenti! Erodoto, Bacchilide,
Pindaro, Eschilo, Euripide scrivono intorno a questa hybris, che, attribuita agli
umani, deve essere punita a opera della divinità invidiosa. La divinità invidiosa
si vendica contro la hybris umana. La divinità non tollera, in particolare, la
felicità e il piacere degli umani.

E, allora come instaurare l’homo festivus nell’area mediterranea, già prima dei
monoteismi, e dopo? L’homo festivus viene consacrato con il discorso della festa,
che è il discorso occidentale. La festa, con Platone, è il luogo dell’economia del
discorso.

Come avviene che il culto della vita debba essere giustificato dal culto dei
morti, dal culto della morte? La genetica, l’aritmetica, l’idioma sono senza l’idea
di morte. Il numero: ovvero nessuna religione di origine. L’alleanza senza
origine.

Il culto della morte e della vita è il culto di Dio che, nella mitologia
mediterranea, muore e si rigenera, è il Dio della morte e della vita: Osiride,
Tammuz, Attis, Dioniso, Adone. Dio che muore e che si rigenera e risorge.
Cosa avviene con Dioniso? Dioniso è un dio. I Titani lo uccidono e lo
divorano. Zeus dissente, non è d’accordo con i Titani che hanno fatto la festa a
Dioniso e li distrugge con la folgore. Ancora oggi, la folgore di Zeus interviene
in varie locuzioni. “La folgorò con uno sguardo”. Poi, con le ceneri dei Titani,
Zeus crea gli umani. Il culto orfico fu rifiutato dagli ebrei.

Nell’Uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud, accenna ad Akhenatone al
suo culto solare: Dio muore e si rigenera, il sole tramonta e rinasce. La solarità.
Il culto solare. Il volto solare. Il culto del Faraone: fons et origo, lo definisce Henri
Frankfort. Insieme al sole, prima di Akhenaton, prosperavano anche altre
divinità. Akhenaton afferma soltanto la religione solare. Questa religione egizia
doveva attenersi alla Maat: la verità, la legge, la realtà, la fatalità, la necessità.
La civiltà senza l’idea di morte, senza la genealogia, senza il sistema delle
filiazioni genealogiche, sociali, politiche, economiche, finanziarie, istituzionali è
la civiltà della parola, che s’instaura con la modernità, contro cui va l’homo
festivus
, con il suo spirito, che è lo spirito penitenziario, ovvero salvifico.
Non potete trascurare che, per il Corano, Gesù è musulmano, non è ebreo,
perché è uno dei discendenti di Abraham. Viene chiamato Isâ, figlio di Maria
(Isâ ibn Maryam). Gesù appartiene al Corano e ai musulmani. Il Corano si
appropria di Gesù, togliendolo al cristianesimo, e toglie al cristianesimo il suo
vincolo con l’ebraismo, degiudaicizza il cristianesimo. Anche Hitler procede
così.

La missione islamica è una missione di salute mentale. Non ci sono molti
dettagli, nel Corano, rispetto alla medicina e alla cura. Per l’islam, i riferimenti
della terapeutica, della farmaceutica, della prevenzione e della dietetica sono
Ippocrate e Galeno, ovvero i riferimenti stessi della filiazione filosofica, della
filiazione del discorso occidentale. Quindi, gli ospedali musulmani hanno, da
sempre, un’attenzione per la salute mentale intesa come salvezza. I musulmani
diventano specialisti di psicosomatica, perché devono badare alla salute della
psiche, dell’anima, e alla salute del corpo, e alle interferenze, alle intercettazioni,
alle comunicazioni, alle commistioni fra la salute dell’anima e la salute del
corpo. Alla salute psichica, alla salute dell’anima, bisogna collegare la salute del
corpo. È lo psichismo ontologico, che si colora, s’illumina come psichismo
islamico.

Ai medici islamici sta bene anche Aulo Cornelio Celso (14 a.C.-37 d.C.), che,
già, per i “malati di mente” che apparissero, che si mostrassero, in qualche
modo, aggressivi, prevedeva uno strumento terapeutico particolarmente
adeguato: le catene. Queste catene sono rimaste, nell’islam e in Europa.
La gnosi arreca la salute mentale. Il principio di Aulo Cornelio Celso è “fame,
vinculis, plagis coercendus est […] nihil nisi continendus aeger est
”: non bisogna fare
un uso smodato dei mezzi coercitivi, bisogna utilizzarli solo quando è temuta
l’aggressività. È la terapia.

Nel Corano stanno gli antidoti alla stregoneria, perché la malattia è
demoniaca, è psichica, è spirituale. Anche Maometto crede nella stregoneria.
Egli stesso ne ha subito l’assalto e si è salvato recitando le ultime due sure del
Corano. Uno studioso del Corano ha raccolto in un libretto, intitolato Manzil, i
versetti del Corano da recitare quotidianamente per tenere lontana la
stregoneria. I demoni insegnano ai popoli la stregoneria e tentano il credente,
che, quindi, si ammala (Sura II, 102). E, allora, i versetti del Corano giungono
all’uopo.

Avicenna (980-1037) era il grande maestro persiano della medicina. Tanti i
libri, diffusi anche in Europa, non soltanto tra gli arabi. Avicenna raccoglieva il
frutto di tante cose emerse dalla tradizione greca alla tradizione egizia, dalla
tradizione mesopotamica alla tradizione indiana, ma sempre tenendo saldo il
principio medico, terapeutico, farmaceutico di Ippocrate e di Galeno. Lui, di
stirpe iranica, si trova a viaggiare. Scrive un trattato tradotto in latino con il
titolo Liber canonis medicinae: non si tratta di una cosa ignota alla mitologia
medica europea, tutt’altro!, fino a tutto il rinascimento. Il principio di Avicenna
è ontologico, attingendo a tradizioni importanti: l’Egitto, la Mesopotamia,
l’India. Alcuni farmaci sono tramandati fino a oggi. Per Avicenna, la salute è
spirituale, psichica, mentale e, quindi, occorrono i rimedi opportuni. Alla
medicina serve la musica, in casi di speciale malinconia, perché è vietata dal
Corano. Ma servono anche la matematica, la geometria, l’astronomia, la
zoologia, la natura. Prima la natura!

È sull’onda di Avicenna l’adagio che sta alla base della mitologia medica,
oggi, in qualsiasi ospedale, l’adagio sulla presa di coscienza: “La guarigione del
malato è anzitutto”, questo è l’asse tra Platone e l’illuminismo, tra Platone e
Pinel, “porre la questione”. Questo adagio è stato estrapolato da tutta la
precettistica di Avicenna. La questione, come la quaestio, di cui abbiamo
discusso a proposito dell’opera di Friedrich Spee, Cautio criminalis. La quaestio
subita da Galilei, ma anche la quaestio che Menone deve rivolgere al suo schiavo
(Platone, Menone). Il corpo dello schiavo di Menone, il corpo della strega, il
corpo del malato, il corpo criminologico, il corpo psicofarmacologico. “La
guarigione del malato è anzitutto porre la questione” correttamente. Tutto lo
standard, il protocollo della prevenzione, della dietetica, della farmaceutica e
della terapeutica sta nel “porre la questione”. “Porre la questione” è questo
standard, è questo protocollo ideale.

Avicenna era di vasta erudizione, di grande pratica. Ma, una cosa, dobbiamo
pur dirla: la psicoterapia è stata creata dall’islam. Per questo, andava benissimo
in Germania, andava benissimo per Carl Gustav Jung, andava benissimo per la
struttura medicopsichiatrica tedesca, andava benissimo per Adriano Ossicini,
che si era beneducato negli incontri italo-tedeschi (a suo tempo ne abbiamo
scritto: A proposito della “legge Ossicini”, nella rivista “La cifra”, Sessualità e
intelligenza
, Spirali/Vel 1988).

Ad Avicenna vengono sottoposti casi difficili. A casa sua, all’ospedale. Se si
tratta di un paziente senza mezzi di sussistenza, sarà accompagnato da qualche
parte, isolato, trattato con le catene e altri mezzi “graziosi”. Ma, quella volta, si
trattava di un principe. I familiari, i collaboratori, i funzionari, i dirigenti della
casa del principe si rivolgono a vari medici, provvisori, ma nessuno di loro ha
un rimedio. E, allora, le persone vicine al principe si rivolgono a Avicenna. Il
principe non mangia, non vuole mangiare: deve essere macellato, chiede di
essere macellato perché lui è una vacca, è convinto di essere una vacca. Non che
si sia trasformato in una vacca. Ormai, egli è una vacca, e il destino di una vacca
è quello di essere macellata: egli pensa così la cosa. Arriva Avicenna, ma al
principe dicono che sta arrivando – non il farmacista, non lo speziale, né
l’imam: sta arrivando il macellaio. Viene accolto molto bene dal principe. Il
principe deve spogliarsi, mentre Avicenna va a preparare i coltelli per la
macellazione. Però, osservando il principe, Avicenna dice: No, è troppo magro,
con questo non si può fare uno stufato proprio buono. Per fare uno stufato
proprio buono, la vacca deve essere grassa. E noi abbiamo alimenti speciali per
preparare la vacca alla macellazione. Il principe aderisce, entusiasta, a questa
terapia, alla propedeutica per la macellazione. Così, Avicenna gli dà vari
alimenti, fra cui l’elleboro, indicato per questo tipo di problema. Il principe
mangia, mangia, si ravviva. A un certo punto, il principe è contento. Vede i
coltelli. E dice, rivolgendosi a Avicenna: “Ma, tu, mi hai forse scambiato per una
vacca?”.

Il disagio, la malattia. Nel discorso occidentale – Ippocrate, Platone,
Aristotele, Galeno, Celso – ogni malattia è mentale, cioè ogni malattia è la
malattia dell’Altro, la malattia senza l’Altro. Non a caso verrà chiamata, poi,
alienazione. L’alienazione è la malattia che deve creare il soggetto. La creazione
del soggetto: Jean-Pierre Faye la elogiava!

Chi introduce la filosofia greca in Europa – sconfessato, poi, dai revisionisti –
è Averroè (1126-1198). Sta nel suo commento all’opera di Aristotele Eudemo o
sull’anima
, tradotto in latino come De anima, il subiectum movens. Poi, Cartesio. Il
trattamento richiede la malattia e il soggetto. Le premesse della mitologia della
malattia mentale pervadono tutto il discorso occidentale. Ma con l’illuminismo
avviene la svolta: la demonologia si aggiorna e si chiama psichiatria, mitologia
psichiatrica, appannaggio della mitologia medica. Così, nasce il grande Pinel,
Philippe Pinel. Nel 1793: “Che bisogno abbiamo più delle catene?”, e le spezza.
Basta il terrore! Il medico, con la sua autorità, con il suo sguardo, folgora,
fulmina il paziente che abbia qualche tentazione furiosa! Perché furioso è
soltanto Dio. Soltanto Zeus. Nessun altro può essere furioso. Furioso e
vendicativo, Zeus. Infatti, è lui che dispone delle Furie. Furioso e vendicativo è
Pinel, perché illuminato. Furiosi i suoi prodromi nei sistemi politici. Così, nasce
“l’asilo di alienati”. Poi, nel 1938, come scrive Jean Ayme, viene impiegata la
formula “ospedale psichiatrico”.

Arriviamo, qui, a una questione importante. Questa prossimità della
Germania all’islam è antica, sia rispetto alla stregoneria sia rispetto alla malattia
mentale, sia rispetto agli ebrei sia rispetto ai cristiani, sia rispetto ai cattolici sia
rispetto ai gesuiti. Le Conversazioni a tavola di Hitler sono state trascritte sulla
base degli appunti stenografici del funzionario nazista Heinrich Heim, presi, a
partire dal 1941, durante le riunioni conviviali del Führer. Qui Hitler spiega che
il primo scopo della campagna di epurazione è lo sterminio degli ebrei, il
secondo è lo sterminio dei cristiani, il terzo è lo sterminio dei cattolici. E l’ultimo
scopo della campagna di epurazione è lo sterminio dei gesuiti. Hitler è l’uomo
della provvidenza, l’uomo chiamato da Dio.

Il sistema di filiazione genealogica: il principio di unità senza il figlio e, va da
sé, senza la madre, senza la mater secura. Perché, invece, una mater dolorosa la si
concepisce sempre, in qualsiasi sistema di filiazione genealogica.
Pinel ha tutte le simpatie di Hegel, che scrive (Enciclopedia delle scienze
filosofiche in compendio
, 1817-1830, §408A): “La follia contiene essenzialmente la
contraddizione di un sentimento, diventato corporeo e esistente, contro la
totalità delle mediazioni, che costituisce la coscienza concreta”. È la sineddoche
portata come contraddizione. Non ha torto Arthur Schopenhauer a proposito di
Hegel: un modo contorto per veicolare principi convenzionali. “Lo spirito,
determinato come tale, che è soltanto in quanto un tale essere sta nella sua
coscienza senza soluzione, è malato”. Così è già data la “soluzione”: è malato.
“Il vero trattamento psichico mantiene fermo anche il punto di vista che
l’alienazione non è la perdita astratta della ragione, né dal lato dell’intelligenza
né da quello del volere e della sua capacità di deliberare; ma è soltanto
alienazione, soltanto contraddizione nella ragione, che ancora esiste: come la
malattia fisica”, questo dualismo tra lo psichico e il fisico è come negli scritti di
Avicenna e in innumerevoli scritti islamici, “non è la perdita astratta, cioè
intera, della sanità (tale perdita sarebbe la morte) ma è una contraddizione in se
stessa”. Emil Kraepelin sta ancora su questa scia: per la guarigione, bisogna
puntare sulla parte sana, che è rimasta, per potere gestire tutta la parte malata.
La parte sana: c’è un’irrisione assoluta di questo trattamento da parte del
Senatspräsident, Presidente di Corte d’appello, Daniel Paul Schreber. Non è
morto, dice Hegel, è ancora vivo. La malattia è mentale perché è la malattia di
morte!

“Siffatto trattamento umano […]”, umano sulla scia dell’illuminismo, come
per Philippe Pinel, che fonda l’asilo degli alienati (è da allora che il malato viene
considerato irresponsabile, e contro questo si rivolge Thomas Szasz). “Siffatto
trattamento umano, cioè benevolo e razionale insieme – bisogna riconoscere i
grandi meriti che si è acquistato in questo campo il Pinel – presuppone il malato
come un essere razionale”. Hegel fa alcune concessioni che Kant non aveva
fatto: come nell’islamismo, il malato può guarire, il male è reversibile, la
stregoneria può essere tolta, l’alienazione può essere tolta, è reversibile: cioè,
l’esorcismo può riuscire. “[…] e ha così il punto d’appoggio per prenderlo da
quel lato”, sembra di leggere Kraepelin, “come dal lato corporeo, l’ha nella
vitalità, la quale, essendo vitalità, contiene ancora in sé la sanità”.

Immanuel Kant: La religione entro i limiti della sola ragione (1793). Quello che
importa a Kant è l’imperativo morale. Il postulato di Dio è il postulato
dell’imperativo morale. Questa è la “vera religione”. Le altre religioni sono “fedi
ecclesiastiche”. Tranne una, che si distingue, in parte. Il cristianesimo non è
ancora la “vera religione”, ma è quella che si avvicina di più.

Per Friedrich Schleiermacher (1768-1834), la base di ogni religione sta nel
sentimento umano: e Dio è “lo Spirito del mondo” (Sulla religione. Discorsi agli
intellettuali che la disprezzano
, 1799). Questo l’approccio all’islam, il modo di
prendere in considerazione l’islam. Dal canto suo, Gottfried Herder (1744-1803),
scrive Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità (1774). Per
Herder, le unità di base dell’umanità erano i popoli, o nazioni: importa il
principio di unità. I popoli o le religioni tendono al principio di unità. Ogni
popolo sta a questo principio. Sotto il principio di unità si può raggiungere
l’armonia. “[…] un’Europa unita” non deve “ergersi a despota e costringere
tutte le nazioni del mondo a essere felici secondo i suoi parametri […] un
pensiero arrogante di questo genere non costituisce forse un tradimento contro
la maestà della natura?”. Il fine della storia non è che un solo popolo s’imponga
sugli altri, ma piuttosto il raggiungimento di un equilibrio e di un’armonia tra i
popoli. Sta qui la salvaguardia del sistema dell’armonia sociale e politica:
interrogate nella loro spiritualità, le religioni debbono salvaguardare il
monismo.

Per Hegel (Lezioni sulla filosofia della storia, 1821-1831), le religioni sono tutte
manifestazioni o fasi dell’unico spirito universale. Lo spirito universale può
incarnarsi in un popolo, che può raggiungere i fasti. Poi, quando cessa
l’entusiasmo, lo spirito universale si trasferisce in un altro popolo. Lo spirito
universale è disceso, a suo tempo, sui musulmani e sugli arabi. Sicché il popolo
di Allah ha giocato un ruolo fondamentale, perché lo spirito universale, in una
fase del suo sviluppo, si è incarnato in esso. Infatti, dice Hegel, il ruolo dei
musulmani e degli arabi consisteva nell’asserire “il principio della pura unità.
Niente altro esiste, niente può diventare stabile: l’adorazione dell’Uno rimane il
solo vincolo attraverso cui tutto ritrova unità”. La levatura morale degli uomini
dell’islam è dovuta a questo.

E ancora Hegel: l’entusiasmo maomettano “era fanatismo, cioè entusiasmo
per un’astrazione, per un’idea astratta, che ha un’attitudine negativa rispetto
all’esistente”. Egli, tuttavia, ammira la “venerazione dell’Unico”. Nota che i
comandamenti dell’islam sono basati sul principio di unità, sono
comandamenti facili. Poi: “Il maggior merito [dei maomettani] è, quindi, quello
di morire per la fede, e chi muore per essa, in battaglia, è sicuro di entrare in
paradiso”. Beninteso, per Hegel “l’islam è già da lungo tempo scomparso dal
piano della storia del mondo e ricaduto nell’inerzia e nella tranquillità
orientale”. Ma non la pensa così qualcun altro, dopo Hegel.

Per Ernest Renan (1823-1892), nel suo racconto Souvenirs d’enfance et de
Jeunesse
(1884), importa il corso naturale di sviluppo delle comunità umane e la
sintesi tra la scienza e il senso “religioso” di unità con la natura. Quindi:
naturalismo, nazionalismo, spiritualismo. Renan ha tenuto anche una lezione,
Islam e scienza (1883), dove, però, nota una tautologia: “Allah è Allah”. Sta qui la
questione: se Allah non è Allah. I musulmani credono in questa tautologia, che
Allah sia Allah: Allah è uguale a Allah, oppure Allah è identico a Allah. Ma, se
Allah non è Allah? Se Allah è uno e uno non è uguale a uno, non è identico a
uno, oppure, se l’uno è diviso dall’uno, allora nessuna unità! “Chiunque sia
stato in Oriente o in Africa sarà rimasto colpito dalla sorta di cerchio di ferro in
cui è imprigionata la testa del credente, che lo rende completamente chiuso alla
scienza e incapace di aprirsi a qualcosa di nuovo”. Renan scrive in un’altra
lingua.

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) compie una grande scoperta:
l’islam e, sopra tutto, Maometto. Tanto che viene esaltato da molti studiosi
islamisti. Goethe concepisce il Divano occidentale-orientale (1819). Egli scrive:
“Chi conosce se stesso e gli altri/ riconoscerà che anche qui/ oriente e occidente
non sono più separabili”. All’età di ventitré anni, Goethe s’imbatte in una Bibbia
turca, pubblicata nel 1771. La legge e, entusiasta, scrive a Gottfried Herder:
“Desidero pregare come Mosè nel Corano: Signore, fa spazio nel mio angusto
petto”. Accetta zelantemente le Sure e gli hadith per il suo “progetto Maometto”,
ma, poi, scrive solo un frammento, il Canto di Maometto, perché, a un certo
punto, lui che era considerato il poeta delle donne, s’imbatte nella questione
donna, mai posta dall’islam. Senza la questione donna nessun rinascimento
della parola e nessuna industria della parola. In particolare, Goethe era colpito
che il paradiso musulmano fosse riservato esclusivamente agli uomini, dato che
le donne celestiali avevano solo il compito di essere dispensatrici di piacere. Ma
le donne vere e proprie non hanno accesso al paradiso. Katharina Mommsen ha
scritto che “L’aperta penalizzazione della donna apparve a Goethe come una
peculiarità dell’islam, al punto che si sentì giustificato a richiamarvi l’attenzione
in maniera drastica”.

Hegel ritiene che ci sia un illuminismo islamico. E il frutto delle crociate, per
l’occidente, sarebbe questo: “Nella lotta con i saraceni la prodezza europea si è
sublimata al rango di una bella e nobile cavalleria. Le scienze e le conoscenze, in
particolare quelle filosofiche, sono venute all’occidente dagli arabi. Una poesia
nobile e un’immaginazione libera si sono accese fra i popoli germanici. È così
che Goethe, dal canto suo, si è volto verso l’oriente e ha dato, con il suo Divano,
una collana di perle che, nella sua intimità e nella sua felicissima
immaginazione, sopravanza ogni altra”.

In netto contrasto le asserzioni di Voltaire riguardo a Maometto: “[…] la
superstition a étouffé en lui toute lumière naturelle” (Le fanatisme, ou Mahomet le
prophète
, 1736). Voltaire oppone un illuminismo a un altro illuminismo. Sono
varianti dell’illuminismo.

Muhammad Amin al-Husayni, nominato muftì di Gerusalemme nel 1921,
diviene protagonista nella nascita del fondamentalismo islamico e nella lotta
armata islamica contro l’occidente. È un visionario, illuminista a suo modo. Al-
Husayni stringe un patto con il nazismo in nome del nazionalismo arabo e
dell’antisemitismo. Fra il 1943 e il 1944, centomila musulmani si arruolano come
volontari nelle divisioni tedesche e fanno la guerra accanto ai nazisti. Al-
Husayni è tra i più accesi sostenitori della “soluzione finale”. Dopo la guerra,
sfuggito al processo di Norimberga grazie a De Gaulle, in Egitto stringe
amicizia con il fondatore dei Fratelli musulmani, Hassan al-Bannah, e con
l’ideologo Sayyid Qutb. A Beirut, assume sotto la sua protezione il nipote
Yasser Arafat. Nel gennaio 1937, Al-Husayni aveva dichiarato al “New York
Times”: “Che cosa conta chi ci spalleggia o con chi ci alleiamo, se questo ci aiuta
a raggiungere i nostri obiettivi? […] Noi [gli arabi e i tedeschi] abbiamo un
nemico comune, gli inglesi e gli ebrei”. Nel 1938, dopo la Conferenza di
Monaco, Hitler dichiara pubblicamentre la sua gratitudine verso i Fratelli
musulmani e l’alleanza tra islamismo e nazismo.

Nel 1979 è la volta dell’occidente: sostegno alla Fratellanza musulmana per
costituire l’esercito mujaheddin e combattere l’esercito sovietico in Afghanistan.
Nel 1987, in Israele, i Fratelli musulmani creano Hamas. I membri di Hamas
usano il saluto nazista. Il libro di Hitler Mein Kampf, tradotto in arabo, nel 1930,
con il titolo La mia jihad, risulta al sesto posto tra i best-seller nel mondo
musulmano e il libro preferito tra i membri della Fratellanza. Nel 1989, dopo
avere respinto l’esercito sovietico, i mujaheddin si dividono e nasce la fazione
chiamata Al Qaeda, guidata da Osama Bin Laden.

Adolf Hitler non fu mai scomunicato dalla Chiesa, che, pure, scomunicò
Joseph Goebbels. Che cosa scrive, Hitler, in Mein Kampf? Asserisce di “agire
secondo la volontà del Creatore Onnipotente”. È convinto di essere stato scelto
dalla provvidenza. In un discorso del 1922, dice: “I miei sentimenti di cristiano
mi additano al mio Signore e Salvatore come un combattente”; “ho riconosciuto
questi ebrei per quello che sono stati e ho riconosciuto quali uomini sono stati
chiamati a combattere contro di loro”. E nel 1928: “Noi non tolleriamo nelle
nostre file nessuno che attacchi le idee del cristianesimo […]. In realtà, il nostro
movimento è cristiano”. Senonché, precisa altrove, “il vero insegnamento di
Gesù è stato corrotto dall’apostolo Paolo, che l’ha deviato verso una sorta di
bolscevismo ebraico”. Secondo Hitler, Gesù non era ebreo, ma ariano: Hitler usa
lo stesso procedimento di Maometto. Per Maometto, Gesù non era ebreo bensì
musulmano. Per Hitler, Gesù non era ebreo bensì ariano. E Gesù era,
naturalmente, contro gli ebrei. Dopo san Paolo, il cristianesimo è una religione
adatta per gli schiavi e occorre sbarazzarsene. Hitler si attiene a un Dio ariano, a
un Dio tedesco. Nel 1941, insiste: “L’ebreo è stato l’assassino di Dio”.

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Armando Verdiglione, "Il crimen, la quantità, l’abbandono, nonché la setta dell’Altro, la partita, la casta di Dio"

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19.05.2017