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Il disagio e l’ignoranza. Ovvero la presunzione contro il capitale intellettuale

Armando Verdiglione
(10.01.2016)

Era venerdì, il 26 giugno 2015, quando due “curatori” irrompono nella Villa San Carlo Borromeo e, in modo violento e terroristico, buttano fuori gli ospiti, ospiti di vari paesi. Si tenne nel 1906 la precedente esposizione universale a Milano. Ora: “Expo 2015”. Due eventi erano previsti, per quella sera, altri tre il giorno dopo, altri ospiti, altre delegazioni.
Quella sera, gli ospiti non hanno potuto soggiornare nella Villa, e neppure attraversare il giardino. Gli ospiti non hanno potuto cogliere, intravedere, scorgere le lucciole nel giardino.

Il villaggio. La collina. Le montagne di granito. Il mare. La nave. Il giardino: ogni mestiere. E poi, ancora una villa: Villa San Saverio, a Catania. Il giardino. E ancora: Villa San Cataldo, a Bagheria, e l’Istituto Gonzaga. Ancora il giardino. Un’altra villa a Milano: e il suo giardino. Parigi, ancora il giardino. New York: l’Hotel Plaza e, dinanzi, il giardino.
Roma: con un immenso giardino. Tokio: l’Hotel New Otani, e il suo giardino. E, ancora, il 4 novembre 1984, Villa San Carlo Borromeo, a Senago: il giardino.

Ciascuna volta, il disagio è la virtù del principio della parola. Il disagio è proprio della parola, è proprio del numero, della memoria, del viaggio, della scrittura. Il disagio. Come l’anoressia, come la leggerezza, come la libertà, come l’integrità, come l’arbitrarietà, come la tentazione, come l’aria. Il disagio proprio del numero, proprio del narcisismo (della “cosa”), proprio dell’altra cosa, della parola, proprio della cosa intellettuale. Proprio della
civiltà.

Nessuna città è senza disagio. Per ciò, la città si scrive, la città diviene cifra, la città si qualifica, la città si narra. Per ciò, la città entra nella saga. Senza il disagio non entrerebbe nella saga. Il disagio. Per ciò, la definizione non è ontologica. Per ciò, la definizione è impossibile: la definizione segue il procedimento per distrazione, il procedimento per sottrazione, il procedimento per astrazione.

Il disagio: nessun progetto, nessun programma senza il disagio. Il progetto è
economico, cioè narrativo. Oltre la sintassi, oltre la frase, oltre la ricerca, il progetto. Il programma è narrativo. Oltre il fare, il programma. Il progetto esige la scrittura della ricerca. Il programma esige la scrittura del fare, di ciò che si fa, dell’industria della parola.
Contro il disagio e, per tanto, contro la parola, contro il numero, contro la memoria e contro la sua scrittura, contro la qualificazione della memoria, irrompe il richiamo all’ordinalità, allo standard, alla presunzione circolare che è presunzione ontologica.
Contro il disagio si oppone il discorso occidentale. Contro il disagio, il canone. Qual è il luogo del discorso occidentale? Il luogo del discorso occidentale è il luogo dell’assenza del disagio. Il compito del discorso occidentale è soppiantare, supplire al disagio nel luogo
della sua assenza: da qui, il rimedio, la psicofarmacologia e tutto ciò che serve a creare la sudditanza. Contro il disagio, il processo politico, dettato e seguìto dalla casta che così esercita il suo potere.

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Armando Verdiglione, "Il disagio e l’ignoranza. Ovvero la presunzione contro il capitale intellettuale"
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Opera di Christiane Apprieux

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26.04.2017