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La caccia e il pericolo. Ovvero la busta di Licurgo e la società perfetta (seconda parte)

Armando Verdiglione
(11.03.2016)

La macchina e la tecnica, l’invenzione e l’arte, Zeus le accoglie nell’Olimpo
e è Efesto a introdurle, ma non le tollera sulla terra, nel mondo. Non tollera la
gloria mundi. Zeus esercita il dominium mundi e non tollera la gloria mundi. Zeus è
invidioso. Zeus ha paura: per ciò, punisce ogni gloria nel mondo. Da qui, la
distinzione, nella mitologia greca, ripresa da Platone con il suo sogno e da
Aristotele, il sogno che sulla terra ci siano tutti i beni e non ci siano i mali,
quindi che ci sia l’assenza di lavoro. È l’utopia. È Prometeo che porta i beni:
questo sogno di Prometeo diventa il sogno di Aristotele. Ma Zeus non tollera. E
non tollera nemmeno questa distinzione fra l’arte liberale e l’arte meccanica, fra
nobiltà e viltà. Zeus ama il capovolgimento: che la nobiltà divenga viltà.
Questa è la mitologia ripresa come idealità dall’ontologia, da Aristotele, e
ripresa, in pieno, da San Paolo. Qui, non stiamo leggendo Esiodo, non stiamo
leggendo Omero: leggiamo san Paolo, Lettera ai Corinzi, I, 1, 27-29: “Ma Dio ha
scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che
nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è
ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”.
Ridurre a nulla le cose che sono: quindi, la sapienza, la forza, la nobiltà, ridotte
a nulla, perché nessun uomo – non è Omero, questo, non è Esiodo, non è
Eschilo, non è Aristotele, è san Paolo! – “perché nessun uomo possa gloriarsi
davanti a Dio”. La tragedia greca (viene chiamata così) è tessuta attorno alla
ϕϑόνος ϑεω̑ν, all’invidia degli dei, ma principalmente di Dio. Lo zelo di Dio, di
Zeus. Qual è lo zelo? Invidia, gelosia. Da una parte la ϕϑόνος ϑεω̑νquindi di
Zeus, e dall’altra la ὕβρις, l’audacia, che viene chiamata umana: l’audacia e il
rischio. Zeus, Dio, non ama l’audacia, non ama il rischio. Leggete il capitolo che
si trova alle pagine 81-88 dell’Affaire fiscale: è l’analisi dell’impalcatura della
sentenza, per intero. Ancora non c’era la sentenza, ma l’impalcatura c’era, dal
primo giorno. C’era nell’atteggiamento, nelle frasi che dicevano o non dicevano
i marescialli. Dalla prima visita, dalla reticenza, dalla riserva mentale.

Così Zeus punisce Prometeo. Come lo punisce? Non lo punisce direttamente, ma con le Arpie, le “cagne alate”, e con l’aquila, anch’essa cagna
alata. Zeus è contro la tecnica e la macchina degli umani, contro l’arte e la
cultura, contro il processo di valorizzazione della memoria. E così questa figura
di Amentes degli egizi, l’orco, λαμβάνων χαΐ διδούς, colui che prende la vita e
colui che dà la morte. Attenzione! La buona morte, la morte salvatrice. Questa è
la sola speranza che sia tollerata. Non già la fede che procede dalla speranza,
ma la speranza che procede dalla fede, che è la speranza dominatrice, quella che
sta alla base del dominium mundi. Questa è la speranza di Zeus e questa è la
speranza nella mitologia della donna triforme, della dea triforme.

La caccia alla testa, al cervello, alla strega, all’intellettuale, al dispositivo
intellettuale, alla parola. Ma anche la caccia alla metafora, alla retorica, quindi la
caccia alla struttura, alla struttura originaria, all’industria, ovvero alla tecnica e
alla macchina. Viene ammessa la struttura, quindi anche la tecnica e la
macchina, purché funzionali alla pedagogia che è militare. E così la caccia alla
retorica, alla libertà del mercato, alla libertà dello scambio, alla libertà della
parola. La caccia al cristiano, all’ebreo, al cattolico, la caccia alla funzione di
zero, che è la caccia della caccia. La funzione di caccia è la funzione di zero, la
caccia della caccia tramuta lo zero nella “carogna” o nella “cagna alata”.

I “cacciatori di teste”, la “testa” come fallo e quindi fondamento
dell’ordinalità, del sistema ordinale, del sistema politico sociale, la “testa
cacciata”, il “trofeo”. I “cacciatori di testa”. Il cacciatore di testa, padre morto.
Ogni idealità, ogni idealizzazione, parte da questo. Così i concetti di universo e
di sfera, che ricorrono nella sentenza, sono quei concetti che si vanificano, si
dissipano nei diari di Cristoforo Colombo.

Zeus pauroso, Zeus vendicativo o Dio vendicativo. Questa la conoscenza.
Questa la glasnost. Da Lenin a Gorbaciov, dalla trasparenza procede la
luminosità. Dal sostanzialismo procede il mentalismo. Il sostanzialismo sorge
sull’abolizione del due, della relazione. La glasnost, la gnosi, la conoscenza,
l’intolleranza verso l’audacia e verso il rischio. Il privilegio, invece, della messa
a nudo, dell’“apocalisse”. La glasnost: qualsiasi regime, lo stalinismo, il nazismo,
Togliatti e molti ideologi dell’organizzazione delle istituzioni e delle aziende
s’ispirano alla stessa gnosi.

Un pericolo si prospetta per l’istituto della vendetta, per la tanatologia, ed è
il pericolo che fonda l’erotismo, il “pericolo di sé” è il “pericolo dell’Altro”, la
pericolosità di sé, la pericolosità dell’Altro. Il sé è pericoloso e va abolito, l’Altro
è pericoloso e va espunto. Vanno tolti l’autismo e l’automatismo, la cosa, la
parola, la cosa intellettuale.

I concetti di “spazio” e di “tempo”, quelli di Kant, presiedono al pericolo di
sé o dell’Altro che viene chiamato pericolo di morte e richiede una negativa
dell’oggetto e della causa, una negativa del tempo e dell’Altro. È la gnosi, la
gnosi di sé o la gnosi della crisi, la gnosi del giudizio. Ma l’Altro è pericoloso
soltanto togliendo la madre. Soltanto togliendo la madre, l’Altro è la morte, e
quindi il pericolo dell’Altro è il pericolo di morte. La materia intellettuale è
pericolosa, la realtà intellettuale è pericolosa, la tecnica e la macchina sono
pericolose. L’unico modo per risolvere questo pericolo è la soluzione salvifica, è
la salvezza attraverso la morte.

È pericolosa la follia, è pericoloso lo stile, pericolosa l’industria, pericolose
l’arte e l’invenzione, pericolosa la scrittura, pericolosa la casa editrice,
pericoloso il numero, quello secondo cui procedono l’arte e l’invenzione, anche
per Efesto.

Questo concetto di pericolosità sta alla base del diritto penale, sta alla base
dell’apparato medico-legale, sta alla base della psicoterapia, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia. Questo concetto di pericolosità è
demonologico. Il marchio della legge del 1904 per il “malato mentale”, marchio
d’ispirazione illuminista, era il ricovero coatto perché pericoloso per sé e per gli
altri.

L’audacia è pericolosa, va sostituita con la paura. Il rischio è pericoloso, va
sostituito con la soluzione. L’immunità, l’immunitas, è del rischio. Il pericolo
giallo non è pericolo di morte, è il pericolo della Pentecoste, è il pericolo
dell’intendimento, è il pericolo della differenza e della varietà incolmabili,
sessuali. Il pericolo giallo è il pericolo della comunicazione nella sua
lontananza, della telecomunicazione. Il pericolo giallo è il pericolo della riuscita.
La riuscita non è tollerata. Ciò che è tollerato è il soggetto alla morte, definito
nell’ontologia dal discorso. Il pericolo blu è il pericolo clinico.

La cittadinanza è pericolosa, il pubblico è pericoloso, lo era già il coro.
L’infinito e l’eternità del tempo sono pericolosi. La libertà della parola è
pericolosa. Così la libertà dell’impresa, la libertà di associazione, la libertà di
ricerca sono pericolose. Questa pericolosità diventa il limite della libertà
d’impresa di Zeus, della libertà di Dio, della libertà dell’istituto della vendetta.
E allora niente pubblico, niente infinito attuale. Meglio l’ad infinitum, che è
più adatto al soggetto alla morte.

La libertà non è la libertà di morire, è la libertà della vita. Chi fa ciò che
vuole, cioè Zeus, è libero di morire, ma non è libero.

Siamo qui dunque attorno alla volontà, questa volontà di bene che deve
annientare ciò che è pericoloso, che viene quindi convertito in male. Per ciò
senza l’oggetto assoluto, la causa assoluta, e senza l’automa, senza il tempo.
Ognuno deve stare nella sua busta. Ognuno appartiene all’insieme come
tale. Ognuno deve seguire il sistema. “Ognuno” non è “ciascuno”. Ciascuno,
come statuto intellettuale, procede dall’apertura intellettuale, dal due, dalla
relazione. Ognuno procede dal principio della moratoria, senza la sovranità che
è del due, nel suo principio, da cui procedono le cose per integrazione, da cui
procedono anche l’arte e la cultura, la tecnica e la macchina.

Licurgo. La sua formula. La sua busta. Assegnata a ognuno. Democrazia
diretta.

È affascinato da Licurgo anche Giuseppe Compagnoni. E lo chiama
“metodo di Licurgo”. La formula per ognuno. Per ogni famiglia, per ognuno
della famiglia, la formula viene data chiusa, viene aperta, viene richiusa, viene
tenuta. Ognuno, con questa formula, interrogato correttamente, risponderà
correttamente.

Scrive Giuseppe Compagnoni, che in questo caso è nel suo candore
partecipato con Jean-Jacques Rousseau: “Il metodo di Licurgo potrebbe
facilmente applicarsi a qualunque numerosa nazione. Venga proposta una
formula ai cittadini; e gl’ispettori d’ogni comune la consegnino a ogni famiglia
da aprire, approvare o rigettare entro tale spazio breve di tempo. Quindi la
ricevano chiusa di nuovo, come supponiamo che sia consegnata chiusa”. Per
Licurgo, però, la formula non era da non accettare: perché veniva formulata così
bene che veniva accettata. Questa busta, questa formula diventa la nobile
menzogna di Platone. Ognuno, interrogato correttamente, risponde
correttamente, quindi l’automaticismo. “Vedremo, nel corso di quest’opera, che
il Corpo legislativo non fa che esplorare la volontà generale e fissarne la
formula”.

La volontà generale è la volontà del popolo, cioè di ognuno, di ogni
soggetto alla morte, di ognuno che vuole la salvezza togliendo la pericolosità.
La interpreta bene la busta di Licurgo, lo scrittore Salvatore Niffoi, che ha
scritto Il bastone dei miracoli (Milano, 2010). E Licurgo Caminera è il suo
personaggio.
Licurgo Caminera ha dodici figli, ognuno con un nome della mitologia
greca. Ne aveva dodici, adesso sono solo sei, e sta morendo. Vuole vederli tutti
insieme e così lascia a ognuno una busta chiusa, dove sta un racconto. In ogni
busta sta una parte del racconto. Chi apre la busta da solo non ha il racconto.
Allora devono riunirsi e aprire ognuno la sua busta. Ognuno ha una parte del
racconto, questo racconto, questa storia, è la storia del bastone dei miracoli. Il
bastone ha un regalo speciale. Chi tiene il bastone, chi tiene lo scettro ha la
buona morte.

La gloria mundi non è tollerata, la verità e il riso non sono tollerati. È
tollerato lo scettro, il bastone dell’eutanasia.

Busta: ciò che è bruciato, incenerito. Quindi sepulcra. L’incenerimento
tramuta il dentro-fuori in un sacco, in un sacco (la busta) algebrico e
geometrico. Il contenente è “fuori” e il “contenuto” è dentro. La busta chiusa.
Creando la coda, la busta si chiude. Annullamento, incenerimento, quindi la
chiusura della busta. Attraverso il segno uguale. Ed è il segno uguale che
attraversa l’intera legislazione di Licurgo. La pianificazione, il sistema. È lui che
inventa il Parlamento e il Senato, e inventa l’educazione militare. È lui che
s’ispira a Zeus. È lui che è andato in giro nei vari regni della terra, dall’Egitto
alla Persia, per otto anni. E poi è tornato, chiamato dagli spartani. Creando la
coda, la busta si chiude: è questo il sistema politico-sociale, l’apparato medicolegale.
Quindi la società che è tollerata è la società che si fonda sull’idealità. La
società perfetta. La salute perfetta, la società perfetta. La società ideale. L’utopia.
Nelle sue Lezioni sulla figura del dotto (1794), Johann Gottlieb Fichte scorge il
fine ultimo di ogni comunità nella “società perfetta”, un insieme di esseri
ragionevoli e liberi, e considera lo stato come semplice mezzo in funzione della
società perfetta, finalizzato al “proprio annientamento, in quanto lo scopo di
ogni governo è di rendere superfluo il governo” (Lezione seconda).
Karl Popper si oppone alla “società perfetta”, ma abbiamo detto pure quali
sono gl’inconvenienti e le questioni aperte in merito a quella che Popper chiama
“la società aperta”, nel noto libro La società aperta e i suoi nemici (1945).
La società perfetta. Lo psichismo perfetto. E qui: Marx, Engels, Lenin,
Hitler. La società perfetta è la società che può gestire la pericolosità.
Il concetto di reato è il concetto di fatto che definisca il delitto, cioè la
violazione di una legge costituita. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nel
diritto anglosassone, non c’è il reato associativo.

Quando viene coniato il reato associativo? In quale codice? Noi possiamo
leggere Il martello delle streghe e il diritto canonico, però il primo codice in cui
viene sancito il reato associativo è il codice napoleonico, però come
“associazione di malfattori”, non come associazione a delinquere. È un reato
per il “banditismo”, per la “banda armata”, per la banda di coloro che assaltano
i viaggiatori per rapinarli e, quindi, vanno contro l’ordine pubblico.

Nella sentenza, le associazioni, le società sono indicate come un “primo
livello”, segue il postulato del “secondo livello”, che, come abbiamo visto, nella
formulazione della Guardia di finanza, riguarderebbe sei persone. Poi viene
esteso a molte altre. E questo “secondo livello” tocca l’associazione nel suo
statuto, l’associazione come condizione del dispositivo di parola, tocca il
dispositivo di parola.

Giuseppe Compagnoni parte da qualcosa che viene dato come acquisito
ancora oggi, sulla scia di Jean-Jacques Rousseau. Cioè che ci sia un diritto di
natura e poi un diritto civile e altri diritti.

Il diritto di natura, per Rousseau, si riferiva al “buon selvaggio”. E,
nell’ideologia, ancora si distingue tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo.
Cioè il presupposto è il naturalismo.

Il diritto di natura poggia su istinto, desiderio e bisogno. Ma istinto,
desiderio e bisogno non hanno nulla di naturale e sono indicativi, l’istinto, del
paradosso dell’equivoco, il desiderio, del paradosso della menzogna dell’uno
diviso da se stesso, paradosso della differenza frastica, e il bisogno è indicativo
del malinteso. L’istinto è sintattico, il desiderio è frastico, il bisogno è
pragmatico.

Dal bisogno, che non ha nulla di naturale, nascono il diritto e la ragione, per
via di catacresi. Per ciò: diritto industriale, pragmatico, e ragione industriale,
pragmatica. Per ciò: bisogno industriale, bisogno del superfluo. L’istinto punta
alla soddisfazione sintattica, il desiderio punta alla soddisfazione frastica, il
bisogno punta alla soddisfazione pragmatica.

Il bisogno esige il malinteso. E allora la madre non può essere tolta. Il mito
della madre è il mito dell’industria, il mito del tempo. E se la madre non può
essere tolta, l’Altro non è la morte. Nessuna funzione di morte. Ma la funzione è
singolare triale, senza più sistema.

Nella sentenza, spesso ricorrono la “spiegazione”, il “contributo causale”.
Ma il causalismo è senza la causa, il determinismo è senza il tempo.
La teoria della società, oggi, quindi dell’istituzione delle aziende, è riuscita
a fare a meno del causalismo e del determinismo?

Questa è una sentenza in nome del popolo. È in nome del popolo che viene
stabilito il reato associativo. È in nome del popolo che viene stabilita la
pericolosità. Il reato associativo e il reato politico sono della stessa natura: sono
definiti dalla pericolosità. E sono concetti che possono essere stabiliti come reati
a prescindere dai reati-fine. Quindi hanno un carattere di indeterminatezza, di
vaghezza. Non hanno carattere di tassatività e determinatezza, che sono i
caratteri che stanno alla base della definizione di reato, perché riguarderebbero
l’accordo.

Tutto questo avviene in nome del popolo sovrano. Il concetto di sovranità
viene dal concetto di popolo, senza il pubblico, senza la cittadinanza. È forgiato
sul concetto di volontà generale, che abbiamo notato come può essere costituita.
Alla base ci sono l’idea di origine e l’idea di casta. La busta: ognuno, con la sua
busta, appartiene a un insieme. Quindi è in base al principio del terzo escluso
che interviene la formula “in nome di”, in nome dell’essere, in nome del nome,
in nome del popolo.

Per Jean-Jacques Rousseau, la sovranità è “un corpus morale e collettivo
costituito dall’insieme dei cittadini che formano la volontà generale”. Ma dove
ognuno abbia la sua busta. Come per Platone. Questo è il concetto naturalistico
di sovranità. E il nazionalismo è l’altra faccia del naturalismo.

Queste cose sembrano lontane dal processo ma sono i significanti che
ricorrono nel processo stesso. E la sentenza incomincia così: “In nome del
popolo italiano”.

La sovranità è proprietà del due nel suo principio inviolabile e originario.
Non ha torto Giuseppe Compagnoni a dire che il diritto e la ragione sono
inalienabili, inviolabili, ma senza il principio del terzo escluso, senza il principio
della memoria selettiva, senza la collezione circolare e la rivoluzione circolare.
La rivoluzione circolare è algebrica, la collezione circolare è geometrica. Noi
abbiamo colto un altro rivoluzionario e un altro collezionista rispetto a questo.
In deroga alla sovranità, il principio del due viene idealmente
rappresentato dal principio della moratoria. Ma tutto questo è esattamente la
speranza di Zeus, la speranza nell’avvenire, cioè il taglio che intervenga nel
due, nella relazione. E così s’instaura la dicotomia sociale e politica. Che è
propria del sistema sociale e politico. Il taglio del due. È il canone
dell’uniforme, il canone dell’androgino, il canone dell’homo mortalis/immortalis.
Cioè il reato associativo rientra nella presunzione del contratto sociale. Se
non c’è questa ideologia del contratto sociale, non c’è il reato associativo.
L’associazione è pericolosa per che cosa? La libertà di parola è pericolosa
per che cosa? Per il contratto sociale! Quindi il reato associativo, che è un reato
politico, è in deroga al principio della non punibilità del mero accordo.
Questo principio sta alla base del diritto anglosassone.

Le formule dell’“ordine pubblico”, della “pace pubblica”, della “pubblica
tranquillità” sono formule del contratto sociale.

Oggi il nuovo codice penale francese ripropone l’“associazione dei
malfattori” come quella che riguarda “crimini e delitti contro la nazione, lo
stato e la pace pubblica”.

È il codice toscano a introdurre, in differenza dal codice napoleonico,
l’associazione a delinquere, che viene estesa ad altre cose, non al banditismo,
non alla banda armata, non al terrorismo. Oggi il nuovo codice francese
riguarda anche il terrorismo.

L’atto di preparazione non è punibile. Allora viene dato come punibile il
principio di esecuzione. Questa è la soglia.

Nella sentenza è intervenuta la questione della complessità. Non a caso. La
teoria della complessità è stata introdotta negli ultimi quarant’anni, in
particolare negli anni ottanta.

Vari autori, vari avvocati, hanno scritto intorno alla complessità, sì, ma
questa complessità sta nella “dottrina dei sistemi”. Sempre rispetto al contratto
sociale questa “teoria della complessità” diventa “teoria dell’organizzazione”. E
l’organizzazione si colloca dentro il sistema. E così la partecipazione viene
chiamata “relazione funzionale stabile”. Ma la relazione non è funzionale, la
relazione non è funzione. Così l’associazione, l’associarsi, viene dedotta dai
reati. Cioè il fatto è il reato, ma qui il reato non è il fatto ma è l’associarsi.
Anche attraverso questa presunta “relazione funzionale” ricorrono i
concetti di probabilità, possibilità e verosimiglianza. Questi autori parlano di
funzionalismo anziché di causalismo della vecchia impostazione. Ma è lo stesso
naturalismo. È lo stesso riferimento al contratto sociale. Sopra tutto, anche
rispetto alla “teoria della complessità”, rispetto alla “teoria
dell’organizzazione”, bisogna sempre tener conto del “sistema e dell’ambiente”.
Il funzionalismo e l’ambientalismo diventano parenti. L’ambiente si rapporta al
sistema.

Il reato associativo viene valutato in base al principio della sostenibilità, che
è una variante del principio finalistico. Cioè la “complessità” deve rientrare nel
sistema con un funzionamento circolare.

Nella sentenza, c’è uno strascico di questa ideologia che idealmente si è
raffinata. Non è più meramente causalistica come poteva essere prima. E quindi
può fare nobili riferimenti a Bertrand Russell, a Niklas Luhmann, a vari teorici
della complessità degli anni settanta, ottanta, all’epoca postmoderna. Quindi,
s’inscrive come ideologia postmoderna. Cioè sempre più non c’è nessun modo
per definire “in maniera determinata e tassativa” il reato associativo, perché
non è più definibile la “soglia”.
Qui il reato associativo è la parola. Il primo articolo pubblicato, nella rivista
“Spirali” (1985), per il primo processo, s’intitolava: La parola non è un reato.
Perché è questa la questione: in che modo la parola diventa un reato.
La “soglia” del reato associativo, oggi più che mai, è affidata alla
valutazione, alla discrezionalità, alle ragioni di opportunità, di campagna, di
emergenza e di esemplarità spettacolare e propagandistica. Il reato associativo
viene stabilito nel tribunale in una logica emergenziale.
Nel nostro caso, l’associazione, le società, le attività non possono in nessun
modo rientrare in un reato associativo. Non è chiaro quale ordine pubblico,
quale pace pubblica, quale pubblica tranquillità turberebbero, o abbiano
turbato.

Milano, 5 marzo 2016

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