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Homo erectus?

Giancarlo Calciolari
(20.03.2016)

L’homo erectus nel discorso occidentale è l’uomo che sta in piedi o si regge in piedi. Stare vale a reggersi, a tenere in piedi? L’uomo eretto ha due facce: l’uomo della ricerca e l’uomo dell’impresa. L’uomo della logica e l’uomo del fare. L’algebrale e il geometrale. L’intellettuale che non intraprende e l’imprenditore senza intellettualità sono le tarde figure impossibili dell’homo erectus. L’uomo della ricerca non regge la vita e così l’uomo dell’impresa. Il filosofo e l’homo faber sembrano incompatibili. Nel discorso greco i tecnici non possono accedere alla filosofia. Per Borges se il venditore di patatine fritte vince il Nobel per la letteratura gli tolgono pure il saluto. L’uomo della ricerca algebrizza e l’uomo dell’impresa geometrizza. L’uomo dell’algebra e l’uomo della geometria. L’uomo che detta e l’uomo che esegue non reggono. La non reggenza dell’uomo (ignaro che è la parola che regge) si chiama prostituzione, alcool, droga, guerra, stupro, assassinio…

Regere: dirigere in linea retta. Regula. Rectus. Regere fines: tracciare le frontiere. Senso fisico e morale e poi “avere la direzione o il comando di”. Rectus si dice sia di una linea retta orizzontale che di una verticale. In questo ultimo senso si oppone a deiectus, supinus. È l’idea di verticalità (più precisamente di perpendicolarità) che si trova in arrigo, corrigo, erigo (ergo), sub-rigo (surgo). L’idea di orizzontalità è in derigo, dirigo, porrigo (porgo), pergo.
Surgo
è stato utilizzato nel senso assoluto di levarsi, drizzarsi. Porrigo: distendere in avanti, tendere la mano. Pergo: dirigersi attraverso, proseguire la propria rotta, continuare di. Da surgo assurgo, insorgo. Insurectio. Resurgo, sino a risorse. Resurrectio. Resurrezione.

Le cose reggono o tengono? Stare è tenere in piedi, dritto.
Reggere. Humanum genus duobus regitur. Il genere umano è retto da due modi o misure. Come “misure” è la traduzione proposta da Pierre Legendre. E così le istituzioni si reggono su questa frase di Graziano, monaco camaldolese, eremita, priore. Quindi un uomo di un certo strato sociale o lignaggio. I Romeo e Giulietta, i giovani, sono dello stesso lignaggio. L’homo erectus non si regge e richiede di essere eretto. L’erezione dell’homo erectus non regge. La perpendicolarità non regge. Regge forse la verticalità?

L’uomo è governato, dominato, signoreggiato, dal due eretto a sistema? Duobus. È retto o procede dal due? La falloforia non regge. Il primato del fallo non regge: è minacciato dall’invidia del pene e dalla protesta virile. La protesta fraterna.

I perpendicolari. L’impotenza: le cose e il coso non reggono. Le donne e il letto. Le donne e la clinica. Non c’è potenza-impotenza per le donne. Perché l’accettazione femminile della falloforia? Sottomissione o sovramissione. La critica della rettitudine di Adriana Cavarero e l’elogio dell’inclinazione al femminile. La clinica ginecologica?

Graziano ha bisogno del genere umano. Oggi il genere definisce la differenza dei sessi e nega la differenza sessuale. Non ha scritto gli umani sono retti… ma il genere umano è retto… La generazione, il genere, posto in alto e dinanzi richiede che il due regga, ovvero non regge. Il sistema dell’erezione e della rettitudine e dei suoi errori tecnici è la falloforia come sistema del due.

Quando il genere procede dal due, dal cielo, da corpo e scena? Allora si dissipa la falloforia. L’amore folle, l’innamoramento assoluto di una vita, senza condizioni, l’amore che poggia sullo sguardo (anche in Dante e Petrarca), l’amore del cavallo pazzo o dell’Orlando furioso, risiede nella falloforia. E quindi il verdetto è tragico: la vita è infernale (non regge, “non ti reggo”, “questo amore non può reggere”…) e la donna è in posizione di figlia o di madre e non ancora di donna. Nella mascherata, nel carnevale della vita (“carne levare” o “carro navale”) la posizione impossibile. Le donne e le antique corti. Le donne, gli amori, io canto. Non di principesse e principi? Ariosto: Di donne e cavallier li antiqui amori, le cortesie, le audaci imprese io canto.

Questo altro canto ad ascoltare aspetto chi de l’istoria mia prende diletto.

Gli uomini fanno le guerre e stuprano per un sostituto, per una briciola d’amore posticcia. L’impalcatura non regge. La chiesa e l’esercito non reggono. I costumi, ossia il diritto romano, e il vangelo, ossia il diritto canonico, non reggono. Di certo non regge la canna del canonico. Falloforia e cazzoforia. Masturbazione alta e masturbazione bassa. Il discorso d’amore e della pace non regge. Il discorso d’odio e della guerra non regge. Il dono dell’essere e il dono dell’avere non reggono.

Il dono dell’amore e il dono dell’odio reggono. La struttura della parola regge. La parola regge. Le armi della parola reggono. Non gli umani sono retti ma la parola regge. L’uomo regge quando procede dalla parola. La relazione regge. La sembianza regge. Non cede alla morte bianca, agli sbiancamenti e ai pallori. Pallor e Pavor. Tutta qua la paura, ovvero l’ipotesi della questione chiusa che la cosa non regga. E quando le cose non reggono? Quando l’amore non regge, la relazione non regge? Quando le cose sono presunte finire. Sul postulato della fine del tempo le cose non reggono, e durano quel che durano, come scrive Lacan a proposito della psicanalisi come pratica delirante e non come scienza. E così l’amore delirante, quello che Philippe Sollers chiama l’amore-passione. L’amore sotto il principio del pathos, l’amore patologico. L’amore malattia, come crede e immagina Stendhal. L’amore mercenario, l’amore dei sostituti.

L’affanno è indice delle cose prese nella durata e non nella parola. Quando la parola s’instaura e ciascuno entra nelle antique corti a discorrere con i classici allora per quattro ore anche Machiavelli sdimentica ogni affanno. E non teme la morte. E non prova vergogna dinanzi ai giganti della cultura, dell’arte e della scienza. L’affanno è proprio della reminiscenza, del ricordo, che è sempre di copertura. La veglia memorante di ogni affanno. Come cessa ogni affanno? Entrando nelle antique corti. “Qual è la porta d’entrata di Freud?” si è chiesto Lacan. Il padre, il nome, lo zero. Non il nome del nome. L’entrata, l’accesso è una proprietà dello zero. Quando lo zero s’instaura, allora la crescita regge e non è destinata a morire, a finire. Allora il miele non è predestinato al fiele. Il miele dell’esperienza è ignoto per ognuno oltre che per la repubblica, per la città. È la qualità estrema, l’unica cosa che non lascia stremati, stanchi. Qual è lo statuto della stanchezza? È quello che gli attribuisce Cesare Pavese? Pavese che era preso dall’affanno che la morte avesse gli occhi di una donna. Scrisse che era stanco prima di suicidarsi. La stanchezza è la sensazione della morte bianca, del pettegolezzo, della vita senza la parola originaria. La vita della morte della famiglia o della famiglia che uccide (tra David Cooper e Morton Schatzman) al posto della famiglia originaria. La relazione che tiene. La relazione come apertura, anche quella dalla quale procedono il filo e la corda del tempo. Nessuno può tagliare il filo e nemmeno la corda. Non c’è neanche chi possa attaccare o staccare la spina. I contrappassi di chi pensa d’andare in pensione o in vacanza sono noti, non nel senso di una teoria della conoscenza ma della notazione. Queste notazioni Jean-Michel Vappereau li chiama risultati. L’abduzione che è propria del cibo intellettuale, quello che solum è mio e per il quale nacqui, dissipa ogni affanno. Chi si nutre di falloforia boccheggia, naviga a vista, è sempre stanco, ma potrebbe anche essere iperattivo e andare come un cavallo pazzo. Solo cavallo pazzo non va come un cavallo pazzo.
Non c’è l’alternativa. Non c’è da prendere o lasciare. Non c’è da tagliare il filo o la corda per sopravvivere tra l’istituto della colpa e l’istituto della pena, tra ricatto e riscatto, le due facce della vendetta. Il dente per dente
Il dente perdente. Il dente perso, caduto, quello degli uomini eccezionali, caduti dall’iperuranio, dall’extra-cielo.
Gli uomini e le donne eccezionali non reggono. La caduta è la sentinella dell’impossibile tentativo di togliere idealmente il punto di caduta, lo specchio.

La rettitudine richiede la rettificazione e il rettificazionismo, che risulta anche verificazionismo e falsificazionismo.

Se l’ipotesi, anche del Decretum Graziani, è che l’umano è retto, qual è lo statuto dell’umano che non si regge? L’uomo che non si regge è la teoria della messa a morte del figlio. Il figlio incerto. L’umano mortale. L’umano animale. L’umano totemico e tabuico. La banda dei fratelli, temuti dal balbuziente, il fratello traditore della loro lingua e quindi della sua lingua. Il fratello invisibile. Uno straccio di fratello. Il fratello stracciato. Senza traccia, senza memoria, senza poesia. Solo il ricordo, la caligine delle immagini corporee e la nube dei fantasmi.

L’amore non si scrive nella durata e vive nell’eternità dell’istante. L’amore è originario e pertanto senza origine.


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8.05.2017