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In ciascun caso ci sono i termini per riprendere l’itinerario di vita

Sei miliardi di depressi

Giancarlo Calciolari

La poesia delle cose poggia sull’infinito, sul transfinito di 6 miliardi di granelli di polvere di galassie impolverizzabili.
Non interessa il pathos del caso. Interessa il caso intellettuale.

(18.10.2009)

Può capitare a un certo punto della vita di vedere non rose e fiori, non tutto bianco, ma tutto scuro, tutto nero. Il "sole nero" della malinconia. Può capitare di vivere con affanno. Il nero affanno come lo chiama Orazio. Può capitare che il tratto di morte s’incolli a noi, come scrive Burton nell’Anatomia della malinconia nel Seicento. Il male viene posto nell’esperienza e così il nero, l’oscuro: si crea il male oscuro.

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Hiko Yoshitaka, "La capacità", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23x 30

Come ci si ammala? È un mistero risponde il professionista della psiche: "è come schiacciare un interruttore: può succedere a chiunque". Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ci sono nel mondo 330 milioni di depressi, e quindi restano 5 miliardi e 670 milioni di potenzialmente depressi in attesa di depressione. Sempre secondo i dati dell’Oms il 90 per cento dei 330 milioni di depressi non riceve cure adeguate. E questo lascia intendere che la cura adeguata esiste. Mentre capita di intervistare i guariti con le cure adeguate e non fanno che parlare delle ricadute e delle ri-cure. La cura adeguata parrebbe il colpo di mamma la paura. Colpo elettrico (elettroshock) o colpo chimico che dovrebbe rianimare le anime perse e anche prevenire le anime in via di perdizione e quelle che rischiano di perdersi.

Il colpo come cura non trascura nessuno: 6 miliardi di depressi. Solo un estremo pudore limita la depressione a 330 milioni di persone. Tanto la cura arriva in effetti a assegnare il suo colpo solo al 10 per cento dei malati. E gli altri? Rispetto alle cifre che veleggiano nell’opinione comune il 15 per cento di coloro che non si curano si suicidano, un altro 20 per cento va incontro alla droga o all’alcoolismo. Ovvero i morti più o meno affacendati - per parafrasare Luigi Pirandello - incontrano il suicidio come scherzo con la morte sia con il farmaco sia con la droga e con ogni altra cosa possa essere assunta come rimedio o come veleno. E come insegna Platone nel Simposio il rimedio è veleno e viceversa. Questo comporta che la droga e il farmaco sono scorciatoie verso la morte. E nella pratica è riscontrabile come lo psicofarmaco non evita il suicidio e spinga molto di più allo scherzo con la morte.

Quanti sono infatti coloro che si suicidano mentre prendono gli psicofarmaci? Il cosiddetto depresso proprio nel tentativo impossibile di governare la pressione in direzione della qualità della vita è piuttosto compresso. La metafora termodinamica è semmai quella della pentola a pressione sempre lì che sta per scoppiare. Infatti l’antidepressivo porta la calma più che la pressione che mancherebbe al depresso. Sia il farmaco che la droga non questionano la rappresentazione del disagio. E in tal senso la depressione è una creazione della psichiatria che fa di ogni erba un caso patologico e psicofarmacologico. Solo in Italia il business della depressione (quello dei roghi rispetto alla creazione delle streghe) è stimato attorno ai 10.000 miliardi di lire. Per il poeta, per il matematico, per l’imprenditore conta il caso di vita poetica, matematica, imprenditoriale. Non interessa il pathos del caso.

Interessa il caso intellettuale. Il caso intessuto di audacia e di umiltà, senza arroganza e senza modestia. E senza nessun interesse per la lotta contro qualcosa o qualcuno. Non si tratta di porsi contro l’industria farmaceutica, l’industria della droga o l’industria delle vacanze (le vacanze prese come rimedio sono psicofarmaco). La guerra sostanziale e mentale nega la battaglia intellettuale di vita di ciascun giorno. La battaglia procede dalla questione di vita e di morte, di bianco e di nero, di alto e di basso, di bene e di male, di positivo e di negativo, di amico e di nemico. Tutto ciò non si tratta di negarlo, di rifiutarlo, di confutarlo o di non leggerlo. Non sta davanti a noi. E’ alle nostre spalle come ironia estrema, apertura. Non ci chiude né preclude l’itinerario. 6 miliardi di polvere di stelle, e nessun granello di poesia è predestinato, per esempio agli ottocentomila suicidi annui "programmati" per il 2020.

Anche nell’estremo disagio, anche quando le circostanze negative sembrano imperversare e sembra che il diluvio possa spazzare via l’arca, il capitano non si abbatte, non volge la testa all’indietro per vivere di ricordi, che gli confermino che andrà a sfracellarsi sugli scogli o anche che gli indichino la lucciola di una battaglia riuscita per prendere una lanterna, ossia per smarrirsi.

In ciascun caso ci sono i termini per riprendere l’itinerario di vita. Non è un invito, ma si può anche lasciarsi andare, sbandare, deragliare, smarrirsi. Ma la questione non è mai quale rimedio prendere contro il lasciarsi andare (la "depressione" è un modo di lasciarsi andare), contro lo sbandamento, contro lo smarrimento... La questione aperta riguarda il progetto e il programma di vita. E la forza, la virtù, la pulsione, la pressione sono i modi stessi della questione aperta, della sua instaurazione. C’è chi è stato condannato dal provincialismo a nascere rotondo.

C’è chi è stato condannato dal discorso medico (la medicina scientifica è un’altra cosa) a morire di cancro in pochi mesi o a morire di Aids entro dieci anni. C’è poi, anche, chi non muore rotondo, chi prosegue a intraprendere, a dipingere, a scrivere e non adempie alle profezie attorno al cancro e all’Aids. Il miracolo viene facendo secondo il progetto e il programma di vita. Mentre la pillola miracolosa lascia il tempo che non trova, procede dalla fine delle cose. E non essendoci questa apocalisse, il tempo stesso che è squarcio, è taglio - come indica il suo etimo - viene avvertito come lacerazione o come terremoto.

Paura? È la spia delle cose che si fanno secondo l’occorrenza. È l’indice del cominciamento e dell’impossibilità di padroneggiarlo, di assegnargli un fine. La poesia delle cose poggia sull’infinito, sul transfinito di 6 miliardi di granelli di polvere di galassie impolverizzabili.

(1999)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017