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La fattura e il finanziere. Ovvero come il tribunale del popolo rivendica il monopolio dell’influenza

Armando Verdiglione
(25.01.2016)

La fattura s’instaura nell’intervallo fra la funzione di zero e la funzione di uno, fra il
registro della legge e il registro dell’etica, fra la lingua con cui si scrive la ricerca e la
lingua con cui si scrive l’impresa. L’azzardo, il racconto, la poesia, la fattura. Factura: il
modo ecclesiale per tradurre poiesis. Come factor era il modo ecclesiale per tradurre
poietes.
Così, Dante Alighieri: “tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì che ‘l suo
fattore / non disdegnò di farsi sua fattura”. Il fattore, la dignità, la fattura. Quale cosa è
degna? Anche san Paolo nella Lettera agli Efesini: “Ipsius enim sumus factura”. E san
Tommaso, a proposito di chi riceve un beneficio scrive: “Iste est factura illius”, questi è
fattura del benefattore. L’umana natura non è la natura umana. L’humanitas non è
senza nobiltà, ma l’umano è ignobile.
Sant’Agostino irride contro l’umano e, così, dice della torre di Babele: “Quid autem
factura fuerat humana et vana praesumptio”, De civitate Dei, IV. La fattura umana, la
vana presunzione. Una sorta di endiadi: factura e presumptio, con un chiasmo tra
factura e praesumptio e humana e vana. “Quid autem factura fuerat humana”: la torre
di Babele. Qui la hybris, ma la hybris umana, la hybris collettiva, la hybris della comunità, che procede dalla presunzione.
Deus faber, homo faber. La fabbrica di sé, la fabbrica dell’Altro. La fabrica. La
fabula. Quale fattura non è manifattura? Manifactura. Quale fattura è senza la mano
intellettuale? Nessuna fattura è “manuale”. Factura: ancora, ingegneria. Ma la fattura
che spazializzi l’intervallo è la fattura algebrica o geometrica. Il fatturato. Le chiffre
d’affaire
. Non è il volume degli affari, è le chiffre d’affaire. Il fatturato: ossia la fattura, la
scrittura, la cifratura.
La fattura risalta dal fare. Facio, facinus, factio, factum, officium, sufficio. La fattura
senza più soggiacenza, senza più ypokeimenon, senza più substantia è la fattura senza
mentalità. La fattura sostanziale e mentale è la fattura dove la finis è abolita. La fattura è
assunta dalla casta nell’accezione di “stregoneria”, di “malìa”. Finis, ovvero il taglio.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2014, cifratipo

Abolire il taglio o tagliare il taglio è la fine della fine. Finis. Anche fenditura. Donde
fendenza. Finanza è proprietà della finis.
Un giorno muore un grande amico di Jean-Jacques Rousseau, il maresciallo di
Luxembourg. In questa circostanza, Rousseau racconta di una conversazione che un
tempo ebbe con questo maresciallo di Luxembourg e del suo odio verso i marescialli.
Scrive: “Odio i grandi, la loro classe, la loro durezza, i loro vizi”, e definisce
“inestinguibile” l’odio contro le vessazioni e le oppressioni. Perché l’indignazione di
Rousseau sfocia in un odio così mirato? Egli racconta di avere incontrato un contadino
che era povero, ma si fingeva molto più povero per non essere schiacciato, oppresso
dai marescialli. Rousseau fu colpito da questo racconto. Così, ha scritto contro
l’oppressione fiscale, contro quella che egli chiama la “classe” dei marescialli.
L’odio cui accenna Nietzsche nell’Anticristo e nella Genealogia della morale è l’odio
che una casta ha verso l’Altro. È l’odio che produce la vendetta. Egli scrive: “Nel
mondo mentale del cristiano non compare nulla che abbia anche soltanto sfiorato la
realtà: viceversa abbiamo riconosciuto nell’odio istintivo contro ogni realtà l’elemento,
l’unico elemento traente alla radice del cristianesimo” (L’Anticristo). Scrive “alla radice
del cristianesimo”, ma precisa che egli si rivolge a una casta. E infatti: “I preti sono i
‘nemici più crudeli’. Per quale ragione poi? Perché sono i più impotenti. L’impotenza
genera in loro un odio che arriva a diventare mostruoso e sinistro, spiritualissimo e
tossico al massimo grado.
Nella storia universale coloro che più degli altri sono stati capaci di odio, e di
genialità nell’odio, sono sempre stati i preti. A paragone della genialità e della vendetta
sacerdotale ogni altra dote intellettuale può appena essere presa in considerazione”
(Genealogia della morale). Poi, ancora, in Così parlo Zarathustra: “Io sono venuto per
strappare molti al gregge. La folla e il gregge mi devono avere in odio: per i pastori,
Zarathustra vuole essere un brigante”. Anche Dionigi ha una sua variazione intorno
all’odio: “L’ira fa parte di quei peccati che desiderano il male del prossimo, insieme
all’invidia e all’odio. Mentre però l’odio brama il male di una persona direttamente in
quanto male e l’invidioso lo brama per il desiderio della propria gloria, l’adirato vuole
il male altrui sotto l’aspetto di giusta vendetta. Da ciò è evidente che l’odio è più grave
dell’invidia e l’invidia è più grave dell’ira, perché desiderare il male sotto l’aspetto di
male è peggio che desiderarlo sotto l’aspetto di bene; e desiderare il male in quanto bene esteriore, ossia come onore o come gloria, è peggio che desiderarlo sotto l’aspetto
di giustizia”. Ci sono varianti su questo tema.
L’odio: il custode del giardino, l’infinibile, il finanziere. L’odio, intransitivo e
inconiugabile, è senza nemico. L’odio è custode del giardino del tempo, della struttura
dell’Altro, della fattura, della poesia. Soltanto l’espunzione dell’Altro tramuta l’odio in
transitivo e coniugabile e, quindi, lo sottopone alla dicotomia amico-nemico. L’odio è
senza nemico, senza litigio, senza conflitto, ma non significa che è senza battaglia e
senza lotta. Al contrario.
L’odio: il finanziere, il comunicatore. Comunicazione diplomatica, comunicazione
pragmatica.
Il tempo, senza odio, scorre e passa. Il tempo scorre (il tempo senza odio): sta qui
l’economia della rapina del tempo. Il tempo passa (il tempo senza odio): sta qui
l’economia della violenza del tempo. Economia della rappresentazione della rapina del
tempo e economia della rappresentazione della violenza del tempo.
La violenza del tempo e la rapina del tempo: è, questa, l’influenza. La fluenza, il
flusso, il lusso, la lussuria del tempo. Il principio di espunzione dell’Altro è il principio
di espunzione della fluenza, dell’influenza. È il principio che rivendica il monopolio
sull’influenza. Il tribunale in nome di Dio, in nome di Sua Maestà, in nome del popolo,
in nome del nome è il tribunale che rivendica il monopolio sull’influenza. Usa la
bilancia dell’economia della fluenza, della zeroficazione. Usa la bilancia
dell’economia fiscale, dell’economia sostanziale e mentale, senza il fisco. Il bilancio è
l’economia dell’impuro. Il tempo deve finire perché è segno d’impurità. Il taglio è
segno d’impurità. Il taglio del taglio, il taglio dell’impurità. Questa è la sufficienza. La
ragione dell’Altro e il diritto dell’Altro devono lasciare il posto alla ragione senza l’Altro
e al diritto senza l’Altro, o alla ragione sull’Altro e al diritto sull’Altro. Questa la
bilancia del purismo fiscale.
Dare e avere, prendere e lasciare: l’abbandono, l’annunciazione. L’amore è custode
del labirinto. L’odio è custode del giardino del tempo. L’economia è l’altrove. Alibi.
L’amore è economista. L’economia è l’altrove della sintassi, l’altrove della frase. È
l’altrove della ricerca come sintassi e della ricerca come frase, l’altrove del va e vieni
nel labirinto. Il labirinto senza l’amore e senza l’altrove è Sodoma. Il giardino senza
l’odio, senza la finanza, l’altrove, è Gomorra.

Il principio di circolarità si stabilisce sul fantasma di origine, sul fantasma di morte,
sul fantasma di ritorno ed è principio di ragione sufficiente e principio di diritto
sufficiente. Sufficienza della ragione. Sufficienza del diritto. Questa sufficienza
s’istituisce con la fine del tempo, con l’idea della fine del tempo. Principio della partita
doppia, principio dell’algebra del tempo e della sua geometria, principio della morale
sociale erotica dell’impresa. La partita doppia: positivo-negativo, bene-male, puroimpuro,
simmetria-asimmetria, proporzione-improporzione, dentro-fuori, entratauscita.
Chiudendo l’interrogazione, il dubbio, la speranza. Senza progetto. Senza
programma.
La bilancia. La psicostasia: il cerimoniale gnostico, religioso, egizio. La bilancia di
Osiride. Il cuore dei morti o la piuma. I due piatti della bilancia. L’anima che pesa di
più è l’anima più impura. La psicostasia è la bilancia della giustificazione, la bilancia
della soluzione finale. Zoroastrismo, nestorianesimo. La volontà politica rispetta la
bilancia. È la bilancia dell’universo finito. Sia la meccanica quantistica sia la teoria
della relatività rispettano l’universo finito e il finalismo. La quantità nella fisica
quantistica e nella teoria della relatività rimane ontologica. Poggia sull’infinito
potenziale. È la quantità dove importano il più e il meno, la maggioranza e la
minoranza. Il principio della partita doppia è il principio della ragione sufficiente e del
diritto sufficiente. È il principio della sufficienza. Principio algebrico e principio
geometrico. Principio che procede dalla presunzione.
Senza contesto e senza testo, senza apertura intellettuale e senza scrittura
dell’esperienza, avviene la contestazione propria alla bilancia di Osiride. La bilancia di
Osiride è quella stessa della borsa, è quella dei mercati finanziari: si basa su
anticipazioni dell’avvenire necessariamente non veritiere, che provocano una reazione
a catena. Le anticipazioni traferiscono l’avvenire nel passato. La visione dell’avvenire si
fonda sulla reminiscenza.
Il messaggio ontologico si fa luogocomunicazione. Con tre forme di purismo: il
passatismo istituisce il passato al posto del futuro, quindi al posto della speranza; il
presentismo istituisce il presente al posto del simultaneo, cioè al posto dello specchio,
al posto dello sguardo e al posto della voce. Ma la voce non ha posto, lo specchio non
ha posto, lo sguardo non ha posto. Non c’è il luogo dello specchio né il luogo dello
sguardo né il luogo della voce. Il sembiante (lo specchio, lo sguardo, la voce) non ha luogo. La terza forma di purismo è l’utopismo, che istituisce l’utopia al posto
dell’avvenire. Su che cosa si fonda la visione dell’avvenire? Appunto sul principio di
circolarità.
La factura, la quantità. Come può togliersi il malinteso dalla fattura, dal fare, dalla
poesia, dalla struttura dell’Altro, dell’Altro assoluto, dalla struttura in cui l’Altro è
funzione e variante, dalla struttura dell’adiacenza? Il fare è la struttura dell’adiacenza.
Non è la struttura soggiacente, assente o presente, è la struttura indicata anche dalla
mater secura.
La mater secura, come indice, come teorema e come mito, esige la ragione
dell’Altro e il diritto dell’Altro. La madre, indice del malinteso indissipabile. Se la
madre non viene tolta, l’Altro non è la morte. Questa è la quantità, dove la mater è
secura. La quantità dove la mater è certa è la quantità senza l’aritmetica, la quantità
propria della necropoli, la quantità istituita dalla necrofilia, la quantità dove sono
attribuiti all’Altro tanto lo sbaglio e la falsità quanto la menzogna e il furto. La quantità
senza aritmetica è la quantità dove la ricerca è la ricerca dell’Altro: il va e vieni sta
intorno all’Altro tolto, quindi rappresentato in modo anfibologico. Il principio della
contabilità è il principio della severità e dell’intesa.
L’odio attiene alla quantità cardinale. La quantità ordinale e ordinaria è la quantità
che poggia sull’infinito potenziale, quindi la quantità che ha bisogno del finito e del
finibile, nonché del finalismo.
Degna è la cosa, perché intellettuale. Dignità della parola. Dignità intellettuale. La
dignità circolare è la dignità ontologica, quella che sta fra il ricatto e il riscatto, fra la
colpa e la pena, e che procede dall’istituto della vendetta.
Il principio dell’economia del tempo è principio erotico. L’erotismo senza il tempo
assume il rischio convertendolo in pericolo di morte. L’erotismo senza il sembiante
assume l’hybris: è l’hybris dei Proci, l’hybris della casta. L’hybris dei Proci non rimane
senza “compensazione”, perché l’hybris soggettiva, l’hybris umana, l’hybris collettiva,
l’hybris individuale non è accettata dagli dei, non è accettata da Zeus. Zeus ha una
ministra che si chiama Nemesi, la vendetta. Questo nell’Iliade, nell’Odissea, in Esiodo,
in Pindaro, in Solone, nella tragedia e nella commedia greca.
L’hybris è prerogativa della giustizia. Ma, assunta dalla collettività, dalla comunità,
dalla casta, diventa segno d’ingiustizia.

Lo sdegno. Lo sdegno che non incrimina. Lo sdegno, proprietà dello specchio, dello
sguardo, della voce. Proprietà intellettuale come lo è l’hybris. Lo sdegno o
l’indignazione. Sant’Agostino ha due brani intorno allo sdegno, indignatio. L’indignatio
contro il principio di morte. Dice, addirittura, che la speranza ha due figli belli:
l’indignazione e l’animus. Indignatio et animus. Questo potrebbe costituire un’endiadi
e, quindi, chiamarsi lo sdegno.
Baltasar Graciàn: “Tutti gl’imbecilli sono audaci”.
La satira e lo sdegno. La dignità soggettiva è la dignità ontologica, la dignità propria
del principio del nome del nome.
La bilancia di Osiride: la contestazione nel giudizio finale. Il principio
dell’espunzione dell’Altro. Il principio dell’espunzione dell’influenza.
Soltanto abolendo il due, la relazione si fa sociale e politica. E s’instaura il sistema
senza funzione di zero, senza funzione di uno e senza funzione di Altro. Ciò che è
proprio dell’ontologia si radicalizza, si rappresenta nella bilancia islamica, nella
giustificazione islamica. La psicostasia non è un cerimoniale tramontato con la
religione egizia: è stata assunta dalle religioni monoteistiche e dalle dottrine politiche,
che hanno regnato e governato sulla repubblica chiamata occidentale. Anche sulla
repubblica islamica come repubblica occidentale.
Maometto compie una traduzione con cui si richiama al padre fondatore per
diventare, lui, il terzo fondatore. Il padre del Genesi, Abramo, il primo padre fondatore.
Poi, il secondo padre fondatore, Ismaele. Ma perché Ismaele? Maometto dice che
Abramo è “musulmano”, per il suo “abbandono” al suo destino, al destino divino,
quindi, per la sua sottomissione alla legge divina. Abramo, come soggetto, come
assoggettato a Dio. Abramo è colui che sacrifica un montone. L’islamismo ha ancora
bisogno di questo sacrificio: ogni anno sacrifica il montone. L’animale viene sacrificato
a Dio. Dio ha bisogno di questo sacrificio. Non è umano, è il montone. Il montone è
l’animale fantastico. Starebbe al posto del figlio: non è Isacco, è il montone. Ma non è
Isacco il fondatore dell’islam. Abramo è il padre del Genesi e Ismaele è il fondatore
della nazione islamica. Il terzo fondatore, quello che chiude la fondazione dell’islam,
Maometto, è il fondatore fondamentale.
Questa versione della bilancia, del bilancio, della giustizia, della quantità, dell’Altro
rientra nella questione ontologica. Oppure attiene alla questione intellettuale.

In un solo brano, nell’Uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud accenna all’islam. Freud
dichiara le sue nozioni scarse intorno all’islam, che però gli permettono di aggiungere
che il caso della fondazione della religione maomettana gli appare come una
ripetizione abbreviata della fondazione della religione ebraica, di cui si è manifestata
come una Nachahmung, un’imitazione, un mimetismo dell’islamismo rispetto alla
religione ebraica.
Questo richiamo ad Abramo è il richiamo diretto da parte di Maometto, ma c’è
anche qualcosa che fra la religione ebraica e Maometto si stabilisce: è il cristianesimo,
con qualche eresia. Maometto compie un’economia dell’ebraismo e un’economia del
cristianesimo. Traduce e corregge l’ebraismo e il cristianesimo attraverso la traduzione
appropriante
. Ismaele non è arabo, ma, poiché il profeta, Maometto, dice che era
arabo, Ismaele era arabo.
Nella Sura 112 del Corano: “Lui, Dio, l’Uno. Non genera, non è generato. Nulla è
uguale a lui”. Quindi, l’islam è la chiusura. Maometto scrive: l’islam è la religione del
vostro padre Abramo. Dio è l’Uno. Ma lo stesso Abramo è l’Uno.
E come si conferma l’islam? Attraverso il sacrificio del montone.
Una promessa viene fatta a Ismaele. Al-Jāḥiẓ, un autore razionalista arabo del IX
secolo, scrive in modo preciso: “Se il Profeta non avesse detto: ‘Ismaele era arabo’, non
potrebbe essere ai nostri occhi che non arabo, perché il non arabo non può divenire
arabo, e viceversa. Ma noi sappiamo che Ismaele è divenuto arabo, dopo essere stato
non arabo, perché il Profeta l’ha detto”. Quindi, Ismaele è il figlio, sì, ma è il padre
nazionale, il padre della nazione islamica.
Che cosa dice l’angelo di Dio, ovvero Dio, ad Agar che sta nel deserto, con il
bambino? La seconda volta, la seconda ripudiazione. L’angelo di Dio, ovvero Dio, che
cosa dice? “Di tuo figlio io farò una grande nazione”. Ismaele è il padre nazionale, il
fondatore della nazione islamica. Ismaele significa “Dio ascolta”. Il bambino Ismaele,
nel deserto, piange: ha sete, ha fame, è nel deserto. Agar, la mamma, è stata ripudiata.
Piange e grida il bambino, ma Dio lo ascolta. La prima volta, nella prima occasione,
Dio dice a Agar ripudiata: Tu hai un bambino, adesso, in grembo. Torna dalla tua
padrona, da Sara. Torna da lei. Sii sottomessa. Qui, nella Bibbia, l’abbandono: Abramo
abbandona Sara, Sara abbandona Agar la prima volta, poi una seconda volta. E
l’abbandono significa ripudiazione.

Dio si rivolge a Agar: “Tu avrai un figlio, che si chiamerà Ismaele”. E qui Agar, cosa
nuova, si rivolge a Dio. Genesi, 13, 16: “Agar chiamò il Signore che le aveva parlato:
‘Tu sei El Roi’”, cioè il Dio della visione. Addirittura Agar dà a Dio questo nome.
Ma già ad Abramo Dio conferma che Ismaele darà origine a una grande nazione.
Anche nell’ebraismo Mosè era egizio. Mosè significava, in lingua egizia, “figlio”.
Scrive Freud nell’Uomo Mosè e la religione monoteistica: “Il recupero dell’unico
grande padre originario [Die Wiedergewinnung des einzigen großen Urvaters] produsse
presso gli arabi una straordinaria elevazione della coscienza di sé, che condusse a
grandi successi temporanei, ma che si esaurì di lì a breve. Allah si mostrò molto più
riconoscente nei confronti del popolo eletto di quanto Jahvé non avesse fatto nei
confronti del suo, ma lo sviluppo interno della nuova religione s’immobilizzò presto,
forse perché mancava all’islamismo l’approfondimento che produsse, nel caso ebreo,
l’assassinio perpetrato sul fondatore della religione”. Questa è la mitologia che Freud
descrive. Analizzate la trilogia Totem e tabù, Il disagio nella civiltà e L’uomo Mosè e la
religone monoteistica
. Tra le righe, insistono altre cose, oltre la mitologia. A
fondamento e funzione della civiltà tanatologica è la morte.
Nell’islamismo la negazione del figlio come uno funzionale segue alla negazione
del padre come zero funzionale, come nome funzionale. Agar riesce a far crescere
Ismaele e a educarlo. Ismaele diviene adulto. Agar era una schiava egizia, Ismaele va
in Egitto e prende una moglie egizia. Ismaele, il figlio, è il padre fondatore della
nazione islamica. Agar fondatrice? No! Cancellazione di Agar nell’ebraismo, perché è
ripudiata: nell’ebraismo non è più questione di Agar, è questione solo di Isacco. E
avviene così anche nella conversazione che Dio ha con Abramo a proposito di Agar e
di Ismaele. La cancellazione di Agar si conferma nell’islamismo, che fonda la nazione
islamica su Ismaele. Cancellazione della madre. Morte della madre. Morte della
materia. Morte della materia intellettuale.
La morte di Agar è il fondamento dell’islam. Con la negazione della questione
donna s’istituisce una gerarchia sociale e un sistema sociale e politico improntato alla
speciale bilancia di Osiride.
****

La fattura, redatta sul principio algebrico e geometrico della fine del tempo, sul
principio della sufficienza, bandisce l’invenzione e l’arte. Bandisce la materia
intellettuale. Bandisce la realtà intellettuale. Bandisce la cosa intellettuale.
Prendiamo, in questo apologo, due interrogatori: l’interrogatorio di un consulente
della contabilità e la deposizione di un perito in materia fiscale.
Il consulente contabile è chiamato come testimone a carico dal Pubblico ministero,
che esordisce con la domanda: “Lei, adesso, lavora?”. “Sì”. “Che cosa fa?”. “Faccio il
consulente”. “Fa il consulente in che tipo di materia?”. È il suo testimone a carico.
“Contabile e fiscale”. “A noi interessa il periodo in cui Lei ha lavorato con il signor
Armando Verdiglione”. Qualsiasi cosa Lei ci dica, a noi interessa questo: che cosa ha
da dirci del rapporto tra la fattura e Armando Verdiglione?
Spiega, questo testimone, che una società, Numerario srl, gestiva la contabilità, che
egli non è mai stato assunto e che è consulente: per ciò, quando viene chiamato, viene
pagato, quando non viene chiamato non viene pagato. E aggiunge che un sacco di
persone erano assunte nelle varie società e facevano la contabilità, in particolare, negli
ultimi anni, con la società Numerario srl.
La domanda: Lei che cosa faceva? Di che cosa si occupava? La risposta: Di
controllare la contabilità. Egli non ha mai tenuto la contabilità, bensì controllava. E
spiega che si è dedicato, per mesi, nel 2008, a sistemare contabilmente i dati delle
società, a causa del passaggio da un sistema informatico a un altro sistema informatico,
come succede quando viene cambiato un programma di gestione della contabilità. Il
Pubblico ministero: “Ed erano tutte società di Verdiglione?”. E poi chiede di altri. Il
testimone risponde: Dovevo fare il controllo contabile, sistemare la contabilità, perché
i dati vengano presi da un sistema a un altro. Egli non aveva rapporti con gli
amministratori, bensì controllava la contabilità. Non può sapere che cosa facessero gli
amministratori. “Ma le fatture, che lei sistemava, metteva a posto…”. “Io non sistemavo
le fatture, io le fatture neanche le vedevo […] io facevo soltanto un controllo, un
controllo delle registrazioni, e che quadrassero”.
Egli vedeva i dati contabili, le fatture, nel computer. Si trova, quindi, come la
Guardia di finanza, che non vede, non esamina le fatture, né che cosa stia sotto né che
cosa stia sopra né accanto, né chi siano i contraenti né chi siano i protagonisti. Il
consulente contabile controlla la contabilità. Vari contabili, vari commercialisti,
ragionieri registrano i flussi di cassa, i dati bancari, gli assegni, le fatture, la
corrispondenza commerciale. Egli controlla la quadratura: è quel lavoro stesso che ha
fatto la Guardia di finanza. Si trova nella stessa condizione della Guardia di finanza:
non può esprimersi sul resto, ma può esprimersi sulla “quadratura” contabile. Invece,
su tutto il resto e su altro, la Guardia di finanza presume. Ma egli dice: io non posso
presumere.
Il Pubblico ministero gli chiede: qual è il suo giudizio? E il consulente contabile: non
posso avere un giudizio su ciò che non conosco. La cosa importante è questa: “[…] io
ho visto valori, non fatture, ho visto valori sul computer, non ho visto le fatture”. La
Guardia di finanza fa la stessa cosa: ha visto valori sul computer, non ha visto le
fatture. È esattamente ciò che i marescialli dicono di avere fatto. Addirittura, hanno
visto i valori su un solo computer. Non già le fatture, non già tutte le matrici di assegni,
non già i flussi, non già l’effettività delle operazioni o delle fatture, non già l’effettività
dei lavori e dei servizi. Non hanno verificato nulla di tutto ciò, hanno verificato solo la
“quadratura” contabile.
E, siccome il Pubblico ministero vuole a tutti i costi che il consulente dica dei nomi,
il contabile fa dei nomi. Fra l’altro, il Pubblico ministero chiede: “La signora Vazzoler,
l’ha conosciuta?”. “Sì, la signora Vazzoler l’ho conosciuta”. “E sa se amministrava
qualche società?”. “Non lo so”. “Ma era amica di Verdiglione?”. Il testimone: “Non lo
so io”.
Il Pubblico ministero chiede di fare dei nomi. In tutte le domande, incalza: società di
Verdiglione, società “del” Verdiglione. Il testimone spiega: “C’erano le persone che
registravano le fatture, mi permetta, io non sono un fenomeno perché registrare fatture
e contabilità di ventitré società, sfido una persona a farlo”. Loro, invece, dicono che era
una sola persona a farlo. “È uno staff che fa le cose, ci sono persone che registrano le
fatture, che registrano le banche, eccetera; poi, uno controlla se c’è la quadratura di
tutto”.

La Presidentessa: “L’avvocato le ha fatto un’altra domanda: se quel giro o
l’emissione di fatture e anche la contabilizzazione di fatture passive poteva
corrispondere all’operatività di società di quel tipo o era una superoperatività, per così
dire”.

Una superoperatività demoniaca. Il testimone spiega che ci sono state estinzioni di
mutui, che ha visto, una volta, una perizia di una banca per un valore enormemente
superiore all’importo del mutuo erogato. E spiega anche che con Carlo Cortinovis ha
fatto un lavoro di verifica, di controllo contabile in cui, dato il postulato della Guardia
di finanza, ciò che veniva pagato all’erario, era molto di più.
Nella sua deposizione, il consulente Carlo Cortinovis spiega che la Guardia di
finanza ha fatto un lavoro di quadratura, un lavoro cartolare. Come il testimone di
accusa.
Cortinovis: “La Guardia di finanza ha fatto un lavoro cartolare di quadratura delle
fatture, nel senso che le stesse fatture sono state viste su una società come ricavo e
sull’altra società come costo. E la Guardia di finanza ha, questo emerge dai verbali,
rilevato l’esatta corrispondenza tra la fattura emessa e contabilizzata da una società e
quella ricevuta e contabilizzata in acquisto dalla società destinataria”. Quindi,
contabilizzazione delle fatture in uscita e in entrata, per chi la emette e per chi la
riceve.
E questo ha conseguenze: “Dalla lettura dei verbali emerge che l’identificazione è
stata fatta con riferimento al soggetto emittente la fattura; quindi, tutti i verbali iniziano
con un’elencazione dei soggetti che, a dire della Guardia di finanza, farebbero parte –
loro usano questo termine – ‘dell’entourage del signor Verdiglione’; e il fatto di ricadere
in questo elenco fa sì che, se nella contabilità di quella società viene trovata dai
finanzieri una fattura o emessa o ricevuta che ha come controparte questi soggetti,
quella fattura viene considerata inesistente”.
La società “cartiera” o la frode “cartiera”: ovvero quando una fattura è a vantaggio di
chi la riceve e non viene registrata da chi la emette, oppure chi la emette ha
un’abbondanza di credito d’Iva e emette una fattura per avvantaggiare un’altra società,
perché ne ha altre che sono in perdita. Non è, questo, il caso, perché ciascuna fattura
viene contabilizzata.
Prosegue Cortinovis: “È un’inesistenza, quella che viene contestata nei verbali, di
tipo oggettivo, ma, in realtà, l’identificazione delle operazioni inesistenti
oggettivamente viene fatta in relazione al soggetto”. Cioè, senza questa riconducibilità,
la contabilità sarebbe, assolutamente, quella richiesta. “Mi pare che questo sia stato anche detto nelle deposizioni della Guardia di Finanza. In altri termini, non risulta dai
verbali un esame specifico del contenuto delle singole fatture, siano esse fatture per
cessioni di beni o per prestazioni di servizi”. Non risulta un esame specifico del
contenuto, delle fatture, dell’effettività delle fatture, della veridicità delle fatture. Non
c’è un esame, non c’è un controllo.
Precisa Cortinovis: “L’emissione di fatture per operazioni inesistenti, per come mi
capita nella pratica professionale, è contestata in una situazione in cui l’emittente la
fattura è una cartiera, e tipicamente, quindi, è una società che ha sì magari un codice
fiscale, una partita Iva, ma che poi non contabilizza la fattura, mentre chi riceve la
fattura, evidentemente avendo il vantaggio di dedurre il costo, la contabilizza. Quindi,
questo è un caso tipico. Poi vi possono essere altre situazioni in cui una società che ha
delle perdite eventualmente pregresse e quindi una posizione fiscale fortemente
negativa potrebbe in teoria emettere delle fatture a favore di qualcuno che si può
scomputare il costo senza avere un aggravio di imposta a proprio carico proprio perché
compensa questo ricavo con le perdite preesistenti. Non è neppure questa la situazione
che emerge dai verbali”.
Dai verbali della Guardia di finanza. Il perito esamina i verbali della Guardia di
finanza e dice che da tali verbali emerge l’assenza di danno per l’erario. In assenza di
danno per l’erario, nessun dolo, nessun vantaggio per le società. “Quindi, sotto questo
profilo, bisogna tenere in considerazione la circostanza che, come si diceva, tutte le
operazioni sono contabilizzate sia nel lato positivo che nel lato, diciamo, negativo e
quindi nel lato del costo. Circa gli effetti che questo modo di procedere determina,
bisogna tenere in considerazione che innanzitutto le modalità di emissione e
registrazione delle fatture Iva sono talmente rigide e simmetriche per cui l’emettere una
fattura con Iva e registrarla e farla confluire nella propria contabilità e quindi nella
propria dichiarazione Iva e nel contempo inserire la stessa fattura nell’ambito della
contabilità di un altro soggetto e quindi recuperarne in detrazione l’importo dell’Iva
determina automaticamente un effetto che a livello sia di erario sia di somma della
posizione fiscale delle due società porta a un risultato essenzialmente neutro,
essenzialmente nullo”.
E il consulente offre esempi molto precisi. Poi, parla delle prestazioni estere: anche
qui, nessun vantaggio, perché “Sulle prestazioni estere la compensazione è automatica,
tant’è che la Guardia di Finanza l’Iva su queste operazioni, cioè sulle operazioni
ricevute dall’estero e autofatturate, come si suol dire - perché questo meccanismo si
definisce nella prassi meccanismo di autofatturazione - non è stato neppure contestato,
nei verbali i finanzieri lo dicono: ‘Non l’abbiamo contestato perché in questo caso c’è
immediatamente un pareggio tra le due posizioni’”. Il soggetto estero non è un soggetto
Iva. Donde, l’autofattura.
Tenendo conto del postulato della casta sul fantasma del “dominus”, il consulente
precisa: “È automatico che fare un’operazione inesistente con l’estero, autofatturarla e
esporre nella propria liquidazione Iva, sia a credito che a debito, l’ammontare dell’Iva
relativo alla fattura dà automaticamente un saldo zero, quindi non è per definizione
un’operazione che si fa per beneficiare di un vantaggio Iva”.
La casta agisce in nome dell’ignoranza. Carlo Cortinovis: “Chi cede un bene
strumentale ha un ricavo che è tassato subito, chi acquista quel bene strumentale ha un
costo che non è deducibile immediatamente, perché, come beni strumentali, si deve
procedere all’ammortamento, perché l’utilità che il bene produce è diluita nel tempo”.
Non interviene nessuna ombra di danno per l’erario nella prassi amministrativa.
Carlo Cortinovis rammenta: “il Maresciallo Mincarini… a un certo punto della sua
deposizione afferma che non vi erano debiti né dal punto di vista delle imposte dirette
né dal punto di vista dell’Iva”.
Il fondamento dell’accusa svanisce, nelle testimonianze degli unici due testimoni a
carico, i marescialli della Guardia di finanza. Carlo Cortinovis ha esaminato tutti i
processi verbali di constatazione di tutte le società – verbali che, poi, sono tutti uguali,
copiati dal verbale relativo alla Villa San Carlo Borromeo, tranne per le cifre finali, per
la somma. Tutto si basa su ciò che è estraneo all’amministrazione e all’impresa, sulle
intercettazioni telefoniche e sulle sommarie informazioni testimoniali che
riguarderebbero la riconducibilità a un unico dominus.
Carlo Cortinovis ribadisce: “A quanto mi risulta, non emerge un vantaggio fiscale né
in ambito Iva né nell’ambito delle imposte sui redditi dallo svolgimento, o meglio, dalla
effettuazione di queste operazioni che la Guardia di Finanza contesta come
inesistenti”.
E Carlo Cortinovis osserva che erano servizi effettivi. Infatti ha lavorato con noi per
un’estate intera nel 2011, poi è andato con il materiale e le descrizioni delle fatture,
come egli stesso dice, nella sede della Guardia di finanza e la Guardia di finanza non
ha neppure considerato questo materiale. I marescialli hanno redatto il processo
verbale di constatazione senza allegare, come avrebbero dovuto, questa
documentazione, che provava l’effettività delle fatture. Non l’hanno fatto per una loro
scelta, perché si sono basati soltanto sul computer. Non hanno bisogno né delle fatture
né dei dati bancari né dei flussi né dell’arte né della cultura né del restauro. Non hanno
bisogno di niente. Una norma del marzo 2012 – cui ha fatto seguito una circolare
nell’agosto dello stesso anno – afferma, invece, che non può essere presunto un
imponibile da parte di chi emette una fattura se a chi la riceve è negato il diritto di
detrazione. Viene irrogata una sanzione, che non è assolutamente riconducibile a
un’evasione fiscale, cioè a un danno per l’erario. Quindi, anche rispetto a questa
circolare del 2012, la fatturazione non ha prodotto nessun danno all’erario.
Carlo Cortinovis: “Siccome queste fatture, e lo attesta la Guardia di finanza, sono
emesse e ricevute da soggetti che esercitano un’attività d’impresa per la stragrande
maggioranza delle fatture – poi, su questo possiamo eventualmente anche soffermarci –
, non vi è un’emissione di beni in consumo e quindi non vi sarebbe neanche un diritto
dell’erario ad applicare questa Iva”. “[…] alla luce di quanto risulta dai verbali della
Guardia di Finanza, e alla luce anche del lavoro che è stato fatto sulla contabilità della
società, non emerge un vantaggio fiscale per le società né dal punto di vista dei redditi
né dal punto di vista dell’Iva. Devo però dire che emerge forse una situazione
esattamente opposta. Cioè di un incremento del debito”. Se tenessimo conto del
postulato della casta, dovremmo dire che le società hanno pagato di più.
Carlo Cortinovis: “[…] nel 2012 è stata emanata una disposizione, che è l’articolo 8,
comma 2, del decreto legge 2 marzo 2012, numero 16, la quale prevede che, in
presenza di costi per operazioni asserite come inesistenti, si debbano, diciamo, nella
determinazione del reddito imponibile eliminare anche i ricavi che sono correlati.
Questa è una normativa che consente di ricondurre l’imponibile della società su basi
più ragionevoli e coerenti con il principio costituzionale di tassazione in base alla
capacità contributiva perché, se io ho dei costi inesistenti e dei ricavi inesistenti, è
chiaro che questo principio porta a dovere eliminare sia gli uni che gli altri, e quindi
finalmente nel 2012 questo principio è stato, a livello di disposizioni fiscali,
definitivamente riconosciuto”.

Poi, spiega che non si tratta di compensazioni così, in modo generico. “[…]
Esistono… dei pagamenti tra le società, diciamo, dell’entourage che sono per importi,
come dire, globali e che sono scomputate dai debiti che una società aveva verso l’altra
e dal relativo credito, cioè, come spesso si fa nel momento in cui ci sono un numero di
operazioni tra lo stesso soggetto e poi il pagamento non lo si fa fattura per fattura ma lo
si fa globalmente. Questo emerge dagli stessi verbali della Guardia di Finanza, che io
ho allegato alla mia relazione, perché su alcune società, purtroppo non sulla Villa per
esempio, la Guardia di Finanza ad un certo punto, e questo è stato fatto per la società
Parco Visconti Borromeo e per la società (Intextio), e i relativi verbali sono allegati alla
mia relazione, emerge che ci sono stati dei pagamenti”. Hanno verificato che ci sono
stati pagamenti effettivi e non li hanno registrati nel verbale!“[…] la compensazione
delle posizioni creditorie e debitorie relative alle varie fatture, è una modalità di
pagamento, cioè la compensazione è un mezzo di estinzione del pagamento”.
Carlo Cortinovis precisa: “L’obbligo di emissione del documento di trasporto è stato
abolito dal 1996”. E, comunque, la rimessa diretta non richiede il documento di
trasporto. Se in un magazzino ci sono prodotti, merci, che vengono venduti,
l’acquirente viene, riceve la fattura, ritira la merce e la trasporta egli stesso: chi vende
non ha bisogno di fare il documento di trasporto, che, comunque, non sarebbe
necessario.
Il Pubblico ministero chiede al consulente se i beni esistevano. Carlo Cortinovis: “A
livello documentale appare l’esistenza dei beni perché c’è la descrizione nelle fatture e
ci sono le fotografie”. Se io ho le descrizioni e le fotografie delle opere che sono state
vendute, io, che controllo la contabilità, che cosa devo dedurre: che non ci sono le
opere? Allora, tu, Guardia di finanza, vai a verificare dove stanno, in quale museo.
Poi, il Pubblico ministero esige che il consulente dichiari “secondo scienza e
coscienza” se quelle fatture sono vere, reali. Carlo Cortinovis: “Secondo scienza e
coscienza la risposta è sì, ma posso motivarla. La motivo, perché, dal punto di vista
giuridico, chi sono io per disconoscere un contratto, un’operazione che risulta dalla
contabilità che le società non negano e che le società hanno contabilizzato? Bisogna
tenere presente che, quando si contabilizza un’operazione, soprattutto in acquisto, la
contabilizzazione in acquisto nel libro giornale fa prova nei confronti dei terzi. Più che
dire questo...”.

A questo punto, giunge un fuoco incrociato di domande al consultente. Carlo
Cortinovis risponde su ciascuna domanda in modo preciso, puntuale, tecnico,
intelligente, lui che ha esaminato tutta la contabilità, anche attraverso lo stesso
materiale dei marescialli, ivi compresa la loro produzione fantasmatica.
Il Pubblico ministero: “[…] Lei, dall’analisi che ha fatto, condivide questa
impostazione” – in effetti, è una postulazione –, “cioè del fatto che ci troviamo di
fronte a società che fanno parte di un medesimo gruppo, riconducibile a un unico
soggetto, comunque persona fisica, che è il Verdiglione?”. Cioè, “il Verdiglione” è una
persona fisica: ma sembra più metafisica, qui, che fisica. “Da quello che ha visto lei”.
Cortinovis: “Le rispondo: se per gruppo s’intende un gruppo societario, così come
nell’ambito del diritto societario s’intende, cioè di società che sono caratterizzate da
rapporti di collegamento societario, cioè di partecipazione o che sono controllate, cioè
la cui proprietà fa capo allo stesso soggetto, non ho fatto una verifica specifica ma si
potrebbe anche fare, la risposta è no”. È “no” per le società in generale. Ma cinque
società hanno una holding, che è la Fondazione. Poi, il gruppo intero ha una holding
intellettuale, che è il Movimento cifrematico. “Perché le società fanno capo, per
esempio la Villa San Carlo Borromeo, se ricordo bene, fa capo alla Fondazione”.
Il Pubblico ministero: “Fa capo alla Fondazione e poi?”. Carlo Cortinovis: “Poi non
so se c’è una partecipazione di un’altra associazione”. Pubblico ministero: “Ecco, e la
Fondazione praticamente da chi è...”. “La Fondazione ha un proprio statuto”. “E chi è
il...”. “Mi pare che all’interno dello statuto il signor Verdiglione abbia un ruolo quale
amministratore.
La Fondazione è un ente giuridico, ha personalità giuridica, quindi è riconosciuta
come entità”. Pubblico ministero: “Appunto, quindi è riferibile a chi la fondazione,
questa fondazione di cui lei sta parlando?”. Anche la Fondazione si dilegua dietro la
riconducibilità al “dominus”.
Carlo Cortinovis: “La Fondazione ha una vita autonoma, la Fondazione non ha un
socio”. Il Pubblico ministero: “Ma è documentale, è un dato documentale questo?”. E
insiste: “[…] la mia domanda è stata sulla base delle indagini che ha fatto lei, che ha
visto lei, che tutte queste venti società che sono state oggetto di singoli verbali da parte
della Guardia di Finanza, e secondo me non casualmente, siano riconducibili a un
unico soggetto, persona fisica che in questo caso è Verdiglione che le gestisce?”. Carlo Cortinovis: “Documentalmente non mi risulta: sono società tutte costituite con atto
notarile regolare, sono società iscritte alla Camera di Commercio. Se si fa una visura
alla Camera di Commercio, risulta che ciascuna società ha un proprio amministratore,
se si vanno a vedere i soci di queste società sono dei movimenti, delle associazioni, in
alcun caso il movimento diciamo principale, ecco. Poi, non conosco la struttura del
movimento; ma poi ci sono delle associazioni locali, che hanno ciascuna delle
partecipazioni nelle varie società”.
E non è affatto vero quello che, nella requisitoria, il Pubblico ministero dice: non ci
sono cinquantaquattro tra società e associazioni che hanno, tutte, sede in via Fratelli
Gabba. Sono soltanto dieci su cinquantaquattro.
E insiste: “[…] perché noi dobbiamo considerare che questi pagamenti ci siano stati
attraverso questo meccanismo”. La parola “meccanismo” s’inscrive nella demonologia.
Carlo Cortinovis: “Non è un meccanismo, la compensazione non vuol dire
l’azzeramento del debito e del credito”. L’azzeramento è ciò che pratica la casta. Carlo
Cortinovis: “Forse mi sono spiegato male, la compensazione non è che io ho un debito
verso un soggetto e viceversa e lo azzeriamo. La compensazione vuol dire che,
anziché, andare in banca e fare un pagamento e l’altro ricevere il denaro e fare un altro
pagamento, diciamo: Visto che io ho un credito e, viceversa, tu hai un credito nei miei
confronti, lo compensiamo, se il credito, che ho io di cento e il credito che hai tu verso
di me di 90, ti pagherò la differenza”.
Insorge, stizzita, la Presidentessa: “Non è in contestazione il meccanismo in astratto
che viene utilizzato, per operazioni sia lecite che illecite, sono le operazioni di base
che bisogna verificare qui”. Fa una domanda più radicale, in cui allude a presunte
“operazioni di base”. Carlo Cortinovis precisa: “La compensazione viene utilizzata tra
soggetti terzi anche perché non dà nessun vantaggio; anzi, evito il costo del bonifico
bancario”.
Il Pubblico ministero incalza, come se si trattasse di una disquisizione ideologica:
“Ci può dare la sua definizione di danno erariale?”. Carlo Cortinovis: “Il danno erariale
si verifica per esempio nel caso in cui un soggetto, la tipica cartiera, emette una fattura,
con Iva, e non versa la relativa Iva, mentre la società che riceve la fattura, la
contabilizza e si scomputa questa Iva […]”. Non è questo il caso.

Il Pubblico ministero si arrampica sugli specchi dei propri fantasmi: “Però
nell’eliminare questo danno erariale, lei le ha valutate [queste società] comunque
come facenti parte di un unico contesto”. Carlo Cortinovis: “Non sono io che le valuto
come un unico contesto, ma è l’erario che è unico. E quindi essendo l’erario unico, se
parliamo di danno per l’erario, dobbiamo metterci nei panni dell’erario perché, se ci
mettiamo nei panni delle singole società... Allora, se uno mi chiede: ‘L’erario ha
incassato 170 milioni di euro in meno per il fatto che sono state emesse queste
fatture?’, la risposta è: no”. Il Pubblico ministero: “Quindi l’erario in senso generale,
questo dovrebbe allora per tutte le società che esistono, perché l’erario è sempre un
ente...”. Carlo Cortinovis: “No, il danno erariale, qui dobbiamo capirci, il danno
erariale, perché si dice così, è il danno per l’erario. Se c’è un danno erariale, bisogna
mettersi nei panni dell’erario, e siccome l’erario è un portafoglio unico, nel momento
in cui ha un portafoglio unico, ci dobbiamo chiedere: ma se queste fatture non fossero
state emesse, l’erario avrebbe incassato 170 milioni di euro in più? Se lei mi fa questa
domanda, le devo rispondere no, non mi risulta”.
Il Pubblico ministero si attacca al nulla: “La Sua risposta è che dal punto di vista
dell’erario non c’è un danno, Le ho chiesto dal punto di vista delle singole società,
invece”. Se l’erario non ha un danno e le società non hanno un vantaggio, dove sta il
dolo, che è il fondamento dell’attribuzione del reato? Carlo Cortinovis puntualizza:
“Dal punto di vista delle società abbiamo fatto la verifica, dal punto di vista delle
singole società abbiamo fatto la verifica e non c’è danno né vantaggio per le singole
società perché, se le società vanno a debito, e capita, se andiamo a prendere le carte,
ci sono società che vanno a debito, l’Iva l’hanno versata”.
Il Pubblico ministero sbotta, all’impazzata: “È chiaro il discorso che ha fatto. Lei
come si spiega che quindi le società erano alla fine in difficoltà finanziaria?”. Sarebbe il
contrario: se tu hai evaso 170 milioni, com’è che ti trovi in difficoltà finanziaria? Carlo
Cortinovis: “Beh, mi spiego con il fatto che le società erano, soprattutto la Villa, erano
indebitate, quindi avevano degli interessi passivi che...”.
Il Pubblico ministero: “Le ho chiesto come se lo spiega, questo è il risultato, che
erano indebitate è quello che vediamo, come se lo spiega in questo tipo di operatività”.
Carlo Cortinovis: “Io posso fare dei ragionamenti, delle considerazioni, me lo spiego
sotto il profilo del fatto che probabilmente l’attività culturale, di pubblicazione dei libri, di svolgimento di queste attività, di convegnistica, di servizi – perché è stato detto, mi
pare anche nel corso di qualche testimonianza, che la villa veniva affittata a terzi per
convegni, che consistevano appunto in servizi: c’era il servizio alberghiero,
probabilmente questa attività imprenditoriale, che aveva un’origine culturale e l’attività
alberghiera – non era sufficiente nel suo insieme per coprire i costi di questa attività e i
costi specifici di questa attività e per coprire gli interessi passivi; è una situazione che si
verifica purtroppo qualche volta, di recente anche spesso, nelle imprese, le quali fanno
degli investimenti e poi il ritorno sugli investimenti non è in linea con le aspettative”.
Noi avevamo organizzato le cose e costituito gli assets, avevamo stabilito i
dispositivi commerciali, per poter lanciare tutta l’operazione commerciale da allora nei
mesi che seguivano. L’irruzione della Guardia di finanza ha paralizzato le cose.
Il Pubblico ministero passa alla sua giaculatoria preferita: “E invece questo giro
vorticoso di assegni lei come lo spiega? Ne ha trovato una spiegazione?”. Carlo
Cortinovis: “Non l’ho visto, non so che cosa voglia...”. “È stato qua, in udienza”. “Sì,
sono stato qui in udienza. Innanzitutto non so cosa voglia dire giro vorticoso, nel senso
che bisognerebbe capire. Ma il giro vorticoso di assegni, se è contabilizzato, è
finalizzato al pagamento delle prestazioni, cioè non capisco la coerenza che ci sia tra il
dire che le prestazioni non venivano pagate e poi c’è un giro vorticoso di assegni”.
Dato un “giro vorticoso di assegni”, andiamo a vedere che cosa pagavano questi
assegni. No! Il giro vorticoso di assegni! Il giro vorticoso di fatture! Ma, possiamo
confrontare il giro vorticoso di fatture e il giro vorticoso di assegni? No! Il giro vorticoso
di fatture non interessa. C’è il giro vorticoso di assegni. Li stacchiamo dalle fatture e
assegniamo un’altra finalità. Quindi, il giro vorticoso di fatture aveva una finalità, il giro
vorticoso di assegni ne aveva un’altra. Fatture e assegni svolazzano come prodotti della
stregoneria.
Prosegue Carlo Cortinovis: “Allora vuol dire che le prestazioni erano pagate. Certo
che il giro deve essere vorticoso, perché, se le fatture erano tante, e le devo pagare,
non posso che pagarle con un giro vorticoso”. Il Pubblico ministero: “Quindi Lei lo
giustifica in questa ottica, si potrebbe giustificare dal numero delle fatture?”.
Giustificare? La realtà deve giustificarsi? Carlo Cortinovis: “Direi di sì, le fatture sono
tante e quindi, per pagare tante fatture, ci vogliono tanti assegni, se fare tanti assegni, vuole dire fare un giro vorticoso di assegni, allora sì; ma ‘giro vorticoso’ ci dà
l’impressione del fatto che uno prende l’assegno e se lo fa girare vorticosamente”.
Il Pubblico ministero dice al consulente quello che non hanno fatto i marescialli:
“Comunque, questi assegni non li ha messi di fatto in relazione con le fatture?”. Carlo
Cortinovis: “Non li ho neanche visti, non risultano, almeno... la Guardia di Finanza, e
ho allegato due verbali, ha rilevato dei pagamenti e i pagamenti transitano
evidentemente dai conti bancari; qui ci sono dei pagamenti in assegno, ha conciliato
gli assegni emessi a pagamento […]”. Il Pubblico ministero oppone la sua furia
normalizzante: “Quindi secondo lei questa era una situazione abbastanza normale”. “Il
pagamento con assegno è un pagamento”. “No, non il pagamento mediante assegno,
questo tipo di operatività”.
Ancora Carlo Cortinovis: “Non sono assegni che girano, sono assegni che un
soggetto emette a favore di un altro, e l’altro soggetto riceve l’assegno e lo versa in
banca. Allora, si può pagare con un bonifico, si può pagare con un assegno, qui ci
sono dei pagamenti con assegni – ma, tra l’altro, questo aspetto, per quanto ricordo io,
non è neppure elencato nella parte generale dei verbali della Guardia di Finanza quale
elemento presuntivo dell’inesistenza delle operazioni”. La Guardia di finanza, infatti,
non postula l’inesistenza delle operazioni per il giro vorticoso di assegni. Non ha
controllato. “Quindi francamente non ricordo dove stia scritto questo discorso con
riferimento alle società, questo discorso del giro vorticoso di assegni tra le società”,
conclude Carlo Cortinovis.
A questo punto, il Pubblico ministero conferma la chiusura: “Non ho altre
domande”. La realtà intellettuale, negata, viene restituita come una realtà falsificata, la
realtà della casta.
L’avvocato Lucio Lucia chiede a Carlo Cortinovis: “Nei processi verbali, con
riferimento alle fatture, è indicato questo giro di vorticosi di assegni?”. Cortinovis: “Non
mi risulta”. Nei verbali non risulta il giro vorticoso, risulta nelle informative. La verifica
fiscale non dice che c’è il giro vorticoso. Questo viene detto in un altro contesto. “Non
mi risulta. A me pare, però questo bisognerebbe rivederlo, che la Guardia di Finanza
evidenzia delle movimentazioni di assegni ma sulle persone fisiche, è il discorso delle
segnalazioni fatte all’ufficio per la verifica appunto finanziaria, all’UIF, ma non mi risulta nell’ambito societario anche perché questa affermazione sarebbe in contrasto
con quell’altra che dice che le fatture non venivano pagate”.
L’interrogatorio di Carlo Cortinovis è una pièce, contrassegnata da una scommessa
d’intelligenza. Una pièce straordinaria che vale anche da apologo grandioso. Ma la casta oppone l’odio demonologico contro l’intelligenza.

16 gennaio 2016

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