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Il viaggio, l’infinito, la missione. Ovvero “Cautio criminalis”, il processo giudiziario, il rogo, nonché l’anomalia, la piega, l’al di là

Armando Verdiglione
(15.04.2016)

Jean-Louis Schefer aveva pubblicato L’invention du corps chrétien (Galilée 1975). Il
primo numero della rivista “Vel”, Materia e pulsione di morte (Marsilio 1975),
conteneva un suo contributo dedicato a sant’Agostino. Nel marzo 1974, Jacques
Lacan era a Milano. Si era portato il libro Le confessioni di sant’Agostino. Un giorno,
prima di prendere il battello per andare alle Isole Borromee, mi disse, a proposito del
libro di sant’Agostino: “Il ne parle que du corps!”.

Impossibile parlare del corpo: con sant’Agostino, il corpo, come corpo della
parola, inizia a instaurarsi. In modo contraddittorio. Questa contraddizione viene
conciliata, risolta, e la sua soluzione rappresentata, nel XIII e, sopra tutto, nel XIV
secolo, perché irrompe ancora il corpo platonico, il corpo demoniaco. Da qui, i
lebbrosi, gli ebrei, gli stregoni, le streghe: l’accostamento è presto fatto. Nelle
contrade, nelle campagne, bastano dicerie, basta un richiamo, una voce presunta
popolare, subito resa plurale, un rumore, e l’assalto è pronto. E il rogo, pure. Tanto
che le autorità statali devono porre un freno istituendo il processo giudiziario per
stregoneria. In tutto ciò rientra, poi, l’indagine attorno al “sabba”: che cosa sia il
sabba, come nasca, quali le sue vicende, e in che modo non sia tollerabile per la
comunità organizzata che agisce in nome di Dio e del genere umano.

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Opera di Christiane Apprieux, 2016

Il diritto ecclesiastico non contemplava per la stregoneria la condanna a morte e
il rogo. Un codice viene emanato, nel 1532, dall’imperatore sul cui regno non
tramontava mai il sole, Carlo V d’Asburgo: la Constitutio criminalis Carolina,
l’ordinamento penale del tribunale criminale. Il reato che il tribunale penale deve
giudicare e condannare con il rogo è il reato di stregoneria, reato indeterminato
affidato all’arbitrio del giudice. Resta, ormai, sancito ciò che, popolarmente, era già
acquisito, ciò che era proclamato nel Malleus maleficarum (1487) da parte dei due
inquisitori domenicani Heinrich Institor (Krämer) e Jakob Sprenger: “Noi, inquisitori
della Germania”. Però, in Germania, vige un ordinamento penale ancora più severo di
quello emanato da Carlo V: l’ordinamento penale sassone.

Walter Benjamin era colpito dal libro, Cautio criminalis, ovvero Dei processi contro
le streghe
. Anno della prima pubblicazione, in latino, 1631. L’autore: Friedrich Spee
von Langenfeld, nato a Kaiserswerth nel 1591. La peste era frequente in quel periodo,
lo stesso Spee morirà di peste a Treviri nel 1635. Era di buona famiglia, gesuita, in
grado d’interloquire con i grandi e, con certe cautele, di scrivere alcune cose e, tra
l’altro, di pubblicare questo libro, ma senza il suo nome e senza l’imprimatur della
Compagnia di Gesù. Friedrich Spee ha, tuttavia, l’alta protezione del generale dei
gesuiti, che sta a Roma: Muzio Vitelleschi. Nato nel 1563 e morto nel 1645, più tardi di
Spee, Vitelleschi è generale dei gesuiti dal 1615 al 1645. Il suo epistolario, la
letteratura che lo riguarda, include moltissime lettere, da ogni parte del pianeta, da
parte dei gesuiti che inviavano relazioni, redigevano un giornale, intorno al
Giappone, all’India, all’Asia, alle varie regioni del pianeta. Per ciò che scrive, Friedrich
Spee non corre il pericolo di essere mandato al rogo, gli viene, però, tolto il posto
nell’università di Paderborn, dove insegnava. Tuttavia, con l’intervento di Vitelleschi,
è accolto nell’università di Colonia. Quando esce la seconda edizione della Cautio, nel
1632, è costretto a lasciare anche Colonia. Passa quindi a insegnare a Treviri. In
ciascuna città, Spee viene chiamato per i processi per stregoneria. Ma vengono
chiamati, molto di più, altri.

È la mitologia del corpo demoniaco e della liberazione: liberare la psiche, l’anima,
dal corpo, focalizzare, mettere a fuoco. A causa del sesso, spiega il Malleus
maleficarum
, la strega o lo stregone devono essere bruciati. Focalizzare per sbiancare,
per illuminare, per liberare. È un procedimento demonologico come il procedimento
del terrore della rivoluzione francese, del terrore nazista o del terrore leninista: un
procedimento purificatore e rigeneratore, un procedimento salvifico. Il rogo è la
caricatura dell’apoteosi e, quindi, dell’assunzione in cielo. La psiche, liberata, viene
assunta all’inferno o in cielo. Necessaria la confessione.

Friedrich Spee indaga intorno ai processi anziché intorno alla stregoneria o
intorno alla credenza in Dio o nel diavolo. Questo gesuita non si occupa della
credenza in Dio o nel diavolo. Soltanto, egli nota l’assenza di Dio o del diavolo
proprio in quel processo giudiziario per stregoneria che dovrebbe assicurare la
presenza del diavolo e di Dio. Friedrich Spee arriva a constatare qualcosa lungo la sua
indagine: parlando con l’imputata, con la torturata, non ha mai incontrato una strega.
In questi processi, quindi, erano assenti non soltanto Dio e il diavolo, ma era assente
anche la strega.

Friedrich Spee non discute di teologia, constata che non c’è dimostrazione, nel
processo, dell’esistenza della strega, del diavolo o di Dio. Il processo giudiziario per
stregoneria deve dimostrare l’esistenza della strega, del diavolo e di Dio. È fatto
apposta per questa dimostrazione. Ma Friedrich Spee nota che la strega, Dio e il
diavolo non c’entrano nulla con i processi per stregoneria.

Il libro contiene novelle, aneddoti, incontri. Friedrich Spee si rivolge ai principi, a
coloro che leggono e che possono intervenire, per sospendere i processi per
stregoneria. Cautio criminalis è un trattato, procede per “questioni”. L’ultima del libro
è la Questione 51. Qui, l’autore enuncia, in breve, l’essenziale del suo messaggio. Egli
descrive come chiunque possa incappare nel sistema giudiziario e essere processato
per stregoneria. Anche un chierico. Addirittura, lo stesso principe può essere
sospettato, se, per caso, in seguito ai rumores, alle dicerie, ai mormorii, alle denunce,
alle delazioni, alle calunnie, tarda a intervenire. Se i giudici penali, non avendo né
indizi né prove, hanno qualche esitazione prima d’incominciare, allora i denuncianti, i
calunniatori, i delatori, i rumoreggianti insistono presso il principe. Nessuno, in
Germania, osa disobbedire al volere del principe. Chiunque incappi nel sistema
giudiziario con l’accusa di stregoneria sarà condotto al giudizio e al supplizio.
Qualunque cosa emerga nel processo, anche la mancanza di conferme delle
superstizioni, è segno di stregoneria. Se tu confessi, sei colpevole. Se tu non confessi,
è segno che hai un accordo con il diavolo per non confessare. Se ti dichiari innocente,
è segno che sei stata istruita dal diavolo a dichiararti innocente. Se tu insisti, se tu ti
ostini, questo è un ulteriore segno. Se tu non confessi, è il diavolo, che ti ha costretto
al silenzio: questo si chiama il “trisma diabolico”. Il silenzio è segno indiscutibile di
colpevolezza. Se la strega non piange – perché, quando il dolore è acutissimo, non ci
sono lacrime, per nessuno –, anche questo è un segn o diabolico. I brani sono tratti
dall’edizione italiana: Friedrich von Spee, Cautio criminalis. Ovvero dei processi contro
le streghe
, Salerno Editrice, pp. 317-330.

In Germania, e soprattutto nella Germania cattolica (sia detto a nostra vergogna), a
suscitare il sospetto di stregoneria sono in un primo momento l’incredibile superstizione del
volgo, l’invidia, la calunnia, la maldicenza, i mormorii, tutte cose che i magistrati non
puniscono e che i predicatori non denunciano dai pulpiti. Tutte le sventure, che nelle Sacre
Scritture sono punizioni minacciate da Dio, sono ormai attribuite alla stregoneria. Né Dio, né
la natura sono più all’origine di nulla, di tutto sono responsabili le streghe.

È il causalismo demonologico. Le dicerie, le maldicenze. Se i giudici si pongono
problemi di coscienza, se, in assenza di prove e d’indizi, esitano a procedere in questo
modo e sembrano prenderla alla leggera, allora vengono “sollecitati, due o tre volte”
da nuovi mormorii. “La gente mormora che questa loro esitazione sembra molto
sospetta. E i Principi quasi se ne convincono, sulla base di voci generiche”. Se i
giudici, ancora, esitano, perché proprio non colgono nessun indizio – ci sono
denunce, mormorii, maldicenze, ma nessun indizio –, allora, viene incaricato un
inquisitore “che sia un po’ inesperto e impulsivo, come sono spesso gli uomini, subito
in questa materia la sua ignoranza diventa giustizia, la sua impazienza zelo”. È
aforistico Friedrich Spee. Semplicità, efficacia linguistica. E, poi, “Sempre che non lo
rovini la speranza di lucro”. Per ogni indemoniato, per ogni colpevole destinato al
rogo, spetta una ricompensa all’inquisitore. E, allora, basta la “fama”, anche se non è
provata. Bastano le “voci”. Tutto incominciò con le “voci”: “quelle voci maligne e
anonime”. Ecco voci intorno a “una povera donna di nessun conto, Gaia”. Se “Gaia ha
condotto una vita dissipata”, allora la riprovazione morale induce, per analogia, a
attribuirle il reato di stregoneria. Se, invece, risulta onesta, è, naturalmente e
nazionalmente, un segno: è il diavolo che l’ha istruita a apparire onesta, è falsamente
onesta. L’onestà della strega è una falsa onestà! Se si dichiara innocente, questo è un
indizio di possessione. Se ha paura, è un segno di colpevolezza. Se non ha paura, è
segno di un patto con il diavolo, affinché lei, strega, non abbia paura. “Dicono, infatti,
che sia proprio una caratteristica delle streghe avere sempre sulla bocca la propria
innocenza e andare a testa alta”. Se, poi, proprio non ci sono indizi, allora arrivano

[…] gli sgherri dell’inquisitore, uomini per lo più malvagi e infami, che indagano sulla
sua [dell’accusata] vita passata. Ed è difficile che non vi trovino un fatto o una parola, che la
loro immaginazione abietta e rivolta al male non possa facilmente interpretare e stravolgere
come una colpa di stregoneria.

Trovano poi facilmente chi le è stato ostile in passato, e trova qui una splendida
occasione di nuocerle, aggiungendo altre accuse a piacere. E ovunque si afferma a gran voce
che ella è gravata da indizi pesanti.

E, così, arriviamo al decreto: quando non c’è altro mezzo per ottenere la
confessione, si arriva al decreto di tortura. È il crimen exceptum. Si arriva alla quaestio,
cioè alla tortura. E la confessione è l’unica risposta alla quaestio. Niente avvocati per la
strega: se qualcuno difendesse la strega, addirittura insistendo perché sia dichiarata
innocente, sarebbe assolutamente sospettabile, sarebbe, questo, un grave indizio
contro di lui, come partecipe a sua volta alla stregoneria. “E così tutte le bocche si
sono chiuse, tutte le penne si sono asciugate, affinché non parlino e non scrivano”.
Se l’accusata si dichiara innocente, questo è un grave indizio: è il diavolo, che l’ha
resa eloquente.

Prima di essere torturata, per ciò, è tratta in disparte dalle guardie, è rasata in tutto il
corpo ed è perquisita accuratamente e sfacciatamente fin nelle sue parti sessuali, per scoprire
se si sia munita di amuleti magici per sopportare il dolore della tortura, anche se finora non
ne hanno mai trovati.

Non hanno mai trovato questi amuleti nascosti, però vanno a cercarli. È il
fantasma di padronanza. Anche qualche ecclesiastico o chierico, se è favorevole
all’accusata, è sicuro che viene accusato a sua volta, nonostante la Bolla In coena
Domini
vieti di procedere contro chierici “senza speciale e specifica licenza della Sede
Apostolica”.

Il marchio del diavolo sul corpo della strega è un segno evidente: “E quanto ai
marchi di cui si favoleggia, mi stupisco che le persone intelligenti non abbiano
ancora capito che si tratta d’inganni dei carcerieri”.

Incominciano con una tortura che chiamano leggera, ma, in realtà, è
pesantissima. “Se confessa, proclamano a gran voce che ha confessato senza tortura”.

Infatti, dopo che si è dato inizio alla tortura, non c’è più modo di sfuggire, il dado è
tratto, deve morire.

E così, qualunque cosa faccia, confessi o non confessi, è lo stesso. Se confessa, la cosa è
chiara, ed infatti viene condannata: ogni ritrattazione è impossibile, come abbiamo detto
sopra. Se non confessa, viene di nuovo sottoposta a tortura, due, tre, quattro volte; fanno ciò
che vogliono.

E “i giudici non pensano di peccare”. Naturalmente e nazionalmente. Se, come a
volte accade, la torturata sviene, per i giudici questo è un incantesimo per non sentire
il dolore. Se muore durante la tortura, è stato il diavolo a strangolarla. Cioè, se è stata
strangolata durante la tortura, e muore, i giudici dicono che è stato il diavolo. E “il
cadavere viene trascinato via per essere sepolto sotto la forca”. Alcune muoiono
“ostinate e impenitenti”, in quanto non hanno confessato. E aggiunge Friedrich Spee:
“Non c’è uomo di cui non potresti dire che è stato strangolato così dal diavolo”.
Friedrich Spee è anche rigoroso con i confessori, che si recano dalla strega per
dirle che non può morire senza ricevere i sacramenti, che deve confessare per non
subire altre torture.

Vorrei sapere, Dio mio, se muore sia che confessi, sia che non confessi, allora, se era
innocente, non c’era proprio alcun modo di salvarla?

[…] questo è lo sbocco catastrofico dello zelo tedesco.

È terribile anche quello che segue la confessione estorta all’innocente sotto tortura. […]
è costretta ad inventarsi altri colpevoli, che nemmeno conosce e i cui nomi spesso i giudici e
le guardie le suggeriscono.

A volte, queste imputate confessano omicidi, le cui vittime, poi, vengono trovate
vive.

[…] Chi non capisce che così si va avanti all’infinito?

Perciò gli stessi giudici si trovano di fronte a una scelta: o porre fine ai processi e
ripudiare la loro professione, o far bruciare tutti, perfino i propri familiari, e perfino se stessi.
Infatti, le false denunce coinvolgeranno tutti, e basta che le torture continuino, che
continueranno a sfornare colpevoli.

Alla fine sono coinvolti anche quelli che all’inizio gridavano a gran voce di accendere
sempre più roghi. E non prevedevano, gli imprudenti, che si sarebbe per forza giunti fino a
loro. Si tratta di un giusto castigo divino, perché sono loro con le loro funeste parole che si
sono inventati tanti stregoni, che hanno condannato al rogo tanti innocenti.

Friedrich Spee è un gesuita che, in anni di pieno furore divino contro la
stregoneria, scrive così: fermate i processi per stregoneria, altrimenti la Germania
intera brucia.

Egli descrive anche i trucchi utilizzati dai torturatori.

Lo stesso succede a chi è calunniato da qualcuno che gli è nemico: o si difende in
giudizio, oppure no. Se non si difende, è un indizio di colpa, perché tace. Se si difende,
diffonde la calunnia ancora di più e suscita sospetti e desiderio di indagare in chi prima non
lo conosceva. Così, ben presto, la sua cattiva fama si ingrandisce a un punto irrimediabile.
A questo punto, niente di più facile che le accusate sotto tortura facciano il suo nome,
dal momento che sono costrette a fare nomi.

Per cui bisogna fare bene attenzione a questo corollario: se solo i processi continuano a
susseguirsi senza tregua, non c’è nessuno oggi, uomo o donna, ricco o povero, nobile o no
che si possa considerare sicuro di non incappare in un nemico o in un calunniatore che lo
trascini nel sospetto e nella fama di stregoneria.

Friedrich Spee scrive che tutte le procedure che vengono poste in atto nei
processi per stregoneria devono colpire ciò che turba l’ordine divino, metafora
dell’ordine umano. Di questo, dà un esempio, in Appendice: cita il noto brano degli
Annali di Tacito (XV, 44) a proposito di un processo a una setta, nemica del genere
umano, un processo per stregoneria.

Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per
flagitia invisos vulgus Christianos appellabat.

[…] Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud
proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt.

Che cosa confessavano? Di essere cristiani! E come confessavano? Con le torture!

Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut
crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur.

Friedrich Spee nota che, in seguito, la Chiesa romana ha dichiarato martiri tutti
loro. Anche coloro che avevano confessato. Anche coloro che, sotto tortura, avevano
risposto “correttamente”, cioè confessando. Risposta obbligata.

Nerone, nel servirsi delle torture, aveva come fine che i torturati si confessassero
colpevoli. Anche oggi quale altro mai è lo scopo della tortura se non questo? […] sulla base
della loro sentenza, i martiri furono convinti di colpevolezza. […] Ecco perché oggi, se
insistiamo con le denunce, non avremo mai un termine al numero dei colpevoli.

In breve, Friedrich Spee constata che la stregoneria è quel reato che nel processo
giudiziario risulta senza prove né indizi. Allo stesso modo, nell’Unione Sovietica, i
dissidenti venivano mandati nel manicomio giudiziario con l’accusa di schizofrenia,
“una malattia di cui non risultavano sintomi”.

Un trattatista, citato da Walter Benjamin, scriveva nel 1660: “Chi nega l’esistenza
delle streghe nega anche l’esistenza degli spiriti, perché le streghe sono spiriti. Ma
chi nega l’esistenza degli spiriti nega anche l’esistenza di Dio, perché Dio è uno
spirito. Per cui chi nega le streghe nega anche Dio”.

La demonologia si protrae per secoli. Diventa mentalità. Permeando le ideologie
e i regimi, gli apparati e le burocrazie. Ogni discussione si dilegua. La mentalità
esercita, naturalmente e nazionalmente, la sua azione purificatrice e salvifica. Anche
oggi. Anche a Milano.

Ma quale apparato burocratico, oggi, in Italia, non si professa contro
l’inquisizione e contro il rogo, magari anche contro la morte bianca, contro la morte
intellettuale!

Leggete l’Ecclesiaste 3, 16: “E ancora mi è apparso sotto il sole come un luogo di
crimini il tribunale; e la sede della giustizia come il luogo dell’impostura”. Leggete il
Salmo 2, 10: “Lasciatevi correggere, o giudici della terra”.

Il cristianesimo vince nelle città. Il paganesimo resiste nelle periferie e nella
campagna. Il paganesimo diventa demonismo, stregoneria. Gli ebrei del primo
periodo additano nei cristiani una setta nemica del genere umano. Ma anche
viceversa. Le accuse dei cristiani contro gli ebrei sono gravi e talora letali.
L’islam viene dal deserto e va all’assalto delle città e delle loro torri per portare
rovina e distruzione ai frutti di Satana.

Il postulato dell’inquisitore sancisce la convenzione: tutto è finito; se qualcosa
risulta infinito, è un reato; dunque anche questo “qualcosa” è finito. Il compito
dell’apparato demonologico è questo: finire e definire la vita e la morte, il dentro e il
fuori, il corpo e la scena, la lingua, il viaggio, il fare, l’associazione, la ricerca, l’impresa;
colpire tutto ciò che, per l’accusa di stregoneria, è un disvalore.

Satana sta nella città moderna? Bisogna colpire la città moderna. Satana sta nella
periferia e nella campagna? Bisogna colpire la periferia e la campagna. Satana sta nel
viaggio, nei sogni, nelle fantasie, nell’arte, nell’invenzione, nei servizi intellettuali?
Bisogna colpire il viaggio, i sogni, le fantasie, l’arte, l’invenzione, i servizi intellettuali.
Come controllare il viaggio? La città, la campagna. Lin Piao: ancora, la campagna
contro la città. La promessa del regno, della terra, del dominio. Mosè promette la
terra, la terra che si vede, e Maometto promette il dominio sul mondo. Anche Lenin
non dà la terra, la promette.

Come controllare il viaggio? Come numerarlo? Come misurarlo? Come
correggerlo? Come pensare il viaggio? L’idealità deve agire, deve guidare il viaggio.
La guida come dominio sul viaggio. Il movimento, l’alterità, la differenza, il volo, la
navigazione, l’infinito. L’ignoranza di Socrate intorno al viaggio si fa gnosi.

Il viaggio, con cui il corpo e la scena si combinano nella cifra, è narrativo, è
pulsionale, rivoluzionario, contraddistinto dall’oralità, dal processo di scrittura della
memoria. Il viaggio è narrativo, anziché gnostico. I sentieri e i bordi, la corda e il filo e
l’orlatura. Il viaggio. Lungo il viaggio. L’orlo è questo “lungo”. L’orlatura della vita. I
dispositivi del viaggio. Nessuna cronologia. Nessun ritratto di sé. Il viaggio procede
dalla diade secondo la triade. Viaggio intellettuale, proprio in virtù dei dispositivi
della parola. Nessun nascondimento, nessuna rivelazione, nessun disvelamento
(dévoilement è il termine adoperato da Emmanuel Lévinas). Il viaggio procede per
integrazione dall’apertura secondo l’idea, secondo la distinzione, secondo la funzione
e secondo la dimensione. Il viaggio, con le sue acquisizioni, i suoi cifremi, proprietà
intellettuali. Cifremi sono anche le imprese e le istituzioni, imprese e istituzioni della
parola.

La questione del nomadismo non è sociologica. Il viaggio non è contraddistinto
dal concetto di finitezza: non è improntato né al principio di ereditarietà né al
principio del mimetismo. La questione del nomadismo è la questione dell’infinito
attuale, dell’infinito della parola. Dispositivi intellettuali: il brainworking del labirinto
e il brainworking del paradiso. Dispositivi del viaggio. Anche servizi intellettuali.
Odisseo, Enea: miti, fiabe, favole. Alessandro. Cesare. Poi, il secondo millennio:
Marco Polo, Dante Alighieri, Francesco di Assisi. Cristoforo Colombo, Leonardo da
Vinci, Niccolò Machiavelli, Ludovico Ariosto, Galileo Galilei. Il viaggio non è
numerabile.

Perché il processo per stregoneria è un processo contro la parola e,
segnatamente, contro il viaggio? Potete leggere attorno ai vari processi, tra l’Italia del
nord, la Francia, la Svizzera, la Germania. Il viaggio è contraddistinto dal processo
intellettuale, dal processo della parola. Perché il viaggio che, anziché intellettuale, sia
circolare ha bisogno del processo per stregoneria e della pena? Il fantasma di morte
come fantasma di padronanza assicura, idealmente, la guida del viaggio nella
circolarità, verso il ritorno, verso il ritorno all’origine.

La gamma concettuale demonologica intorno al viaggio è vastissima, sia negli
scritti di filosofia e di letteratura sia negli scritti “scientifici” attorno al corpo e alla
scena: il viaggio sentimentale, il viaggio passionale, il viaggio divertente, il viaggio
come diversivo, il viaggio sacrificale.

Il viaggio senza origine né fine è il viaggio senza taglio del taglio, il viaggio senza
confine. Senza equazione. Nessun segno uguale o dell’uguale. Non è un viaggio
piano. Non stanca e non logora. Senza compagnia, cioè senza sistema politico e
sociale. Viaggio immemoriale. Ciascun elemento del viaggio può divenire cifrema,
proprietà intellettuale. Senza reversione né reversibilità né convertibilità. Metafora,
metonimia, catacresi; quindi traduzione, trasmissione, trasposizione; per tanto ellissi,
iperbole, parabola. Il viaggio di Edipo: Corinto, Tebe, Colono. Anni ottanta: New York,
Roma, Tokio. Anni novanta: San Pietroburgo, Ginevra, Milano. E ancora. Altro viaggio,
in questi sette anni. Il varco: il viaggio, o il suo indice. Sanitas atque salus: l’istanza
intellettuale.

Il principio ontologico è principio tanatologico, principio energetistico.
L’uguaglianza, senza il diritto dell’Altro e senza la ragione dell’Altro, diritto politico e
ragione politica, abolisce l’intervallo, l’anomalia. L’uguaglianza: ovvero l’ordinalità.
Giuseppe Peano: l’uguaglianza è il colmo impossibile della differenza. Senza
riferimento all’essere. E il segno uguale segue un fantasma che non si definisce. È
quanto Peano obietta a Gottlob Frege.

Galileo Galilei non cerca il favore dei filosofi in libris né degli “amici dei comuni e
popolari pareri”. Inseguito tuttavia dai “nemici della novità”. Essi sono sempre pronti
a giurare che gli occhi di Aristotele hanno visto per tutta la posterità il suo cielo
giudicato immutabile e inalterabile.

L’anomalo, l’ineguale. Aequus, aequalis. Ma aequitas, equilibrium: qui, il modo
dell’apertura (simmetria e asimmetria, proporzione e improporzione, giuntura e
separazione). Il principio di equità ontologica è, invece, il principio del dominio
dell’uno sull’Altro.

L’anomalia (l’ineguaglianza): anomalia sintattica, anomalia frastica, anomalia
pragmatica. L’anomalia introduce, rispettivamente, la fiaba e la favola. L’anomalia
instaura l’infinito sintattico, l’infinito frastico e l’infinito pragmatico. L’anomalia
pragmatica è l’anomalia nell’intervallo: l’azzardo, l’incontro, il racconto (sogno e
dimenticanza), la poesia, l’industria (struttura dell’Altro), l’impresa, la città.
Sul registro della legge della parola, nulla è computabile o contabile. Sul registro
dell’etica della parola, nulla è decidibile. Sul registro della clinica della parola, nulla è
calcolabile: e il tempo non è misurabile né è risparmiabile. Il luogo supposto comune
che riassume, correggendolo, Aristotele, perché i brani della Fisica e della Metafisica
in proposito sono contraddittori, è questo: infinitum actu non datur.
Il concetto di finitezza è il concetto della negativa dell’Altro e del tempo, è il
concetto di ordinalità. La finitezza risponde a un’idealità, quindi a una convenzione. A
una convenzione algebrica o geometrica.

L’infinito è nella parola e della parola originaria, leggera, intera, arbitraria.
Soltanto con l’idea di morte, quindi, anche, con l’idea di fine del tempo, sorgono i
concetti di primo e di ultimo e, quindi, anche l’idea di finito, in riferimento all’essere.
La finitezza è convenzionale e ontologica. L’idea di finito è un’idea presunta innata e
naturale. Questo innatismo e questo naturalismo devono colpire, con spirito
purificatore e rigeneratore, l’industria, il fare, la struttura dell’Altro.

Il postulato dell’ultimo è il postulato dell’al di là, il postulato del metalinguaggio.
L’al di là è l’al di là della res, come pure della realtà. Al di là della cosa, al di là della
materia, del linguaggio, della sembianza. Al di là della parola, al di là della vita, al di là
del cosmo. L’idea di finito è escatologica.

Nell’intervallo, l’anomalia, la catacresi, il racconto. L’anomalia, l’incontro. Nessun
incontro sotto il segno uguale! Il viaggio è senza habitus. Senza idee proprie e senza
abitudini. Intollerabile è il viaggio non sacrificale. Il rumor mundi richiede il viaggio
sacrificale. Il principio della persecuzione è il principio della comunità senza il tempo
e senza l’Altro.

Nessun ritorno. Non è mai la stessa Itaca. Non è mai lo stesso Odisseo. Nessuna
visione del viaggio. Nessun senso del viaggio e nessun sapere sul viaggio.

Intollerabile, del viaggio, è la riuscita, come la novità. I giudici, nel processo per
stregoneria, non accettano la novità. Non la tollerano.

Il viaggio intellettuale è il viaggio mai fatto. È il viaggio cartografico:

contrassegnato dalla carta intellettuale, dalla carta della parola con i suoi dispositivi.
Il finito nell’infinito? È lo spiritualismo algebrico. L’infinito nel finito? È lo
spiritualismo geometrico. Per esplorare l’infinito, Aristotele si mette a misurare il
movimento credendo di misurare il tempo, come se fossero, sia l’uno sia l’altro, una
linea. È il “finitismo” di Aristotele. Contraddittorio. Dichiara inaccettabile l’infinito
attuale, poi lo enuncia, trascurando di dire che è inaccettabile.

L’infinito attuale è l’infinito nella parola, è l’infinito nell’atto di parola.

Il viaggio: ellissi, iperbole, parabola. Niente successione. E niente confine. Sono
convenzioni sociali. Nessuna episteme dell’infinito.

Lucrezio lo enuncia: nulla è finito. L’“inane” contraddistingue ciascuna cosa:
l’infinito. Lo spazio è senza l’idea di fine. Eternità del tempo già per Lucrezio.
Galileo Galilei accenna, descrive, contraddice Aristotele, ma, intanto, annota che
il più e il meno, il maggiore e il minore, l’uguale sono convenzioni evanescenti
rispetto all’infinito (noi indichiamo, all’infinito pragmatico). È l’infinito vichiano. Forse,
è l’infinito di Lucrezio. Abbiamo tradotto e ritradotto il brano, celebre, di Lucrezio.
Senza l’anomalia, senza l’infinito, come possono instaurarsi il diritto dell’Altro e la
ragione dell’Altro, e anche l’Altro? Tertium non datur. Infinitum actu non datur. Datur,
non datur
, tollerabile, intollerabile, accettabile, inaccettabile: qual è il principio di
accettabilità? È un principio convenzionale, un principio ideale: l’idealità fonda la
comunità, compatta, coesa, circolante.

La piegatura è pragmatica, la piega è sessuale. La severità del bianco esclude la
piega. Così ogni spiegazione e tutto ciò che si erige sul concetto di doppio.
Togliere il malinteso, nel processo per stregoneria, è togliere il fare, la struttura
dell’Altro, la fabula, la fabrica, la piegatura, la clinica, la semplicità. La piega,
inattribuibile all’uno, non dipende dalla volontà.

Nella parola originaria, nulla è permesso e nulla è proibito, nulla si lascia andare.
Il compito del viaggio è che la sua scrittura si compia, cioè che raggiunga il
compimento nella legge, nell’etica e nella clinica. Questo è il compito. Non
automatico. Il dispositivo del viaggio è intellettuale.

La promissio è assoluta. Nessuna compromissio. E l’admissio è l’instaurazione
dell’uno funzionale, l’ammissione del figlio come uno funzionale. La missio, la
missione, sta invece sulla punta della messa in valore, della messa in cifra. La
restituzione in cifra è propria della missione. Tocca a ciascuno restituire in cifra
l’esperienza, la memoria, questi quarant’anni.

Ancora, l’infinito. La frontiera e il limite del tempo: dunque, senza confine. Non
sono significati dal confine la frontiera e il limite del tempo. Al limite: la rapina del
tempo, di piede in piede. Alla frontiera: la violenza del tempo, di passo in passo. La
fluenza. L’affluenza. La superfluenza.

L’infinito non circola. La via dell’infinito è la via del malinteso. La materia
dell’infinito. Il libro del cosmo. La sua lingua. I suoi caratteri. Qui Galileo Galilei e
Tommaso Campanella.

L’infinito non è il “fuori” assoluto, l’esteriorità assoluta. E il tutto non è un
attributo dell’infinito potenziale.

L’infinito pragmatico è proprio del tempo del fare, nella struttura dell’Altro. Il
passo e il piede del tempo (Euripide). Passo impassabile.

Proprio Aristotele indica il limite e la frontiera del tempo e s’imbroglia perché
essi esigono l’infinito attuale.

L’infinito non è il numero. L’infinito è secondo il numero.

Gottlob Frege incappa nel circolo vizioso, quando cerca di dimostrare le regole
matematiche. Sta qui una delle obiezioni che gli rivolge Giuseppe Peano.

Il conto non è misura, non è risparmio. Il computo è una proprietà sintattica. E lo
sbaglio, lo sbaglio di conto, è strutturale, sintattico. E contiamo la fluenza? La ricerca
è la ricerca della fluenza? Si affaccia qualcosa, tra Georg Cantor, David Hilbert… Ma è
come nella linguistica: una mancata linguistica, perché viene travolta dal discorso
scientifico, cioè dall’idealità, dall’idea supposta agire. Indaga, Emmanuel Lévinas, nei
libri, che abbiamo letto e riletto, intorno all’idea d’infinito. Ma l’idea d’infinito è l’idea
con cui Platone, e poi Cartesio, dimostrano l’esistenza di Dio: il finito che pensa
l’infinito! Trascendenza, l’idea dell’infinito. Immanenza, l’idea del finito. Dunque,
l’idea della fine del tempo e l’idea di ritorno all’origine, l’idea di salvezza.

All’adynaton tò entelekeia on apeiron”, per Aristotele, Fisica, 204a 28, “è
impossibile che l’infinito sia in atto”. Ma c’è una contraddizione nella stessa Fisica e,
poi, nella Metafisica. I matematici si correggono riferendosi a Aristotele. Ma Aristotele
è contraddittorio. Importa la restituzione in cifra del suo testo.

David Hilbert: “In un certo senso l’analisi matematica è una sinfonia dell’infinito”
e “Nessuno potrà mai cacciarci dal paradiso che Cantor ha creato per noi”.
Il paradiso di Cantor. L’albergo di Hilbert. Gli ospiti riempiono il paradiso di san
Giovanni (Apocalisse 7, 9).

Il paradiso di Dante poggia sull’infinito pragmatico.

Il viaggio di Dante. Se Dante Alighieri avesse scritto la Commedia nella Germania
di Friedrich Spee (dove, per stregoneria, bruciavano anche i libri), sarebbe stato
mandato al rogo per questo viaggio. Perché il concetto di finitezza, l’idea di morte
richiedono la purificazione del corpo e della terra e, quindi, l’ipoteca sull’al di là. Tutta
l’amministrazione della città è fatta sulla promessa e sulla minaccia dell’al di là. La
realtà non è questa, questa è falsa, la realtà è quell’altra: al di là! La realtà ideale
falsifica la realtà della parola, la realtà intellettuale. Così il recente tribunale di Milano.

Già nel Fedone di Platone, l’inferno, il purgatorio, il paradiso: è tutto ben
sostenuto. I tre monoteismi hanno dato, ognuno, una versione di questo
ordinamento già formulato da Platone. Essenziale, il Fedone: il Tartaro, come luogo, e
poi il purgatorio, perché i patricidi e i matricidi possano purgarsi. Chi non si purifica è
chi non si converte, chi non si pente: merita la pena perpetua, la seconda pena di
morte.

Poi, nel VII secolo, il vescovo di Toledo, Giuliano (642-690), con il suo scritto getta
un’onda lunghissima, per secoli: Prognosticon futuri saeculi, “Preannuncio del mondo
che verrà”. E l’al di là detta l’ordinamento penale e l’istituzione penitenziaria.

San Giovanni, Apocalisse, 2, 8-11. “All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Così
parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita”. È questo Gesù Cristo di
Giovanni: trattato come il primo e l’ultimo, con l’idea di fine, con l’idea di sacrificio.
L’atto di Cristo, l’atto di parola, è senza “sacrificio”. Senza “sacrificio umano”, senza
l’economia del sangue che fonda l’economia della negativa del tempo e dell’Altro.
Ogni sacrificio è postulato come ultimo. La realtà sacrificale è escatologica.

Purificante e rigenerante. “Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei
ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono”, sono
falsi ebrei, i veri ebrei siamo noi, cristiani, che andiamo nel mondo e convertiamo!
Invece, chi sono questi “falsi ebrei”? “[…] ma appartengono alla sinagoga di Satana”.
Sono figli di Satana. Sono posseduti! E, infatti, perché il rogo? Perché bisogna liberare
il corpo dalla possessione diabolica! Il corpo demoniaco. Bisogna salvare la psiche.
“Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in
carcere, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele
fino alla morte e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchie ascolti ciò che lo Spirito
dice alle Chiese: il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte”.

San Tommaso promette misericordia a chi si converte e si pente. Chi non si
converte e non si pente va ucciso (Summa Theologiae, II, II, q. 11, a. 3):

[…] multo magis haeretici, statim cum de haeresi convincuntur, possent non solum
excommunicari, sed iuste occidi. Ex parte autem Ecclesiae est misericordia, ad errantium
conversionem.

Noi, però, dopo l’ebraismo e dopo il cristianesimo, abbiamo l’illuminismo,
abbiamo Jean-Jacques Rousseau! E Rousseau che cosa dice nell’opera che è
diventata la vera Bibbia di ogni totalitarismo e di ogni regime chiamato democratico
in tutta la sua intolleranza, Il contratto sociale? Ecco il capitolo 4.8: De la religion civile.
Non più ebraismo. Non più cristianesimo. Ma la “religione civile”.

Il y a donc une profession de foi purement civile dont il appartient au souverain de fixer
les articles, non pas précisément comme dogmes de religion, mais comme sentiments de
sociabilité sans lesquels il est impossibile d’être bon citoyen ni sujet fidèle. Sans pouvoir
obliger personne à les croire, il [le souverain] peut bannir de l’Etat quiconque ne les croit pas;
il peut le bannir, non comme impie, mais comme insociable, comme incapable d’aimer
sincèrement les lois, la justice, et d’immoler au besoin sa vie à son devoir.

Un soggetto è “incapace di amare sinceramente le leggi, la giustizia e
d’immolare, alla bisogna, la sua vita al proprio dovere”. “Que si quelqu’un, après avoir
reconnu publiquement ces mêmes dogmes”, i dogmi della religione civile, “se
conduit comme ne les croyent pas”, come un miscredente, “qu’il soit puni de mort”
(questo si chiama terrore?) “[…] il a commis le plus grand des crimes, il a menti
devant les lois”. Come i cristiani bruciati da Nerone, ha commesso un crimine contro
l’umanità.

Les dogmes de la religion civile doivent être simples, en petit nombre, énoncés avec
précision, sans explications ni commentaires. L’existence de la Divinité puissante,
intelligente, bienfaisante, prévoyante et pourvoyante, la vie à venir, le bonheur des justes, le
châtiment des méchants, la sainteté du contrat social et des lois: voilà les dogmes positifs.
Quant aux dogmes négatifs, je les borne à un seul, c’est l’intolérance: elle rentre dans les
cultes que nous avons exclus.

Poi, conclude:

[…] Maintenant qu’il n’y a plus et qu’il ne peut plus y avoir de religion nationale
exclusive, on doit tolérer toutes celles qui tolèrent les autres, autant que leurs dogmes n’ont
rien de contraire aux devoirs du citoyen.

La Sura IX del Corano, detta Del pentimento, al versetto 2, dice: “Viaggiate”, come
la polizia di Hegel: “Circolate!”.

Viaggiate, quindi, voi, o politeisti, attraverso il paese, con sicurezza, per quattro mesi,
però sappiate che voi non potete rendere debole Dio e che Dio svergognerà i miscredenti.

Maometto concede agli “idolatri” quattro mesi per scegliere tra la conversione
all’islam e la guerra a oltranza: eccetto coloro con cui ha concluso patti fiscali speciali,
con le tasse. Al versetto 5:

Quando saranno trascorsi i mesi sacri, uccidete i politeisti, ovunque li troviate, prendeteli
prigionieri, assediateli e opponetevi a essi, in tutte le loro imboscate; però, se essi si
convertiranno a Dio, osserveranno la preghiera e faranno l’elemosina, lasciateli tranquilli,
poiché Dio è indulgente e compassionevole.

La Sura XVII, versetto 60:

E non vi è alcuna città che noi non stiamo per distruggere prima del giorno della
risurrezione o che non stiamo per punire di una punizione violenta; ciò che sta scritto nel
libro dei decreti divini.

Al versetto 63: “Ricorda inoltre quando dicemmo agli angeli: ‘Prosternatevi in
adorazione avanti ad Adamo’, ed essi tutti si prosternarono, eccetto Iblîs, il quale
disse: ‘Dovrò io prosternarmi dinanzi a colui che creasti dal fango?’”.

E la moschea (masjid) diviene luogo di prosternazione. Infatti, obbligatori
ottantacinque inchini al giorno e dieci prosternazioni.

Un hadith (cioè un detto del profeta Maometto intorno al “comportamento”)
asserisce: Ad-Dinu mu’àmalat, “La religione è il comportamento”. Psichismo islamico.
Behaviorismo islamico. Mentre, la Sura III, 110: “Voi siete la migliore comunità che sia
stata manifestata agli uomini: ordinate il bene, proibite il male e avete fede in Allah”.
Questo ordina Allah sul comportamento obbligatorio. A questo proposito, un
commentatore, Abû Hurayra, scrive:

Voi siete gli uomini migliori nei confronti di altri uomini: li conducete con le catene che
hanno al collo sino a che non entrano nella sottomissione (islâm) ad Allah”.

L’apostasia è un reato punito anche con la pena di morte in taluni paesi islamici.

Régis Debray scriveva: “Allah è un nomade che si è inoltrato sino in cielo e lì
ricorda le sue dune”.

Nel 1928, l’egiziano al-Hasan al-Banna fonda l’associazione chiamata Fratelli
Musulmani. Ma il massimo ideologo è Sayyid Qutb (che scrive il manifesto del
movimento, Pietre miliari, in carcere, dopo il suo arresto nel 1954), colui che emana la
condanna contro l’occidente, professa la rabbia e l’odio contro l’occidente. Proclama
la distruzione della città della modernità, con tutte le sue torri. Ovunque, il partito di
Allah va in guerra contro il partito di Satana.

L’Islam è costretto alla lotta dall’obiettivo che è suo proprio, vale a dire la guida del
genere umano. La guerra è un obbligo individuale, contro gli ostacoli alla predicazione, ma
sotto la forma collettiva di un gruppo ristretto, organizzato e profondamente cementato. Gli
avversari sono anch’essi degli individui, raggruppati in classi, in Stati, in coalizioni. Il jihad, in
reazione, è dunque assolutamente necessario in tutta la sua ampiezza. È un jihad mondiale,
permanente. Così essere musulmano significa essere un guerriero, una comunità di guerrieri
sinceri in permanenza, pronti ad essere utilizzati o no da Dio, se lo vuole e quando lo vuole,
poiché lui solo è il capo della battaglia.

È un Dio furioso. Era furioso, ogni tanto, anche il Dio ebraico. Invece, quando il
cristianesimo va a Roma, dove vige l’auctoritas, allora compare il Padre. Poi il papa è il
“santo padre”. E Freud è colpito dal Mosè di Michelangelo, il padre che custodisce le
Tavole anziché spezzarle.

Il principio ontologico è più severo del principio monoteista. Così l’ideologia
dell’essere umano. Abbiamo indagato intorno agli “intellettuali” come categoria
sociale creata dalle ideologie: impegnati e organici, apocalittici e messianici.
La rivoluzione francese. Napoleone Bonaparte porta il verbo illuminista e edifica
l’impero. Dopo l’Italia, va in Egitto. Ancora a Sant’Elena, nella sua corrispondenza,
Napoleone scrive intorno all’islam: “J’espère que le moment ne tardera pas où l’Islam
prédominera dans le monde”. E ostenta ammirazione per Maometto:

Il a détruit les faux dieux, renversé le temple des idoles dans la moitié du monde,
propagé plus que qui que ce soit la connaissance d’un seul Dieu dans l’univers. […] Mahomet
fut un grand homme, intrépide soldat. […] Grand capitaine, éloquent, homme d’État, il
régénéra sa patrie et créa au milieu des déserts de l’Arabie un nouveau peuple et une
nouvelle puissance.

Nel febbraio 1798, Napoleone, con 38.000 mila soldati e 100 cannoni, sbarca in
Egitto: si propone d’interrompere la rotta commerciale inglese verso l’India. Pensa
che sia quello il modo: “Chi è padrone dell’Egitto è padrone dell’India”. Il miraggio è
quello dell’impero alessandrino. Alessandro si è fermato, non ha conquistato l’India, a
causa dei suoi generali. Napoleone deve conquistare l’India.

Egiziani, alcuni diranno che io sia venuto a distruggere la vostra religione; questa è una
bugia, non credeteci! Dite loro che sono venuto per ripristinare i vostri diritti e punire gli
usurpatori; che io rispetto, più di quanto non facciano i mamelucchi, Dio, il suo profeta
Maometto e il glorioso Corano. […] Noi siamo veri musulmani. Non siamo noi che abbiamo
debellato il Papa, che predicava la guerra contro i musulmani? Non abbiamo forse distrutto i
Cavalieri di Malta, perché, da fanatici, credevano che Dio volesse da loro la guerra contro i
musulmani?

Secondo lo storico americano Humberto Garcia, Napoleone si riprometteva di
ristabilire la giustizia egualitaria nell’Egitto ottomano sotto una Repubblica islamica
con sede al Cairo. La progettata Repubblica islamica sarebbe stata tributaria delle
leggi egualitarie del Profeta e del suo santo Corano. Napoleone si presenta come
convertito musulmano e prende un nome islamico: “Alì”, il genero e cugino del
Profeta. Un altro storico, Juan Cole, afferma che “i giacobini francesi, che avevano
preso Nôtre Dame per la celebrazione del culto della Ragione e che avevano invaso e
sottomesso il Vaticano, stavano ora creando l’Egitto come prima Repubblica islamica
moderna del mondo”.

Secondo un altro storico, Ziad Elmarsafy, “L’uso del Corano e della Sunna nei
proclami in Egitto serve a consolidare ulteriormente l’immagine di Napoleone non
solo come un seguace di Maometto, ma come un Mahdi destinato a conquistare
quella regione”.

Il generale napoleonico, Jacques Manou, governatore di Rosetta, nel 1799 sposa
una notabile donna egiziana della casta Sharif, Zubayda, e prende il nome di
“Abdullah” (servo di Allah). Ma, già prima della rivoluzione, c’era chi faceva il
paragone tra Gesù e Maometto. Il Barone d’Holbach definisce Cristo “un povero
Ebreo, che finge di discendere dalla casa reale di Davide”, e così via. Per i giacobini
francesi, l’islamismo è vicino al canone della Ragione più che non il cristianesimo.
Napoleone ammira che, in tredici anni, Maometto abbia fondato il suo impero. Coglie
un’affinità tra il principio egualitario giacobino e la shari’a.

C’è anche un capitolo che riguarda il nazismo e l’islam e, poi, la Francia, con
Georges Pompidou, che, nel 1973, prospetta l’Eurabia (di cui parla Bat Ye’or, la
straordinaria scrittrice egiziana, naturalizzata britannica).

Ma abbiamo, addirittura, gl’interventi dell’attuale primo ministro francese,
Manuel Valls. Nel 2015, in gennaio e in novembre, la Francia ha subìto due importanti
attacchi da parte del terrorismo islamico. Poi, gli attacchi a Bruxelles. E altri attacchi,
in varie parti del pianeta. Vincent Peillon, già ministro dell’istruzione nel governo
Valls, in televisione dichiarava: “Dobbiamo uccidere la Chiesa cattolica. Non si potrà
mai creare un paese di libertà con la Chiesa cattolica”. È un sostenitore di quel tipo di
divinità laica di cui parlava Jean-Jacques Rousseau.

Per altro, Lionel Jospin, nel 1989, come ministro dell’educazione nazionale,
dichiarava a Elisabeth Schemla: “Et qu’est-ce que vous voulez que ça me fasse que la
France s’islamise?”. Lionel Jospin, poi, diventerà primo ministro dal 1997 al 2002, con
la presidenza di Jacques Chirac.

L’idea di padronanza (idea di origine, idea di morte, idea di salvezza) è purista e
furiosa nella burocrazia europea e nei suoi tribunali.

Questa idea è il nuovo dio dell’Unità europea?

9 aprile 2016


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11.05.2017