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Perpendicolarità o verticalità?

Giancarlo Calciolari
(19.03.2016)

L’impianto del lavoro di Adriana Cavarero è semplice. L’ homo erectus e l’uomo retto sono il pilastro dell’ordine occidentale, qualificato di patriarcale, e che diviene primato del fallo in Freud, che non è un personaggio di Lacan, come lo è invece Socrate per Platone. L’ordine della rettitudine è responsabile del principio di violenza che presiede agli stupri legali e illegali e alle guerre giuste e ingiuste, e allora è il caso di fare la critica della rettitudine. Ossia dell’homo erectus, dell’uomo retto, del primato del fallo che è il primato stesso della perpendicolarità, della questione chiusa.

Ora l’analisi della perpendicolarità quale schema della filosofia e dell’ideologia, ma anche della teologia e della letteratura, è la parte interessante dell’opera di Adriana Cavarero, quello che noi chiamiamo l’archivio, il cantiere aperto. E si tratta di letture del Genesi, di Barnett Newman, di Kant e di Virginia Woolf, di Platone e di Hobbes, di Canetti e di Artemisia, di Leonardo e di Hannah Arendt, per concludere con un commiato da Emmanuel Lévinas.

L’analisi del concetto di verticalità e di quello di rettitudine potrebbe estendersi, dall’ipotesi della caduta dell’uomo dall’iperuranio a von Clausewitz. Dalla verticalità dell’iperuranio all’orizzontalità del terrestre (è anche il senso di terrorismo). Dallo spirito della guerra che scende dall’alto sino agli ultimi ranghi dell’esercito. Qual è la materia che nega la perpendicolarità? La verticalità: un modo del due, dell’apertura. Perpendicolarità e verticalità per Adriana Cavarero sono sinonimi. Eppure la verticalità a cui allude anche il cielo della parola, che è combinazione di corpo e scena, è giuntura e separazione, è negata dalla perpendicolarità con la sua doppia genealogia, delle altezze e delle bassezze, del vertice spirituale del triangolo (anche in Kandinsky) e della base sostanziale dello stesso.

In Nonostante Platone, scritto dopo Sputare su Hegel di Carla Lonzi, Adriana Cavarero identifica il discorso occidentale come discorso della morte. Tale è la questione chiusa, circolare, che Heidegger assume sino a definire l’essere come circolare. Ora la rettitudine che analizza Cavarero è la perpendicolarità, non la verticalità, che è corpo e scena, giuntura e separazione. Ecco allora che il viaggio è dalla perpendicolarità alla perpendicolarità passando per la perpendicolarità. Ossia non c’è uscita dalla caverna e dall’inferno della retta che scende dal cielo (è la caduta dall’iperuranio che provoca la schiavitù degli umani nella valle di lacrime) e penetra per gli orifizi, secondo un’allegoria del matematico e psicanalista Jean-Michel Vappereau.

L’inclinazione è interna alla rettitudine o la sospende? La critica della rettitudine è un omaggio alla filosofia e a tutte le sue critiche. C’è chi ha scritto anche la critica della ragione ghiotta e ovviamente prospera, come gli empi. La krisis non volge mai in mnemotecnica della crisi, tale sarebbe la critica come proprietà del soggetto, in particolare del filosofo. L’ipotesi di lettura che abbiamo messo a confronto con l’opera di Adriana Cavarero è che l’inclinazione come un aspetto dello statuto della donna non metta radicalmente in discussione la postura retta dell’ordine patriarcale. L’inclinazione ideale comporta la perpendicolarità reale. Tra la padella e la brace. Tra il terrore e il panico. Tra orrore e spavento.

La teoria della clinica, ossia della piega della parola, che Adriana Cavarero non esplicita nelle sue inclinazioni, quali proprietà della madre leonardesca (tale è la lettura del quadro Sant’Anna, la Madonna e il bambino con l’agnello), si riferisce alla donna in quanto madre (e Sant’Anna è madre della madre) e non alla donna. E l’uomo prefigurato nel bambino è l’uomo-figlio, l’altra faccia dell’uomo-padre, che è sempre il fratello nel fratricidio che segue alla messa a morte del padre. Un bambino che si distrae dal suo destino di agnello? Un bambino che conferma i fratelli lupi? Eppure anche il bambino non è retto e risulta inclinato rispetto all’agnello… Emerge da quest’opera di Leonardo l’inclinazione irrinunciabile verso l’altro? Inclinazione idealmente irrinunciabile e realmente rinunciabile? Rimane un’inclinazione su fondo di rinuncia. Verso l’altro? La madre leonardesca è un soggetto inclinato? L’inclinazione verso l’altro sospende la rettitudine assiale verso di sé? L’uomo eretto è avvitato su di sé? E l’uomo non eretto è uno svitato? Chi sono gli uomini non eretti? Gli schiavi piegati dal lavoro? Come l’inclinazione della madre non è la piega forzata di una donna sottomessa al ruolo di madre? Qual è lo statuto della madre senza più convenzione sociale? Un senso carnale lo indicherebbe meglio dello sguardo indaffarato dell’intelletto?

L’inclinazione materna, come postura relazionale, originaria e dissimmetrica, non rientra comunque nel quadro della perpendicolarità. Basta questo a sospenderla? La logica triale delle dimensioni procede dalla logica diadica, la logica delle relazioni. La dimensione di sembianza è anche quella della posizione impossibile. E per questo, anche per la semovenza e l’alterità dell’immagine: nessuna postura e tanto meno relazionale. La relazione non lascia il posto al relazionale. La posizione nella sembianza non si fa mai postura.

Adriana Cavarero immagina “un ordine politico alternativo organizzato su archetipi posturali femminili”, tale che “l’inclinazione materna potrebbe funzionare come modulo dirompente di una diversa e più rivoluzionaria geometria finalizzata a ripensare il nucleo della comunità”. Nonostante la sua lettura di Freud, Cavarero resta junghiana. Scommette sugli archetipi, e non qualsiasi ma posturali e femminili. E la trasformazione resta confinata in una rivoluzionaria geometria, che è un ossimoro, poiché la geometria è l’inferno dell’esecuzione di protocolli dell’algebra. E l’algebra ha come suo altro nome il primato del fallo, il patriarcalismo, che trae sostentamento dal matriarcalismo, anche con l’ipotesi mai verificata del matriarcato. Che all’ordine politico dominante organizzato su archetipi posturali maschili (compresa l’erezione più o meno perpendicolare) sia sostituito un ordine politico alternativo organizzato su archetipi posturali femminili (compresa l’inclinazione della madre leonardesca, mentre l’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro non ha bisogno della nozione di inclinazione), la cosa avviene nella circolarità della questione chiusa del primato del fallo.

L’archetipo, non il cifratipo, è fallico. La postura è fallica. Il femminile è fallico, e non solo la negazione del femminile, come teorizza l’ultimo Freud. E ciò che è fallico nega il fallo come modo del due, dell’apertura. Il fallo come corpo e scena, come giuntura o separazione. Mentre il primato del fallo è l’impossibile sistema del due, anche come due genealogie, quella delle giunture e quella delle separazioni, quella del totem e quella del tabù.
Basta prendere in considerazione la rivoluzione geometrica delle teorie della separazione accettate dal discorso femminista, quello che fa suo il lacanoidismo, e che predica la separazione della figlia dalla madre, con o senza padre separatore, per porre in questione ogni soluzione geometrica della questione intellettuale, in questo caso dell’enigma donna. L’immaginario geometrico che Adriana Cavarero trova in Hannah Arendt è un’impossibile soluzione. Intanto, per cominciare l’analisi, occorre sospendere ogni ipotesi di soluzione all’enigma e leggere le impossibili soluzioni proposte nei secoli. Anche l’orizzontalità dei fratelli non è una risposta al principio di verticalità, perché richiede la morte del padre e come tale è un aggiornamento del discorso della morte sul quale ha posto attenzione Adriana Cavarero. Il nostro è un contributo in questa direzione. Non basta il contrasto o la guerra alla geometria verticalizzante del soggetto autonomo. Occorre sfatare anche la credenza e l’immaginazione nel soggetto.

Dove termina Adriana Cavarero comincia la nostra analisi. L’inclinazione è del soggetto: l’azione in direzione della piega è soggettiva, fantasmatica. Invece la piega è della parola: la piega facendo, e senza più gnosi, ovvero nessuna cattiva o buona piega delle cose. Nessuna predestinazione. Nessuna piegatura primordiale delle cose. E le cose non si possono spiegare. La piega è singolare, e non ha nulla di ontologico come ancora crede Gilles Deleuze, che ha dedicato un libro alla questione. Nessun soggetto della piega. Nessuna inclinazione poiché non c’è nessun agente della piega. Nessun fantasma che la piega sia agibile.

Adriana Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine, Raffaello Cortina Editore, 2013


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26.04.2017