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La libertà, il Movimento cifrematico, nonché lo psichismo giudiziario e i soggetti [seconda parte]

Armando Verdiglione
(24.03.2016)

1930, il Codice Rocco. Due reati, che non ci sono in nessun altro ordinamento,
sono inventati nel Codice Rocco: il reato di plagio, con l’accezione precisa che viene a
avere in questo codice, e il reato di associazione per delinquere, che non ha
corrispondenza né nel Codice napoleonico né, propriamente, nel Codice toscano, e
nemmeno nel Codice Zanardelli. Questi due reati sono contraddistinti dalla vaghezza
e affidati all’arbitrio assoluto dei giudici. Per trent’anni, dal 1930 al 1960, il reato di
plagio non trova applicazione. Ci sono processi e sentenze finali, che dicono: “il fatto
non costituisce reato” o “non ha commesso il fatto”.

Ecco la sentenza della Corte costituzionale n. 96 del 1981. Questa sentenza è
stata cancellata dallo psichismo giudiziario che si è instaurato fino a oggi.
Il giudice relatore è Edoardo Volterra. In questa sentenza i giudici della Corte
costituzionale dicono perché considerano opportuno censurare questo reato, il reato
di plagio, e abolirlo. Pronunciano la seguente sentenza:

“[…] sentenza nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 603 del codice penale (plagio)
promosso con ordinanza emessa il 2 novembre 1978 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma, nel
procedimento penale a carico di Grasso Emilio, iscritta al n. 638 del registro ordinanze 1978 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52 del 21 febbraio 1979. […]


Con la prima censura il giudice a quo lamenta la violazione del principio di
tassatività della fattispecie contenuto nella riserva assoluta di legge in materia
penale.

“In riferimento all’art. 25 della Costituzione questa Corte ha più volte ripetuto che a base del
principio invocato sta in primo luogo l’intento di evitare arbitri nell’applicazione di misure limitative di
quel bene sommo ed inviolabile costituito dalla libertà personale. Ritiene quindi la Corte che, per
effetto di tale principio, onere della legge penale sia quello di determinare la fattispecie criminosa con
connotati precisi in modo che l’interprete, nel ricondurre un’ipotesi concreta alla norma di legge,
possa esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da fondamento controllabile. Tale onere
richiede una descrizione intellegibile della fattispecie astratta, sia pure attraverso l’impiego di
espressioni indicative o di valore […] e risulta soddisfatto fintantoché nelle norme penali vi sia
riferimento a fenomeni la cui possibilità di realizzarsi sia stata accertata in base a criteri che allo stato
delle attuali conoscenze appaiano verificabili. Implicito e ulteriore sviluppo dei concetti ai quali questa
giurisprudenza si è ispirata comporta che, se un simile accertamento difetta, l’impiego di espressioni
intellegibili non sia più idoneo ad adempiere all’onere di determinare la fattispecie in modo da
assicurare una corrispondenza fra il fatto storico che concretizza un determinato illecito e il relativo
modello astratto”.


Nessuna rispondenza fra la norma e la fattispecie. Se la norma è vaga non si può
cogliere la fattispecie, salvo inventarla per analogia, come dice questa sentenza.

“Ogni giudizio di conformità del caso concreto a norme di questo tipo implicherebbe un’opzione
aprioristica e perciò arbitraria in ordine alla realizzazione dell’evento o al nesso di causalità fra questo
e gli atti diretti a porlo in essere, frutto di analoga opzione operata dal legislatore sull’esistenza e sulla
verificabilità del fenomeno. E pertanto nella dizione dell’art. 25 che impone espressamente al
legislatore di formulare norme concettualmente precise sotto il profilo semantico della chiarezza e
dell’intellegibilità dei termini impiegati, deve logicamente ritenersi anche implicito l’onere di
formulare ipotesi che esprimano fattispecie corrispondenti alla realtà”.


Plagium: impossessarsi, trattenere, fare oggetto di commercio un uomo libero o
uno schiavo altrui. La cattura di un uomo, o rendendolo schiavo o sottraendolo a un
altro padrone o vendendolo a un padrone. “Plagio”, quindi, in questa accezione:
cattura di un uomo libero o cattura di uno schiavo, sottratto a un altro padrone.
Marziale (Epigramma LII) introduce il “plagio letterario”, che rimane nei vari
ordinamenti. Com’è che la cattura di un uomo libero diventa la cattura del cervello e,
quindi, diventa concorrente dell’inquisizione, che fa la caccia al cervello.

Nella sentenza, segue un’esposizione in cui vengono richiamate la Lex Fabia, la
Lex Salica e altre leggi storiche, che riguardano, sempre, la schiavitù. Ma sta qui la
questione: la libertà secondo il canone occidentale è la schiavitù, come scrive Orwell
nell’opera 1984. Il soggetto è la schiavitù. Questo è lo psichismo del discorso
occidentale. Però non viene accettato dalla Corte costituzionale.

La sentenza del 1981 richiama varie legislazioni rispetto al reato di plagio, che
riguardava la cattura di un uomo libero per tradurlo in schiavitù oppure la
sottrazione, la cattura di uno schiavo, che aveva un altro padrone, per venderlo a
altri. Taluni ordinamenti proibivano “l’arruolamento non autorizzato di sudditi”.
Erano sempre norme che riguardavano la schiavitù, quindi la forzatura in senso fisico.

“[…] Delle legislazioni italiane preunitarie una sola, il codice penale del Granducato di Toscana
del 20 giugno 1853 in vigore il 1° settembre dello stesso anno, usa il termine di « plagio » in un preciso
significato giuridico […]. « p 1. Chiunque, per qualsivoglia scopo, in grazia del quale il fatto non
trapassi sotto il titolo di un altro delitto, si è ingiustamente impadronito di una persona suo malgrado,
od anche d’una persona consenziente, che sia minore di 14 anni, soggiace come colpevole di plagio,
alla casa di forza da tre a sette anni, o, nei casi più leggeri, alla carcere da uno a tre anni. p 2. E quando
il plagiario abbia consegnato la persona, di cui si è impadronito, ad un servigio estero militare o
navale, o l’abbia fatta cadere in schiavitù, è punito sempre con la casa di forza da cinque a dodici anni
»”.


Nell’articolo 359 dello stesso codice, come per il reato di associazione a
delinquere, sullo sfondo, qualcosa si prepara, interviene una forzatura ideologica tra
il Codice toscano e il Codice Zanardelli, per arrivare al reato di plagio e al reato di
associazione a delinquere nel Codice Rocco.

“[…] Nel seguente art. 359 la pena prevista nel ff 2 del precedente articolo è comminata a colui
che « ha tolto arbitrariamente all’autorità domestica un minore di 14 anni tutto che consenziente,
affinché professi una religione diversa da quella in cui è nato »”.


Qui, una variante. È reato far cambiare religione a un minore di 14 anni.

“[…] fatto questo che, secondo uno dei maggiori commentatori del codice toscano, Giuseppe
Puccioni, dovrebbe intendersi come un delitto affine a quello del plagio”.


Quindi, sullo sfondo, questa forzatura ideologica, già nel Codice toscano.
In Commissione, era intervenuto un dibattito, prima di arrivare al reato di plagio
nel codice del 1930, con obiezioni radicali. Anzi, le obiezioni per cui questo reato non
può stabilirsi. Tutte le obiezioni che la Corte costituzionale fa proprie nel 1981, erano,
in gran parte, nel dibattito della Commissione che ha preceduto, nel 1930, la
definizione della legge da parte del guardasigilli. Nel passaggio dalla Commissione al
guardasigilli è avvenuta la forzatura per cui il reato, che non avrebbe dovuto essere
introdotto nel codice per ragioni di vaghezza, è stato introdotto.

“[…] Il codice penale italiano del 1930 usa il termine plagio in un significato del tutto nuovo,
diverso da quello dei precedenti codici e in particolare da quello del 1889 e diverso anche da quello
originario antico. […]

La prima sezione comprende 5 articoli (600 - 605). Il 600 ha un contenuto letterale identico a
quello dell’art. 145 del precedente codice del 1889, articolo, il quale, come già detto, era rubricato
sotto il nome di « plagio » e corrisponde pedissequamente al testo di questo: « Chiunque riduce una
persona in stato di schiavitù o in una condizione analoga alla schiavitù è punito con la reclusione da 5
a 15 anni ». (Rispetto al testo dell’art. 145 del codice del 1889 vi è solo l’aggiunta delle due parole: « alla
schiavitù » […])”.


Le due parole sono state aggiunte nel Codice Rocco. Veniamo all’articolo 603:

“[…] « Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di
soggezione, è punito con la reclusione da 5 a 15 anni »”.


La questione è questa: non è più la schiavitù ma la soggezione. “Totale stato di
soggezione”. Nella Commissione si dice che risulta impossibile definire questa figura
criminosa, distinta dalla schiavitù. La riduzione in schiavitù è un reato determinato,
ma la riduzione “in totale stato di soggezione” è un reato indeterminato. O è
schiavitù o non è schiavitù, questa è l’obiezione. Senza schiavitù non può sussistere il
reato di plagio. La reazione del guardasigilli ha operato la forzatura ideologica. La
Commissione aveva concluso con l’impossibilità di definire il reato di plagio, mentre
il guardasigilli ha concluso per la necessità ideologica del reato di plagio.

“Il guardasigilli nella sua relazione al progetto definitivo non teneva alcun conto del risultato
della votazione […]. La relazione del guardasigilli, la quale commentava il testo del progetto e non il
testo definitivo, senza tener conto del mutamento, contemplava come figura distinta, ma parallela alla
riduzione in schiavitù, il plagio, affermando che questo reato « consiste nel sottoporre taluno al
proprio potere in modo da ridurlo in tale stato di soggezione da sopprimerne totalmente la libertà
individuale
». E aggiungeva, « lo stato di soggezione suddetto è qui uno stato di fatto. Lo status
libertatis, come stato di diritto rimane inalterato, ma la libertà individuale della vittima è soppressa. Tra
il colpevole e la vittima si stabilisce, in sostanza, un rapporto tale che il primo acquista sulla seconda
completa padronanza e dominio, annientandone la libertà nel suo contenuto integrale,
impadronendosi completamente della sua personalità”.


E questo anche con “il consenso della vittima”. A detta del legislatore,

“[…] condizione analoga alla schiavitù deve interpretarsi come condizione in cui sia socialmente
possibile per prassi, tradizione e circostanze ambientali, costringere una persona al proprio esclusivo
servizio, laddove il plagio deve necessariamente ipotizzare anche una conculcazione dell’interno
volere. […]

Nel codice del 1930 risulta pertanto individuata, distinguendola da quella dell’art. 600, una
fattispecie penale che per la prima volta è chiamata con l’antichissimo termine di « plagio »,
concretizzando legislativamente nel solo ordinamento italiano la modifica del valore lessicale della
parola. Nello stesso tempo non viene conservata per l’art. 600 quella che era la denominazione della
identica fattispecie prevista nell’art. 145 del codice del 1889 ed indicata nelle rubriche ufficiali del
progetto di questo codice come « plagio ». Essa viene invece denominata « riduzione in schiavitù »”.


La riduzione in schiavitù e il plagio sono due reati distinti. Solo che, nel codice
del 1889, il plagio era la riduzione in schiavitù, mentre nell’articolo 603 del 1930 la
parola “schiavitù” scompare.

“La nuova norma, la quale prevedeva una pena gravissima, era sconosciuta alle precedenti
legislazioni italiane e a quelle europee. Né risulta che in altri ordinamenti sia stata recepita la
disposizione dell’art. 603 del codice italiano vigente o che sia stata prevista e repressa l’attività
criminosa indicata in questo articolo distinguendola dalla riduzione in schiavitù o in situazione
analoga”.


Questo reato non è stato recepito in nessun ordinamento europeo! Né è stato
recepito, in nessun ordinamento, il reato di associazione a delinquere così come è
stato formulato nel Codice Rocco e come permane in vigore nell’ordinamento
italiano.

“[…] emerge chiaramente come nei primi trenta anni di vita del codice non fosse stato risolto in
modo soddisfacente il problema di condurre in ipotesi concreta ed univoca la formula normativa
dell’art. 603. […]

Nei primi quaranta anni di vita del codice si sono avuti rarissimi processi di plagio tutti di
assoluzione con la formula « perché il fatto non sussiste » o « perché il fatto non costituisce reato » o
perché il fatto non costituiva il reato di plagio, ma doveva essere diversamente rubricato”.


Che cosa succede nel 1961?

“[…] Per la prima volta nel 1961 la Corte di cassazione in una sentenza, con la quale accoglieva un
ricorso per mancanza di motivazione sull’affermazione della responsabilità dell’imputato, dichiarava
esplicitamente la natura psichica di questo reato e dei suoi elementi costitutivi”.


Fino al 1961, non era in ballo lo psichismo. Entra in ballo, sia pure per assolvere,
con questa sentenza della Cassazione, “[…] la natura psichica di questo reato”. È un
reato psichico!
Ma anche l’associazione per delinquere è un reato psichico.
La sentenza di Cassazione del 1961 recitava:

“«le condizioni materiali di vita del soggetto passivo non hanno altro valore che quello di un
mero riscontro indiziario: ciò che più conta, invece, sono le sue condizioni psichiche»”.


Con quella sentenza, quindi, incomincia già il soggetto. Finora era una forzatura
di tipo fisico, adesso entra in ballo la forzatura psichica.

E veniamo alla sentenza del 1968. Il terreno è preparato. 14 luglio 1968.

Movimenti in ogni parte d’Europa, ma in Italia abbiamo questa sentenza.

“[…] I concetti espressi nella sentenza del 1961 sono stati applicati nell’unica pronunzia di
condanna per il reato di plagio della Corte di Assise di Roma 14 luglio 1968, confermata dalla Corte di
Assise in appello con sentenza 28 novembre 1969 e dalla Corte di cassazione con sentenza 30
settembre 1971. È espressamente affermato che per la consumazione del plagio «non è richiesta una
padronanza fisica sulla persona, ma un dominio psichico»”.


Sia prima sia dopo il 1930, “plagio” significava padronanza fisica, ora significa
un’altra cosa: “un dominio psichico”, una padronanza psichica.

“[…] «un dominio psichico, al quale può eventualmente accompagnarsi, ma non
necessariamente, una signoria in senso materiale e corporale; per effetto di questo dominio psichico
dell’agente lo status libertatis della vittima, inteso come stato di diritto rimane inalterato, ma è la sua
libertà individuale quale entità concreta di fatto che viene soppressa»”.


Coartazione della volontà.

“[…] Si ribadisce ancora questa concezione aggiungendo che per effettuare questo reato, non
occorre che il colpevole si impadronisca materialmente del soggetto passivo e ripetendo quanto
affermato nella precedente sentenza del 1961, che, a differenza del sequestro di persona, le condizioni
materiali della vittima non hanno altro valore che quello di mero riscontro indiziario, contando invece
le condizioni psichiche”.


In seguito a questa sentenza della Corte di Cassazione del 1971 avviene un
dibattito immenso, negli anni settanta, intorno a questo reato. Libri, articoli, un
movimento. Noi abbiamo indagato, allora, intorno alle ragioni, degli uni e degli altri,
per l’abolizione del reato di plagio. Abbiamo riscontrato, nel volume Sotto il nome di
plagio
(1969), pubblicato a proposito del caso Braibanti, il pregiudizio, che è proprio
della stregoneria, è proprio della creazione del soggetto. È il pregiudizio proprio della
caccia alle streghe, un pregiudizio inquisitorio, anche negli interventi di Cesare
Musatti e di Umberto Eco.

Questa sentenza del 1981 dice dell’“impossibilità di riscontrare nella realtà un
totale stato di soggezione, tale cioè da sopprimere integralmente (e non « quasi
integralmente ») ogni libertà ed autonomia di determinazione del soggetto che si
assume plagiato”. Suggestione, persuasione: la sentenza le ascrive a attività
psichiche: attività psichica di suggestione, attività psichica di persuasione. In questa
sentenza manca la nozione d’influenza. La sentenza conclude che:

“[…] L’accertamento se l’attività psichica possa essere qualificata come persuasione o
suggestione con gli eventuali effetti giuridici a questa connessi, nel caso del plagio non potrà che
essere del tutto incerto e affidato all’arbitrio del giudice”.


E non accetta, la Corte costituzionale, l’“interpretazione analogica, tesa ad
assimilare gli stati realizzabili di quasi totale soggezione allo stato irrealizzabile di
totale soggezione”. Non ci sarebbe il reato di plagio, ma, per analogia, chiamiamo
plagio questo “stato di totale soggezione”. Questa interpretazione analogica postula
il soggetto. È per analogia che viene creato il soggetto.

Che cosa succede? Il reato viene abolito. Non c’è modo di applicare l’articolo
intorno al plagio. Ma la mentalità, ormai, è quella. La mentalità vuole che ci sia un
soggetto irresponsabile, incapace o deficiente.

La circonvenzione ha la stessa natura. Anche il reato di circonvenzione
d’incapace è un reato originale del Codice Rocco. È il prodotto di un’ideologia. Risulta
il modo di reintrodurre il reato di plagio. E così è avvenuto con il primo processo: è
per questo che abbiamo intitolato il “Libro bianco” Sotto il nome di incapace (1989).
Mauro Mellini era protagonista nella prima battaglia, quella per l’abolizione del reato
di plagio, e è protagonista anche nella battaglia per l’abolizione del reato di
circonvenzione d’incapace. Non c’è soggetto incapace. Incapace sarebbe la donna,
sempre, in particolare una volta al mese, incapace sarebbe il redattore rispetto al
direttore, chiunque si creda inferiore! Il soggetto. Il soggetto è irresponsabile,
incapace e deficiente. È lo psichismo che avanza. Io introduco, dagli anni settanta in
poi, l’analisi dello psichismo, non già un altro psichismo. Ma mi viene opposto lo
psichismo.

La proposta di legge è presentata il 16 maggio 1989, dopo la sentenza di
condanna nei miei confronti da parte della Corte di Cassazione, il 10 marzo. Il 10
marzo 1989, la sentenza. L’11 marzo, conferenza stampa nella nostra sede di piazza
Duomo, dove dico che “gli ayatollah” si sono espressi. Conferenza stampa
ampiamente ripresa dai media. Il 16 maggio 1989, i parlamentari presentano questa
proposta. Primo firmatario è Mauro Mellini, poi altri 140 firmatari. Stava per diventare
una legge effettiva. Ma finisce la legislatura, come succede in Italia. Intanto, però, il
dibattito si era instaurato.

Se fosse stato abolito il reato di circonvenzione d’incapace, la conseguenza della
condanna della Cassazione del 10 marzo 1989 – conseguenza sull’Italia, non su di me
– non ci sarebbe stata, o non sarebbe stata negli stessi termini. Qual è stata la
conseguenza di quella condanna, e quindi della reintroduzione del reato di plagio
attraverso la circonvenzione d’incapace? È stato il trionfo dello psichismo, trionfo
dell’apparato medico-legale, il trionfo dello psichismo psicofarmacologico, dello
psichismo psicoterapeutico, con l’euforia di ogni psicopompo. Nemmeno l’ombra
della psicoterapia poteva instaurarsi con il dispositivo della parola, stabilito dal 5
febbraio 1973. Con questa condanna viene portato al trionfo questo psichismo.
Apoteosi del soggetto.

Chi sono i primi firmatari della proposta di abolizione del reato di circonvenzione
d’incapace? Mauro Mellini, Franco Piro, Ferdinando Facchiano, Stelio De Carolis,
Raffaele Mastrantuono, Michelangelo Agrusti, Franco Russo, Gianni Mattioli, Pier
Luigi Castagnetti, Francesco Colucci, Maurizio Noci, Emilio Vesce, Giuseppe Calderisi,
Francesco Rutelli, Marco Pannella, Nicola Savino, Mauro Sanguineti, Filippo
Fiandrotti, Gianni Tamino, Enzo Tiezzi, Bruno Zevi, Gianni Lanzinger, Giacomo
Mancini, Alfredo Biondi. Comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, radicali,
democristiani: i firmatari erano di qualsiasi partito. Il reato di circonvenzione
d’incapace non è stato abolito! È una questione. Ci siamo trovati, quindi, alla
“fabbrica dei soggetti”.

Lo psichismo giudiziario che cosa ha prodotto, dal 18 novembre 2008, in ogni
angolo? Ho fatto di tutto per sospenderlo, per analizzarlo: i libri, le conferenze, le
riunioni, le telefonate, gl’incontri. Niente da fare! Lo psichismo giudiziario ha
trionfato. Ma la questione non si chiude.

Uno psichismo s’introduce con la sentenza della Corte di Cassazione del 1961.
Viene sancito più gravemente con la sentenza definitiva di condanna in Cassazione di
Aldo Braibanti del 30 settembre 1971. Viene sospeso, a seguito di un movimento
culturale che ha portato alla sentenza della Corte costituzionale n. 96 del 9 aprile
1981, che ha abolito il reato di plagio, ma viene ripreso con la sentenza della
Cassazione del 10 marzo 1989. Questa sentenza sancisce la legge Ossicini del 18
febbraio 1989 e l’utilizzazione che ne verrà fatta, con i fasti della psicofarmacologia e
della psicoterapia. Noi abbiamo fatto di tutto affinché nella legge Ossicini non
venisse inclusa la psicanalisi, affinché la legge riguardasse gli psicologi, i quali
“avevano bisogno” di uno statuto ordinale, ordinario, di un ordine. Senza un ordine
sarebbero stati senza la bussola! La legge Ossicini è fatta per loro. Da tale legge viene
esclusa la psicanalisi. La legge Ossicini riguarda le psicoterapie non analitiche. Ma la
sentenza contro Verdiglione ha conseguenze gravi. La legge Ossicini viene applicata
per tutto. Quanti sono, in Italia, le associazioni di psicanalisti, gli psicanalisti che non
si sono arruolati nella legge Ossicini? Ce ne sono, ma moltissimi si sono arruolati,
freudiani, junghiani, lacaniani. Qualsiasi dibattito intorno alle questioni essenziali è
stato cancellato. Se la psicanalisi aveva aperto una breccia rispetto alla parola, questa
è stata richiusa. La psicanalisi è diventata psicoterapia. Ma questa ideologia
dell’incapace è ritornata in questo processo e è intervenuta nell’associazione: un
caso, poi un altro caso, poi quasi tutti. Un’ideologia. F. B. racconta minchiate per
uscire dal processo. Non vuol essere imputata nel processo e, allora, parla secondo
uno schemino facile facile. Ma è stata seguita da altri, e da altri che non offrono
nessuna testimonianza, per paura!

Un capitolo importante riguarda quella che viene chiamata associazione per
stregoneria. L’associazione per stregoneria ha tutte le caratteristiche, che vengono,
poi, canonizzate, formalizzate, sancite e che diventano, poi, l’associazione per
delinquere. Ci sono tutte le basi di quello che sarà lo psichismo. Il demonismo si
tramuta in psichismo.

Nell’antichità, la “strega” era qualcosa di vago. Circe veniva considerata una
maga, ma era una dea. Nell’Odissea (X, 310) Circe “ha bei riccioli”. Non era maligna,
non dispensava mali, ma piaceri. Sua nipote, Medea, era considerata una maga nera.
Anche Medea, a cui vengono attribuiti mali, in effetti non ha commesso mali. Non è
lei responsabile della morte di Creonte, contrariamente a quanto le viene attribuito,
né della morte dei figli, che, in realtà, sono stati lapidati dai Corinti. I Corinti avevano
dato cinque talenti a Euripide affinché cambiasse versione. Eppure Euripide, anche
così, sublima Medea. Introduce la pietà verso Medea.

Sant’Agostino corregge Porfirio rispetto alla demonologia. Ma assume i
daemones nel suo sistema teologico.

Qual è il confine fra teologia e demonologia? I daemones stavano tra il cielo e la
terra, mediatori, angeli. Senonché sono tentati dall’hybris, che desta la suscettibilità di
Dio. Mancano della carità, dice sant’Agostino.

Un esempio di congregazione di streghe è dato da Lucano, Pharsalia, VI. Varie
cose si descrivono intorno alla magia, anche nel Satyricon: Trimalcione fa danzare
scheletri sulla mensa. Tacito è acuto. In una pagina degli Annali, 15, 44, scrive come
viene colpita da Nerone la congregazione dei cristiani: “Vennero condannati non
tanto per il crimine dell’incendio quanto per l’odio verso il genere umano”. Cioè,
coloro che credono in un solo Dio vengono considerati nemici del genere umano.
Quindi, man mano, sono ritenuti contro l’ordine pubblico, contro la pubblica
tranquillità, contro la pace pubblica, “Per cui nasceva pietà verso di loro, pur colpevoli
e meritevoli di esemplare punizione, come se fossero eliminati non a beneficio di
tutti ma per crudeltà di uno solo”.

Giuliano l’Apostata ritiene che il cristianesimo avesse avuto fortuna perché san
Pietro, nelle catacombe, praticava annualmente l’infanticidio.

Scrive il Formicarius (1436-1438) Jean Nider, che, nella regione di Losanna,
pratica la caccia alle streghe. Alla congregazione vengono attribuiti il cannibalismo e
l’infanticidio. Coloro che stabiliscono il pactum diaboli hanno la mobilità di viaggiare,
volare, tramutare oggetti. Nasce il sabba.

Ma ciò che sta alla base dell’inquisizione a Milano (l’impianto del 1630 è quello
che, poi, si perfeziona e prosegue dopo), lo trovate nel libro di Francesco Maria
Guaccio: nato intorno al 1570, è stato, poi, a Clèves per un processo: lì, incontra
Nicolas Rémy, procuratore generale della Lorena, che, fra il 1576 e il 1606 emana più
di duemila condanne al rogo. Nicolas Rémy è citato molto da Guaccio.

Guaccio fa un compendio, con molti aneddoti, con novelle, con descrizioni. Lo
scrive nel 1604, il libro esce nel 1608, nella prima versione. Poi, dopo molte altre
esperienze, pubblica una nuova edizione, molto ampliata, arricchita di molti esempi,
molto istruttivi. Ma, sopra tutto, importa come viene individuata la stregoneria, che
cosa viene chiamata stregoneria e qual era la favolistica, la novellistica, l’aneddotica
intorno alla stregoneria e come si persegua uno sforzo “teologico”, dottrinale,
giurisprudenziale, per cogliere, individuare, giustificare la condanna e il rogo. Questo
libro, Compendium maleficarum (1626), parla anche delle unzioni. L’autore, Francesco
Maria Guaccio, è intervenuto nel processo a Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza. Il
Compendium è stato alla base di quel processo. Il libro ha avuto l’imprimatur del
cardinale Federico Borromeo, che non è il personaggio descritto da Alessandro
Manzoni. Il Federico Borromeo del Manzoni ha qualcosa a che fare, forse, con san
Carlo Borromeo. È una santificazione di Carlo Borromeo. Impossibile una
santificazione di Federico Borromeo, nonostante i suoi meriti culturali, non ultimo
l’istituzione dell’Ambrosiana.

Guaccio è protagonista nel processo a Giangiacomo Mora e a Guglielmo Piazza,
un processo preparato. Vigeva l’equazione: la stregoneria porta la peste. Quali sono i
luoghi da evitare. E cita, nel libro, la barbieria, dove si fanno intrugli, impasti. Reca
esempi di streghe, che hanno confessato di avere tanti litri di unguenti, che hanno
sparso di qua e di là. Le streghe confessano, prima di andare al rogo! Così scrive
Francesco Maria Guaccio. Il Compendium maleficarum è un libro importante.
Leggetelo: e non avete più bisogno di leggere la sentenza del 17 dicembre 2015.
Che cosa succede con questa sentenza? Bisogna fare una battaglia per
l’abolizione del reato di associazione per delinquere, come pure del reato di
circonvenzione di incapace e come pure dell’art. 21, comma 7, della Legge 633/1972.
Quali sono le conseguenze di questa condanna? Questa battaglia, occorre
vincerla non per noi: occorre vincerla per Milano, per l’Italia, per l’Europa. Altrimenti, il
purismo finanziario e militare s’instaura in Europa, tenendo sempre come pretesto la
stregoneria, attraverso i numeri, le strutture, i dispositivi, i servizi intellettuali, i libri, le
opere d’arte, le cifre, le fatture. Il Compendium maleficarum scrive che cosa fa la
strega: fattura l’arte e l’invenzione.

Milano, 19 marzo 2016

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