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La garanzia della parola e la modernità planetaria, nonché l’illuminismo ierocratico e il "dominium mundi"

Armando Verdiglione
(31.03.2016)

Qual è la garanzia? Dove sta la garanzia? Fino a qualche tempo fa, la garanzia
stava nel riferimento all’essere. E il discorso come causa, eretto sul riferimento
all’essere, era il discorso di garanzia, il discorso come causa finale. Il logos è il discorso
come causa finale che si riferisce all’essere, al bene supremo, o è la parola originaria?
Da nessuna parte, negli scritti che comporrebbero o compongono il discorso
occidentale, il logos è la parola. Non lo è nei Vangeli, canonici o apocrifi, non lo è
nella patristica, non lo è negli scritti di sant’Anselmo o di san Tommaso. Che la
garanzia sia la garanzia della parola si riscontra nella restituzione del testo con la
lettura degli scritti e delle opere di quello che è chiamato il “rinascimento”. Che tutto
sia da riferire all’essere e che in questo riferimento stia la suprema giustizia è ciò che
costituisce l’illuminismo ontologico, che è appunto lo psichismo platonico, lo
psichismo aristotelico, lo psichismo tomistico e lo psichismo della filosofia della
riforma e della filosofia romantica, nonché lo psichismo giudiziario.

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Opera di Christiane Apprieux, 2016, dettaglio

La garanzia non assegna a nessuno un’identità, né un certificato. La garanzia è
propria dell’ostacolo assoluto e della “causa”, della provocazione. La garanzia è del
punto e del contrappunto. Da dove vengono le cose e dove vanno? La garanzia è nel
“dove”, è nel “modo del dove”. Quindi, è nel punto e nel contrappunto e nel modo
del punto e nel modo del contrappunto. La garanzia è nella giustizia, nel modo in cui
interviene lo specchio, nel modo in cui interviene lo sguardo e nel modo in cui
interviene la voce. È nel modo in cui interviene il simulacro, il sembiante”, come
condizione del viaggio.

Appunto, il modo: la modernità non è vincolata all’illuminismo ontologico,
quindi al discorso occidentale da Platone agli epigoni nella nostra epoca. La
modernità è propria della parola, ossia del rinascimento della parola e della sua
industria. Modernità: il modo della relazione, il modo della funzione, il modo della
dimensione, il modo dell’operazione, il modo della distinzione, il modo della logica
stigmatica, della logica puntuale e contrappuntuale. E ancora: il modo della ricerca, il
modo dell’impresa, il modo del tempo, il modo della politica, il modo della scrittura, il
modo dell’esperienza e della sua scrittura, il modo della valorizzazione della
memoria.

Lo iato, oggi, è tra due forme d’illuminismo: l’illuminismo che viene dalla
sistematica romantica e l’illuminismo islamico. Queste due forme di illuminismo sono
varianti dell’illuminismo ontologico.

La “questione” della garanzia è centrale. È la questione stessa della verità.
L’illuminismo ontologico è intollerante verso la parola, verso il suo principio, verso le
virtù del suo principio, verso la libertà. È intollerante verso le proprietà del viaggio,
quindi anche verso la suggestione, proprietà sintattica, verso la persuasione,
proprietà frastica, e verso l’influenza, proprietà pragmatica. Rispetto al viaggio,
l’illuminismo ontologico presume di esercitare il monopolio.

Ulpiano, Digesto, I, 5.25: Res iudicata pro veritate accipitur. Ma, la res, quando mai è
iudicata? Una cosa è presa per verità in quanto giudicata e, quindi, secondo lo stesso
Digesto il bianco è preso per nero, ciò che è positivo è preso per negativo. Ogni
comunità improntata sul discorso come causa erige un tribunale, dove il giudice
decide: decide come crede e decide come vuole. Queste due varianti non sono
alternative. Stabilito il riferimento all’essere, il giudice decide come vuole: e che cosa
vuole? Vuole il bene. Il giudice decide come crede: e, allora, sorge la questione di
distinguere tra credenza e fede, ma la distinzione è sottile, non sempre viene
stabilita, e, in ogni caso, fede o credenza, deve sempre essere riferita all’essere e,
quindi, dev’essere riferita al bene.

Socrate viene accusato da Meleto di turbare l’ordine costituito, un ordine dove
nessuno può dispensarsi dal rispetto verso gli dei, quelli in cui ognuno crede. Socrate
turba l’ordine costituito, anche perché influenza i giovani, anzi, secondo la
formulazione dell’epoca, “corrompe” i giovani. L’accusa che viene mossa a Socrate è
l’accusa di plagio. Secondo l’accusa, Socrate distoglie i giovani dal culto divino e li
induce a un altro culto, sicché non si tratta più di dei, ma di demoni.

Gli accenni alla vita di Socrate sono di notevole interesse: è andato soldato, ha
combattuto, a Potidea, a Delio, addirittura avrebbe salvato la vita ad Alcibiade, a
Senofonte, a Platone. Meleto lo accusa. Nella sua vita, Socrate è un sofista. Dagli
accenni di cui disponiamo, era allievo di sofisti e era sofista, era un esperto di retorica.
Noi leggiamo, oggi, l’Apologia di Socrate, ciò che egli avrebbe pronunciato
dinanzi a numerosi giudici. Il suo discorso è redatto da Platone. Nessuna trascrizione
in aula, nessuna stenografia. Il discorso è redatto da Platone, quindi risponde a una
logica. La sua Apologia ha una logica. Qual è la questione? Prima, dice che non
avrebbe bisogno di difendersi, basterebbero poche parole: non ha turbato l’ordine
costituito, non ha distolto nessuno dalla credenza negli dei, lui stesso rispetta gli dei,
non ha corrotto i giovani. Dichiara di non avere esperienza del tribunale, di essere
estraneo al linguaggio del tribunale. Incomincia a interrogare. Qui, siamo a esame e
controesame. Controesame da parte di Meleto, dell’accusatore. Socrate racconta
dell’oracolo: Chi è il più sapiente degli uomini? Socrate! Ma “io so di non sapere”. E,
quindi, sono andato a interrogare tutti coloro che si credono sapienti, tutti coloro che
esercitano un potere nell’establishment della polis. Interrogato correttamente,
ognuno risponde: e risulta che non è sapiente, che crede di sapere, ma non sa, e,
allora, Socrate, che sa di non sapere, interviene e interroga in nome dell’ignoranza.
Analizziamo, leggiamo l’Apologia, cioè lo scritto di Platone: la logica dei giudici è
la stessa logica dell’apologia. Non possono non condannare Socrate. Sorge una
divergenza: non tutti i giudici sono contro Socrate. Per il cinquantasei per cento, i
giudici sono contro Socrate. Ogni condanna, data la logica che deve governare il
“libero convincimento”, è condanna a morte. Socrate viene condannato. Dichiara:
non ho avuto il tempo sufficiente, altrimenti vi avrei convinti, avrei convinto ognuno
di voi. Contraddice quanto aveva detto all’inizio, che gli sarebbe bastato poco per
convincerli. Meleto dice che io sospendo la credenza negli dei e che favorisco la
credenza nei demoni? Ma i demoni sono i figli degli dei! La logica con cui Socrate
contrasta Meleto è la stessa logica di Meleto. Socrate ha urtato coloro che avevano
potere ad Atene, ma ha anche raggiunto un favore immenso. Dice che è un dono di
dio il contributo che egli ha potuto dare alla polis e all’umanità, e ai cittadini. Io non
ho commesso nessun reato: voi, giudici, non commettetelo condannando me,
sarebbe un sacrilegio! Viene condannato. Ma la pena di morte ha delle varianti, per
cui occorre un’ulteriore votazione. Le varianti sono tre: l’esilio, il carcere, una multa.
Socrate respinge, non accetta nessuna delle tre varianti. Pare accettarne una, ma
risponde in maniera derisoria: stabilito che il riscatto va pagato in mine, vi do una
mina. Ciò suscita l’ilarità di numerosi giudici. Le persone più vicine a Socrate sono
disposte a offrire trenta mine, quanto necessario perché Socrate sia “salvo”. La
salvezza è data dalle tre varianti della pena di morte. La pena chiamata salvezza. La
questione è se la pena di morte non sia la via stessa della salvezza, sicché le tre
varianti sarebbero inserite nella via della salvezza. Socrate, tuttavia, non accetta che
gli allievi, che hanno mezzi sufficienti, paghino la multa. E, allora, rimane la pena di
morte. Egli viene tradotto in carcere per l’esecuzione. Gli allievi si offrono, ancora, per
corrompere i carcerieri, ma Socrate non accetta. Rispetta le leggi di Atene, rispetta i
giudici, rispetta la sentenza. Si trova con alcuni allievi, può parlare con loro. A un
certo punto, diceva ai giudici che per ciò che ha fatto potrebbe ricevere soltanto un
premio, non una condanna. Ma, ora, con gli allievi, nell’ora estrema, enuncia
massime, direttive: di non rispondere all’ingiustizia con l’ingiustizia, al male con il
male.

La cosa principale è questa: nell’Apologia, Socrate accetta il ruolo di vittima. Si
sacrifica. Beve la cicuta. La pena di morte è sempre eutanasia. L’accettazione del
ruolo di vittima è data come la conoscenza, come la gnosi. La conoscenza stessa è la
giustizia, nel suo riferimento all’idea di essere e all’idea di bene. La giustizia è il
maggiore dei beni e l’ingiustizia il maggiore dei mali. Questo nella Repubblica (II,
366e-367a). E ognuno, attenendosi all’idea di bene e, quindi, al riferimento all’essere,
è il giudice di se stesso. “Conosciti, giudicati, medicati”. “Sacrificati”. Qui, il giudice è il
giudice della caverna.

Sempre nella Repubblica, un brano celebre (VII, 514a-b-c-515a):
Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata
spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo
incatenati così da restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di
girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso dietro di loro, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri
passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai
parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini per mostrare i burattini, sopra di essi […] vedi
allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro, oggetti di ogni
genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiate nei modi più vari; com’è
naturale alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.


Ciò che i prigionieri vedono dinanzi sono ombre. Resta la mitologia della
prigione, della purezza e del riscatto. Resta la mitologia dell’illuminazione. Kìnesis e
kìnema è il lavoro e il gioco delle immagini semoventi. Kìnesis: il movimento nel suo
lavoro. Kìnema: l’arte dell’immagine semovente. Ma, qui, la sembianza è un disvalore,
perché bisogna riferirsi al faro, all’illuminazione, attraverso la reminiscenza, alla
conoscenza. La conoscenza è di ciò che è.

Allorquando uno fosse sciolto e improvvisamente costretto ad alzarsi, a girare il collo, a
camminare, alzare lo sguardo verso la luce, facendo tutto questo soffrirebbe e a causa dei bagliori non
potrebbe fissare gli occhi sulle cose di cui prima vedeva le ombre (Rep., VII 515c).


Le ombre stanno dinanzi, il mondo è la prigione e gli umani sono catapultati
nella prigione: ciò che vedono è falso e ingannevole, occorre andare al di là e al di
sotto dell’apparenza. Arrivano, dunque, all’improvviso, fuori, s’imbattono nel sole. Le
catene, le ombre, il sole. Il sole è la causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano nella
caverna. Il sole. Questa è la conoscenza, l’episteme:

“[…] non è come voltare un coccio: si tratta piuttosto di una conversione della psiche da una
sorta di giorno notturno al giorno vero, cioè dell’ascesa verso ciò che è” (Rep., VII 521c).

Il monoteismo. Ma, ancora di più, l’essere, l’uno, l’unità. Questa è la conoscenza
che deve essere propria del giudice. Come la rappresenta? Qual è l’idea di
conoscenza? È l’idea di linea. La conoscenza è una linea. Questa linea, la divide in due
segmenti, un segmento più corto e uno più lungo: quello più corto è la doxa (è, per
esempio, ciò che il giudice crede), e quello più lungo è l’episteme, la scienza,
l’ontologia. Bisogna suddividere il segmento tra due. Vi sono i ciechi, coloro che non
vedono la linea, quindi la conoscenza; e vi sono coloro che, invece, si fondano sul
riferimento all’essere. A Platone interessa il segmento proprio della conoscenza.
L’altro segmento, quello dell’opinabile, si distingue in immaginazione (eikasía) e in
credenza (pístis). Il discorso come causa, la conoscenza, si distingue invece in ragione
discorsiva
(diánoia) e in intellezione (nóesis).

La mitologia della caverna diventa la mitologia della linea. Socrate si rivolge a
Glaucone:

La zona che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco
che sta in essa alla potenza del Sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è
quassù come l’ascesa della psiche verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal
momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può essere vera. Mi sembra che si manifesti questo:
all’estremo del conoscibile v’è l’idea di bene e la si vede a fatica, ma vistala c’è da dedurre [sullogistéa]
che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel visibile
la luce e il suo signore, nel noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e
che deve vederla chi intenda agire saggiamente sia nel privato sia nel pubblico (Rep., VII 517b-c).

La sentenza è azione della conoscenza e, quindi, ispirata all’idea di bene. È una
sentenza ontologica. Una sentenza luminosa. Algebrica e geometrica. Platone ne
enuncia il principio di solarità, che si può distinguere in principio di trasparenza e in
principio di evidenza. Tra sostanzialismo e mentalismo. La verità è solare. Come nel
giudizio del cerimoniale gnostico egizio con la bilancia di Osiride ognuno deve
essere giusto, cioè leggero come una piuma, qui ognuno deve essere solare. Il
discorso è solare. La verità è solare. La leggerezza è solare.

Abbiamo discusso di Quintiliano e dell’assurdità della probatio, ma la base di tale
assurdità sta in Aristotele. In particolare, è lui che, invece della logica degli enunciati,
edifica l’ontologia del “quadrato logico”, sul principio di non contraddizione. Poi, il
quadrato logico ritorna, in Apuleio, in Michele Psello, fino alla semantica strutturale
di Greimas. Per Aristotele (Etica Nicomachea, V, 1129b 19-29), la giustizia è “virtù finita
[teleía], non in assoluto, ma rispetto al prossimo. Per questo spesso si ritiene che la
giustizia sia l’eccellenza delle virtù, e né la stella della sera né la stella del mattino
sono altrettanto mirabili”. Aristotele concepisce una giustizia distributiva sulla base
della logica predicativa. È una giustizia algebrica e geometrica. E la descrive:

La giustizia è ciò per cui si dice che l’uomo giusto agisca secondo libera scelta del giusto, e non
assegna i beni, a se stesso rispetto a un altro oppure a un altro rispetto a un terzo, in modo da avere lui
stesso la parte maggiore di quanto è preferibile e dare la parte inferiore al suo prossimo – e il
contrario, di ciò che è dannoso – ma in modo da dare parti uguali secondo la proporzione, e lo stesso
fa con un altro rispetto a un terzo (Etica Nicomachea, V, 1134a 1-6).


Aristotele propugna il principio della proporzione sociale, che abbia compiuto
l’economia dell’improporzione. Qual è l’azione del giudice?

“Quando vi è disaccordo, la gente ricorre al giudice: ricorrere al giudice è come ricorrere al giusto,
e il giudice intende essere come un giusto psichico [émpsychon]”( Etica Nicomachea, V, 1132a 20-27).


Ma la giustizia non è rappresentabile, perché la garanzia non è costituita da
qualcosa. L’ostacolo è assoluto, è irrappresentabile. Così la causa: non è ideale, non è
finale.

“La gente cerca un giudice che media, e alcuni popoli chiamano i giudici ‘mediatori’”.

L’estremismo è una virtù del principio della parola. Ciascun elemento è estremo,
imprendibile, inafferrabile, inconoscibile. Ma, qui, l’estremismo è, idealmente, abolito.
Vale ciò che sta a metà, in mezzo, nel punto intermedio, nella “giusta” proporzione,
nella divina proporzione.

“…volendo dire che, se colgono il medio, coglieranno il giusto. Quindi il giusto è il medio,
poiché lo è il giudice”.


Il giudice deve essere mediocre!

“Il giudice restaura l’uguaglianza e, come nel caso del segmento diviso in due parti disuguali,
toglie alla sezione maggiore tanto, quanto essa supera la metà, e la aggiunge alla sezione minore”.


L’idea di giustizia è l’idea di linea distribuita fra due parti. Bisogna trovare il
punto medio in una linea. Ma la linea è ideale. Non c’è linea. E questa linea scompare
con Cicerone: tra la riva e il mare, non c’è più linea. Il rinascimento incomincia
appunto così, con Leonardo: non c’è più linea, non c’è più cerchio. Per ciò Leonardo
indaga intorno al nulla, al niente, al punto. Intorno al due. E intorno alla superficie.
Mai piana. Il principio di uguaglianza è stabilito su una linea.

Non fa nessuna differenza se sia stato un uomo dabbene a derubare un uomo dappoco, o sia
stato un uomo dappoco a derubare un uomo dabbene, né se a commettere adulterio sia stato l’uomo
dabbene o quello dappoco: la legge guarda solo la differenza prodotta dal danno, e tratta le due parti
come uguali: considera se il primo ha fatto ingiuria e il secondo l’ha subita, e se il primo ha
danneggiato e l’altro ha subito il danno. E per ciò il giudice si sforza di pareggiare il guadagno alla
perdita, togliendo a chi ha guadagnato (Etica Nicomachea, V, 1132a 1-14).


Quindi, si tratta di un risarcimento. Ogni giustizia diventa, così, sacrificale. Ogni
giustizia improntata al riferimento all’essere e all’idea di bene è una giustizia
sacrificale, esige il sacrificio umano, esige la pena di morte. Ma la pena è fondata dalla
questione chiusa. L’istituto della pena, come l’istituto della colpa, procede
dall’istituto della vendetta.

Il termine “guadagno’’ si usa, parlando in generale, per designare questi casi, anche se in certe
occasioni non è un nome appropriato: per esempio lo si applica a chi ha percosso, e il termine
“perdita’’ a chi ha subito (Etica Nicomachea, 1132 a 14).


Nell’Etica Nicomachea, è sulla base del sillogismo che viene pronunciato il
giudizio, raggiunto attraverso la probatio, non già attraverso la prova. E ciò che è
giusto deve essere anche equo. Con la metafora dell’equità, il caso viene assunto nel
sistema, contemplato dal sistema. Secondo il principio della proporzione sociale e
della distribuzione lineare.

Viene così evitata dal discorso come causa la teorematica, cioè l’analisi,
l’absolutio, la logica degli enunciati. La verità, quindi, viene assunta nella causa finale.
Soltanto con Leonardo e con Machiavelli la verità, come il riso, è effettuale. La verità e
il riso sono effetti della cifra della parola originaria.

Il processo a Socrate assurge a fondamento stesso dell’epistemologia. Socrate, in
base alla conoscenza, accetta il ruolo di vittima, beve la cicuta, muore. Socrate è
vittima. In questo modo, Socrate è salvatore. Salda e salva il discorso occidentale. Il
sacrificio umano è richiesto dall’illuminismo ontologico.

Un altro processo è molto controverso. Anche qui l’accusato turba l’ordine
costituito per la sua fede e per la sua influenza: il processo a Gesù Cristo. Dicendo
“Gesù Cristo”, che cosa diciamo? La lettura che noi compiamo degli scritti, dei vangeli
canonici, dei vangeli apocrifi, del vangelo di Giuda e degli scritti della patristica
attiene alla restituzione del testo cristiano.

Notiamo questo groviglio di controversie intorno a Gesù Cristo e, quindi, anche
intorno al processo.

Noi abbiamo pubblicato il libro di Massimo Centini e Ezio Ercole, Processo di
appello a Gesù Cristo
(1991). Anche i brani di Giuseppe Flavio sono controversi.
Svetonio, Plinio il Giovane e, sopra tutto, Tacito, Annali (XV, 44):

Una voce calunniosa attribuiva a Nerone l’ordine dell’incendio. Per farla breve: Nerone immaginò
alcuni colpevoli e fece sottoporre alle più raffinate torture uomini detestati per i loro delitti, che il
popolo chiamava cristiani. L’autore del loro nome è Cristo che, sotto il regno di Tiberio, fu condannato
al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato. Questa superstizione perniciosa, dapprima repressa, tornava
a diffondersi non solamente nella Giudea, l’origine del suo male, ma in Roma stessa.


Giuda è l’eletto fra gli apostoli? È il tredicesimo apostolo? È colui che dovrà
essere sostituito da un altro? È l’unico con cui Gesù Cristo parla? I vangeli forniscono
varie versioni. Cristo viene portato davanti a Anna. Anna, già sommo sacerdote,
suocero di Caifa, interroga Cristo intorno ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Cristo
risponde:

“Io ho parlato apertamente al mondo. Io ho insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove si
radunano tutti i giudei e di nascosto non ho mai detto nulla. Perché mi interroghi?” (Gv 18, 19-20).


Perché interroghi me intorno a coloro a cui ho parlato e intorno a ciò che ho
detto loro? Vi sono, nella dottrina ebraica, precise prescrizioni rispetto alla
testimonianza: nessuno può incriminare se stesso; un solo testimone non basta; se
tutti i giudici sono per la condanna a morte, l’imputato è assolto. Gesù risponde alla
giustizia secondo la procedura ebraica.

“Interroga coloro che hanno ascoltato cosa ho detto loro. Ecco, essi sanno ciò che ho detto”. Non
appena ebbe detto ciò, una delle guardie, che stava là, diede uno schiaffo a Gesù dicendogli: “Così
rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostra dov’è il male. Ma se ho
parlato bene, perché mi percuoti?”. Anna allora lo mandò, legato, al sommo sacerdote Caifa (Gv 18,
22-24).


Il Vangelo secondo Giovanni è un vangelo antiebraico. Il Vangelo secondo
Matteo è un vangelo per gli ebrei. Il Vangelo secondo Marco viene creato dopo la
distruzione del tempio di Gerusalemme. E non è lo stesso Gesù. In ciascun vangelo, si
tratta di un altro Gesù. E può distinguersi fra Gesù e Gesù Cristo. Harold Bloom (Gesù
e Jahvè. La frattura originaria fra ebraismo e cristianesimo
, 2005) lo fa a suo modo.
Secondo Matteo (Mt 26, 67-68), “Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono;
altri lo bastonarono dicendo: ‘Indovina Cristo! Chi ti ha percosso?’”. E secondo Luca,
allievo di san Paolo (Lc 22, 63): “Alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il
volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: ‘Indovina’. E i servi lo percuotevano: e gli bendarono
gli occhi e gli davano degli schiaffi e lo interrogavano dicendo: ‘Indovina, chi ti ha
percosso?’”.

Secondo la tradizione apocrifa, questa sarebbe la prima flagellazione. Il Vangelo
di Pietro riporta che “Altri fra coloro che erano presenti gli sputarono in faccia, altri gli
davano schiaffi, altri lo pungevano con una canna e alcuni lo frustavano, dicendo:
‘Ecco gli onori che rendiamo al Figlio di Dio’”.

Un re da burla può fare ciò che vuole per tre giorni, poi viene fustigato e ucciso.
Questo cerimoniale sciita doveva produrre una vittima sacrificale, salvatrice. Ma
anche a Roma, nei saturnalia, il re da burla poteva infrangere qualsiasi regola, come
un re, libero dalle leggi, e , poi, veniva ucciso.

Caifa: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo
uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11, 50). Ciò è detto rispetto
all’ebraismo o rispetto ai romani, a seconda della lettura.

Cristo viene mandato da Caifa. Il sistema politico e economico della casta era
stato turbato. La visita al tempio è un esempio. Ogni commercio, nel tempio, era
consentito e era negli interessi di coloro che lo consentivano. Il Talmud babilonese
scrive: “Gesù di Nazareth… con le sue magie aveva sedotto e sviato il popolo
d’Israele”. Delitto d’influenza.

Dunque Caifa: “Ti scongiuro per il Dio vivente perché ci dica se tu sei il Cristo, il
Figlio di Dio”. “Tu l’hai detto”, gli rispose, “anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio
dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo”. Allora, Caifa si
straccia le vesti e lo giudica reo di morte.

Leggete la pericope di Matteo (Mt 21, 33-45):

C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì
una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da
quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo
uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si
comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto di mio
figlio”. Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero fra sé: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e avremo
noi l’eredità”. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. Quando dunque verrà il padrone
della vigna che farà a quei vignaioli? Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la
vigna a altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai
letto nelle Scritture: ‘La pietra che i costruttori hanno scartata/ è divenuta pietra d’angolo./ Dal Signore
è stato fatto questo/ e è mirabile agli occhi nostri’?”.


Cristo introduce tante citazioni, come “maestro”.

“Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. Chi
cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno lo stritolerà”.
Udite queste parole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di
catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.


Questo è il Vangelo secondo Matteo. Ecco un brano del Vangelo secondo
Giovanni (7, 43-53):

E nacque dissenso tra la gente intorno a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli
mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero
loro: “Perché non lo avete condotto?”. Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla
quest’uomo!”. Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha
creduto qualcuno tra i capi o tra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge è maledetta!”.
Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge
giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Gli risposero: “Sei forse anche
tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”.


Cristo e gli apostoli vengono dalla Galilea, uno viene dalla Giudea: è Giuda. “E
tornarono ciascuno a casa propria”.

Gesù arriva a Gerusalemme: secondo Giovanni (Gv 12, 9-11), i sommi sacerdoti
vogliono ucciderlo, vogliono uccidere anche Lazzaro, perché la sua resurrezione ha
suscitato molti consensi. Anche Marco (Mc 3, 6): “I farisei uscirono subito con gli
erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”. Ci sono, poi, vari brani di
Giovanni improntati in questo modo: “Ma, intanto, cercate di uccidermi perché la mia
parola non trova posto in voi” (Gv 8, 37); “Eppure nessuno di voi osserva la Legge!
Perché cercate di uccidermi?” (Gv 7, 19). Anche qui, Cristo è rispettoso della legge
ebraica e rispettoso dei giudici. Ha compiuto un miracolo di sabato: questo gli viene
rimproverato, e lui dice: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.
Non contrasta, non va contro la legge, dice che va osservata. Come Socrate.
Socrate non va contro gli dei, rispetta gli dei. Gesù riceve il verdetto unanime del
sinedrio: “Tutti sentenziarono che era reo di morte” (Mc 14, 64). È in riferimento
all’essere che l’interrogatorio e la sentenza vengono stabiliti. Anche con Ponzio
Pilato.

L’atto di Cristo è l’atto di parola. La parola agisce. Non già l’idea. L’idea opera per
la scrittura dell’esperienza. Con l’atto di Cristo non c’è più sacrificio. Nessuna
accettazione della giustizia ontologica. Nessuna accettazione della morte. Nessun
sacrificio di sé. Non c’è più vittima. Non c’è più cannibalismo.

Anche Apuleio è stato accusato di plagio, sotto la specie della circonvenzione
d’incapace. Abbiamo analizzato la sua apologia.

Consideriamo una parodia dell’illuminismo ontologico, un piccolo libro: Antoine
de Saint-Exupéry, Le petit prince (1943). Un piccolo pianeta, un piccolo principe: si
occupa di poche cose e di una rosa con quattro spine. Capita, d’improvviso, nel
deserto dell’Africa, dove trova un bambino – l’io narrante, che scrive questa fiaba e
che fa un disegno. Il piccolo principe gli chiede di disegnare una pecora. Il bambino
fa varie prove, ma non è soddisfatto. A un certo punto, disegna una cassa. E il piccolo
principe gli chiede: Perché una cassa? E il bambino: Perché, dentro, sta la pecora. Il
piccolo principe raccomanda di mettere alla pecora una museruola, perché potrebbe
uscire dalla cassa, venire sul piccolo asteroide su cui il piccolo principe vive e
mangiare la rosa. “Se io perdo tempo per una rosa, questa rosa diventa unica al
mondo”. Il piccolo principe racconta all’io narrante lungo il suo viaggio fra vari
asteroidi, fra piccolissimi pianeti. Su uno di essi trova il monarca universale, che
regna, sulle stelle, su tutto. Il monarca è da solo: dà ordini, ma soltanto quegli ordini
che possono essere osservati. Ma non c’è nessuno per osservarli. C’è soltanto un
vecchio topo. Il vecchio topo subisce, continuamente, la condanna a morte. Ma, poi,
ciascuna volta, il monarca deve graziarlo, il vecchio topo viene continuamente
condannato e graziato, altrimenti il monarca resterebbe senza nessun altro su questo
pianeta. Su un altro pianeta, mentre l’io narrante continua a fare disegni, il piccolo
principe incontra un vanitoso, con un grande cappello. “A che cosa ti serve il
cappello?”. “Ho bisogno del cappello, perché io devo essere acclamato e, quando
vengo acclamato, devo salutare togliendomi il cappello”. Non c’è nessuno per
acclamarlo, per ammirarlo, ma lui è vanitoso, e ha il cappello, è pronto per essere
ammirato e acclamato. “Allora, acclamami almeno tu!”. Al momento della partenza
da quell’altro pianeta, il monarca universale aveva detto al piccolo principe: “Se tu
parti, ti do l’ordine di essere il mio ambasciatore”. Ancora su un altro pianeta, il
piccolo principe trova un bevitore. Sono personaggi illuminati e sacrificali.
Illuminismo sacrificale. È un bevitore, che beve per vergogna: e di cosa si vergogna?
Si vergogna di bere.

Secondo il messaggio politico del Timeo, ribadito dal Vangelo di Giuda, a ognuno
la sua stella. Platone (Timeo, 41b, 42b) scrive che il demiurgo “ripartì la psiche (dieilen
psychàs
) in modo pari agli astri, ognuna per ognuno”, e che, secondo il demiurgo,
“chi avesse vissuto bene il tempo assegnato, ritornato all’astro affine, sua dimora
destinata, lì avrebbe condotto la sua vita felice e consueta”.

A ognuno la sua stella. O il suo asteroide. O il piccolissimo pianeta. Parodia di
ogni psichismo.

Il piccolo principe incontra un businessman: sta lì con un tavolo, con un libro
enorme, su cui esegue tanti conti. Nessuno deve distrarlo: ha ricevuto tre visite, in
tanti anni, e ciascuna volta ha sbagliato un’addizione! “Io conto le stelle”. “E, una
volta contate, che cosa fai con le stelle?”. “Io le possiedo”. “Come, le possiedi? E il
monarca?”. “Il monarca regna, io possiedo. E, quindi, porto il conto in banca delle
stelle”. Poi, un altro personaggio con un grandissimo libro, che descrive i mondi. Lui
non viaggia tra i vari mondi, perché deve descriverli, deve fare il mappamondo! Gli
esploratori raccontano, e lui descrive. Adesso, come esploratore c’è lui, il piccolo
principe, che gli fa visita, ma non ci sono altri esploratori. “Bisogna vedere con il
cuore e non con gli occhi”, questo è il messaggio.

Aristotele dice, contro Alcmeone, allievo di Pitagora: il cuore, e non già il cervello,
guida la salute. Con Pitagora, la giustizia è aritmetica, anziché algebrica o geometrica.
Un’altra giustizia. Non è la giustizia distributiva. La giustizia aritmetica: forse, non l’ha
neanche scritta Pitagora. È la giustizia del secondo rinascimento. Per Alcmeone,
allievo di Pitagora, è il cervello a guidare la salute.

Scrive José Ortega y Gasset, nel libro Un’interpretazione della storia universale (che
raccoglie le lezioni tenute nel 1948-49 e pubblicato postumo nel 1979): “La
modernità significa vita senza valori sacri”.

I musulmani non devono imitare la modernità dell’occidente, ma devono attuare
nel mondo lo stato islamico perché il potere appartiene non agli uomini né al popolo,
ma a Dio, a Allah, e il popolo, invece, segue la legislazione divina trasmessa dal
profeta. Questa è la forte identità ontologica islamica.

La prima Sura del Corano, detta al-Fatiha (l’Aprente), è questa: “Guidaci sulla
retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi
nella tua ira né di coloro che vagano nell’errore”. “Coloro che sono incorsi nella tua
ira” sono identificati negli ebrei, mentre “coloro che vagano nell’errore” sono
identificati nei cristiani. Oltre centomila cristiani all’anno sono uccisi. Per ora. Questa
è la preghiera che ogni musulmano deve recitare un numero definito di volte ogni
giorno.

Abbiamo indicato la sura 37, quella in cui Allah, attraverso il sogno, parla a
Abramo che deve sacrificare, qui non Isacco, bensì Ismaele. Un commentatore di
questa sura scrive: “Anche Ismaele (pace su di lui) è perfettamente conscio che quello
che sta avvenendo è volontà imperscrutabile dell’Altissimo (gloria a Lui) ed è
serenamente rassegnato alla Sua volontà”. Allah ferma la mano di Abramo, Ismaele
viene sostituito con un montone. Questo sacrificio viene ripetuto ogni anno. Il
sacrificio è salvifico, è la giustizia divina, di Allah, a richiedere il sacrificio, il sacrificio di
sé.

Abbiamo discusso, a suo tempo, di Francis Fukuyama: la fine della storia,
l’avvento della supremazia dello Spirito. Abbiamo discusso anche intorno al discorso
di Benedetto XVI, il discorso di Ratisbona, un’esposizione dotta e edotta intorno
all’illuminismo ontologico e alla variante propria della sistematica romantica,
all’illuminismo romantico. Benedetto XVI propone l’alleanza fra la ragione e la fede.
La “shari’a” è la negazione della modernità. L’illuminismo islamico è ierocratico.
Lo stato è uno, uno come Allah. Un solo stato, nel mondo, per un solo Dio. La
giustizia divina si attua attraverso la pena di morte per gli infedeli. I fratelli
musulmani vengono prima di Khomeini. Il regno dell’Arabia saudita viene prima di
Khomeini, le monarchie sunnite vengono prima della repubblica islamica di
Khomeini.

Una lettera è scritta da Khomeini a Gorbaciov nel mese di gennaio 1989. Un anno
decisivo. Quanto avverrà nel 1989 è nuovo. Differenti paesi dell’Unione Sovietica
raggiungono l’indipendenza da Mosca. Il muro di Berlino crolla. Ma, qui, siamo
ancora in gennaio. Nei suoi interventi promossi da Alexander Jakovlev, il vero
ideologo della perestrojka, Gorbaciov propone di riformare il socialismo. Jakovlev sa
che ciò significa instaurare un regime liberale. Khomeini mette in guardia Gorbaciov:
il comunismo è morto, dovunque, era un materialismo, non era un valore.

Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso

Egregio Signor Gorbaciov, Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche, auspico a Lei e al popolo sovietico felicità e prosperità.


Incomincia con una captatio benevolentiae, poi spiega a Gorbaciov perché,
ormai, deve sposare la causa islamica. Ha già dato a alcuni stati islamici dell’Unione
Sovietica la libertà a autodeterminarsi: deve consentire, invece, che questa sia la vera
visione del mondo da porre in atto, il vero valore.

[…] Ovviamente è possibile che, a causa dei metodi sbagliati e dell’operato dei precedenti
uomini di governo comunisti in campo economico, si affacci l’immagine del verde giardino del mondo
occidentale. La verità è tuttavia altrove. Se Lei in questa circostanza si limiterà a un mero sciogliere i
nodi gordiani dell’economia comunista e socialista ricorrendo alle regole del capitalismo occidentale,
non solo non curerà i mali della Sua società, ma sarà altresì necessario che altri venga a porre rimedio
ai Suoi errori.


Non sbagli, signor Gorbaciov! Non sbagli! Se Lei sbaglia, altri dovrà rimediare ai
Suoi errori e accettare quello che sto dicendo.

Oggi infatti, se per quanto riguarda i metodi economici e sociali il marxismo è giunto a un vicolo
cieco, anche il mondo occidentale si trova in difficoltà di fronte a questi stessi problemi, sebbene in
forme diverse, oltre a dover fronteggiare altre difficoltà.

Egregio Signor Gorbaciov, bisogna aprire gli occhi alla verità. La difficoltà principale del Suo
Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà.


La proprietà, l’economia, la libertà, e tante altre cose, non hanno importanza.

Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o
trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla.


Come è finito nel nulla il comunismo, finirà nel nulla l’occidente!

Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della
creazione.

[…] Il Capo della Cina ha inferto al comunismo il primo colpo, Lei il secondo e, a quanto pare,
l’ultimo. Oggi al mondo non esiste più qualcosa chiamato comunismo. Ma da Lei voglio davvero che
nell’abbattere le mura delle illusioni marxiste non vada a cadere nella prigione dell’Occidente e del
Grande Satana.

Spero che troverà la vera gloria costituita dall’aver spazzato via dalla storia e dal Suo Paese gli
ultimi sedimenti imputriditi creati nel mondo comunista da settant’anni di deviazioni. […]

Signor Gorbaciov, quando, dai minareti di alcune vostre repubbliche, dopo settant’anni, si è
levato il grido Allah Akbar e la testimonianza di fede nella missione dell’ultimo Profeta (che la pace sia
con lui e con i suoi Discendenti), tutti i seguaci del puro Islam mohammadiano hanno pianto di
entusiasmo. Per questo ho ritenuto necessario richiamare alla Sua attenzione questo problema, per
invitarla a riflettere ancora una volta sulle due visioni del mondo, quella materialistica e quella ispirata
alla dottrina dell’unità divina.

[…] Il Santo Corano confuta il fondamento stesso della concezione materialistica. […] L’uomo,
per sua natura, anela a ogni perfezione in modo assoluto.


La volontà di bene.

Lei sa bene come l’individuo ambisca a essere potenza assoluta del mondo. Egli non è lusingato
da nessun potere che non sia tale. Se anche avesse tutto il mondo a disposizione, qualora gli si dicesse
che esiste anche un altro mondo, per sua natura, desidererebbe possedere anche quello. L’individuo,
per quanto sapiente possa essere, qualora gli si dicesse che esistono altre scienze, per sua natura,
desidererebbe apprendere anche quelle. Deve quindi esistere un potere assoluto, una scienza assoluta
a cui l’uomo dona il suo cuore.

Esso è Dio Onnipotente. Noi tutti ce ne rendiamo conto, anche se non ne siamo consapevoli.
L’uomo desidera raggiungere la Verità assoluta, annullarsi in Dio. L’anelito alla vita eterna, che è
insito nella natura di ogni individuo, è un segno dell’esistenza di un mondo eterno esente dalla morte.


L’islamismo dichiara di non avere paura della morte, perché la morte è un varco,
è la via della salvezza, è salvifica, è sacrificale, è la pena. Segue l’illuminismo
ontologico.

Khomeini invita Gorbaciov a divenire suo allievo. E, poi, proclama:

[…] Concludendo, dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più
saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema.
Il nostro paese, in ogni caso, come in passato, crede nei rapporti reciproci di buon vicinato e
nutre per questo principio il più profondo rispetto. Che la pace sia con chi segue la Guida.


La pace: per chi segue la Guida con la ‘g’ maiuscola, non per gli infedeli!

L’illuminismo ontologico, anche nella variante islamica, è questo. Presuppone il
dominium mundi.

La civiltà planetaria non è la civiltà tanatologica, fondata sull’illuminismo
ontologico. È la civiltà della parola, della parola nel suo numero e nella sua cifra. È la
civiltà del secondo rinascimento.



26 marzo 2016


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