Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

La donna contro la madre?

Giancarlo Calciolari
(20.03.2016)

Markos Zafiropoulos, La question féminine, de Freud à Lacan. La femme contre la mère, Puf, Paris, 2010

Lévi-Strauss, « Introduction à l’œuvre de Marcel Mauss », in Marcel Mauss, Sociologie et anthropologie, Paris, PUF, 1950, introduce la funzione semantica di un “significante flottante”, ovvero la funzione di un significante d’eccezione di valore zero, che secondo l’antropologo permette al pensiero simbolico di esercitarsi. Riprende così l’algebra di Boole. Tale funzione permetterebbe la complementarietà tra il significante e il significato. Nel 1953, in “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi” (Écrits, 1966), Jacques Lacan introduce il termine: il nome del padre (Nom-du-père) nel confronto con il testo di Lévi-Strauss. E diventa un’altra cosa. È un’abduzione. Un’ipotesi del nuovo. Si svilupperà anche come punto di capitone tra il significante e il significato (Les psychoses, 1955-1956). Eppure l’ipotesi del significato, che si compirà nella significazione del fallo come unica significazione, è un fantasma, un tentativo impossibile di erigere un’impalcatura (imposizione dell’imposizione) di un elemento della parola in posizione di uno. La funzione di figlio non muore, questo è il figlicidio, che non è l’infanticidio. E con il significante del nome del padre si tratta della funzione che nel mito scientifico del padre, in Freud, è quella del padre morto. E non fa problema a Lacan e agli psicanalisti lacaniani che il discorso dell’analista o discorso psicanalitico sia una branca del discorso della morte. Padre morto: figlio-padre (uomo-padre) e donna-madre. Per Verdiglione la messa a morte del padre segue al matricidio, che non è solo la morte della madre ma anche quella della materia della parola. Freud in Totem e tabù (1913) descrive l’impero del fallo, che dal padre morto passa ai figli, altrimenti non passa. L’uno rimosso funziona come zero adiacente a un altro uno: allora il fantasma fallico si dissipa. E il fallo, senza più primato, è uno dei modi dell’apertura, che è giuntura e separazione, e non inclusione e esclusione. Un modo come il ponte, la barra, il nodo, la croce, la verticale, la diagonale…

L’interesse di Markos Zafiropoulos è per l’antropologia psicanalitica della femminilità, che si tratti di Freud o di Lacan. Le donne rimangono nel serraglio costruito dagli uomini in assenza d’uomo, di uno nella parola, che differisce da sé e si divide da sé. Non il soggetto diviso. Non l’ipnotizzato diviso per autocefalia, come nella presunta personalità multipla, e già nella doppia coscienza di Janet, dissipata dall’elaborazione freudiana degli inizi. La femminilità è un effetto della gerarchia sociale e politica. La politica senza più la gerarchia è la sessualità, la pragmatica, il fare. La politica del fare, scriveva già Armando Verdiglione quarant’anni or sono. Dire “femminilità” vale a chiudere la spirale della vita in un cerchio per confermare le donne come supporto degli inclusi (maschi, bianchi, eterosessuali…) e quindi sempre escluse dall’inclusione. Altro assoluto ideale, la cui bellezza è l’orpello dell’esclusione. Antropologia psicanalitica della femminilità, ossia ginecologia fantastica. E dalla vergine non madre di Lacan alla madre non vergine di Freud non si esce dalla ginecologia fantastica, il cui acme è nella domanda di Freud: “Cosa vuole la donna ?”, formulata all’indirizzo di Marie Bonaparte: “la grande questione rimasta senza risposta e alla quale io stesso non ho mai potuto rispondere, malgrado i miei trent’anni di studi dell’anima femminile […]: Cosa vuole la donna?” (Ernst Jones, La vita e l’opera di Sigmund Freud, versione francese, II, 445). Le domande insolubili non cercano risposta, che per l’appunto non verrà mai. Indicano, tali domande, che la questione è connotativa e non denotativa, ovvero relativa alla notazione originaria. L’errore tecnico segue al desiderio del desiderio, al fantasma presunto governare il soggetto, anche dell’inconscio. Desiderio del desiderio anche come desiderio dell’Altro, nella sovrapposizione impossibile tra il sembiante e il tempo, come nel significante del fallo. La domanda “cosa vuole la donna” è lanciata dal teurgo per la dominazione completa, consistente e significata delle donne. Le donne, anche le psicanaliste, non rispondono a questa domanda, e non hanno mai fatto avanzare, quest’ultime, la teoria della femminilità e della sessualità femminile, non per mancanza ontologica, ma per non aderire al dominio maschile. È una domanda del padrone alla schiava. “Dimmi cosa vuoi, e ti dirò chi sei”. Invece le donne, confinate nell’harem dell’isteria, rispondono: “Ti dirò io chi sei, brutto stronzo di merda di un tiranno”, e si confermano belle e nella migliore delle ipotesi sociali restano subordinate al capetto di turno. Certo è un dio ridicolo creato da loro e in nulla è intaccato il primato del fallo. Eppure la questione della dissipazione della fantasmatica del fallo è nell’adiacenza e nell’abduzione. Il passo che si attiene alla libertà della parola è impassabile, è mantenuto persino nel contrappasso effetto della sua negazione estrema. Markos Zafiropoulos riprende la lettera del giovane ventisettenne Freud alla futura moglie Marta, in cui algebrizza la donna, ossia detta come vuole la donna in quanto moglie: madre della casa. E troverà la donna non madre nella cognata Minnie, perché nessuno crede all’incredibile: ciò che si vede, ciò che appare. È la psicosi ordinaria. La domanda idiota, ossia dettata nell’idioletto, senza idioma, tale è “cosa vuole la donna?”. Domanda inquisitoriale, nella logica dell’interrogazione della risposta. Lo schiavo, se ben interrogato dal padrone, risponde “sì” o “no”. Qui si potrebbe intendere la serie delle nostre non risposte alle interrogazioni sociali e politiche. La domanda idiota (che rende principe o servo dell’idiozia chi la formula, e forse Freud si sente principe nel formularla alla principessa Bonaparte) ha altre varianti non esplorate, oltre a non essere stata esplorata linguisticamente nella sua variante affermata da Freud: Cosa può la donna? Cosa sa la donna? Cosa fa la donna? Cosa deve la donna? Volere, potere, dovere, sapere e fare non sono funzioni umane, non appartengono all’antropologia, nemmeno di orientamento psicanalitico e di occidentamento lacaniano. La domanda idiota è del soggetto, di colui che ha un’idea della cosa, in questo caso della donna. La non risposta delle donne, anche delle psicanaliste, procede dalla non accettazione della posizione di soggetto, di suddite, di subordinate. E il varco resta quello dall’insubordinazione (isteria) all’ordine della parola, che sospende anche la credenza nell’ordine paterno e nell’ordine materno. L’ordine è quello della procedura del viaggio, che non ammette ordini sociali e politici, e neanche professionali. Dire “antropologia psicanalitica”, come fa tra gli altri Zafiropoulos, è ancora il tentativo di ordinare socialmente gli uomini e le donne, che spariscono già nell’antropologia, anche perché l’altra faccia, la ginecologia, è così connotata socialmente, d’essere ritenuta una faccenda per ginecologi professionisti e funzionari, mentre agli amatori è riservato il porno o la fantasia. Dire “antropologia psicanalitica del femminile” può tutt’al più connotare i padiglioni di un ospedale o di un campo di esclusione. E gli algebristi dell’antropologia psicanalitica del femminile possono non interrogarsi sul loro statuto di dottori nella gerarchia, che è una teocrazia, anche fatta da atei come Freud. Solo per celia, potremmo dire, che rari sono gli psicanalisti che si occupano dell’antropologia psicanalitica della maschilità. Zafiropoulos la sfiora, in un bel passo sulle donne che fanno l’amore con gli uomini castrati e morti, ma non dice che sono gli stessi morti-viventi che stuprano e vanno in guerra euforici o disforici. L’indifferenza linguistica, che permette di prendere i termini che si vogliono nel supermarket della linguisteria quale impalcatura dell’alingua, non può distinguere tra antropologia e psicanalisi, tra sociologia e psicanalisi, tra qualsiasi cosa e psicanalisi. Eppure o c’è la psicanalisi come pratica intellettuale e non ambulatoriale, o c’è l’antropologia, il discorso universitario, il sapere come causa. La negazione del sapere che è un effetto dell’inconscio. L’antropologia chiude la questione dell’uomo nella logia. L’uomo del discorso non è l’uomo della parola. Nel discorso diviene anche incognita (mistero e segreto: mistero di mamma e segreto di Pulcinella): la “x” che nelle formule della sessuazione permette a Lacan d’imperversare con la logica di Aristotele a colpi di quantificatori, universali o esistenziali. Solo per questo la donna risulta non-tutta per Lacan, come effetto del suo aristotelismo. Si dovrebbe dire, al modo di Zafiropoulos, come resto della sua filosofia psicanalitica. Ancora: o è filosofia o è psicanalisi. Chi ha cercato d’acclimatare la psicanalisi in filosofia, come nel tentativo di Gilles Deleuze, con l’amico psicanalista Félix Guattari, è fallito. È impossibile intendere filosoficamente il funzionamento della rimozione, dello zero nella parola, che pone anche la questione del padre, per altro insolubile nella metafora paterna, nella funzione paterna, nel nome del padre. L’altro tentativo è quello degli psicopompi a orientamento psicanalitico lacaniano (rimanendo non visibili gli psicopompi a orientamento psicanalitico freudiano, per non dire junghiano, adleriano, reichiano…) che si ammantano di filosofia strizzando l’occhio a mamma università e alle insegne falliche che distribuisce, con tanto di titoli e lodi. La differenza tra la questione aperta e la questione chiusa, oltre all’inesistenza dell’alternativa tra di esse, perché la questione chiusa è solo la negazione dell’apertura, risiede nel viaggio: procedendo dalla questione aperta il viaggio non è predeterminato, mentre procedendo dalla questione chiusa il viaggio è circolare e predeterminato, secondo il sogno dei potenti e degli impotenti. L’ordine rotatorio che tanto scassa (tracasse) Lacan, e lo ha ingaggiato a uscirsene con la topologia (ma la topologia della caverna platonica, anche trasformata in cross-cap, non dissolve la prigione), non è di struttura ma di negazione della struttura linguistica in atto. Nessuna struttura immanente, nessun inconscio antecedente l’inconscio in atto. Nessuna ontologia, anche nella variante debole dell’antropologia, come nessuna sociologia e nessuna biologia, che in Freud vale come mineralogia del fondo roccioso dell’analisi, la negazione del femminile. Ma il femminile non è quello negato, e non si tratta di affermarlo. La questione femminile, titolo dell’opera circolare di Zafiropoulos (che leggiamo senza rispetto per la sua circolarità) è la negazione della questione donna. Donna che non è più femminile né maschile. Donna che non indossa la maschera nella mascherata fallica. La maschera oscilla nella dimensione delle immagini. E non c’è più immagine della donna a cui le donne debbano conformarsi. La formazione inconscia sospende l’immaginazione e la credenza che hanno il nome di conformismo e anticonformismo. Attivo e passivo, presunta coppia oppositiva su cui Freud edifica la sua ipotesi chimerica del primato del fallo, o sono ossimoro, ipotiposi quale modo dell’apertura o sono maschere nel carnevale della vita. Se la teocrazia è dissolta con l’instaurazione dello zero nella parola, non c’è più bisogno di chiedersi come fanno i metazeri (despoti, tiranni e vampiri): cosa vuole la donna? La donna non vuole più, perché non l’ha mai voluto, essere madre nel rapporto sessuale, non vuole figli-padri, uomini-bambini o uomini-padri: non vuole despoti, tiranni o vampiri del desiderio, del godimento e della verità. Non vuole specchi sociali, sguardi abbassati a punti di vista, voce popolare che la acclama come vergine non madre e come madre non vergine. Semmai c’è materia intellettuale nella “vergine madre” di Dante Alighieri. Per l’antropologia psicanalitica di Markos Zafiropoulos, via Lévi-Strauss e Lacan, c’è nella stessa teoria dell’origine della società di diritto come una strana vicinanza tra la questione del padre e la questione femminile. Per cominciare, si tratta dello statuto della donna nella parola e non della questione femminile. La questione è aperta, non è più maschile o femminile.

La questione del padre, e la sua istanza, trova nel nome la sua materia. Tolto il nome non resta che il nome del nome, la sostanza e la mentalità, il fantasma che governa la sopravvivenza. Il padre è indice dell’innominabile del nome e la donna è indice dell’anonimato del nome. La metafora paterna, la funzione paterna, il padre tripartito (simbolico, immaginario, reale), il nome del padre sono tentativi di nominare il nome, sul principio dell’innominabile, esplorato da Samuel Beckett. I nomi di donna, come insegna Daniel Paul Schreber, sono il tentativo di togliere l’anonimato al nome. Così anche il catalogo delle donne di Don Giovanni. Nome del nome e nome delle donne: negazioni del nome nel suo funzionamento. Nome come funzione nella sintassi e nome come variante nella frase. Nominate le donne quali oggetto di scambio, secondo l’ipotesi di Lévi-Strauss, lo stesso scambio fornirebbe il mezzo per legare gli uomini tra di loro, per sottrarli al caso degli incontri o alla promiscuità. E questo lascia il pendant della relazione devastante tra madre e figlia.

Nessuno strip-tease, nessuna rivelazione alla questione: cosa vuole la donna. L’inconscio negato, la paura. La negazione del femminile, la donna negata, la paura della donna. Nessuna presa sulle donne.

L’ideale della madre è nel matricidio e così l’ideale del padre è nel parricidio teologico. E che all’uscita dall’Edipo la figlia si identifichi alla madre nel dominio dell’avere il pene via il sostituto fallico del bambino rimane nella zoologia fantastica. Zooantropologia, che nel ventesimo secolo si è chiamata anche nazismo e fascismo. L’identificazione della figlia alla madre, se esistesse, corrisponde alla creazione della donna-madre, anche nella variante donna-figlia, che per Zafiropoulos è la rivoluzione di Lacan che disgiungerebbe la donna dalla madre. L’identificazione è del sembiante, dell’oggetto della pulsione. Distinzione e identificazione sono proprietà del sembiante e non dell’umano, ancor meno del maschio bianco eterosessuale o di altre creature fantastiche declinate al maschile. Solo l’instaurazione del sembiante identifica la madre nel suo mito e non nell’immaginazione e nella credenza della sua mitologia, ossia nel matricidio. L’instaurazione dell’oggetto dissolve il soggetto, il fantasma di padronanza e di controllo: e distingue, anche la donna dalla madre. L’enigma donna, irrisolvibile nella donna enigmatica, impagabile, e nella donna senza enigma, a portata di portafoglio. Il mito della madre, inarrivabile per le pratiche matricide anche della psicanalisi, sia freudiana che lacaniana. Inarrivabili, l’enigma donna e il mito della madre, per la zoologia che si chiama psicoterapia. Per gli psicopompi di ogni schiatta l’identificazione è del soggetto, ovvero senza oggetto, senza condizione del viaggio, e da qui l’obbligo a circolare, che scassa (tracasse) Lacan e lo spinge verso la topologia per trovare una via d’uscita da un certo ordine rotatorio. Lacan ou la caisse pleine et la femme tracassée. Tale è la donna che dinanzi al marito si comporta come madre, che per Freud varrebbe da assicurazione del matrimonio. Freud dopo trent’anni di studio dell’anima femminile non trova risposta alla domanda inquisitoriale: cosa vuole la donna? Le risposte quindi gli appartengono: la donna che fa del marito un bambino (Nuove conferenze d’introduzione alla psicanalisi, 1932) è un fantasma di Freud e non una risposta a cosa vuole la donna, se la risposta non c’è stata per l’appunto in trent’anni e neanche dopo. Anche le psicanaliste tacciono dinanzi a Lacan, dopo aver taciuto dinanzi a Freud, e non rispondono agli inquisitori dal volto umano, come sempre. E non risponde Pierre Bourdieu con la sua esigenza di una “sociologia genetica dell’inconscio sessuale”, dove “sessuale” è senza la sessualità, ossia è erotismo, fantasma di dominio della sessualità. Conduzione dei soggetti, gli ipnotizzati, di cui una casta particolare e ristretta sarebbe quella degli ipnotizzatori, entrambi geometrali del legislatore, che decide nello stato perenne di emergenza, cosa che non è sfuggita a Giorgio Agamben, che però la restituisce all’ontologia e alla zoologia. Sociologia genetica, per un eugenismo inconfessato. Non che l’avrebbe dovuto confessare. Ironia, modo dell’apertura. Cosa che non è la miseria del mondo, che acconsente alla progressione gerarchica delle carriere dei paladini della miseria, che parlano in nome dei miserevoli, per ridargli la parola, ma non il posto all’università. A meno d’includerne uno per meglio escluderne migliaia.

L’inconscio non è androcentrico né ginocentrico. L’antropologia e la ginecologia non sovradeterminano l’inconscio. Il contrappasso mai sostituirà il passo e il contropiede mai sostituirà il piede. Passo e piede del tempo.

Secondo Markos Zafiropoulos, per quanto riguarda in particolare la questione femminile, occorre indicare con grande fermezza quanto la teoria di Lacan, a differenza di quella di Freud, disgiunga il divenire-donna dal divenire-madre (16). Invece, no. La clinica del fallo di Lacan non disgiunge un bel nulla, la figlia non madre (la vierge maigre) è l’altra faccia della madre non vergine, e quindi non permette il sogno di Zafiropoulos in cui la disgiunzione permetterebbe totalmente di rivisitare con la psicanalisi la questione cruciale della riproduzione del dominio maschile per e nella istituzione familiare. Nelle formule della sessuazione Lacan assegna, aristotelicamente, alla donna la posizione di supporto della “x” chiamata “uomo”, o di supplemento. E quindi nessuna ridiscussione del dominio maschile, ma il mantenimento del primato del fallo, che è anche il principio gerarchico che tiene le donne, e non solo, in posizione di subordinate. La protesta virile è specifica di uomini in posizione subordinata, e in tal senso “femminile”, passiva.

Non c’è disgiunzione tra la madre idealizzata di Freud e la donna come oggetto del desiderio in Lacan, perché in questa presunzione di Zafiropoulos l’oggetto del desiderio è la donna-madre, anche nella sua variante di donna-figlia. Quanto poi alla donna-figlia desiderante, il cui desiderio sarebbe una potente forza di trasformazione sociale, la cosa rimane antropologica, se non ginecologica. E così l’“archeologia critica” rivisita la caverna platonica e non esce da quel certo ordine rotatorio la cui circolarità è anche quella della rappresentazione del sintomo. Quanto alla storia delle donne in occidente è senza storia, senza ricerca, quella che riguarda ciascuno: si tratta di un’impalcatura piuttosto che un’altra per dominare le donne, anche quando questa storia è scritta da donne, in questo caso schierate sotto le insegne del primato del fallo, che nello specifico è un primato del discorso universitario. Quella che viene chiamata in ambito universitario “storia delle donne” è un archivio che resta da leggere e da restituire in altra cifra. Anche quella di Markos Zafiropoulos è una descrittura, una decifrazione, e il risultato circolare è quello di un’ennesima rappresentazione. Non elabora la formula freudiana “cosa vuole la donna” e la accetta in blocco. La sua variabile, affissa nel sottotitolo, è quella della donna contro la madre, che è anche una variabile del matricidio, che nega l’enigma donna e la sua questione. La questione rimane chiusa per il soggetto, l’uomo e il suo discorso, l’antropologia.

Freud, “Su un tipo particolare di scelta d’oggetto nell’uomo”: la madre, da ricercare sotto le vesti della puttana. E invece si tratta della donna quale indice dell’anonimato del nome. L’uomo-padre e la donna-madre sono senza il nome e costituiscono la genealogia, il nome del nome. Dal nome del padrone al nome dello schiavo, dal catalogo delle donne alla pseudonimia del nome d’arte delle prostitute. Il catalogo delle donne idealizzate, le madri di famiglia, ha come altra faccia il catalogo delle donne deidealizzate, le puttane.

Perché la donna contaminata dalla madre (Freud) avrebbe una inclinazione a trasformarsi in puttana nel fantasma del figlio? Oscillando tra il complesso di Edipo e il primato del fallo nessun approdo a un risultato intellettuale, e si rimane preda di un aggiustamento del fantasma, pensando di sfuggire alla presa della parola, avvertita come incubo. Qui il figlio è il “figlio di”, il figlio nell’infanticidio, l’uomo-figlio, candidato a porsi come fratello-padre o a rimanere figlio in cerca di un sostituto paterno. Fratello padre algebrale e uomo-figlio geometrale.

Pur essendo un ratage la topologia nell’elaborazione di Lacan, mantenendo la questione dell’ordine circolare e quindi la questione chiusa, può risultare un modo dell’ipotiposi, ossia della questione aperta. Zafiropoulos dice che per Lacan la vera donna si situa esattamente all’inverso della madre, ma l’inverso della madre è sempre la madre all’inverso (e questo si può scrivere topologicamente). L’inverso della madre non opera nessuna disgiunzione della donna dalla madre, inoltre la disgiunzione non è congiuntura e separazione, non è un modo dell’apertura. La disgiunzione procede dalla chiusura. Lacan scrive “la vera donna”. Le altre donne sono tutte false? Il vero e il falso sono inattribuibili alla donna. L’enunciato non è né vero né falso, e la donna è enigma e non un enunciato. E non c’è risposta alla questione “Cosa vuole la donna?”. Anche a “Cosa sa la donna?” Cosa deve la donna?” “Cosa può la donna?” “Cosa fa la donna?” E questo vale anche per l’uomo. Le domande senza risposta sono semplicemente connotative, convenzionali.
Dall’alleanza procede il mito e il rito. Invece dalla questione chiusa procede la presunzione dei riti dell’alleanza, nocivi o meno alla vita sessuale (erotica).

Per certe donne, secondo Markos Zafiropoulos, la rappresentazione del sintomo è un’obiezione inconscia a quello che la cultura patriarcale esige dalle donne. Freud la chiama morale sessuale civile: il “civil gregge” di Leopardi. Freud nel testo appunto “La morale sessuale civile e il nervosismo moderno” annota che “lo standard culturale esige da ognuno la stessa condotta sessuale”. L’algebra esige la geometria. Il fallo è qui l’emblema dello standard.
Zafiropoulos: “Ciò che vuole la cultura dalla donna è che la donna non si occupi di cultura” (30). E la cultura risulta incultura. Una formazione del conscio e non una formazione dell’inconscio. Nelle minute di psicanalisi dei primi incontri Freud sostiene che le donne in quanto gruppo non hanno nulla da guadagnare dal movimento femminista moderno, tutt’al più qualche donna isolata può approfittarne. È una descrizione, come affermare che le donne non hanno nulla da guadagnare dalla psicanalisi, oppure che le donne continuano a soffrire dell’interdizione rude e precoce di portare il loro spirito sui problemi che più le interessano: quelli della vita sessuale. (L’avvenire di una illusione, 1927). L’interdizione è della mano religiosa e militare del primato del fallo.

Tre errori tecnici di Freud? Tre pregiudizi? Teoria dell’ineguaglianza dei doni di sublimazione tra i sessi. Teoria dell’ineguaglianza delle esigenze del superio tra i generi. Teoria dell’idealizzazione della madre da parte della figlia. Occorre portarli all’ipotiposi, come modi della questione aperta. Questione e istanza della sublimazione. Questione e istanza del superio. Questione e istanza dell’idealizzazione. Articolazione e dissipazione di tre fantasmi.
Freud nel tabù della verginità riconosce che con la soggezione sessuale per la deflorazione della vergine la sperata possessione della donna inciampa nell’emergenza dell’odio e della frigidità. Tale frigidità è l’obiezione principale alla soggezione sessuale richiesta dall’uomo. È un’obiezione al rapporto sessuale, reale.

Non solo la madre non vergine e la vergine non madre sono lo stesso animale fantastico donna-madre, anche l’uomo-figlio e l’uomo padre sono lo stesso animale fantastico. “Anche la formula “un figlio possiede una donna”, e quindi anche “un uomo possiede una donna” indica lo stesso fantasma d’incesto, che segue al fantasma di parricidio. E così la vergine che nella logica di Totem e tabù è sempre una proprietà del padre morto. Ovvero l’uomo-padre o figlio che possiede la donna madre o figlia richiede il padre morto e la morte della materia e della madre, ossia il matricidio.
L’uomo che risponde al quantificatore universale e che in quanto tale entra nelle formule della sessuazione di Lacan è il parricida e il matricida. E la donna vi risponde come supporto del quantificatore universale, e in tal senso per Lacan è non tutta e sfiorata dal godimento al di là del fallo. Nel caso della donna si tratta di matricidio, quello che a suo modo Lacan descrive come il rapporto devastante tra madre e figlia. Come se il presunto rapporto tra padre e figlio non fosse devastante.

Non ha torto Zafiropoulos a affermare che Freud nel testo sul tabù della verginità ha scritto un frammento mancante al mito che riguarda le donne in Totem e tabù. E questa di Freud è la costruzione fantasmatica da dissipare, non la costruzione intellettuale del viaggio. E così nella pseudo logica freudiana (del fantasma), il legame inconscio che fissa la figlia al padre fa sempre dello sposo un marito di seconda scelta. La prima scelta sarebbe il padre edipico. Eppure la donna non è figlia e neanche madre nel presunto rapporto sessuale. Il legame non è inconscio ma sociale, personale, in altri termini fantasmatico. La donna, non più figlia o madre, procede dall’apertura, dalla relazione, non dal legame quale chiusura del taglio dell’apertura in giuntura e separazione. Le cose procedono dalla relazione e non dal legame, dalla genealogia. Nessun legame genealogico, nessuna struttura della parentela, che garantirebbe agli uomini la circolazione delle donne come oggetti di scambio e d’uso. Ne “Il tabù della verginità” Freud parla dell’enigma della frigidità femminile. E l’odio per il sostituto del padre (Freud: l’uomo-sostituto) motiva la frigidità della donna fissata a suo padre (morto). Se il padre non muore, ossia se la nominazione s’instaura: la donna non ha nessuna fissazione che la governa. E così anche per l’uomo. La sovradeterminazione è il frutto secondario della messa a morte del padre.
La psicopatia sessuale è il campo dell’uomo-sostituto e della donna-sostituta. L’uomo condannato a essere figlio o padre e la donna condannata a essere figlia o madre. Homo duplex. E anche l’uomo seriale e ogni altro uomo algebrale o geometrale.

Zafiropoulos annota con precisione i segni clinici del rifiuto della donna di circolare come oggetto di scambio tra gli uomini, e annota pure il rifiuto di passare dal padre inconscio allo sposo: dal morto vivente al vivente morto. Eppure non costituisce uno sbocco la vergine rispetto alla madre. Il dibattito su Maria come reintroduzione della Grande Dea Madre non può rimanere storico o sociologico o antropologico. La donna-madre e la donna-figlia pongono la stessa questione all’uomo-padre o all’uomo-figlio. Tra questi personaggi si tratta del rapporto sessuale, dell’erotismo. Stessa questione per le divinità maschili e femminili.

L’ordine simbolico della madre (Luisa Muraro) richiede forse l’idealizzazione simbolica della madre all’uscita dall’Edipo? Ma non c’è uscita dalla materia linguistica di vita. Non c’è uscita dalla dimensione. E non c’è Nome-della-Madre, che non autorizza tuttavia a ritenere che la teoria della dea-madre sia una sorta di falso romanzo delle origini (49). La cosa vale anche per la teoria della vergine e per ogni altra teoria delle origini. Per altro non c’è il vero romanzo delle origini. L’origine nega l’originario. Nel fantasma la legge del padre morto va con l’assenza d’idealizzazione simbolica della madre, anche perché come non c’è nome della madre non c’è madre morta. Nel mito freudiano è il padre che muore.
La madre non muore, è posta fuori dalla circolazione delle donne-madri o figlie. E le donne, tutte, che per Lacan non sono tutte, sono donne di dio, dalla dea madre alla madre barbara: dalla luna di miele alla luna di fiele della relazione devastante tra la madre e la figlia. La gloria e il regno del sistema simbolico, che già per Aristotele è il sistema di significazione, con i suoi tre principi dell’antivita. Sistema relazionale. Legame, saldatura, sutura, conciliazione, concordia.

Per Zafiropoulos la rivoluzione freudiana nel registro del collettivo associa la sessualità al principio delle istituzioni e al loro funzionamento. Formulazione che troverebbe d’accordo molti psicanalisti. E qui è in gioco non la sessualità ma l’erotismo, la sessualità standard, canonica. Le istituzioni teocratiche. Per Zafiropoulos erotismo e sessualità sono omonimi. Afferma che ciò che fa legame tra gli individui è l’amore, l’erotismo, la sessualità (57), e “per Freud, il legame istituzionale è quindi per intero costituito dall’amore dei figli per il padre ideale” (58). Padre morto, ucciso, assassinato. E persiste l’incubo che non ci sia nessun legame se il padre non è messo a morte e ucciso. Da una parte l’incubo del legame assoluto del figlio e della figlia con la madre e dall’altra l’opposto: l’incubo che non ci sia nessun legame. La libertà come principio dell’apertura è percepita come paura di non avere più paura, che non ci sia nessun legame. La rappresentazione personalizzata e incarnata è quella nel fantasma schizofrenico, che oscilla dall’unione cosmica alla catatonia dell’isolamento assoluto. Invece la schisi è il modo del sinodo, dell’andare insieme. Più il caso è dell’unico e più si staglia la bella differenza e più gli umani vanno insieme, poiché non rinunciano all’estetica, all’etica e alla clinica intellettuale. Senza più psicopatologia e psicocriminologia. Mentre nel lacanismo va da sé che le cose procedano dal padre morto. E così il mito della vergine per Zafiropoulos, interessato a come rispondere alla questione di Freud: cosa vuole la donna? Questo interesse rimane inquisitoriale, sebbene dal volto umano, dell’amico delle donne.

Le folle, maschili o femminili, esigono l’esclusione dell’oggetto sessuale, della condizione, che è specchio, sguardo e voce. E gli opposti ideali appartengono allo stesso animale fantastico, il primato del fallo, dall’ideale dell’essere niente all’ideale dell’avere tutto, dall’ideale femminile esoterico all’ideale maschile essoterico, fra cannibalismo ontologico e cannibalismo habeologico. Il fantasma d’origine, tentativo impossibile di padronanza dell’originario, è retro proiettato a costituire un’origine che sarà sempre falsa, sempre un ricordo di copertura. Retro proiezione che vale una delle formulazioni di Peirce quella di retroduzione, che propone all’inizio come natura dell’abduzione, che poi diverrà un’ipotesi del nuovo e non dell’origine. Appartiene a questo fantasma d’origine ogni antropologia psicanalitica, che risulta prendere il fantasma come realtà intellettuale. Vi appartiene anche una strana distribuzione ineguale dei sessi, secondo Freud. E anche l’influenza ritardante e frenante delle donne, poco atte alla sublimazione pulsionale. Come se lo fossero gli uomini. Guerre e stupri sono sublimazioni o loro scacchi?

Freud in Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica dei sessi (1929), si richiama alla ragione sufficiente per dire: “Non ci lasceremo raggirare da tali [dalle nostre] conclusioni dagli argomenti delle femministe che vogliono imporci una perfetta eguaglianza di posizione e d’apprezzamento dei due sessi…” Ma non si tratta di accettare o meno l’imposizione delle femministe, ma di ammettere l’imposizione frastica del significante e leggere il fantasma della perfetta uguaglianza.

E poi chi non si lascia raggirare è candidato a ben altri raggiri, come il primato del fallo, il fantasma della perfetta differenza dei maschilisti. Il fallo che farebbe la differenza anche per le donne, relegate in posizione di subordinazione: una conseguenza naturale, per Freud.

Lacan: l’ego come rappresentante della massa ideazionale. Il controtransfert non è altro che la dfunzione dell’ego dell’analista, ovvero la somma dei pregiudizi dell’analista (Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, p. 31). Massa ideazionale, sostanza e mentalità.

Zafiropoulos, leggendo Freud: la dominazione delle donne attraverso il superio degli eterosessuali, a loro volta dominati dalla potenza del superio del padre morto. La messa a morte del padre è l’errore tecnico di ognuno e di ognuna. Se l’uomo accetta la morte del padre avrà il dominio sugli altri uomini e sulle donne. Mentre per le donne il fantasma di morte del padre si volge nell’accettazione di essere oggetto del desiderio dell’uomo, per Lacan in “Intervento sul transfert” del 1951. Anche se propriamente l’assassinio del padre è opera dei fratelli e non delle sorelle. La negazione del funzionamento del nome pone le donne come nomi del padre (non nel senso lacaniano ma di nomi appartenenti al padre morto). Da indice dell’anonimato a indice del nominato, ossia del nome del nome. L’instaurazione dello zero per la donna come per l’uomo dissipa l’immaginazione e la credenza nella gerarchia e nei suoi vantaggi secondari. Al fantasma invece appartiene anche l’ipotesi inversa che non c’è, quella che l’uomo dovrebbe accettarsi come oggetto di desiderio della donna: informulabile per la questione maschile. Rimane forse un sospetto con la paura dell’uomo d’essere dilaniato da tre furie, il tribunale delle donne. E qui, come altrove, l’invidia del pene si mostra come invidia del fallo, del regno e del governo del potere. Attribuire alla formazione dell’ideale dell’io, che emerge al declino dell’Edipo, il comando della scelta del genere (Zafiropoulos, 83) vale a evitare la peste e la sessualità. La scelta per il genere, per quanto comandata dall’ideale dell’io, rimane in quanto scelta soggettiva, anche riferendosi al soggetto diviso dell’inconscio lacaniano. La scelta è algebrale e geometrale e procede dalla questione chiusa.

L’ideale dell’io e l’io ideale, pur nelle varie distinzioni, si riversano nella massa ideazionale, nei pregiudizi di ognuno.

Freud, Nuova serie di lezioni d’introduzione alla psicanalisi: “L’atto di distogliersi dalla madre si produce sotto il segno dell’ostilità, il legame alla madre sbocca nell’odio”. Lacan trova qui nel testo di Freud e nella sua pratica clinica la relazione devastante tra madre e figlia, ciò tra donne che accettano il primato del fallo, prese da qualche vantaggio secondario, come il godimento al di là del fallo promosso da Lacan. Il razzismo e il sessismo della formula “godimento vaginale” non è stato ancora analizzato e restituito in altra cifra. Emerge dal testo di Carla Lonzi come il godimento vaginale non sia altro che un aspetto di “godere del potere”. Alle donne che non parteciperebbero al sistema fallico, ossia al negazionismo isterico, non resterebbe che il godimento clitorideo. E questo è il primato del fallo in tutta la sua mascherata. Lacan ne Le formazioni dell’inconscio, 1957-1958, dice che la donna si trova presa in un “dilemma insolubile” tra maternità in cui il pene feticcio è sostituito dal bambino feticcio e la linea del suo desiderio, legata alla necessità implicata dalla funzione del fallo. Invece sia la soddisfazione materna che la soddisfazione come donna sono effetti dell’adesione al primato del fallo, al quale partecipa il feticismo della madre. Per Lacan il fallo è il segno di ciò che è desiderato dalla donna (23 aprile 1958). L’essere di soggetto della donna come fallo desiderato, significante del desiderio dell’Altro [ma l’Altro non gode, non desidera, non dice la verità, non è il luogo del tesoro dei significanti]. Nella mascherata femminile la donna mostrerebbe per Lacan la sua femminilità, legata com’è all’identificazione profonda al significante fallico, che è il più legato alla sua femminilità. E qui Lacan rispetta il suo ordine rotatorio: dal dilemma al dilemma passando per il dilemma. Originario è invece il viaggio: dal dilemma all’analemma. Allora il fantasma fallico, il dilemma, si pone come ipotiposi, modo dell’apertura e non della chiusura nell’ordine rotatorio, al quale Lacan cercherà una via d’uscita topologica e anche linguistica (un significante nuovo: un uno, l’uno dell’uno che non c’è se non nell’infanticidio). Né per la donna né per l’uomo c’è la linea del suo desiderio: la causa del desiderio è fuori dalla portata presunta del soggetto. Quanto alla donna come fallo, come nome appartenente al padre morto, è tale per un uomo castrato: uomo-padre o uomo figlio. È l’uomo castrato che va a prostitute o che si masturba. Uomo castrato che è senza castrazione, l’altro nome del “non” dell’avere, proprietà della funzione di zero, di lievito nella parola.

Per Markos Zafiropoulos c’è l’istanza di leggere Lacan con Freud (88) e non per questo il primato del fallo è messo in discussione. La ricerca sull’archeologia del pensiero di Lacan manca la restituzione del testo in altra cifra, in altra qualità. E il nome di ciò che regna al di là dei nomi (Nicole Loraux) è il nome del nome, qualcosa d’immutabile, l’archetipo per Jung. Rimane la soluzione di Lacan (94), la presunta disgiunzione radicale tra il desiderio della donna e le soddisfazioni materne. Non c’è il desiderio dell’uomo e della donna, già nella formula di Lacan che il desiderio è il desiderio dell’Altro. Nessuna antropologia del desiderio e nessuna alterologia del desiderio. La causa di desiderio, lo sguardo, non diverrà mai un punto di vista degli umani. E poi l’analisi è l’assenza di soluzione apportata dal fantasma, dal tentativo di padronanza sull’idea. Quindi è assurda anche la formula “la soluzione di Lacan”. La disgiunzione tra la madre e la donna trova la concordia delle disgiunzioni discordanti nel primato del fallo, nella sutura tra donna-madre-figlia, nel matricidio, che è più la morte della materia che della madre. La madre non più indice del malinteso ma dell’intesa è la donna-madre, la condannata all’incesto e all’intesa con l’uomo-padre. Per Zafiropoulos e per ciascuno rimane da leggere la confusione tra la figlia, la donna e la madre (94). E questo già nel testo di Freud e di Lacan.
L’indagine intorno alla questione donna e allo statuto (e istanza) della donna trova la sua condizione nel sembiante, non nel fantasma, non nel primato del fallo. Allora la distinzione come proprietà dell’oggetto e della causa diviene anche distinzione tra figlia, donna e madre. Allora si può intendere che la figlia non diviene mai donna, nemmeno nell’infinito asintotico o potenziale. Il divenire donna non riguarda la figlia, ma il fantasma della figlia creata dagli scriba del potere. L’enigma donna non è questione di essere né di divenire. Per tali questioni si tratta del segno donna e non del suo enigma. Il sistema dei segni è il sistema fallico, in cui ogni significante è fallico o non fallico, senza contraddizione, senza inidentità, senza il terzo.

Lacan, Le formazioni dell’inconscio (351): « C’est pour autant qu’elle n’est pas elle-même, c’est-à-dire pour autant que, dans le champ de son désir, il lui faut être le phallus, que la femme éprouvera la Verwerfung de l’identification subjective ». La donna si nega (elle n’est pas elle-même) per essere il fallo, per godere del potere, da subordinata. Altrimenti è insubordinata e frigida. Se accetta il primato del fallo proverà la forclusione dell’identificazione soggettiva. Il primato del fallo è il regno dell’identificazione collettiva.

Ecco il debutto in Lacan della questione del ravage (devastazione), in “L’étourdit”, 1972: “l’elucubrazione freudiana del complesso di Edipo […] contrasta dolorosamente con il fatto del ravage che è per la donna, per la maggior parte, il rapporto con la madre”. E quindi è una elucubrazione di Lacan. Ginecologia fantastica. Mito negativo della madre barbara. Madre che talvolta è lasciata a piatto fuori dal simbolico. Secondo Zafiropoulos, Lacan già nel 1935 parla di fantasmi fallici. E di questo si tratta: fantasmi. Copie impossibili della vita, come anche la forclusione della madre (107) o il registro nocivo delle esigenze di godimento della madre o l’ingordigia materna (108). Quanto all’identificazione con il niente si doppia in quella con il tutto e è questione di negazione dell’identificazione come proprietà del sembiante.

La paura d’essere schiacciati dalla domanda della madre è un fantasma matricida. E giocare, come fa Zafiropoulos, la donna contro la madre è ancora il fantasma “contro”, falso nesso del “per” la donna-madre o figlia. La distinzione tra madre e figlia rimane da fare. La vergine magra all’infinito è una madre grassa.

Lacan, “La direzione della cura e i principi del suo potere”, 628: “è il bambino che si nutre con più di amore che rifiuta il nutrimento e che gioca il suo rifiuto come di un desiderio (anoressia mentale). […] l’odio rende la moneta dell’amore”. Il bambino-padre, il sostituto del padre morto, come animale totemico. L’uomo mortale è figlio del padre morto, dell’assenza di padre. Il passaggio non è dall’infanticidio al figlicidio: è in gioco l’articolazione e la dissipazione del fantasma d’infanticidio, differente nei quattro fantasmi. La quadratura del fantasma.

Ne La relazione d’oggetto (175), Lacan annota che è immaginariamente che il fallo è incorporato in quanto manca alla madre. Un fantasma cannibalico, altro che incorporazione strutturale. Allora quando Zafiropoulos scrive degli effetti mortiferi dell’incorporazione dei significanti materni descrive un fantasma cannibalico. Effetti del fantasma, quindi dissipabili, vanificabili. I significanti non sono materni né paterni, non basta che siano pronunciati dai genitori per definirsi tali. La madre devastante telecomanda a seguito del matricidio, che è anche l’operazione di sostituzione (impossibile) della figlia alla madre. Sostituzione che vale come prostituzione, nell’ontologia. E il padre, quale devastazione d’origine (dalla guerra alla guerra passando per la guerra, senza privarsi dello stupro e della sua mano), telecomanda a seguito della sua messa a morte. Solo così, insegna Freud, il padre morto è più potente che da vivo. Da qui l’impotenza e la capacità dei figli. Questa è clinica del sembiante? Neanche l’ombra dello specchio, dello sguardo e della voce. È clinica dei fantasmi. Clinica fallica. Aggiustamenti fantasmatici e non articolazioni, e ancor meno vanificazioni. Qual è lo statuto della vanificazione? Quando la presa del fantasma mostra la sua inconsistenza e non copre più la presa della parola, che non è il cancro fantasticato da Lacan. L’intrusione del significante nello psichismo come cancro. L’incorporazione volge nella scorporazione. È il destino delle psicherazioni e delle corporazioni.
Nello stesso seminario IV (110), Lacan scrive: “All’estremo dell’amore, nell’amore più idealizzato, ciò che è cercato nella donna, è ciò che le manca. Ciò che è cercato al di là della donna è l’oggetto centrale di tutta l’economia libidinale – il fallo”. È cercata la conferma fallica, la significazione, l’affermazione, la giustificazione, la sutura tra due desideri, la concordanza superiore-subordinata, eccetera. Non è il caso, mai, di prendere un fantasma come impalcatura dell’origine, perché l’originario è sempre mancato, non è alla portata della presa della mano di scimmia. Il castrato (se cerca il fallo che altro è?) cerca l’oggetto perduto, la donna avatar del seno materno. Il seno-pene della madre. La donna-madre. La donna nel cannibalismo sociale e personale. I portatori del fallo sono castrati e evirati. Anime defunte esaminate per Schreber. E il dio morto ha commercio solo con le anime morte. L’oggetto centrale di tutta l’economia libidinale, lo scettro del potere, la giustificazione di ogni significazione. La ricerca del potere nel corpo della donna è arrivata sino al rogo. Il segno della possessione diabolica avrebbe dovuto confermare la buona possessione degli angeli del potere. Il fallo è anche il fiammifero che accende il rogo. Come si bruciano le donne? Anche con frasi nazificate del linguaggio come “clinica delle omosessualità femminili”, non più avvertita dal femminista Markos Zafiropoulos.
L’antropologia psicanalitica è senza analisi: si accontenta di un rimaneggiamento del fantasma e di una articolazione parziale. Non arriva ai battenti del paradiso e già prima non procede dalla porta, dall’apertura più che porta aperta. Una psicanalisi fantasmatica, una psicoterapia, tale è l’orientamento psicanalitico lacaniano, dal puttanesimo freudiano a quello lacaniano. E l’insistenza della catena significante non indica tanto l’articolazione simbolica che dissiperebbe l’ordine rotatorio fantasmatico, poiché quello che resta è la catena, anche nella sua variante di nastro della macchina di Turing. All’infinito, la catena è un cerchio e così il viaggio delle anime morte. Questione chiusa. Topologia delle superfici chiuse, dal nastro di Möbius alla bottiglia di Klein, che non a caso è il suo “doppio”. Topologia del viaggio circolare. Invece il viaggio intellettuale non ammette topologia.

Lacan lettore di Lévi-Strauss s’interessa al sogno che bisognerebbe analizzare nella logica del “messaggio rovesciato” (inversé). E qui sfiora una delle regole di lettura del Midrash, forse non ignota allo stesso Claude Lévi-Strauss. Scambi di parole per falso nesso (ancora non intellettuale). Il regno e il governo del falso nesso è quello del fallo, spacciato come oggetto e causa. Il desiderio inconscio sarebbe strutturato dall’identificazione al significante fallico che indica il posto di ognuno e ognuna negli scambi sociali. Non lo scambio intellettuale: metafora, metonimia e catacresi, ma la metafora sociale (paterna o materna o altro), la metonimia sociale (anche l’infinito potenziale del consumismo), catacresi sociale, la significazione del fallo in tutta la sua fosforescenza. Eppure l’identificazione è del sembiante, dell’oggetto e non del soggetto al significante. Nessun significante è fallico, nemmeno il falso nesso, che terrebbe insieme il messaggio nascosto e quello manifesto. L’indice del posto negli scambi sociali: grafemi sulla grotta platonica. Posto che è senza la posizione, senza la sembianza, senza la dimensione delle immagini originarie. L’impero delle immagini fisse, amate o odiate, teorizzate anche da Régis Debray e da Pierre Legendre. Immagine della figlia, immagine della donne, immagine della madre: la nocività delle soddisfazioni materne potrebbe celare mali sempre più devastanti e profondi! La madre negativa, la strega, la matrigna, non hanno dispiegato la loro ampiezza… Il matricidio è infinito potenziale, anche senza invidie per la messa a morte del padre. Figlia e madre non sono il “dilemma insolubile attorno al quale si dispiega, dal punto di vista della psicanalisi, la questione femminile” (127). La questione femminile non è la questione donna, è piuttosto la questione del matricidio, sia nella variante paternalista che maternalista. Senza che ci sia passaggio tra il mistero e l’enigma. Il mistero non può mai sfociare nell’enigma, come l’opinione non può mai sfociare nella verità. Il mistero segue a una questione posta come errore tecnico, come fantasma. E così: cosa vuole la donna? La donna non risponde perché, altrimenti, gli uomini in pieno realismo donerebbero alla donna quello che vuole (nella domanda dell’uomo). La donna non si pone la questione di Freud: semplicemente non accetta l’impianto dell’orco, quello stesso della sua subordinazione.

Non ha torto Zafiropoulos a chiamare la sua ricerca “antropologia psicanalitica”: le sue questioni sono propriamente zoo-antropologiche: dall’esigenza del desiderio delle donne come donne alla disgiunzione radicale tra desiderio della donna e godimento feticista della madre (130).

Lacan letto da Zafiropoulos: “ciò che circola tra gli uomini nelle strutture della parentela: il fallo” (130), ovvero le donne per Lévi-Strauss. Se il fallo circola tra gli uomini è indice della loro castrazione, che c’è anche nella formula dell’uomo come portatore del pene: se lo porta è già in quanto oggetto staccato, separato. E il padre è morto.
“La donna è quanto più donna quanto meno è madre, e ha gli averi sufficienti per incarnare il fallo nel cuore del collettivo”. Collettivo fallico, sistema genealogico delle filiazioni. Come se ci fosse un continuo tra donna e madre, e quindi una non uscita dal matricidio. Inoltre non è in gioco la disgiunzione tra donna e madre ma quella tra figlia e madre. Lo statuto della donna non più figlia e non più madre è quello di enigma della nominazione: la donna come indice dell’anonimato del nome.

Negata la transustanziazione, la donna s’incarna nel fallo, l’uomo s’incarna nell’animale totemico: soggettivazione e assoggettamento, soggettività femminile (132) e soggettività maschile, nella lingua del terzo impero, l’avviso di tutti, compatti nel definire il desiderio delle donne quale motore delle modificazioni della cultura occidentale e del suo disagio.

La disgiunzione donna-madre è esclusiva o inclusiva? La disgiunzione è una caricatura dell’apertura. L’apertura non è per disgiunzione, per dischiusura, per disostruzione. E per la stessa ragione la relazione non è a due, non più che a tre o a quattro: bambino, madre, fallo, padre. Padre morto, bambino castrato, madre fallica e fallo oggetto, causa.
Zafiropoulos annuncia una prossima opera: “La rivoluzione del fallo”, da porre sullo stesso scaffale con Le bonheur du phallus di Nicole Guey. Pare sia uscito un articolo e non un libro.

La teoria del femminile o della femminilità, con le vecchie coordinate freudiane o con le nuove coordinate lacaniane, persiste nella costruzione sociale, senza l’istanza della costruzione intellettuale, che non ammette fantasmi al governo degli umani. Théorie de la féminité è la copertura per il regno e il governo del godimento femminile.
Rileggere Lacan, « Propos directifs pour un congrès sur la sexualité féminine », negli Écrits, parola per parola.
Zafiropoulos leggendo Lacan : “l’interesse per la femminilità è sempre un interesse per il fallo che incarna precisamente al meglio la femminilità” (135-136). La femminilità come costruzione sociale non può che esprimere al meglio il primato del fallo. Ragionamento tautologico. Il fallo incarna al meglio la mascolinità e incarna al peggio la femminilità, nel senso che gli uomini ebbri di superiorità presumono di stare meglio delle donne che subordinano. Lo stupro è la risposta maschile quando le donne non incarnano al meglio la femminilità prescritta dal primato del fallo. Il desiderio dell’Altro, ossia il fallo desiderato dalla madre (Lacan nei “Proposte”, 733) è lo scettro del potere, ingenuamente attribuito al possesso del pene. Possesso che non è un possesso, ma un fantasma di evirazione.
Quali donne e quali uomini non incarnano il fallo? Chi si attiene alla questione aperta.

Per Lacan ne La logica del fantasma dice che la donna diviene ciò che essa stessa crea in modo immaginario, ma il simbolico rimane quello del primato del fallo.

Zafiropoulos conferma l’uomo in posizione di figlio: se l’uomo si conferma nell’eterosessualità un buon relais per la donna, si confessa pure come buon figlio per la madre (137). L’uomo sarebbe considerato dalla sua partner come una sorta di bambino al servizio della madre: tale è la donna-madre. Un fantasma, come l’uomo-padre o figlio. E qui Zafiropoulos consiglia all’uomo di fare il morto (137) con la donna. È ancora lo schema di Totem e tabù: il morto-vivente, il padre dell’orda primitiva ucciso, e i viventi-morti, i figli parricidi. Altra perla o zaffiro: “la virilità, secondo Lacan, s’inscrive nel gioco sessuale via la castrazione, e è quindi in quanto uomo morto , o amante castrato, che il partner entra in scena”. Solo l’uomo morto ha accesso alla donna-madre. In modo rabelesiano sarebbe da scrivere un seminario sulla sessualità maschile, ma ci ha già pensato il marchese de Sade.

Leggiamo: “Se le donne godono, questo corrisponderebbe a essere in copulazione con un amante tanto più adorato quanto più è morto o castrato (137). La citazione del rapporto tra viventi-morti prosegue a p. 138.

Lo sdoppiamento necessario della donna secondo Lacan è l’altra faccia dell’homo duplex, il portatore del pene.
Nelle Proposte di Lacan c’è il ritornello del “declino del paternalismo”, usato anche negli scritti sulla sessualità femminile dello stesso periodo da parte di alcuni suoi ex-allievi, come Guy Rosolato, François Perrier e Piera Aulagnier.
Certo che i figli restaurano la figura paterna nella cultura. Padre morto e pseudo cultura, nel rispetto della divisione dei sessi. Divisione della divisione: il sesso è taglio, sezione. Zafiropoulos riconosce che la teoria del matriarcato di Freud è una sorta di bricolage introducente una falsa finestra materna. È un altro modo di enunciare il falso nesso. Anche le idee di Lacan sulla donna, sino a quelle di Zafiropoulos, sono una sorta di bricolage introducente una falsa finestra. E la “falsa finestra” è tutta la materia linguistica che ci resta da leggere. Questione della finestra, della porta, della stanza, delle pareti. In particolare la stanza rinascimentale. La stanza che non sta nell’ontologia.

Zafiropoulos: “distinguendo male la donna dalla madre durante trent’anni di studi, Freud non ha veramente surclassato né i suoi pregiudizi, né il suo sintomo, né il mito costituente la chiave di volta della sua opera” (150-151). Questo non è un ritratto di Freud ma un autoritratto di Zafiropoulos. La vergine (desiderante) non madre contro la madre autosoddisfacente non vergine è il suo fantasma.

Freud in una lettera a Martha parla della cosa più deliziosa che il mondo abbia da offrirci: il nostro ideale di femminilità. Il “nostro”. Freud parla a nome degli uomini, figli o padri. In un altro passo della lettera interviene la natura come destino della donna: “la natura decide del destino d’una donna donandogli la bellezza, lo charme e la bontà” (159). Anche qui c’è lo stereotipo dell’attribuzione della bellezza alla donna, evidenziato nell’elaborazione di Marina de Carneri ne Il fallo e la maschera (Mimesis, 2015).
È facile attribuire a Freud la finzione schiacciante il desiderio della donna verso le soddisfazioni materne. Non viene colta da Zafiropoulos la stessa finzione operante nel caso della donna (figlia) contro la madre senza più enigma della donna.

C’è qualcosa dell’arte della combinazione, della cucina, nel mettere due termini in opposizione, quasi su un continuo in cui gradatamente si passi da un polo all’altro. Una figura retorica o una regola midrashica. È un pretesto: una norma, una regola, un motivo. Altri interventi, altra arte, entrano in gioco tra soddisfazioni materne e desiderio della donna, che risultano anche due antropologismi e più precisamente due ginecologismi. La soddisfazione non è materna e il desiderio non appartiene a nessuno, né donna né uomo. Il dualismo donna madre è un mistero (il graal della disgiunzione operata da Lacan) perché le definizioni in ballo sono sociali e quindi solo la società, i suoi scriba, potrebbero dire dove sia la disgiunzione. In quanto scriba del potere, aperto alle donne, politicamente corretto, Zafiropoulos pone la disgiunzione, il varco tra la donna e madre, per opera di Jacques Lacan. È una battaglia connotativa, una pseudo battaglia. Per Platone, alias Socrate: una battaglia di opinioni che non si pone lo statuto di una verità inservibile e non causa.

Markos Zafiropoulos lettore di Lacan: “la donna è la donna e il suo stesso essere dipende dall’identificazione profonda al significante fallico che è il più legato alla sua femminilità” (La questione femminile…, 164). Nel mito di Babele ci sono i mattoni e la malta. La frase sembra molto ben edificata, eppure la malta non tiene insieme la giuntura e la separazione. E i mattoni diventano altre devarim, parole. La tautologia iniziale: la donna è donna. Il suo stesso essere dipende: l’ontologia impiantata comanda il sistema delle dipendenze. La donna definita rispetto all’essere, l’Altro assoluto per certo lacanismo e non solo, rispetta la circolazione dell’avere, tra uomini, come nell’opera di Lévi-Strauss. Donna-essere, uomo-avere. Identificazione soggettiva, umana, e non intellettuale, non oggettuale. Non l’identificazione del sembiante, oggetto e causa della pulsione, i cui altri nomi sono, virtù, forza… L’identificazione profonda è richiesta dalla malta (sintassi, frase) che non tiene, ma perché si tratta di metasintassi e di metafrase. Non più il significante è fallico, e neanche il nome lo è. Non è fallico nemmeno l’Altro. Intanto non è luogo e neanche tesoro dei significanti. Non tesaurizza neanche i nomi. L’Altro è altro dal nome e dal significante. I significanti fallici procederebbero dalla questione chiusa e poi dischiusa in due genealogie. Significanti fallici, e di potere, e significanti non fallici, impotenti, quelli degli esclusi. Ecco perché non siamo letti, perché per la società eretta a sistema di significazione semplicemente non esistiamo. È un sogno sociale degli scriba del potere che esista l’identificazione ai significanti istituzionali. L’amore istituzionale, spronato dalla propaganda, è la base dell’odio istituzionale, anche quello dei rivoltosi sociali in blocco e bloccati.

Non c’è nessuna alternativa tra la vita di famiglia e la vita sessuale. Nella presunta alternativa, entrambi i poli della questione sono erotismi. La scelta è sempre tra la padella e la brace. La decisione è inconscia.

La donna di Zafiropoulos è mutuata dalle vergini magre di Lacan, come se la verginità fosse una proprietà del soggetto e non del tempo. La vergine non possiede la verginità. La donna e anche l’uomo sono vergini nella zooantropologia.

Tolta la verginità al tempo, ecco il tabù della verginità, ben incistato nella rivoluzione del fallo, “la rivoluzione del fallo che esige di contrastare il volere della madre con un feticcio che non sia il corpo del bambino” (169). Infatti è il corpo del vivente morto e mortificato della larva umana, maschile. La rivoluzione del fallo nega la rivoluzione della parola. Non è la donna contro la madre la questione principale, ma dietro questo falso nesso opera l’uomo contro la donna, la figlia e la madre. La presa è della parola, non una prerogativa degli umani.

Leggendo il mito di Medea, Zafiropoulos s’imbatte nell’homo duplex Giasone che dopo aver sposato Medea desidera affermare la sua postura maschile conquistando la figlia del re. Affermare il massimo grado nella gerarchia, che procede da dio come specchio in cui si riflette il primo Adamo. Postura maschile, perché no? Mascherata. Impalcatura fallica. Forse abbiamo appena letto un’impalcatura fallica, mettendo in discussione la nostra, nell’inappartenenza.


Gli altri articoli della rubrica Pittura :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

30.07.2017