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La promessa, la tolleranza e l’assoluzione, nonché la misericordia come apoteosi del bianco, oppure chi ama il libro? chi lo brucia?

Armando Verdiglione
(5.04.2016)

L’apertura è ciò da cui procedono le cose per integrazione. Il modo dell’apertura è la promessa, la speranza, il giuramento, quello che si chiama il futuro. L’apertura è il due, la relazione: corpo e scena. Il futuro non è l’avvenire. E l’avvenire procede dal futuro. Per ciò, nessuna promessa nell’avvenire o dell’avvenire. La promessa non ha dinanzi un oggetto. Promessa o attesa. Levis-gravis: giuntura e separazione, non già positivo-negativo. Gravis è assunto, a Roma, nell’anfibologia gravis-brutus. Positivo-negativo: ossimoro.

La promessa non ha dinanzi l’idea di bene. Non ha dinanzi il bene. La promessa non ha il suo contrario nella minaccia. La promessa non è promessa del bene, come la minaccia non è minaccia del male. Bene-male non è qualcosa che stia dinanzi alla promessa. E neppure sta dinanzi l’ombra, l’alternativa vita-morte. La promessa è la promessa assoluta.

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Opera di Christiane Apprieux, 2016

L’idea procede dalla promessa. Se la promessa procede dall’idea, allora deve ipotecare l’avvenire. E, quindi, la terra promessa, l’utopia. Nessun luogo della parola, quindi nessun luogo della promessa, nessun luogo del due e del suo modo. Ma, se la promessa procede dall’idea, allora l’avvenire è ipotecato: un’altra procedura, non più per integrazione, si stabilisce.

Promessa o rilievo: è, questa, un’accezione di Aufhebung. Vignetta, satira, ironia, beffa, farsa, pop art sono il modo della relazione. Positivo-negativo non stanno dinanzi alla promessa, costituiscono un ossimoro. Di questo tratta la satira. La famiglia è positivo-negativo. Ma questo positivo-negativo è ossimorico, cioè inconciliabile. Introdurre la conciliazione è introdurre il tempo nella relazione e, quindi, istituire il luogo della relazione, la dicotomia sociale e politica. La promessa dell’avvenire, che sottende sempre la minaccia, è la tentazione positiva-negativa. Promessa o minaccia: tentazione positiva-negativa. Ma la promessa è contraddistinta dall’anoressia: non spero più, non prometto più, non giuro più, non attendo più. La teorematica affianca l’anoressia. L’anoressia sta anche qui: non c’è promessa che proceda dall’idea. È l’anima mundi a assumere, idealmente, l’avvenire.

L’idea, le idee, le proprie idee, le proprie convinzioni, assunte nel rapporto di sé a sé, assurgono a canone dell’intolleranza. Così la comunità che abbia le proprie idee e, quindi, la comunità che possa fondarsi sulle proprie idee. Le proprie idee, la propria fede, il proprio dio fondano la relazione. Se la relazione, la promessa, procede dalle idee, allora le idee fondano la relazione, che, quindi, diviene la relazione sociale. Questo canone dell’intolleranza è il canone comunitario, è il canone religioso, antropologico, senza anoressia, cioè come principio dell’anoressia sostanziale e mentale, che si chiama principio dell’omertà. Con la precettistica dell’intolleranza.

La tolleranza è l’instaurazione stessa della parola. È la soglia della parola: così, la soglia del cielo, la soglia del labirinto. La tolleranza è propria della parola nel suo principio. Ma la tolleranza, già rispetto alla promessa, è la contraddizione originaria della relazione, è l’inconciliabile. La tolleranza come la soglia della contraddizione diadica. Anche la tolleranza come soglia della contraddizione sintattica. La tolleranza anche come soglia dell’incompatibile della differenza e della varietà temporali. La tolleranza è propria della tripartizione del segno. Il nulla è il distaccamento della parola. Il nulla: ciò di cui si tratta. Tolleranza: toglimento, Aufhebung, assunzione. Ma il canone dell’intolleranza richiede una pratica, che è pratica di tolleranza. Il canone dell’intolleranza si fonda sull’accettazione mentale della morte. Che la parola sia originaria, questa virtù dell’originario – senza presa sulla parola, quindi senza finalità della parola –, è inaccettabile per qualsiasi comunità fondata sul sistema sociale e politico e, cioè, fondata sulle proprie idee, sui propri principi, sulle proprie convinzioni, nel rapporto di sé a sé.

Il canone dell’intolleranza richiede una pratica misericordiosa. Le virtù del principio della parola possono costituire la stessa assiomatica. La loro negazione impossibile costituisce la teorematica. La teorematica è la logica degli enunciati senza più idea di origine. L’idea di origine è l’idea di salvezza, per cui la parola, il corpo e la scena, la particolarità, la struttura, la specificità, la ricerca, la sessualità non hanno valore e hanno bisogno di correzioni, di sacrificio, in una logica radicale di rimando, di remora, di riserva mentale. Data l’idea di origine, l’idea che ognuno ha di se stesso o della vita, data l’idea di origine, ancora prima di diventare religione, metafisica e fisica, data l’idea di origine, ogni elemento è difettoso, corrotto, colpito da negatività.

Come viene pensata la “retta via”? Qual è il pensiero, l’idea, della “retta via”? È il pensiero della linea e del cerchio. Questa “retta via” è richiesta per ogni comunità che si fondi sull’idea di origine e che debba salvarsi.

L’apertura, la relazione, il due: corpo e scena. Corpo e scena della parola: corpo della parola e scena della parola. Il concetto di miseria corrisponde al concetto di corpo mortale e di scena del negativo, non già di corpo e scena della parola, non già di corpo della parola e scena della parola. Il corpo diventa umano, oggetto, quindi, di osservazione, per esempio da parte del corpo medico. Il corpo è segno di debolezza come, per altro, ciò che viene significato come la quintessenza della debolezza e, cioè, la carne. La miseria: ognuno dà quello che ha. Ma, secondo qualche religione, quello che ognuno ha è nulla. Quello che immagina di avere, in realtà è donato, è ricevuto, è un dono. E ogni dono giova alla salvezza, ogni dono è dono di morte. La miseria è il soggetto del non dell’avere. E la povertà è il soggetto del non dell’essere. Questi due teoremi attengono al labirinto, alla ricerca: il teorema proprio della sintassi e il teorema proprio della frase. Il teorema proprio della sintassi si chiama lutto: non c’è più miseria. Se il lutto viene tolto, allora è la miseria. Ma, il lutto, come viene tolto? La funzione di zero è senza l’idea di morte. La parola è senza l’idea di morte. La sintassi, con cui le cose incominciano, crescono, aumentano, è senza l’idea di morte. La negazione, la rappresentazione del lutto, trae con sé l’idea di morte, è “in virtù” dell’idea di morte. Senza l’idea di morte nessuna miseria. E nessuna povertà. Il teorema proprio della frase è il dolore: non c’è più povertà.

Rah’amin: misericordia. Sotto il segno della conoscenza. Dovunque, la conoscenza veicola l’idea di morte, l’idea di origine, l’idea di salvezza. Morire perché? Per salvarsi. Nulla s’intende del sacrificio senza l’idea di origine, senza l’idea di salvezza. Miseria: “quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te l’avvicini”. Leonardo da Vinci (Codice Atlantico, 217 v.). Qui, sempre il “tu” come forma dell’Altro, il “tu” pedagogico, anche eroico. Senza paura nessun soggetto della miseria e nessun soggetto della povertà. Ciò che fonda ogni religione teista è la paura, e così ciò che fonda ogni sistema politico e sociale. E la paura come può istituirsi senza l’idea di morte?

Ogni religione teista, ogni comunità ontologica, ogni soggetto nasce e cresce, nella sua euforia o nella sua disforia, senza l’assoluzione. Non c’è politeismo o monoteismo o induismo o buddismo che ammetta l’assoluzione, che ammetta, cioè, la parola originaria, l’assenza di idea di salvezza. L’idea di salvezza: ognuno è difettoso, ognuno è rovinoso e rovinante, ognuno è una solidificazione temporanea, poi cenere e uccello, cenere e fenice.

La questione intellettuale è questa: non c’è più paura. La questione intellettuale si enuncia già come la questione che non fonda la risposta. Non che non intervenga risposta nel viaggio, segnatamente nella sintassi, e soltanto nella sintassi. Ma non è la risposta alla questione. È la risposta della legge, del compimento della scrittura sintattica.

“NON” esige la tripartizione: la funzione di zero, la funzione di uno e, nell’intervallo, funzione di Altro. La funzione e la sua variante, non già la sua variabile: l’uno come variante rispetto alla funzione di zero nella sintassi, lo zero come variante rispetto alla funzione di uno nella frase e lo “zero, uno” come variante rispetto alla funzione di Altro, nel pragma, nel fare, nella struttura dell’Altro. La funzione di zero: funzione di rimozione, o di rigetto. La rimozione non è da attribuire a un soggetto o alla coscienza. La coscienza, ovvero il sapere supposto comune, il sapere sociale, non ha nessuna presa sulla rimozione. Non c’è rimozione secondaria. La rimozione è originaria, non già primaria o secondaria. Sta qui la questione. Freud, in effetti, non accetta nessun monoteismo, ha una distanza rispetto al monoteismo, ma costruisce un mito. In effetti, esplora una mitologia. Quella che viene esposta in Totem e tabù è una mitologia: che la civiltà possa fondarsi su un cadavere, sulla morte del padre. Freud esplora questa mitologia fino alla sua opera più contraddittoria, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, dove, tra le righe, non c’è più il nome del padre, non c’è più il nome del nome. Sia nella Bibbia sia nel Corano trovate il nome del nome. Il Corano non ammette, non tollera la Bibbia. Riscrive taluni episodi della Bibbia in tutt’altro modo, nel modo del Corano. Il Corano è la legge immediata di Allah. Nel IX secolo, il Corano viene proclamato increato.

Nell’Uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud sfiora la logica della nominazione. Alla nostra lettura. Leggendo, anche, la sua trilogia linguistica: L’interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Invece Totem e tabù, Il disagio nella civiltà e L’Uomo Mosè e la religione monoteistica costituiscono la trilogia dove Freud manca tanto il mito del padre quanto la logica della nominazione, il numero, l’inconscio. La logica della nominazione può inscrivere il discorso di Freud nella teorematica.

Adamo nel Genesi è differente da Adamo nel Corano. Nel Genesi, Dio parla a Adamo. È quasi una trattativa. Allah, invece, emana decreti, impartisce ordini. Nel Corano, Allah non dà a Adamo un potere così forte come nel Genesi. Dio dà a Adamo il potere di nominare le cose. È una fiaba, da analizzare. Come le fiabe di Omero, le fiabe di Platone, le fiabe di Aristotele, le fiabe di Hegel, le fiabe scientifiche. Le fiabe della Bibbia o le fiabe del Corano sono da analizzare e da leggere. Nella Bibbia, Dio affida a Adamo un potere linguistico enorme: Adamo si mette a dare un nome a ciascuna cosa. Non è così per il Corano. Fra Allah e Adamo, gli angeli sono mediatori. Sanno tante cose, quelle che Allah ha deciso che devono sapere, ma non sanno tutto, non sanno il segreto – così dice il Corano – delle cose. E non lo sa neppure Adamo. La parola “rivelazione” non c’è, propriamente, nel Corano. Allah fa scendere le cose. Allah fa scendere i nomi delle cose in Adamo. Adamo, quindi, ha qualcosa in più, che gli angeli non hanno: ha i nomi delle cose. Nel Genesi la lingua è adamica: le cose sono senza un nome, allora Adamo dà un nome a ciascuna cosa. Già viene dato un nome a un nome. Già si enuncia la questione. Il principio dell’innominabile fonda la nominabilità delle cose nella sua economia. Ma è impossibile dare un nome a una cosa. Nel caso del Corano, Allah, i nomi, come ciascuna cosa, li ha fatti scendere in Adamo. E dice agli angeli: adesso, voi, prendete atto, e rendete omaggio a Adamo. Gli angeli buoni si sottomettono. Nessuna trattativa. Nessuna alleanza. Contrariamente alla Bibbia, nel Corano non ci sono né alleanza né patto, bensì decreti e sottomissione. Molti angeli si sottomettono, ma alcuni no: il loro capo si chiama Iblis (versione araba del greco diabolos), quindi Satana, che non si sottomette a Dio rendendo omaggio a Adamo. La lingua, così, è proprio innata, è naturale. Tutto ciò che Allah fa scendere è naturale.

Immaginarsi: è proprio questo il soggetto della miseria. Credersi: è proprio questo il soggetto della povertà. Nel concetto di miseria, è fondamentale la negazione del padre come nome funzionale, la negazione dello zero funzionale. Nel concetto di povertà, è fondamentale la negazione del figlio come uno funzionale, la negazione dell’uno funzionale. Se il padre come nome, come zero, viene negato e se il figlio come significante, come uno, viene negato, allora tutto viene attribuito all’Altro. E, l’Altro, o è Allah, Dio, o è il misero Altro, il povero Altro, gli altri. Gli altri fratelli o gli altri non fratelli?

Ogni comunità ontologica è mnemonica, cioè senza memoria. Deve ricordare, commemorare, ritornare. È un processo di conoscenza, un processo circolare.

La miseria e la povertà attribuite al soggetto significano il “volto umano” e la “condizione umana”. L’atto di misericordia è l’atto di concessione della salvezza nonostante la condizione umana, nonostante la negatività umana. Non c’è misericordia senza l’idea di origine, senza l’idea di morte, senza l’idea di salvezza.

Il Corano corregge Mosè. Il Profeta si proclama colui che stabilisce il ritorno alla religione di origine, che non è quella di Mosè ma quella di Abramo. La legge di Mosè è “non uccidere”. Il Corano sembra dire la stessa cosa: “Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso l’umanità intera”. Solo che, se si ferma qui, è una falsa citazione. I sostenitori dell’islam si fermano qui, rispetto agli europei “laici”. La citazione, intera, è così:

Chi uccide un uomo senza che questi abbia ucciso un’altra persona o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’umanità intera.

La legge di Mosè dice “non uccidere” e basta, non dice “a meno che…”. Anche Cesare Beccaria dice “a meno che…”. Giuseppe Compagnoni non lo dice più. Chiaramente, il Levitico, contrariamente all’Esodo, introduce “a meno che…”. Levitico, 20, 27: “Chiunque, uomo o donna, eserciti l’arte di evocare gli spiriti dei morti o faccia l’indovino, sia ucciso. Sarà lapidato: il loro sangue ricada sopra di loro”. Il principio dell’ereditarietà della colpa e della pena.

C’erano molti Vangeli. Alcuni sono stati distrutti. Atanasio è stato efficace, nella distruzione, salvandone quattro. I quattro Vangeli si contraddicono fra loro nel raccontare vari episodi. Il Vangelo attribuito (nel II secolo) a Matteo dice: “Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt 9, 13). E poi: “Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa” (Mt 12, 7). Il concetto di sacrificio tende a dileguarsi, qua e là, nella Bibbia. Di sicuro, si dilegua nell’atto di Cristo, leggendo l’atto di Cristo come atto di parola.

Luca è più mordente: “Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono” (Lc 1, 50). Per chi ha paura, Dio è misericordioso.

San Paolo è un ideologo speciale. Nella lettera ai Romani, 9, 15, cita Esodo 33, 19:

Dio, infatti, dice a Mosè: ‘Avrò misericordia per chi vorrò averla, e farò grazia a chi vorrò farla’.

E più avanti:

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rm 12, 1).

L’ideologia di san Paolo intorno al corpo o intorno alla scena o intorno alla sessualità è ontologica, è gnostica. Rispetto alla misericordia, il Corano non è d’accordo con san Paolo. Il Corano è categorico, tassativo. Corano significa “recitazione”.

La misericordia è prendere a cuore la miseria dell’Altro, farsi carico della miseria dell’Altro. L’Altro è misero. E, quindi, è necessaria la giustificazione. L’Altro è nel male, nel peccato, nell’incesto. San Paolo introduce una variante. Gesù Cristo viene assunto da san Paolo per una missione.

Giustificati dunque per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza produce una virtù provata [dokimé] e la virtù provata la speranza (Rm 5, 1-4).

È proprio il sacrificio. Noi possiamo leggere le lettere di san Paolo tra le righe e trovare che non è così, ma il discorso è questo, è il discorso del sacrificio, che è salvifico.

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio, invece, mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo, che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 6-8).

Dice “Cristo”, non “Dio”. Quindi, secondo san Paolo, il sacrificio è economia del sangue, che fonda l’economia dell’impurità.

Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira” (Rm 5, 9).

Dall’ira di Dio. “Padre” è nel cristianesimo.

Se, infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del figlio suo” (Rm 5, 10).

“Figlio suo” non significa che sia Dio. A proposito del fatto che Gesù Cristo sarebbe discendente di Davide, due Vangeli forniscono due versioni opposte.

Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione [katallagèn]. (Rm 5, 11).

Insomma, la conciliazione. Quindi, che cosa dice? Un solo uomo ha prodotto malattia, morte e peccato per tutti, uno solo produce la salvezza per tutti. E come si chiama, questo? Non si chiama sacrificio? Alla nostra lettura, il mito e il testo del cristianesimo sono incompatibili con l’idea di sacrificio. La parola è in atto, la parola agisce: non c’è più sacrificio, non c’è più capro espiatorio, che debba salvare la comunità. Perché questa è un’idea di giustizia quale appannaggio di Dio, come prerogativa dell’idea di bene. Qui, interviene la grazia:

In effetti, fino alla legge, il peccato era nel mondo, ma il peccato non è imputato quando non c’è legge. Eppure, la morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire (Rm 5, 13-14).

Responsabile del male e responsabile del bene, per grazia.

Però, la grazia non è come la trasgressione. Perché se, per la trasgressione di uno solo, molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti” (Rm 5, 15).

Questo è il dono. È dono e è la giustificazione. Disobbedienza di Adamo, obbedienza di Gesù Cristo.

La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo (Rm 5, 20-21).

San Paolo ha assunto Gesù Cristo e ha fondato un certo cristianesimo. Ci si sono messi, poi, tanti altri litiganti.

La misericordia è questa: la vita è economia della morte. La morte è la via della salvezza. Quello che san Paolo esalta è il colpo di grazia come supremo gesto di misericordia. Così, per esempio, la ghigliottina, la camera a gas, lo psicofarmaco, il gulag, il Laogai. La misericordia prospetta l’Altro come animale anfibologico. Non ha nulla a che vedere con la pietas, che concerne l’assiomatica, la dignità. Ma anche la teorematica, con il teorema del distacco, con la lontananza. Pietas. La catacresi è incompatibile con il pentimento. L’abduzione dell’Altro trae con sé il teorema: non c’è più pentimento. Solo i concetti di miseria o di povertà possono richiedere il concetto di dono o di perdono. Il dono non è il regalo. Il regalo, la regalìa, è nella satira. Non è il dono. È il prestito. Il prestito è originario: la promessa, il giuramento, il contratto, che non è sociale. Sulla funzione di zero impossibile fondare il dono e il perdono. Abbiamo indagato nella mitologia i vari esempi di dono. Donare una camicia, per esempio.

La vendetta prende la forma della misericordia. Il Dio biblico è severo e misericordioso, cioè vendicativo. Il Levitico corregge Mosè: “non uccidere, a meno che…”. Non uccidere se non per necessità. Nel Genesi, Caino uccide Abele e Dio va a trovare Caino, non lo lascia da solo, parla con lui. Abbiamo discusso della risposta, omertosa, di Caino: sono io forse il custode di mio fratello? Egli aveva fatto una promessa e una minaccia ad Abele. E la fiaba si conclude così, con un’ammonizione di Dio per altri: “Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte” (Genesi, 4, 15).

La misericordia: per San Tommaso, giustizia commutativa, giustizia distributiva.

[…] distributiva iustitia, secundum quam aliquis gubernator vel dispensator dat unicuique secundum suam dignitatem (Summa Theologiae, I, 21, art. 1).

C’è un’asserzione. Poi:

Praeterea, actus iustitiae est reddere debitum. Sed Deus nulli est debitor. Ergo Deo non competit iustitia (ibid.).

La procedura tomista è “compositiva”. Tesi. Antitesi. Sintesi. Hegel ha rimaneggiato la procedura di san Tommaso: procedura conciliativa. Sotto la metafora spirituale.

Et sic etiam Deus operatur iustitiam, quando dat unicuique quod ei debetur secundum rationem suae naturae et conditionis.

Anche Dio pratica la giustizia distributiva. La giustizia si rapporta al bene. “[…] bonum comparatur ad iustum, sicut generale ad speciale”. Il concetto di bene sta al concetto di giusto come il genere sta alla specie. La giustizia secondo san Tommaso è la giustizia sotto l’idea di bene. E cita sant’Anselmo, secondo cui la giustizia è rectituto voluntatis, la rettitudine della volontà.

“Veritas autem est in intellectum, secundum philosophum” in VI Metaphys. et in VI Ethic. “Ergo iustitia non pertinet ad veritatem” (S. T., I, 21, art. 2).

La verità è “adaequatio intellectus et rei” (ibid.). Espone la questione, poi l’affermazione contraria e, infine, la soluzione. “[…] misericordia est relaxatio iustitiae” (id., art. 3). La misericordia: un rilassamento della giustizia, una deroga nonostante la giustizia.

“Dicitur enim II ad Tim., II, si non credimus, ille fidelis permanet, seipsum negare non potest” (ibid.).

Un paradosso, Dio fedele a se stesso. La fede di Dio? Nel rapporto di sé a sé? “[…] misericors dicitur aliquis quasi habens miserum cor”, misericordioso si dice chi ha un cuore misero, ovvero pieno di commiserazione, “quia scilicet afficitur ex miseria alterium per tristitiam”, alla vista dell’altrui miseria è preso da tristezza, prende a cuore la miseria dell’Altro, “ac si esset eius propria miseria. Et ex hoc sequitur quod operetur ad depellendam miseriam alterius, sicut miseriam propriam, et hic est misericordiae effectus”. Deve togliere la miseria dell’Altro, come se fosse la propria. Economizzare la miseria dell’Altro.

[…] ut per miseriam quemcumque defectus intelligamus. Defectus autem non tolluntur, nisi per alicuius bonitatis perfectionem, prima autem origo bonitatis Deus est, ut supra ostensum est […]

intendendo per miseria qualsiasi difetto. Ora, i difetti non si tolgono se non per alicuius bonitatis perfectionem, ma la prima origine della bontà è Dio, come sopra abbiamo mostrato”.

San Tommaso cita san Giacomo: “misericordia superexaltat iudicium”, “la misericordia trionfa sul giudizio”. Poi:

[…] “Creaturae enim non debetur aliquid, nisi propter aliquid in eo praeexistens, vel praeconsideratum, et rursus, si illud creaturae debetur, hoc erit propter aliquid prius. Et cum non sit procedere in infinitum, oportet devenire ad aliquid quod ex sola bonitate divinae voluntatis dependeat, quae est ultimus finis” (id., art. 4)

“Infatti niente è dovuto a una creatura se non in ragione di qualcosa che in essa preesiste o che si considera come anteriore; e se a sua volta questo qualcosa è dovuto alla creatura, ciò è in forza di un’altra cosa precedente. E siccome non si può procedere all’infinito, bisogna arrivare a un qualcosa che dipenda unicamente dalla bontà divina, che è l’ultimo fine”. La misericordia è eutanasia, è teleologica.
Poi c’è un punto importante:

[…] “Et tamen in damnatione reprobo cum apparet misericordia, non quidem totaliter relaxans, sed aliqualiter allevians, dum punit citra condignum” (ibid.).

“Perfino nella dannazione dei reprobi appare la misericordia, non per un totale rilassamento, ma perché in qualche misura alleggerisce, quindi punisce meno di quanto sarebbe dovuto”. In questo si riconosce la misericordia: punisce meno di quanto sarebbe dovuto! Nell’eternità dell’inferno!

Per secoli, un pugnale si chiamava “misericordia”: un pugnale del tipo dello stiletto, in uso sopra tutto fra il XV e il XVII secolo. Per “finire” l’avversario ferito. Il colpo di grazia. Dare la buona morte.

Il Profeta Maometto cosa dice? “Amate i deboli, è grazie a loro che ottenete la vittoria e la provvidenza divina” (hadíth di Abu Dawud 2594). Altrove: rientra nei doveri di ogni musulmano “abbellirsi delle qualità divine” e, quindi, anche dell’attributo di misericordioso. Nel Corano, Allah parla anche del Profeta: fa scendere dall’alto la legge e, in questa legge, qualcosa riguarda il Profeta.

Un Messaggero è giunto a voi, scelto tra voi, eccellente: è a lui gravoso che voi commettiate cose cattive, desidera il vostro bene, è dolce e misericordioso verso i credenti (Sura IX, 129).

Tratta anche della carità:

La carità non consiste nel volgere i volti verso l’Oriente e verso l’Occidente, ma nel credere in Allah e nell’Ultimo Giorno, negli Angeli, nel Libro e nei Profeti e nel dare dei propri beni per amor Suo, ai parenti, agli orfani, ai poveri, ai viandanti diseredati, ai mendicanti, e per liberare gli schiavi (Sura 2, 172).

Fra gli angeli, il Corano dona anche l’angelo della morte. La morte del giusto. Secondo una tradizione, “Abramo, l’amico di Dio, disse all’Angelo della morte, quando esso venne per prendere il suo spirito: ‘Hai mai visto un amico far morire il suo amico?’. Allora, Dio gli rivelò: ‘Hai mai visto un amante provare disgusto nell’incontrare il beneamato?’. Abramo, allora, disse: ‘Oh, Angelo della morte, adesso, prendimi!’”. Abu Hamid Al-Ghazali chiosa così:

Questo accade solo al servitore che ama Dio con tutto il cuore. Se egli sa che la morte è la causa dell’incontro con Dio, il suo cuore trepida per Lui, egli non ha altro amato che Lui, fino a curarsi esclusivamente di Lui.
Chi mantiene il suo impegno e teme Dio, sappia che Dio ama quelli che lo temono (Sura 3, 75).

Ancora il Corano, Sura 27, 34:

Quando le ispirazioni divine giungono a te, sconvolgono le tue abitudini. I re, quando entrano in un paese, lo devastano”. Ecco un commento: “L’ispirazione divina distrugge e devasta le consuetudini: essa è come un potente re con un esercito che invade e devasta un paese o una città, distruggendo le costruzioni e le consuetudini.

Un altro commento terribile:

L’Amore tronca le suggestioni diaboliche e i tormenti dell’anima e rapisce gli animi tanto da ridurre al silenzio ogni espressione e in polvere ogni allusione.

Nella tradizione islamica, compaiono 99 nomi di Dio. Ma la formula introdotta nella prima Sura, formula che ogni credente deve pronunciare a ogni ciclo di preghiera, almeno diciassette volte al giorno, è questa: “Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Clemente”. Questa misericordia, come si esercita? Per esempio:

Noi non siamo che debolezza. Dio purifica chi vuole” (Sura 24, 21).

Da qualche parte il “libero arbitrio” sembra affacciarsi. Nella gnosi il concetto di libero arbitrio è strumento della volontà divina. Il credo sunnita afferma con forza il fatalismo. Sura 3, 73 ss.:

In verità la Grazia è nelle mani di Allah, che la dà a chi vuole. […] Riserva la Sua misericordia a chi vuole Lui […]. Egli perdona chi vuole e castiga chi vuole […] È Allah che dà la vita e la morte”. Altrove: “Tutti gli ebrei che vi capitano tra le mani, uccideteli!” (Sirah, II, 58-60).

Contro ogni altro libro, intorno al IX secolo, una versione si è cristallizzata e è diventata il Corano, l’unico.

Questo è il libro su cui non ci sono dubbi” (Sura 2, 2).

Tutti gli altri libri? Cristiani? Ebraici? Distruzione. Rogo. E viceversa, nel cristianesimo, il rogo dei libri islamici. Anche negli scontri tra cristiani: rogo dei libri della fazione avversaria.

Allah voleva che si dimostrasse la verità [delle Sue parole] e [voleva] sbaragliare i miscredenti fino all’ultimo (8, 7).

Ancora:

Colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi!” (8, 12). Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi (8, 17). Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah” (8, 39). Uccidete i politeisti, ovunque li incontriate (Sirah, XVII, 58).

[Le donne] hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini hanno maggiori responsabilità. Allah è potente e saggio (Sura 2, 228).

Ancora:

Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre” (Sura 4, 34).

Allah preferisce gli uomini.

Quando si annuncia a uno di loro la nascita di una figlia, il suo volto si adombra e soffoca [in sé la sua ira]. Sfugge alla gente, per via della disgrazia che gli è stata annunciata: deve tenerla nonostante la vergogna o seppellirla nella polvere? (Sura 16, 58-59). Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele (Sura 4, 34). E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, nei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciare scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri… (Sura 24, 31).

L’intera Sura 65 tratta del ripudio. La Sura 4 tratta della poligamia.

Ecco quello che Allah vi ordina a proposito dei vostri figli: al maschio la parte di due femmine” (Sura 4, 11). I matrimoni combinati: la famiglia decide per la donna (Sura 4, 25). E l’omosessuale è la figura del “trasgressore” (Sura 7, 81).

Allah sceglie chi vuole per la Sua misericordia. Allah è il Padrone dell’immenso favore “ (Sura 2, 105).

Dio dice ad Abramo: “Farò di te un Imam [una guida] per gli uomini” (Sura 2, 124). La misericordia di Allah è rivolta ai credenti. Qualsiasi peccato è perdonabile, ma non per il miscredente.

Al miscredente concederò un godimento illusorio e poi lo destinerò al castigo del fuoco (Sura 2, 126). E i miscredenti che muoiono nella miscredenza, saranno maledetti da Allah, dagli angeli e da tutti gli uomini. Rimarranno in questo stato in eterno e il castigo non sarà loro alleviato, né avranno attenuanti (2, 161).

Il fondamento del principio di unità religiosa e statale: nessun altro Dio oltre Allah. Guai a chi pensa altrimenti.

Quanti sono i peccati? Sette i più gravi. Il più grave è quello di shirk:

Associare ad Allah qualcun altro o qualcos’altro e tributargli culto e adorazione: è l’unico peccato che Allah (gloria a Lui, l’Altissimo) rifiuta di perdonare.

Seguono: “malversazione nei confronti dei beni dell’orfano; calunnia nei confronti di una donna onesta; diserzione di fronte al nemico; usura, speculazione e baratto iniquo; apostasia; omicidio”. Nella lista dei sette peccati più gravi, l’omicidio è al settimo posto.

L’islam, per secoli, non ha accettato l’uso della stampa. Non era consentito stampare il Corano. Non erano accettate le invenzioni dell’umanesimo e del rinascimento.

La Legge? È la Legge di Allah! Lo Stato? È lo Stato di Allah! La società? È la società di Allah! Il cittadino? No: il credente in Allah! Il Libro? Il Libro di Allah! Allah è l’altro nome dell’idea che agisce, dell’idealità chiamata Legge, dell’idealità chiamata Stato, dell’idealità chiamata società, dell’idealità chiamata islam, sottomissione.

Heinrich Heine (Almansor, 1821):

Coloro che incominciano bruciando i libri finiscono bruciando esseri umani.

Il rogo dei libri è stato compiuto in nome del libro. Gl’indottrinati distruggono i libri. Una comunità che ama un libro teme l’influenza degli altri libri, li distrugge. Due opere sono recenti rispetto al rogo dei libri: George Orwell, 1984 (del 1948) e Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (del 1951).

George Orwell, 1984. Il Ministero della verità. Tutto il passato deve essere riscritto secondo la volontà del Partito e per il bene del Partito. Anche i vecchi numeri dei giornali devono avere la versione che corrisponda alla volontà del Partito. Anche le battaglie, tutto il passato deve essere riscritto. Un avvenimento, se non giova al bene del Partito, non è mai esistito.

‘Chi controlla il passato’ diceva lo slogan del Partito ‘controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato’. Eppure il passato, sebbene mutevole per la sua stessa natura, non era mai stato mutato. Tutto quel che era vero allora, rimaneva vero da sempre e per sempre. Era semplicissimo. Tutto quel che si richiedeva era soltanto una serie infinita di vittorie sulla propria stessa memoria. ‘Controllo della realtà’, lo chiamavano: e in neolingua bispensiero [double-thinking].

Il passato deve essere controllato, quindi cancellazione della memoria e falsificazione della realtà. I libri, i documenti sono soltanto quelli che si scrivono adesso.

[…] tutte le possibili copie di libri, giornali e altri documenti che erano stati superati e che erano quindi destinati ad essere distrutti. […] Anche i libri venivano sequestrati e riscritti di nuovo più volte.

Winston Smith viene interamente convertito alla verità del Partito. “[…] ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello”, il Partito. Il tribunale del Grande Fratello è il tribunale della lingua di legno e di fiele, il tribunale della realtà falsificata, espungendo la memoria.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1951). Il protagonista è un “fireman”, un vigile del fuoco, che usa il lanciafiamme per incenerire i libri proibiti dal regime. Fahrenheit 451 è la temperatura alla quale la carta brucia. La milizia di fuoco. Purificatrice, salvatrice. Libri bruciati e schermi accesi. Robotizzazione. Umanaio globale.

I vigili del fuoco, i pompieri, sono diventati tutti burocrati, funzionari, per la pulizia. Questa pulizia riguarda “film, radio, riviste, libri”: questi devono essere “tutti livellati su un piano minimo, comune, una specie di norma dietetica universale”. “Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro”, per inciso, l’Adamo del Corano non è a immagine e somiglianza di Dio; solo l’Adamo del Genesi, “dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito? Cosicché, quando le case cominciarono a essere costruite a prova di fuoco, non c’è stato più bisogno dei vigili del fuoco, dei pompieri, che spegnevano gli incendi coi loro getti d’acqua. Furono assegnati loro nuovi compiti, li si designò custodi della nostra pace spirituale, il fulcro della nostra comprensibile e giustissima paura di apparire inferiori: censori, giudici, esecutori”. Questi funzionari recano due simboli: la salamandra e la fenice, i due animali che secondo la mitologia sopravvivono al fuoco. La fenice diventa cenere. E rinasce dalle ceneri. Le parole bruciate rinasceranno dalle ceneri della memoria.

Il rogo dei libri risponde al cerimoniale gnostico, qualunque sia lo psichismo, giudiziario, ideologico, ontologico, teista, monista, pluralista. Oggi rientra nel cannibalismo bianco di ogni tribunale eretto in nome dell’ignoranza spacciata per la quintessenza della dottrina. Che risulta sanguinaria.

Jean Meslier (1664-1729) è un curato in un paese della campagna francese, che si occupa dei suoi parrocchiani, legge e studia le religioni, fra cui l’ebraismo e il cristianesimo. Scrive. E lascia un libro di milleduecento pagine: Testament (pubblicato postumo, in parte, nel 1762). Secondo Jean Meslier, le religioni sono favole, a uso e consumo di chi le ha create. Egli, al confronto, preferisce le favole di Esopo. Questo libro sarebbe rimasto, forse, come tanti altri, nascosto da qualche parte o distrutto, senonché una copia capita in mano a Voltaire. Voltaire estrae dal libro alcune cose, ne espunge altre, che, per lui stesso, sarebbe stato problematico pubblicare, e appare questo suo estratto. Voi potete leggere il libro intero. È istruttivo. Oggi, ci sono studi più approfonditi, linguistici, filologici, storici, sulle religioni, ma il libro di Jean Meslier può, comunque, contribuire all’analisi dell’epoca. Il nome di Jean Meslier figura, tra i precursori del pensiero ateo e del socialismo, su una lapide all’esterno del Cremlino di Mosca.

Jean Meslier si scontra con la mitologia. Ma manca l’analisi e la lettura di quelle che chiama fiabe o favole. Qual è la lezione della fiaba, della favola, della saga? Qual è la lezione della parola? In che modo la lettura è incompatibile con la condanna del libro, quindi con ciò che della memoria si scrive?

Il purismo si nutre della morte bianca, della morte intellettuale e del rogo dei libri. Ancora oggi. In ogni regime. Anche a Milano. Per l’apoteosi del bianco.

2 aprile 2016


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26.04.2017