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È nel "contesto sociale" che la malattia mentale è nata con la psichiatria, e si precisa oggi come un enorme business di psicofarmaci. La scommessa è quella di Antonucci: intervenire come dispositivo intellettuale. Non è una cosa facile, non è a portata di mano. Ma non c’è alternativa alla battaglia per la salute.
Giorgio Antonucci, medico e psicanalista, laureato nel 1963, formatosi come psicanalista con Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, incomincia a lavorare a Firenze come medico internista e consulente per problemi inerenti al disagio, dedicandosi poi alla questione della psichiatria, per evitare i ricoveri e gli internamenti e impedire che storie d’uomini e donne si trasformino in vicende psichiatriche.

Nel libro Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni (Spirali, 1999, pp. 261, € 16,00) Giorgio Antonucci narra la sua battaglia di messa in discussione radicale dell’istituzione psichiatrica e del concetto di malattia mentale. In questo è compagno di viaggio di Thomas Szasz, noto in tutto il mondo con il libro Il mito della malattia mentale, uscito negli Stati Uniti nel 1966.
Antonucci durante questi anni ha sempre combattuto a modo suo, e pur troppo difficilmente è stato ascoltato, perché le sue tecniche erano e sono fuori del mondo formale e normale: niente psicofarmaci, niente porte chiuse, niente camicie di forza, niente elettrochoc. La sua unica terapia è della parola, facendo, conversando, comunicando. La porta della parola è l’apertura, dalla quale procede il fare e l’itinerario di ciascuno.
Quale l’itinerario di Antonucci? È il viaggio della salute, dell’istanza di qualità di vita. Anche se talvolta pare affermare la libertà del suicidio, nel senso che ognuno sarebbe libero di scegliere la propria morte. Infatti Antonucci non accetta il conformismo in materia di salute. Nel conformismo la libertà è gia la morte; si tratterebbe di essere liberi di fare quello che si vuole, senza intendere nemmeno per un attimo la parola libertà. Per la libertà convenzionale tutto è positivo, tutto è bello, tutto è pace, ma questa libertà è soltanto ipnosi della società, la stessa appunto che somministra la bella e buona morte. Inoltre fare quello che si vuole, ossia fare il pazzo, è il modo per farsi prescrivere la buona pillola della calma, e di scherzare a fare il morto in vita.
La libertà della parola alla quale si attiene Giorgio Antonucci è senza più soggetto, senza più malato mentale, ossia senza il malato di morte di Aristotele. Questa libertà sta nel principio della parola, essenziale all’itinerario di vita, al percorso culturale e al cammino artistico.
Basaglia, citato da Antonucci, parla di "una società che non tollera le persone che mettono in contraddizione il contesto sociale". Ma non basta accorgersi della segregazione. Non è questione di opporsi, di resistere, di contraddire la società, ma di intervenire in modo intellettuale. Occorre porre la questione di che cosa eluda la psichiatria con l’etichetta di malattia mentale. È nel "contesto sociale" che la malattia mentale è nata con la psichiatria, e si precisa oggi come un enorme business di psicofarmaci.
La scommessa è quella di Antonucci: intervenire come dispositivo intellettuale. Non è una cosa facile, non è a portata di mano. Ma non c’è alternativa alla battaglia per la salute.
Giorgio Antonucci, medico e psicanalista, è nato a Lucca nel 1933. Si forma come psicanalista con Roberto Assagioli. Nel 1969, lavora presso l’Ospedale psichiatrico di Gorizia, con Franco Basaglia. Dal 1970 al 1972, svolge la sua opera in alcuni Centri di igiene mentale (CIM) del territorio di Reggio Emilia. Amico di poeti e scrittori, gode di grandissima stima da parte di Thomas Szasz, divenuto notissimo in tutto il mondo con il libro, uscito negli Stati Uniti nel 1966, Il mito della malattia mentale. Con Szasz condivide la messa in discussione radicale dell’istituzione psichiatrica e del concetto di malattia mentale. Tra i suoi scritti, frutto della sua grande esperienza clinica, sono da segnalare i volumi: I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria (Cooperativa Apache, 1986); Il pregiudizio psichiatrico (Eleuthera, 1989 e 1998); tre contributi agli Annali 1989, 1990 e 1991 dell’Enciclopedia Atlantica (European Book, Milano); La nave del paradiso (Spirali, 1990); Aggressività. Composizione in tre tempi, in Uomini e lupi (Eleuthera, 1990); Critica al giudizio psichiatrico e Contrappunti (Sensibili alle foglie, 1993 e 1994); Il giudice e lo psichiatra, in Delitto e castigo (Eleuthera, 1994); Pensieri sul suicidio (Eleuthera, 1996); Il Telefono Viola, insieme con Alessio Coppola (Eleuthera, 1995); Le lezioni della mia vita (Spirali, 1999). Scritti di Giorgio Antonucci sono usciti su diverse riviste, fra cui “Psicoterapia e scienze umane”, “Ombre rosse”, “Il ponte”, “Collettivo R”, “Senza confine”, “Tempi supplementari”, “Frigidaire”, “Liberamente”, “La cifra”, “Il secondo rinascimento”.
Christiane Apprieux, codirettore di "Transfinito". 2 gennaio 2003