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La libertà, il Movimento cifrematico, nonché lo psichismo giudiziario e i soggetti [prima parte]

Armando Verdiglione
(24.03.2016)

La peste, percepita anche come droga, ghermisce Milano. La peste, la droga.
Quella che, a suo modo, Karl Marx, nella Questione ebraica (1844), chiama la
“particolarità” inviolabile. E, forse anche su questa onda della caccia alla particolarità,
Freud, nel 1909, esclama: “[Gli americani] non sanno che stiamo portando loro la
peste”.

La peste a Milano, la peste a Atene, la peste a Firenze. A Atene: leggete ancora
Lucrezio. A Firenze: leggete ancora Boccaccio. E a Milano. Milano, che, con Firenze,
con Roma e con altre città, è protagonista del rinascimento, è anche protagonista
della peste: 1480, 1524, 1576, 1630. Oggi, è ancora la peste. La particolarità. La peste
è percepita nei trattati, dal XIV secolo in poi, sempre più, come una conseguenza
della stregoneria. Si precisa come una conseguenza dell’unzione con la peste del
1630.

Particolarità, l’idioma, la peste di Milano, da oltre cinquant’anni, è la dissidenza.
La particolarità è diadica o triadica. La particolarità è la particolarità della parola
originaria. La parola, infatti, nel suo numero, nella sua particolarità, nel suo idioma e
nella sua cifra: libera, arbitraria, intera, leggera. La parola nel suo principio. Le virtù
del principio. Fra cui la libertà: libertà della parola, e non già libertà del soggetto. Nel
febbraio 2009, un secolo dopo il viaggio di Freud negli Stati Uniti, pubblichiamo il
volume La libertà della parola. La libertà, l’arbitrarietà, l’integrità, la leggerezza,
l’anoressia, la tentazione, il caos, il crimen, il disagio, l’aria sono virtù del principio
della parola. Ciascun elemento della parola è contrassegnato da queste virtù. Anche
la particolarità è libera. Anche la struttura. Anche la scrittura. Anche il dispositivo
della parola.

Così un movimento è sorto come Movimento cifrematico. Dal 5 febbraio 1973.
Gli scritti del ‘73, ‘74, ‘75, i congressi, sono già di questo movimento. I dispositivi sono
i dispositivi della parola: congressi, redazione, casa editrice, master, equipe, giornate
di studio. Ma anche quel dispositivo della parola che, oggi ancora una volta, si può
2
chiamare convivium: non è dialogo, quindi non è variabile o funzione o limite del
monologo, non ha nulla da condividere con il discorso come causa finale. Dispositivo
della parola: per ciò la conversazione (qualcosa che si acquisisce, nella repubblica
occidentale, soltanto con il rinascimento). La conversazione, la narrazione e la lettura
come punta della scrittura. Come si dicono, come si cercano, come si fanno, come si
scrivono le cose?

Se la parola, originaria, è senza soggetto, allora il suo principio è senza soggetto,
la particolarità è senza soggetto, la dissidenza è senza soggetto. Così la legge, l’etica,
la clinica. Senza soggetto. Senza soggetti. La clinica senza pazienti era lo slogan,
nell’ultimo quarto d’ora del congresso di Tokio (3-6 aprile 1984). E che ne è di un
tribunale senza penitenti? Sarebbe il tribunale della parola, la tribuna della parola:
ancora il dispositivo della parola. La tribuna, il dibattito come dispositivo della parola
originaria, è ciò che questo movimento cifrematico ha inteso introdurre. Anche la
rivista: “Vel”, “Spirali”, “Spirales” in Francia, “Causa di Verità”, “Clinica”, “Nominazione”,
“La cifra”, “Il secondo rinascimento” e, poi, “La cifrematica”. Nove numeri. Il nono
numero era intitolato Vivere senza paura (2010). Era un messaggio per ciascuno. E il
numero precedente, addirittura, La chance. Il numero precedente ancora, L’ascolto.
Questi tre numeri della “Cifrematica” escono dopo che incomincia quello che, in un
primo momento, abbiamo chiamato “l’affaire fiscale”. Abbiamo pubblicato anche il
volume L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo (2012). Sono seguiti altri volumi:
La realtà intellettuale (come e-book, 2014), Parola mia (2015), La holding intellettuale
(2016), quattro volumi che devo ancora rivedere.

In questi libri si compie un’analisi di quello che oggi chiamiamo “lo psichismo
giudiziario”. Un’analisi che non ha precedenti.

Un congresso, da noi, non è una rassegna di soggetti ma un dispositivo: e
ciascuno si trova come statuto intellettuale nel dispositivo congressuale, come nel
dispositivo della casa editrice. Anche gli autori, anche i collaboratori: statuti
intellettuali e non già soggetti. Ma la particolarità, la dissidenza, è percepita come
stregoneria avente come conseguenza la peste. Sta qui l’idea della setta, della
congregazione, dell’associazione: l’associazione stessa come reato, il dispositivo
intellettuale come reato, il dispositivo della parola come reato. Anche il dispositivo
fiduciario come reato: il dispositivo fiduciario, che nulla ha a che vedere con il
“rapporto fiduciario”: il dispositivo è fiduciario, e non già il rapporto. Che l’idea operi
è un reato. L’oggetto come ostacolo assoluto e la causa come profezia, come
provocazione, sono la condizione del dispositivo della parola: e l’idea opera perché si
scrivano la memoria, l’esperienza, la ricerca, l’impresa, la città. Così s’instaurano altri
statuti: l’Art ambassador, il Brainworker. Non è lo statuto del consulente il
brainworker. Non è il consulente. Non è consulenza intellettuale il brainworking!
La libertà della parola esige la questione intellettuale e il dispositivo intellettuale.
Non è la libertà come volontà generale, come la definisce Jean-Jacques Rousseau. La
volontà generale niente altro è che la volontà di bene, supremo, comune, bene
ideale: la volontà di bene ideale. Libertà ideale e bene ideale. Idealità. Cioè, l’idea che,
anziché operare, agisca. È la libertà necrofila. La libertà del soggetto. Quella stessa
che san Giovanni ribadisce: “la verità vi renderà liberi” (8, 32). La verità del soggetto,
cioè la morte. E la libertà del soggetto, cioè, ancora, la morte. Il soggetto è il soggetto
alla morte. La libertà non è l’idea che ognuno ha della libertà, non è la libertà ideale.
Non è la libertà di coscienza. E nemmeno la libertà dell’inconscio, nell’accezione
freudiana o nell’accezione junghiana – assolutamente differenti, ma in nessuna di
queste due accezioni è la libertà. La libertà non può instaurarsi come virtù senza
l’anoressia. Altrimenti, la libertà si dilegua dietro l’idea di padronanza e dietro l’idea
di possessione. L’imperativo dell’essere è l’imperativo della libertà e del soggetto,
quando il vivibile si fonda sull’economia della morte e quando l’androgino sta al
posto del narcisismo.

La libertà non è la libertà di volere: questo è il canone occidentale, che intende la
libertà come la libertà di morire. Il canone occidentale intende la libertà come
dipendente dalla gnosi e dalla volontà o come forma di gnosi e di volontà. Libera è la
parola. Liberi, quindi, sono la speranza, modo del due, modo della relazione. Libera è
l’operazione: quindi, libero è Dio, singolare triale. Libero non nell’accezione biblica e
nemmeno nell’accezione di Eschilo, nel Prometeo incatenato: Dio non è libero di fare
quello che vuole. La libertà non è in questa accezione. La libertà è assoluta. Il
sembiante, singolare triale (lo specchio, lo sguardo, la voce), è libero. La funzione,
singolare triale, è libera. La dimensione, singolare triale, è libera. Il numero è libero. Il
numero diadico e il numero triadico è numero libero. Il numero, da Pitagora
all’inconscio secondo Verdiglione, è libero. La libertà sessuale è la libertà del
dispositivo immunitario. Non è la libertà erotica. La libertà erotica è il fiore della
morte.

Ovunque, l’idea che ognuno ha della libertà, la libertà secondo il canone
occidentale, è la libertà di origine. È contraddistinta dal naturalismo e dall’innatismo.
È valida, quindi, per lo psichismo di Platone e per lo psichismo di Chomsky. Per
Platone, la libertà si definisce nella padronanza di sé e nell’economia della
possessione: la libertà ontologica è la necessità ontologica. La paura, questa sì,
ghermisce la libertà. Lo psichismo di Lenin: la libertà senza lo stato. Finché c’è lo
stato, nessuna libertà: quindi, soltanto la società perfetta, la società ideale, sarà libera,
cioè senza lo stato.

Abbiamo analizzato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26
agosto 1789, che è improntata all’ontologia della libertà e, quindi, alla libertà
algebrica e alla libertà geometrica, che affiancano un soggetto algebrico o un
soggetto geometrico. L’articolo sesto della Dichiarazione: “La legge è l’espressione
della volontà generale”. E la libertà è la volontà generale.

La volontà generale. La volontà di bene. Aristotele: tutti gli uomini sono
contrassegnati da una sola funzione, universale, la funzione di morte. Tutti gli uomini
vogliono il bene. Tutti gli uomini vogliono salvarsi esercitando la loro libertà, cioè
morendo. È lo psichismo ontologico. È la psicagogia. È l’ideologia della cenere e della
rigenerazione.

Psichismo: l’apparato medicolegale, la logica dell’interrogazione e della risposta.
Psichismo: il causalismo, il determinismo, il finalismo, appannaggio del soggetto alla
morte. Lo psichismo di Freud, lo psichismo di Lacan sono ancora sotto l’onda dello
psichismo ontologico e, ancora, sotto l’onda del naturalismo. Perché non può
misconoscersi il naturalismo nello psichismo di Freud, e nemmeno nello psichismo di
Lévi-Strauss.

Lo psichismo della casta. Lo psichismo come socialismo ideale, come l’apparato
ideale della società perfetta. Lo psichismo, che procede dalla questione chiusa e,
quindi, si definisce sostanzialismo e mentalismo. Freud utilizza la formula “psichismo
inconscio” nel 1905: “Il nostro inconscio non è del tutto uguale a quello dei filosofi e,
inoltre, la maggior parte di loro non vuol sentir parlare di ‘psichismo inconscio’”. E,
ancora, Freud discute, con questo avvocato, della questione dell’analisi non medica,
o “profana” (1926). Il giurista di riferimento dell’epoca era Hans Kelsen. È con lui che
Freud ingaggia questo impossibile dialogo: “Lei vede bene, con ciò, come noi, in
psicanalisi, prendiamo sul serio i concetti spaziali. L’io è, per noi, veramente la
superficie”. Ma la superficie non è un concetto spaziale. La superficie è apertura (la
relazione, il due), oppure squarcio (la Spaltung, la refente, il tempo, il taglio). Spatium
non è “spaziale”. L’avanguardia artistica ha una sua ideologia, che è la negazione
dell’avanguardia stessa. Così, tante opere sono intitolate Concetto spaziale. “L’io è, per
noi, veramente la superficie, e l’Es è il profondo, considerata dall’esterno,
naturalmente”. Questa è la seconda topica freudiana. Sullo sfondo, Groddeck il
massaggiatore. “L’io si trova intercalato fra la realtà e l’Es, che è propriamente lo
psichismo”.

La libertà non è la libertà psichica. La libertà psichica è quella dello schiavo di
Menone. È quella del parlante natio di Noam Chomsky. È quella del paziente
giudiziario. Freud ha incastonato la libertà nella guerra civile dello psichismo.
Occorre proprio leggere i trattati di demonologia. Oggi, tranne pochi, nessuno li
legge, perché oggi ognuno ritiene non necessario leggerli, perché legge altri trattati
di demonologia, che si chiamano trattati di psicologia, di psicofarmacologia, di
antropologia criminale. Ma leggendo i trattati di demonologia troviamo – prima che
diventasse luogo comune, ma era, comunque, il discorso occidentale – quello che è
diventato il luogo comune, oggi, della psicologia, della psichiatria, dell’antropologia
criminale, della criminologia, della grammatologia giudiziaria.

Il tribunale senza soggetti è il tribunale senza vendetta. Il regno di Gomorra
fabbrica i soggetti. Il soggetto è soggetto per paura e per terrore, per spavento e per
panico. E si chiama intersoggettività il “compromesso fantasmatico”, su cui si erige il
“compromesso sociale”.

Dove sta il giusto? Chi è il giusto? Nella Repubblica di Platone, il giusto è
invisibile, inafferrabile, intoccabile. Il giusto della Repubblica è l’ostacolo assoluto, è la
causa come provocazione, è il simulacro, è il sembiante. Il giusto della Repubblica è la giustizia: il modo in cui intervengono lo specchio, lo sguardo, la voce, il modo in cui
intervengono il punto e il contrappunto. Il giusto della Repubblica è follia e rigore.
Anche nella Bibbia, nel Genesi, sorge l’interrogativo: chi è il giusto? Ma sorge in un
proposito vendicativo. La libertà qui ha due accezioni: la libertà vendicativa e la
libertà rivendicativa, la libertà del padrone e la libertà dello schiavo. Sempre la libertà
del soggetto. Il discorso della libertà è il discorso della morte.

Il giusto, dove sta? Secondo il Genesi (6, 5 e sgg.), Dio, “Il Signore vide che la
malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro
cuore non era altro che male”. Dio, dunque, vede che l’umanità intera è
un’associazione per delinquere. Dio avrebbe creato l’uomo. “E il Signore si pentì di
avere fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”. Dio pentito! E, allora, cosa
fa Dio, che è libero ed è pentito? Dio, creatore, libero e pentito, che cos’è adesso? È
sterminatore. Il Signore disse: "Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con
l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli
fatti". Questa hybris dell’intera animalità sulla terra desta la suscettibilità di Dio, quindi
grida vendetta. La terra è corrotta dall’uomo! È piena di violenza. Soltanto “Noè era
uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio”, con Dio che è
pentito. Noè ha “tre figli: Sem, Cam e Iafet. Ma la terra era corrotta davanti a Dio e
piena di violenza. Dio guardò la terra e ecco essa era corrotta, perché ogni uomo
aveva pervertito la sua condotta sulla terra”. E, così, l’arca, la parola. Sull’arca Dio non
mette, propriamente, l’androgino, ma la coppia. Dio ama la coppia. La questione sta
qui: la coppia senza il due. L’homo sexualis: senza il due. Quindi, animali, uomini: “Di
quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in
vita con te: siano maschio e femmina”. La coppia è questo: due di ogni specie. Ma il
due non è due sessi, non è maschio e femmina, non è la coppia.

Apparentemente lo stesso Dio, in un’altra fase, parla a Abramo. Che cos’è questo
grido, che arriva fino a Dio, sul male di Sodoma e Gomorra? Dio sente all’orecchio
questo grido e dice: Mah, voglio andare a vedere che succede! Intanto, con Abramo
va tutto bene: Abramo è il patriarca, quindi va tutto bene. Genesi, 18, 17 sgg.: “Il
Signore diceva: Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre
Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette
tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua
famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto,
perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso”. Dio parla in terza
persona. “Disse allora il Signore: Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e
il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il
male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!”. Il grido contro Sodoma e
Gomorra, il pettegolezzo, arriva fino a Dio. “Voglio sapere!”. Voglio vedere, voglio
sapere il male dell’Altro! È un Dio senza carità. La carità è virtù del tempo. Teorema
della carità: non c’è più il male dell’Altro.

È sempre la hybris, la hybris di Sodoma e Gomorra. Ma Abramo si rivolge a Dio: E
se ci sono cinquanta giusti, tu salvi le due città? E Dio risponde sì. Ma, se ne mancano
cinque, e sono quarantacinque, tu li salvi? Sì. E se sono trenta, tu li salvi? Sì. E se sono
venti, tu li salvi? Sì. E se sono dieci? Li salvi? Dio, ancora una volta, risponde sì. Ma non
ce n’erano dieci. Ce n’era uno, con la sua famiglia. C’erano anche i generi. I due angeli
dicono a Lot: Prendi con te anche i tuoi generi! I generi dicono: No, noi restiamo qua!
Va bene, lascia qua i generi e porta con te le tue figlie e tua moglie. Ma tua moglie
non si volti indietro! E Lot: Ma, se io vado fin là e, poi, queste fiamme mi
raggiungono? C’è, là, un’altra città: non la toccherò, finché tu, Lot, non arriverai là.
Questa città si chiama Zoar. Poi, però, la moglie si volta per vedere Sodoma e
Gomorra sterminate: e diviene una statua di sale.

Jorge Luis Borges: Los Justos (da La cifra, 1981).

Un Hombre que cultiva su jardín, como quería Voltaire.

El que agradece que en la tierra haya música.

El que descubre con placer una etimología.

Dos empleados que en un café del Sur juegan un silenzioso ajedrez.

El ceramista que premedita un color y una forma.

El tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.

Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.

El que acaricia a un animal dormido.

El quel justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.

El que agradece que en la tierra haya Stevenson.

El que prefiere que los otros tengan razón.

Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.


Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra ci sia musica.

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che premedita un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Traduzione di Augusto Ponzio)

Ma il mondo non è corrotto. Il mondo? Il cosmo! Il cosmo ha una virtù: il caos, che
è una virtù del principio della parola. L’humanitas, senza più l’idea di salvezza. La
parola, senza più l’idea di salvezza. Chi non si conosce non ha bisogno di salvare il
mondo
.

Il giusto della Repubblica non è il soggetto. Lo statuto intellettuale non è il
soggetto. Il dispositivo intellettuale: nessuna compagnia. Nella compagnia albergano
il soggetto algebrico e il soggetto geometrico, quindi è l’idea supposta o presunta
agente. Nessuna compagnia. L’associazione non è una compagnia, ma una virtù del
sembiante: una virtù dello specchio, una virtù dello sguardo, una virtù della voce. È la
condizione del dispositivo. Condizione anche della societas.

Il fantasma di origine, il fantasma di padronanza, il fantasma di morte. L’animale
fantastico è l’animale rispondente al fantasma di padronanza o al fantasma di
possessione. La zoologia – quella che lo stesso Borges chiama zoologia fantastica – è
animalismo, soggettivismo. Non è la vivenza, che è senza alternativa vita-morte e,
quindi, senza soggetto.

Il tempo dispensa l’evento, non il soggetto. Il concetto di “io diviso” di Ronald
Laing o il concetto di soggetto della Spaltung risentono del concetto di uno che si
divide in due e che si piega. Ma la divisione dell’uno è divisione dell’uno dall’uno. La
divisione, invece, come taglio nel fare, nella struttura dell’Altro, è la base della piega.
Le cose si dividono, quindi si piegano. La piega segue al tempo, non già all’uno. Non
c’è più doppio. Non c’è più duplicato. Non c’è più duplicazione. L’uno, cioè, non si
divide in due e non si piega. Sono l’indulgenza come virtù dell’Altro e la carità come
virtù del tempo che presiedono a questo dispensario: il tempo dispensa l’evento, che
è seguace del tempo e dipendente dall’Altro. In latino è anche aemulus, da cui
“emulazione”. Il dispositivo pragmatico è anche il dispositivo della scrittura
pragmatica, quindi è il dispositivo dove s’instaurano cifrante e cifratore come statuti.
Dov’è il cifrante? Dov’è il cifratore? Allora, la testimonianza, l’ascolto, l’uditore,
l’artista. Appunto, questi ultimi tre numeri della rivista “La cifrematica”: Vivere senza
paura
(n. 9), La chance (n. 8) e L’ascolto (n. 7), dopo la prima calata dei marescialli, il 18
novembre 2008. Prima ancora, un numero della rivista era intitolato La follia, la
pazzia, la clinica
(novembre 2008). Il numero 10 della rivista “La cifrematica” resta in
preparazione. Il titolo è forse La decima caratta?

Leggere la seconda parte


Gli altri articoli della rubrica Strategia :












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14.02.2017