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Philippe Sollers e l’amore

Giancarlo Calciolari
(20.03.2016)

Philippe Sollers, Trésor d’amour, Gallimard, 2011

Un romanzo d’amore e sull’amore di Philippe Sollers, a confronto con l’esperienza di Stendhal, che oltre al Rosso e il nero e a La certosa di Parma, ha scritto anche un libro dal titolo Dell’amore.

Amare, termine generale, che s’impiega in tutte le accezioni del verbo, transitivo e assoluto: fare l’amore. Senza il fare l’amore è un’altra cosa. Con l’affaccendarsi c’è l’erotismo, magico e ipnotico, algebrico e geometrico, ma l’amore resta eluso. Apparentemente contro l’elusione dell’amore nella forma dell’erotismo, che è miseria e povertà sessuale, si è imposta la mitologia dell’amore folle, dell’amore assoluto, dell’amore passione. E già il pathos indica che la soluzione è interna al problema che vorrebbe risolvere. Contro disamori senza passione, l’amore folle, che è anche quello dell’Orlando furioso, pare l’antidoto, la medicina che sola può contrastare il veleno delle relazioni standard (personali e sociali), che sono appunto senza amore e risultano una gestione impossibile dell’odio.

Di romanzo in romanzo Philippe Sollers tesse l’elogio dell’amore passione e sfiora la questione che forse non può affrontare: quella dello statuto dell’amore nella parola, nella vita. C’è qualche immagine di morte che resta adiacente agli amori narrati da Sollers, senza mai cogliere se questi siano tributari del discorso della morte. Un tributo lo da Stendhal a Sollers per immaginare e credere che l’amore passione sia la via originaria dell’amore e non un pendant del discorso della morte che per altro, qua e là, Sollers analizza. La sua lettura del tran tran sociale di ogni epoca è precisa e non accetta appunto nessuna epoca, nessun discorso eretto a impalcatura e che tenga nella mortificazione ogni uno. L’analisi dell’ideologia francese, diventata morale personale, non dissimile dalle ideologie delle altre nazioni occidentali, è impietosa. Certamente l’amore passione è preso di mira e reso ridicolo. L’accusa a Stendhal arriva sino a Sollers, indagati per crimine di fanfaronata. Racconterebbero frottole per addolcire la vita. Insomma, sia Stendhal che Sollers (e Sollers-Stendhal che c’è in questo romanzo) mentirebbero sull’essenziale e come tutti rinunciano all’amore passione erigendolo in idealità, com’è stato il caso dei trovatori.

Si tratta invece di leggere la loro esperienza dell’amore e di restituirla in altra qualità. Allora sono da questionare anche la frequentazione dei bordelli e le forme dell’amore passione di cui narrano. Non è questione di ammettere o non ammettere di essere andati a puttane, quanto d’intendere che cosa implichi il farlo in ciascun caso. La prostituta è madre nel rapporto sessuale: degradata, alla portata di mano, distribuente il saperci fare col sesso, ma madre. Si tratta di incesto e di stupro. La nozione di rapporto sessuale è quella di erotismo. L’evento e l’avvenimento non hanno risvolti erotici, non sono visibili. Sfuggono a qualsiasi antropologia o altra logia dell’amore. Il mito stesso della nascita di Eros è già erotismo in azione ancora prima che Eros nasca. Una donna fa l’amore con un semidio ubriaco per fare un figlio che non sia povero come lei.

Il modello dell’amore passione di Stendhal, nella costruzione di Sollers, è mutuato dalla madre come paradigma. E Sollers a proposito del suo amore passione per la giovane Minna dice che il vero amore è sempre di colore incestuoso. La prova: Minna, la sua bambina veneziana, sua sorella. La donna, figlia o madre, è bambola erotica. Certo, in quanto donna, poiché è impossibile ridurre la donna a figlia o a madre, l’avventura trova la sua condizione nel fuoco fatuo. Questa l’infatuazione. Il testo non è il discorso. E la sospensione parziale del discorso della morte nel caso di Philippe Sollers lascia il posto a quello che resta. Ecco il titolo: Tesoro d’amore. L’amore che resta, l’amore indistruttibile; non è questione di amori che durano quel che durano come parla della psicanalisi come pratica Lacan.

L’amore più che ridursi al suo fare, nel suo etimo dato come originario di “fare l’amore”, è il transfert. La psicanalisi ha indagato intorno all’amore di transfert, e si è trattato per lo più di negazione del transfert. L’amore di transfert è amore o non è amore? Il transfert è la metafora; e la metafora non è paterna come crede Lacan e i suoi epigoni. L’amore non è l’amore del padre, prestato poi nella dottrine politiche al despota e al tiranno. È per questo che lo psicanalista Giancarlo Ricci ha scritto più di trent’anni fa un libro dal titolo L’amore del tiranno. Niccolò Machiavelli scrive che nella conversazione con gli antichi tutto si trasferisce in loro. Per dirlo nel modo della fiaba: nell’amore gli innamorati tutto si trasferiscono l’un l’altro. E chi stabilisce limiti e confini al transfert, all’amore, si impedisce d’amare. Ecco il successo millenario e planetario della prostituzione: nessun amore, nessun transfert, solo il mercimonio.

Nel romanzo di Philippe Sollers la storia d’amore è quella per Stendhal piuttosto che quella per Minna, la giovane esperta dell’autore di Henry Brulard. Sollers tutto si trasferisce in Stendhal. È il suo modo di leggere, il suo modo di scrivere. La conversazione che ha con Stendhal, ancora prima che l’arte del silenzio che s’instaura tra l’autore e Minna, è il dispositivo che per ore e ore (Machiavelli dice per “quattro ore”) sospende la fame, l’affanno, la paura di morire… Il punto è questo: come regge l’amore tra Minna e Sollers? Come reggono gli amori di Stendhal? Intanto gli amori di Stendhal non reggono: sono già dati come impossibili; e più che cercare per quale via siano stati brevemente possibili, è rispetto al proseguimento (la questione aperta) e al contingente che occorrerebbe indagare. Il dispositivo di scrittura (un dispositivo del fare) c’è in Stendhal, come c’è in Sollers e anche in Minna. È rispetto al fare e ai suoi dispositivi che l’amore regge e muove il mondo e le altre stelle, come suggerisce Dante. Se il discorso dell’amore copre come un ricordo il testo dell’amore, allora l’esperienza è negata e l’amore non regge. Ma se il testo dell’amore, di passo in passo e di piede in piede procede, allora si tratta dell’amore che regge, e che morbi deformi non intaccano. Il tesoro d’amore non è una proprietà, non è un possedimento, un avere. È la qualità infinita che giunge come miele dell’esperienza. Ecco perché, pur con la questione della donna ancora figlia-madre, il romanzo Tesoro d’amore non è mieloso, non è sdolcinato, come gli oceani zuccherini della produzione di massa della distrazione. Philippe Sollers è stato amico di Armando Verdiglione e avrebbe avuto l’occasione di leggerlo, ma non l’ha fatto o non ci è riuscito. È forse l’unico Armando Verdiglione che potrebbe porre a Philippe Sollers delle questioni intellettuali intorno a quelle che per lui sono delle acquisizioni, che restano invece da leggere e da analizzare.

Senza più pathos, l’amore si tesaurizza nel miele che procede dall’albero della vita, mentre gli uomini standard bramano il miele buono da cogliere dall’albero della conoscenza, una volta mondato dal male.

Ecco la definizione del miele data in esergo al suo romanzo da Philippe Sollers che la trae da Stendhal: “L’amore è sempre stato per me il più grande degli affari, o piuttosto il solo”. L’affare del miele. Il miele che resta, annunciato dall’altro esergo, quello di un proverbio veneziano del XVI secolo: “Il dolore d’amore non dura che un momento, il tesoro d’amore dura più che la vita”. E per Sollers Venezia è il paese di latte e miele.


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8.05.2017