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Jimi Hendrix, chitarra e arte del contrappasso

Alessandro Taglioni
(11.01.2016)

All is by my side

Prendo spunto da un bel film di John Ridley, del 2013, dedicato al bravissimo Jimi Hendrix, importante musicista degli anni Sessanta-Settanta, per una breve riflessione e una breve esplorazione dell’acustica. Film non pretenzioso, delicato, quasi sorprendente. Film dedicato al Jimi Hendrix del periodo iniziale, quello della sua Experience, esperienza di un certo interesse, di sicuro innovativa. Jimi Hendrix outsider, mosca bianca, musicista anomalo rispetto alla cultura beat della Londra di quell’epoca. Unico e senza genere, pur venendo dal blues. Autore i cui brani più importanti vengono dal blues e vanno verso il jazz, come disse Keith Jarrett in una intervista a proposito di un suo incontro con Hendrix. Probabilmente, con qualche decade in più a disposizione, avremo ascoltato sui brani jazz e verdiani insieme. Le sue composizioni, intrecciano la voce e la chitarra in modo particolarissimo. Jimi Hendrix ha difeso la sua musica, il suo blues letteralmente con le unghie e con i denti.

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Opera di Christiane Apprieux, 2015, terracotta patinata

Il film annota dettagli, lungo una tessitura delicatissima, a tratti solenne, onorandone la memoria nelle vicende essenziali del primo anno londinese, il 1967. Hendrix è il paradigma che inaugura il 68, appunto. Fra le ideologie dei due blocchi. Paradigma di qualcosa fra il particolare e lo specifico, ancora al di qua della mera industria dell’intrattenimento. Si tratta cioè della musica a partire dall’ascolto, dell’acustica. Se qualcosa di nuovo e di straordinario verrà introdotto in quegli anni è proprio questo: l’arte della dispositio, la disposizione all’ascolto. Verrebbe quasi da dire l’arte dell’ascolto, arte in cui ha cercato di cimentarsi anche quella psicanalisi di cui il nostro bel paese pensa di poter fare a meno.

Questo film ha giustamente evidenziato l’ascolto in uno status di ingenuità, nei club e nei teatri, non negli stadi. È stato suggestivo notare lo sforzo del regista di sottolineare questo aspetto, di rivivere la tensione del pubblico prima durante e dopo il concerto di questo musicista mai visto prima. La musica era la cosa più importante, ciascuno ascoltava. Gli anni Settanta ne hanno portato ancora l’eco: ciascuno ascoltava, leggeva, discuteva, raccontava. C’era tempo e interesse per visitare una e cento mostre, ascoltare uno e cento concerti leggere molti libri, e via discorrendo.

Noi, allora giovincelli, a testa bassa per il peso delle illusioni, noi figli di padri che hanno vissuto i bombardamenti della seconda guerra, che hanno vissuto il boom economico degli anni Sessanta, ebbene noi cercavamo di incominciare qualcosa con la nostra tavolozza nonostante le inondazioni di pittura americana post maccartista, importata dalla Cia, con e nonostante scrittori fuori dalle righe, bombardati da avanguardie europee che ci avrebbero preparato a estesissime nullità concettuali. Eppure, sia per i padri sia per i figli, l’idea di essersi lasciati alle spalle il nazifascismo sembrava ormai sempre più un’illusione. Alcuni, pochissimi, si erano rifiutati di gettarsi fra le braccia del baffone o di intrecciarsi con il discorso del potere dall’onda lunghissima.

Si lavorava sodo per imparare dai maestri, o semplicemente imitarli, addirittura emularli. S’imparava un brano di musica come di poesia come di pittura, come di psicanalisi e di filosofia, si leggevano poeti di altri continenti, si imparava a mangiare cose sane come facevano i nonni dei nonni. S’imparava anche a dimenticare, le cose belle come le brutte, in fretta, come, per esempio, quando un amico moriva di niente. Epoca di musica, danza, teatro, anche se si trattava di balbettii e niente più. Ecco Julian Beck con la sua banda in cima al parco degli Abruzzi; Eugenio Barba e i suoi amici fra i borghi salentini e Grotovskij remare sul canal Grande, con la sua candelina accesa. Ingenue performance, ingenui festival, come quello dei due mondi a Spoleto. Insomma, l’apertura degli anni Settanta :l’arte dell’ascolto era quasi un manifesto del pensiero libero, l’onda lunga del 68 che avanzava, incessante: sembrava potesse inaugurare qualcosa di infinito e di indistruttibile.

E invece le cose sono cambiate, ben altra musica è sorta in Occidente. Anche se, fino agli anni Ottanta, c’era ancora spazio per il pensiero nuovo, per l’intellettualità. Il titolo di un libro diventava davvero importante, una rilettura, una novità poteva risultare ancora decisiva per l’itinerario di ciascuno. Si legge e rilegge, si discute, si esplora. Il dubbio e il confronto, la parola libera, l’analisi. Forse c’era ancora spazio per porre qualche questione, per il cervello. Anni Settanta e Ottanta, c’è ancora l’interesse per analizzare l’epoca, il discorso occidentale, e quelle due ideologie che oggi sono diventati due fondamentalismi.

Forse, addirittura, la psicanalisi sembrava potersi introdurre in Italia. Pia illusione. È poi risultato chiarissimo, e oggi ancor più, che il discorso del potere sorgeva dalle ceneri dei vari terrorismi e dalle varie ideologie, trasformandosi, imponendosi dopo il boom degli anni di piombo, normalizzando, compartimentando e cancellando, man mano, ogni ipotesi di parola libera, di arte e di cultura liberi. Per dare libero sfogo allo stato mafia, all’Italia delle camorre, come le chiamava anche Papini. Così, eccoci in breve all’epilogo di quel 68: il boom delle burocrazie, cioè il pienone delle istituzioni che si danno un gran da fare a anteporsi, a reagire, a impedire, a regolamentare, a standardizzare il cittadino, a normalizzare qualunque disagio, qualunque eccezione, qualunque parola libera. Per istituire l’unica coltura possibile, la religione dell’idiota con le sue pasticche e i suoi luoghi comuni, luoghi dove il cervello è bandito. In questo territorio, in questo terrorismo, va da sé sia in vigore la legge del contrappasso. È forse anche l’unica terapia?

Dagli anni 90 in poi, il nostro bel paese vi si è esercitato, doveva sopravvivere, vivacchiare, smentire e allo stesso tempo mettere in atto varie pratiche tanatologiche. A ogni bomba doveva rispondere con un’antibomba, a ogni camorra si doveva anteporre la propria camorra, a ogni disagio doveva corrispondere la normalizzazione.

Ad esempio, come rispondere alla nota chiusura dei manicomi avvenuta negli anni settanta? Se già era postulata l’esistenza della pazzia, dove poteva migrare questa pazzia se non nelle nostre istituzioni? Dalle famiglie fino ai piani alti, ne constatiamo oggi la contenzione. Del disagio inaugurato negli anni Sessanta, occasione straordinaria, non dovrà restare traccia già dagli anni Novanta, sotto le bombe della normalizzazione: gli psicofarmaci, lo psichiatra, lo psicologo, la droga, ormai onnipresenti. In breve, quella burocrazia che H. Arendt ha analizzato nei suoi testi sul nazismo, in maniera lucidissima, anche rispetto alle sue applicazioni nel secondo Novecento.

Dunque la sfida che l’epoca impone è quella di esplorare massicciamente tale normalizzazione. Altro che disposizione all’ascolto. Le rock star, i massmediatici, i concerti e i raduni da stadio, i rituali dei pusillanimi, il patetismo incessante dei produttori di musica leggera, dei produttori di opinione, che opprimono per il business dell’ipnosi chiunque e ovunque, da generazioni, con i vari Sanremo: dai Morandi, agli Antonacci, ai Consoli fino al fattore X, giusto per citare qualche nome a caso. Fra le varie industrie, l’industria del piagnisteo è quella più fiorente. Verdi, Puccini, Bellini, Callas, Tebaldi, le arie e i duetti sono un lontano e vaghissimo ricordo.

Con questa reazione al pensiero, all’acustica, al cervello non resta che coltivare le doti dell’idiota, non resta che la legge del contrappasso. Di bomba in bomba, le bombe di tritolo o le bombe di incartamenti, le bombe dei burocrati, le bombe dell’Isis o dell’Esatri o di Equitalia. Di reazione in reazione, anche il terrorismo è corollario della burocrazia. Ma interessa sommamente la produzione dell’idiota, che viene tutelata, assistita, incentivata. La produzione dell’artigiano, del poeta, dell’artista, dello scienziato è demodé, se possibile obliterata, nonché boicottata.

Allora rimaniamo in attesa di tempi migliori, tenendoci questa legge del contrappasso, l’unica con i documenti in regola in tempo di barbarie. Chi ha pensato di sopravvivere di Sanremo, muore di Sanremo, chi sopravvive di istituzioni, muore di istituzioni, chi sopravvive di fisco, muore di fisco, chi sopravvive di carte, muore di carte, chi sopravvive di camorre muore di camorre: vale a dire, in Italia, dove si istituisce una bomba scoppia una mafia.

Contrappasso: se un’articolazione, un granello di civiltà, un’intuizione, un brano inedito, vengono assunti come sistema di vita, allora, chi di sistema ferisce di sistema perisce, salvo vivere, perché si può anche vivere di niente. Al contrario, chi vive di aria e di arie, non muore di aria, chi vive di acqua non muore di acqua.

Arte dell’ascolto: Hendrix, nero fra bianchi, mosca bianca fra la grigia borghesia londinese? Un nero che osava dire “la mia musica”? Non c’è alcuna continuità fra “la mia musica” e tutto il resto e tutta l’industria novecentesca che ne deriverà, nessuna genealogia fra blues jazz e sistema discografico contemporaneo. Solo l’abisso. Lo stesso abisso che c’è fra Hendrix e il perfetto idiota è fra l’artista e il burocrate. L’artista fa del contrappasso un’arte e è destinato a raccontare e a disegnare l’abisso, a trarlo nella poesia. Mentre il burocrate è destinato a finirci dentro. E se l’infamia è terreno di coltura dell’idiota, le ideologie del Novecento, nonostante il 68, stanno allargando l’abisso con un imponente genocidio culturale e artistico, cosa che non ha precedenti e che neppure il peggior fascista avrebbe mai immaginato.
A chi giova? A chi non ha prodotti da vendere all’estero, come notava l’amico sociologo: cioè all’avvocato, all’impiegato, all’amministratore pubblico, al capitone d’impresa, ecc, in breve al burocrate, invidioso o geloso o entrambe le cose, che si allea in un clan, in una cricca di pusillanimi, che è qui fra noi per attizzare il contrappasso di cui sopra, per concludere in bruttezza e attenendosi al fondamentalismo occidentale, oggi avversato dal suo gemello il fondamentalismo mediorientale.

Perché chi vivacchia di banche muore di banche, chi vivacchia di fisco muore di fisco, chi vivacchia di capitoni d’impresa muore di capitoni d’impresa, chi vivacchia di petrolio muore di petrolio, chi vivacchia di camorre muore di camorre.


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12.01.2017