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L’ironia, il sembiante, il processo intellettuale

Armando Verdiglione
(9.12.2015)

Il principio di abolizione del due è principio di presunzione, presunzione di senso,
presunzione di sapere, presunzione di verità. È principio del terzo escluso. Come tale, la
zoologia fantastica si erige sulla presunta negabilità del due.

La zoologia fantastica. Per gli antichi, ovunque, quasi in ogni tribù dell’Asia orientale,
occidentale, dell’Europa, del Mediterraneo, delle Indie e delle Americhe, la zoologia
fantastica si compendia nella fenice. La civiltà tanatologica, che è civiltà anzitutto
necrofila, procede da questa araldica fondamentale, dal sistema araldico fondamentale.
Una immensa fattoria di animali – così il mondo – che si compendiano nella fenice! La
civiltà tanatologica, per erigersi, ha bisogno di questa fattoria e, quindi, ha bisogno di
pantoclastia, di distruzione, di rovine e di ceneri: deve incenerire tutto ciò che affiora, che
è bello, che è sospetto, che è lusso, che è arte, che è cultura, che è città, monumento. Ha
bisogno d’incenerirlo per la palingenesi, per rigenerare.

Così dunque il rosso. La nascita, la natura, il nascimento, il rinascimento, procede dal
due. E il rosso scarlatto è figura impossibile del due. Così la fenice. Il rosso scarlatto. La
nascita, il natale, procede dal rosso. Guardatevi attorno: nella città, il rosso natalizio, rosso
scarlatto.

La relazione non è tollerata, il due non è tollerato, la contraddizione non è tollerata, la
contraddizione propria della relazione. Da questa contraddizione procede la
contraddizione propria dell’equivoco, una sostituzione, quella della sintassi, in cui
s’instaura l’equivoco, il qui pro quo, la struttura in cui lo zero funziona, contraddistinto
dalla metafora. La sintassi esige la sostituzione, il qui pro quo, un procedimento per
distrazione, la cui condizione sono il punto di distrazione e il punto di caduta.
L’ironia, il modo del due. Ironia. Victor Hugo scrive: “La libertà incomincia dall’ironia”.
La libertà è la libertà della parola originaria, la libertà della vita originaria. La libertà è una
virtù del principio della parola, una virtù propria di ciascun elemento della parola, che
non può essere avulso dalla parola. Quindi libertà della diade, della triade, della struttura,
della scrittura. Libertà della relazione, libertà della dimensione, libertà della funzione,
libertà dell’operazione, libertà del sembiante. L’ironia è il futuro, è la speranza. Libertà
della speranza.

Se la fenice si volge in Uroboro, la quaestio si chiude. Allora, è il sistema, è l’animale
che, in luogo dell’Altro, è anfibologico, è bene-male, e sta dinanzi, è l’ombra che si
animalizza, per cui tutto può essere epurato e conciliato. Tolta, economizzata, l’imparità,
tutto diviene pari. Tolta l’improporzione, tutto diviene proporzionato. Tolta l’inarmonia,
tutto diviene armonioso, cioè rovinoso. Questa la falloforia, appunto il serpente,
l’Uroboro. La falloforia è il serpente che divora la propria coda. Fa giri e raggiri e
circonvoluzioni, e poi ritorna al punto di partenza, alla coda, e la divora. Fa cerchio.
L’ironia come speranza, come modo dell’apertura, non chiude la questione. È la
questione non chiusa, l’interrogazione non chiusa, l’interrogazione aperta. Positivo e
negativo non si conciliano, la contraddizione propria del due non si può togliere, non si
può conciliare, non può eliminarsi, non si risolve. Il due non si risolve, non diventa uno: né
è il duplicato dell’uno né diventa uno né deve tornare all’uno. Il due non nasce per
divisione dell’uno.

Ironia, quindi inconoscenza. Socrate dice: “Io so di non sapere”; ma anche: “So che tu
non sai che io so”. So di non sapere è un’ignoranza che si definisce nella questione chiusa.
Io non so, so di non sapere, pertanto l’interrogazione è corretta, cioè fonda la risposta che
non tollera nessun’altra risposta. L’ironia è nell’inconoscenza: “Io non conosco uomo”. Il
dispositivo procede dall’ironia e quindi è senza dialogo, senza monologo, senza discorso
come causa finale, cioè senza il senso come causa finale, il sapere come causa finale e la
verità come causa finale, senza la presunzione ontologica. Ironia la stessa man hu, quid est
veritas
.

Nulla s’incenerisce, nulla si distrugge e nulla si crea: Lucrezio. Già con Lucrezio, nessun
animale fantastico anfibologico.

L’amarezza è il segno dell’ironia chiusa, della questione chiusa, dell’interrogazione
chiusa. L’ironia è proseguimento. E volgere la persecuzione in proseguimento è proprio
dell’ironia.

La fenice non può essere assunta dalla demonologia. Cioè nessuna copertura, che è
segno della conciliazione del due, della relazione. Nessuna copertura, nemmeno come
coincidentia oppositorum. Il paragone, già con Leonardo che fa il paragone delle arti, è
ironia, quello da cui procedono l’arte e la cultura. Com’è che la pittura, che era
considerata sospetta, diviene il grado supremo di scrittura dell’esperienza? In virtù del
paragone, dell’ironia, dell’ossimoro. E lo stesso rebus di Leonardo procede dall’ossimoro.
Il sospetto, quindi il dubbio di sé e dell’Altro, tramuta la contraddizione propria della
relazione in contraddizione di sé e contraddizione dell’Altro. Cioè contraddizione
garantita e supportata dal soggetto. Cogliere l’Altro in contraddizione, sono stato colto in
contraddizione, mi contraddico. Uno scrittore francese, a New York, diceva: “Ho il diritto
di contraddirmi”. Sì, formulazione gentile. Ma la contraddizione è propria della relazione,
da cui procede anche la contraddizione propria dell’equivoco, la contraddizione
sintattica. La contraddizione propria della relazione è la contraddizione diagrammatica.
La relazione è il diagramma. Lo stesso anagramma indica il diagramma.

Ma ecco la chimera, ciò che è impossibile mostrare, ciò di cui è impossibile dire: ecco.
Qui la chimera di Arezzo, un bronzo etrusco del V secolo a.C., costruito dagli artigiani
della regione di Arezzo. Tre teste. La principale il leone, nel mezzo la capra – chimaira, in
greco, significa “capra” – e, all’altro capo, il serpente. Dalla testa di serpente, la chimera
inietta il veleno, dalla bocca del leone il fuoco, le fiamme. La chimera nasce da Tifone e da
Echidna. Tifone, Tifeo, Tisifeo, il fumo stupefacente. A sua volta, Tifone, fumo
stupefacente, era figlio minore di Gea, la terra, e di Tartaro.

Tre teste, triforme. La chimera, com’è raffigurata e rappresentata nella zoologia
fantastica, è la caricatura della donna triforme ed è la negativa della dea triforme.
Nell’Iliade, libro VI, 180-184 (trad. V. Monti): “Era il mostro di origine divina, leone la testa,
il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di fuoco: e
nondimeno, col favore degli dei, l’eroe la spense”. L’eroe Bellerofonte, su ordine del re di
Licia Iobate, uccise la chimera che faceva scorrerie e uccideva nel suo territorio.
Bellerofonte sconfigge la chimera, con l’aiuto di Pegaso. Si avvale di una lancia piombata,
la scaraventa nelle fauci, le fiamme sciolgono il piombo e la chimera muore. Per fusione
del piombo. Questa è la mitologia.

Nella poesia, la chimera risulta, per un verso, l’impossibile donna schermo, quindi
l’impossibile schermo rispetto allo specchio, allo sguardo, alla voce – tre aspetti, poi
sostituiti con tre teste –, per l’altro verso, come qualcosa che non esiste. Ovvero, la
chimera è un teorema. Quale teorema? Che l’esistenza è inattribuibile allo specchio, allo
sguardo e alla voce. L’esistenza: l’antropomorfismo, il pluralismo, la socializzazione,
l’umanizzazione, quindi la prendibilità, la visibilità, la toccabilità, l’afferrabilità. Esistenza
ideale, fantasmatica. Questa l’esistenza, questa la vanità della chimera. È il fumo. Il
sembiante è venditore di fumo, fuoco fatuo, di cui l’infatuazione è una proprietà.

L’esistenza, una rappresentazione umana, è inattribuibile sia allo specchio, allo
sguardo, alla voce, sia a Dio. L’attribuzione dell’esistenza a Dio crea il fantasma di sé, il
fantasma dell’Altro come fantasma sacrificale, come fantasma letale, come fantasma di
morte, come fantasma che ha bisogno di creare la vittima, d’immolarla, ha bisogno del
“sacrificio umano”. Questa è l’attribuzione dell’esistenza a Dio. Se Dio esiste, si nutre di
sacrifici umani. Se Dio esiste, se è afferrabile, se ognuno può avere rapporto con Dio, un
rapporto diretto, un rapporto che non ha bisogno dell’arte e della cultura nelle chiese,
quindi che non ha bisogno né delle chiese né dei monumenti. Magari, sì, di una moschea,
anche in uno scantinato.

Il sacrificio di sé e il sacrificio dell’Altro sono una conseguenza diretta dell’attribuzione
dell’esistenza a Dio. Ed è palese che i marescialli siano credenti, credano all’esistenza di
Dio. Perché la credenza, l’immaginazione riportano l’esistenza. Se Dio esiste, è
immaginabile e credibile, accettabile e condivisibile, umano, antropomorfico.
Ancora intorno alla chimera, un corollario è l’attribuzione dell’esistenza al sembiante.
Che cosa crea il luogo dell’oggetto e della causa, il luogo dello specchio, il luogo dello
sguardo, il luogo della voce? Crea il soggetto, il soggetto triforme.

La fenice, la chimera, la Sfinge. La Sfinge è l’alternativa alla madre? È l’alternativa a
Giocasta? O è la madre fallica? O è il potere della madre, il potere della madre
anfibologica, rispetto a cui il soggetto è credente? La Sfinge: la madre negata, quindi
madre fallica – cioè che procede dalla falloforia, che si scrive nella falloforia – è il volto
della Sfinge. E la Sfinge ha il suo fisco, il suo paniere. Qual è il paniere della Sfinge? È il
paniere dell’androgino. Le donne hanno un compito: virilizzarsi. Gli uomini hanno un
compito: femminilizzarsi. Così: unisex, unilingua, universo, unifesso.

Il fisco è assolutamente interessante. Abbiamo indagato intorno al fisco, già nel
Giardino dell’automa: il fisco è il paniere. Ma il paniere della Sfinge è contro il paniere della
differenza e della varietà irrappresentabili, impersonificabili. Questo paniere non
nasconde e non nega l’enigma. La Sfinge formula l’indovinello delle Parche, di Cloto,
Lachesi e Atropo. Qual è l’indovinello della Sfinge? È l’indovinello delle Parche. Credere
nella Sfinge è credere nelle tre Parche: una con cui inizia il filo, un’altra che lo tesse e
un’altra ancora che lo taglia. Tre Parche. Così la vita dell’uomo. È così che è risolto
l’indovinello della Sfinge: parcheggiando. La Sfinge è intollerante dell’enigma, lo converte
in indovinello, è intollerante del rebus. La Sfinge è la soluzione dell’enigma. L’enigma
negato si risolve nella Sfinge. La donna non è ammessa se non madre, cioè quoad
matrem
: questa è la Sfinge nel suo potere anfibologico, fallico. Per ogni uomo, nel
discorso occidentale, la Sfinge è il partner ideale. È la sola donna quoad matrem, è la sola
donna che sappia amare. Perché l’amore ideale si chiama incesto. Giocasta la Sfinge, il
partner ideale.

Lo specchio, lo sguardo, la voce. Punto e contrappunto, sia lo specchio sia lo sguardo
sia la voce. Il modo d’intervento del punto è rigore, stile. Il modo d’intervento del
contrappunto è follia. Da dove vengono le cose è questione di stile, dove vanno le cose è
questione di follia. Questionamento, provocazione. Profezia. Il modo d’intervento del
punto e del contrappunto, quindi lo stile e la follia, è la giustizia. Il giusto della Repubblica
di Platone è il sembiante. Il giusto.

Il processo intellettuale esige il dispositivo di parola, il dispositivo intellettuale:
processo sintattico e di scrittura della sintassi; processo frastico e di scrittura della frase,
processo pragmatico e di scrittura del pragma. Processo di valorizzazione: valorizzazione
dell’impresa, quindi brainworking; valorizzazione delle opere d’arte, quindi artbanking.
Processo di valorizzazione della memoria. Non è processo mnemonico.

Teorema: “io non ricordo nulla”. Per ciò la fiaba, la favola, la saga. Per ciò l’invenzione e
l’arte. Quando la memoria mostra la corda e il filo del tempo. La corda con la
dimenticanza. Non è il non ricordare, non è un teorema, la dimenticanza. È ciò per cui
s’instaurano le arti del paradiso: la danza, l’intelligenza, la musica, la strategia. La danza
non può instaurarsi negando il sembiante, come con il mimetismo. Il fantasma di sé
richiede il mimetismo, il fantasma dell’Altro richiede l’automaticismo. Il fantasma di sé e il
fantasma dell’Altro: ovvero la negazione della “cosa”, del narcisismo della parola.
Il processo. Un articolo nel 2006 e un altro nel 2007. Quello del 2007, sul settimanale
del “Corriere della sera” che si chiama “Sette”, è del 15 ottobre. Un anno dopo, il 18
novembre 2008, avviene l’irruzione della Guardia di Finanza. Leggete l’articolo, trovate la
base fondamentale delle cose che, il 18 novembre 2008, dicevano i marescialli, sia alla
villa San Carlo Borromeo sia nelle sedi di Milano. Le cose per cui il loro atteggiamento,
quel giorno, non era affatto – nel prelievo né degli hard disk dei computer né dei
documenti – quello della verifica fiscale, ma già quello di un’operazione che, poi, hanno
definito, nel comunicato uscito il 7 giugno 2011, su tutti i giornali: Frode da tre miliardi.
Indagato Verdiglione.
Frode da tre miliardi!

Per fare una frode da tre miliardi occorre un fatturato di 100 miliardi. Per fare una frode
di quanto l’Agenzia delle Entrate quantifica, sulla base del fantasma dell’accusa della
Guardia di Finanza, società per società, per un totale di euro 1.263.866.000 – dunque
ridotto rispetto ai 3 miliardi degli articoli sui giornali, che avevano ricevuto il comunicato
dell’ufficio stampa della Guardia di Finanza, il comunicato dell’”Operazione Guru” –, per
una frode di tale importo occorre un fatturato di cinquanta miliardi.

Contro il numero della vita, l’aritmetica, viene posta la numerologia. Così danno i
numeri, perché confondono, anche nella Requisitoria del Pubblico ministero che ricalca la
Guardia di Finanza, il credito con il debito, l’IVA a debito con l’IVA a credito, fanno somme
sballate e si contraddistinguono con la frammentarietà e la sommarietà.

Ma lo stesso giornalista di “Sette-Corriere della Sera”, che stava a Milano nel suo
cerchio magico, a un certo punto, cambia giornale, cambia gruppo editoriale, non è più in
RCS-Corriere della Sera, ma va all’”Espresso”. E che cosa fa? Tre anni dopo il primo
articolo, dice: ma come? Qui non succede nulla? Ignora che, a gennaio del 2010, una
richiesta di sequestro delle due ville è stata respinta dal GIP. Fa un secondo articolo, che
esce il 1° ottobre 2010, dove ritorna con lo stesso fantasma, colorandolo nel modo
ideologico di una sinistra luogocomunista, non della sinistra, lui non è un rappresentante
della sinistra. S’ispira, traendo qualcosa dall’ immondezzaio mediatico, al primo processo.
Il primo processo. A un certo punto, nelle mie dichiarazioni del 31 marzo 2015, io dico:
qui, i marescialli hanno sbagliato processo, perché hanno il fantasma del guru; questo è
un altro processo, si tratta di presunta evasione fiscale e presunta truffa alle banche. Le
banche aspettavano noi per farsi truffare, noi, grandi esperti di banche!

Il primo processo era un processo politico e ideologico. Il pretesto: la circonvenzione
d’incapace, riciclaggio del reato di plagio abolito nel 1981 dalla Corte costituzionale su
istanza di Mauro Mellini. Ma il fantasma è ancora quello del signore del male, del dominus,
del guru, che influenza. Un fantasma d’influenza.

Questo fantasma viene recuperato “in corner” dopo le mie Dichiarazioni spontanee del
31 marzo 2015. Il Pubblico ministero va a cercare le sentenze, a crearsi una continuità di
cui non aveva mai parlato, e rispetto alla quale non c’era nulla di esplicito nella prima
Informativa della Guardia di Finanza su cui si fondano la seconda Informativa, la terza
Informativa, il Processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza e la stessa
Requisitoria del Pubblico ministero. Questa Requisitoria, poi, elude totalmente il
dibattimento con le sue prove e le sue acquisizioni. Il fantasma dell’accusa è senza prove.
I marescialli vedono la casa editrice, la macchina della Villa per i clienti, i pullman della
Villa, i libri d’arte. Vedono la Villa su internet prima di venire. Quindi i libri, la cultura, l’arte,
la bellezza, il lusso: tutto ciò è colpito da sospetto. Tutto questo che brilla è opera del
diavolo. Il sospetto demonizza tutto: demonizza l’arte, la cultura, la Villa. E criminalizza: il
procedimento è in comune con il primo processo. Il primo processo era un processo
mediaticogiudiziario d’impatto planetario. Non come i congressi da noi fatti negli anni
settanta e ottanta che erano pure d’impatto mediatico planetario, congressi
secondorinascimentali. Nel gennaio del 1987, gli intellettuali stranieri pubblicano su una
pagina intera di “Le Monde” una lettera aperta al Presidente della repubblica. Alcuni
scrittori vengono anche nel “rinomato albergo di Milano” (San Vittore), per dire al
direttore e affinché lo comunichi al ministro: “Mi sostituisco a Verdiglione”. Un appello
viene firmato da vari intellettuali, con capofila Alberto Moravia, su “Repubblica”.
Questo processo incomincia in un’aula che era abbastanza grande, ma solo il primo
giorno, perché è tale la ressa che i carabinieri fanno la carica. Poi vengono rimproverati e,
dalla volta successiva, il processo si tiene nell’aula magna del tribunale.

Il processo si conclude senza Parti civili. Di ogni Parte civile era stata acquisita la quota
societaria. Il processo è andato dal 24 giugno 1985, ore 8.00, al 28 ottobre 1992, ore 11.00.
Si è concluso con una dichiarazione del giorno prima, fatta del Pubblico ministero di
allora, che dichiara: “Il muro di Berlino è caduto. Sarebbe antistorico proseguire a infierire
su Armando Verdiglione”. Si dissequestra tutto. Solo che, il 7 novembre del 1989, Il
giudice Crivelli — su istanza del noto Pubblico ministero — decreta il fallimento della
società proprietaria della Villa. E lo decreta a ragione del sequestro penale conservativo,
perché, stante il sequestro, nessuna vendita può essere eseguita. Siccome la Villa è
sequestrata, non può essere venduta, quindi la società fallisce. Il giudice Crivelli, il giudice
“del bastone e della carota”, comunque lascia noi come custodi del bene sequestrato. Io
mi ero costituito a San Vittore, ai primi di luglio 1989, contro una pena ingiusta. Poi sono
uscito il 9 settembre per intervento della Cassazione. Il processo si conclude perché, per
ragioni economiche, noi facciamo il patteggiamento generale. Quel fallimento non era
stato accettato. I creditori sono stati pagati. Il 22 dicembre del 1995, alle ore 9,30, il
presidente della Sezione fallimentare, Biagio Meli, scrive a mano, con la sua penna, che “il
fallimento è chiuso per pagamento integrale dei creditori”. Qualche anno dopo, il
processo penale per bancarotta si conclude: io sono assolto perché il fatto non sussiste.
Nel 2004, la mia riabilitazione.

Quale collegamento, quale continuità, rispetto al primo processo? Solo nel fantasma!
Ma come si enuncia questo fantasma? Il fantasma di sé, il fantasma sacrificale, il fantasma
dell’Altro. Non importano centinaia di persone che, nelle varie città, frequentano dibattiti,
conferenze e mostre, che leggono i nostri libri. Non importano i congressi fatti in tutto il
mondo. Non importano migliaia di articoli pubblicati nelle riviste. Non importano
scienziati, scrittori, matematici, imprenditori che si trovano in questi congressi, nelle
equipe, nei master. Non importa tutto ciò. Non importano i libri che io stesso ho potuto
scrivere, i saggi, le conferenze, un’attività condotta in vari paesi, in diversi continenti, in
molte città. Tutto questo non esiste. Ma le società stesse, le associazioni non esistono.
Addirittura, nella replica alle arringhe della Difesa, il Pubblico ministero dice che
nemmeno le persone esistono.

Il maresciallo, in udienza, ammette, su domanda precisa dell’avvocato della Difesa, che
non ha controllato né verificato le opere d’arte, i beni commerciali, i libri d’arte, le
grafiche d’arte. Dice anche che non ha controllato i servizi. Infatti tutto ciò che atteneva ai
servizi e che è stato sequestrato o consegnato da noi come descrizione dei servizi nelle
fatture non è stato nemmeno letto. Infatti il maresciallo dice che a loro non importano né
i beni strumentali o commerciali né i servizi. Non importano le società, le associazioni e –
aggiunge il Pubblico ministero – le persone.

Nel dibattimento e nella Requisitoria, sembrava, dalle formulazioni dei marescialli, che
le fatture fossero false perché le operazioni erano presunte inesistenti. Ma nella replica il
Pubblico ministero dice: noi non abbiamo controllato l’effettività delle operazioni perché
le fatture sono false. Cioè le operazioni, le associazioni, le società, le persone, i servizi, i
beni strumentali, i beni commerciali non importano, non hanno effettività. L’associazione
svizzera “Le chiffre de la parole” non esiste, le società non esistono. Esisterebbe, invece,
Elitalia srl, una società edile di un ingegnere di Bergamo, che ha fatto dei lavori per noi, e
di cui non considerano le fatture proprio perché attribuiscono la società a noi.
Quindi non è che le fatture siano false perché le operazioni sono inesistenti. Le
operazioni, le società, le associazioni, le persone sono inesistenti perché le fatture sono
false. E perché sono false le fatture? Perché, dice il Pubblico ministero, una volta che noi
abbiamo costruito l’esistenza di soggetti riconducibili, questi soggetti riconducibili non
esistono, ma esiste soltanto il fattucchiere, “un unico dominus”, signore del male, “guru”.
Questo signore del male, questo “guru”, è il fantasma di sé, è il fantasma di padronanza, è
il proprio fantasma. Questa è la replica che ha fatto il Pubblico ministero, il quale, durante
le udienze, quando parlavano gli avvocati, quando parlavo io, quando parlava Cristina
Frua De Angeli, quando parlava Enrica Ferri, quando parlava Mariella Borraccino, quando
parlava Fabiola Giancotti, fremeva, si agitava, nella sua passione neurologica.

Ma il personaggio costruito rispondente al proprio fantasma, quindi a propria
immagine e somiglianza, è un personaggio stupido. Perché, cosa avrei fatto io? Congressi
in tutto il mondo con investimenti colossali; libri con una casa editrice – ed è difficile
tenere una casa editrice indipendente, senza avere i sussidi del partito, delle istituzioni e
della grande industria; il restauro della Villa San Carlo Borromeo, un’opera immane, fatta
non da immobiliarista – cioè imbiancando tutto ciò che era deturpato, oppure
abbattendo le volte come quelle delle grotte di san Carlo, anziché recuperarle e
ristabilirle –, un’opera immane fatta con gli specialisti, addirittura con un’emulazione di
molti esperti, i quali intendevano contribuire a un’opera che è un’opera d’arte, un’opera
meravigliosa, una cifra dell’Italia. Avrei fatto tutto questo, avrei promosso gli autori italiani
all’estero perché fossero tradotti, gli artisti italiani organizzando mostre, per fare che
cosa? Per fare fatture false di società, tutte con un utile, prima degli ammortamenti, dal 5
al 10 per cento e, quindi, se sono fatture false, pagando molto di più di Iva.

Il Pubblico ministero cita l’articolo 21, comma 7, DPR 633/72, ma solo leggendone una
parte: chi emette una fattura è debitore. Ma perché è debitore – e anche la sentenza della
Cassazione n. 10939 del 27 maggio 2015 lo dice? Perché, in virtù di questa fattura, chi la
riceve ha il diritto alla detrazione. Ma se non viene riconosciuto questo diritto a chi la
riceve, allora chi la emette non è più debitore e l’Erario non ha perso nulla, non c’è il
danno all’erario. Dice il Pubblico ministero: ma alla fine dell’anno questo ragioniere fa la
compensazione! Sì! Alla fine dell’anno, di una società deve considerare i ricavi e i costi: se
ci sono ricavi per 100 e costi per 70, il ragioniere dovrà compensare e pagare per 30. E
non deve fare questo un ragioniere? È un’operazione strana?

Il ragioniere, nel 2005, è assente, va a lavorare da un’altra parte e viene da noi ogni
tanto. Nel 2006, ritorna, ma gli viene scoperto un tumore; nel 2007, fa il primo intervento;
nel gennaio 2008, il secondo intervento; quindi fa la chemioterapia, nel 2008 e nel 2009;
la chemioterapia non consente una grande concentrazione né la frequenza assidua del
posto di lavoro. Una volta chiamato dal Pubblico ministero il 7 maggio 2009, il ragioniere
dichiara, a domanda precisa: io dai primi di febbraio non vado più a lavorare. Ma cosa si
costruisce il Pubblico ministero, nella sua Requisitoria? Che il ragioniere va lì per smentire
quello che avrebbe dichiarato nelle sommarie informazioni preliminari del 24 marzo
2009, cioè quando, dopo l’irruzione dei marescialli della Guardia di Finanza nelle nostre
sedi, è stato interrogato dalle 7 del mattino fino alle ore 14, avendo (così dichiara lui)
assunto la chemioterapia il giorno prima e quindi non avendo dormito la notte. Ma il
Pubblico ministero non fa l’incidente probatorio! Il 7 maggio 2009, viene portato
dall’avvocato del ragioniere un fascicolo con le diagnosi mediche, i certificati delle
operazioni chirurgiche eseguite, le terapie, lo stato di salute, che indicano che il tempo
che resta da vivere al ragioniere è brevissimo. Il Pubblico ministero si accontenta delle
dichiarazioni in questo colloquio, dove lui contraddice l’interrogatorio del 24 marzo, e
non fa l’incidente probatorio, cioè non fa una convocazione ufficiale in cui avverte gli
avvocati delle Difesa e l’avvocato del ragioniere e, dopo, lo interroga secondo il modo
dell’incidente probatorio, per cui il risultato può essere acquisito nel processo. Ma
siccome quello del 7 maggio è un colloquio fra lei e il ragioniere, ancorché alla presenza
dell’avvocato del ragioniere, questo colloquio non può essere riportato nel processo.
Tanto è vero che il Pubblico ministero, nella sua replica del 26 novembre scorso, non fa
più questo riferimento (se non il riferimento al contenuto dei computer del ragioniere). Il
riferimento fondamentale resta quello del maresciallo Mincarini e delle intercettazioni. Le
intercettazioni sono estrapolate, distorte, deformate, attribuendo valori assurdi. Il
Pubblico ministero ribadisce che tutto era nel portatile del ragioniere. No. C’erano
quindici computer della contabilità e almeno dieci contabili, assunti dalla società
Numerario, una società che curava la contabilità. Accade che un gruppo affidi a una
società la cura della contabilità. Non ci sono venti o cinquanta uffici di contabilità!

Quello che non viene assolutamente tollerato è l’itinerario intellettuale, che ci siano
artisti, ricercatori, studenti, professionisti, scrittori, membri di questo Movimento
cifrematico, i quali contribuiscano, con la loro vita, con i loro mezzi e strumenti, a un
progetto, a un programma, e in qualche modo, per una parte – i libri, l’arte e la cultura –,
alla civiltà. Non tollerano che alcune persone vivano, operino e contribuiscano per un
interesse intellettuale, per un profitto intellettuale. L’interesse intellettuale, il profitto
intellettuale, i marescialli non lo capiscono. E ciò che i marescialli non capiscono non
esiste. Non capiscono le società? Le società non esistono. Non capiscono il brainworking?
Il brainworking non esiste. Se proprio è forzato, allora il maresciallo dice: potrebbe essere
un supporto psicologico! E ciò vale per il Pubblico ministero, che crede che il primo
processo del 1985 si fondasse sulla psicologia! La distanza della cifrematica dalla
psicologia, dalla psicoterapia risulta immane! Abbiamo scritto saggi, abbiamo fatto
convegni e master contro la psicoterapia, addirittura contro la psicanalisi che si è
trasformata in psicoterapia! Un numero della rivista “Spirali”, che s’intitola Contro Musatti.
La cifrematica è assolutamente incompatibile con la psicologia, con la psicoterapia.
Infatti, non viene mai menzionata dal Pubblico ministero la cifrematica. Curioso! Eppure,
il Movimento cifrematico internazionale è la nostra holding intellettuale! E Ambrosino,
nel dibattimento, non dice – come crede il Pubblico ministero nella sua replica – che la
donazione degli artisti era a delle persone, a una persona. Ambrosino dice: io ho donato
le mie opere al Movimento cifrematico, che poi doveva collocarle nei vari musei. I
marescialli e il Pubblico ministero credono che tutte le opere siano nella Villa. Questo è
assurdo. Nella Villa ci sono le opere che sono di proprietà della Villa San Carlo Borromeo.
Non sono andati mai a verificare dove stessero i musei delle varie società. Perché?
Perché i marescialli hanno fatto una pseudoverifica di una società, la Villa San Carlo
Borromeo! Hanno concluso la verifica sulle altre ventidue società senza avere mai fatto
nemmeno l’ombra della verifica. E la verifica della Villa San Carlo Borromeo è stata fatto
soltanto così: prendendo le fatture emesse e basta. E così hanno estrapolato le fatture
emesse per tutte le società. E questa l’hanno spacciata per verifica! Ma non sono andati a
vedere, società per società, dove stessero le giacenze, le merci, dove stessero i beni
strumentali, i beni commerciali. Non sono andati a vedere le sedi. Perché c’erano i call
center, gli art ambassador? Per fare che cosa, se non per porre le basi di un’attività
commerciale importante? Per quale motivo organizzare un avvenimento d’arte e di
cultura a Roma, a Napoli, a Bari, a Trieste, a Bologna o a Venezia, oppure a New York, a
Gerusalemme, a Tokio, a Parigi, a Londra, a San Pietroburgo, a Caracas, a Barcellona, o a
Ginevra?

Addirittura la truffa alle banche! Consideriamo una cosa semplice. Noi disponevamo di
due perizie: quella che la BNP ha ordinato a una sua società, Atis Real, che fa valutazioni e
stime dei beni per conto delle banche (compresa BNP), e quella che Intesa San Paolo (che
allora era Banca Intesa di piazza Scala) ha commissionato al Politecnico di Milano. Queste
perizie danno un valore alla Villa di 300 milioni, considerando soltanto l’immobile e il
parco. Se io, con la possibilità che avevo di potere parlare con i presidenti e i direttori
generali delle banche, avessi voluto ottenere 150 milioni, avrei potuto farlo sulla base di
queste perizie certificate da loro. Ma non l’ho fatto. Perché i mutui delle banche sono stati
dati sulla base di perizie fatte dalle singole banche, che sono per esempio come la perizia
– citata dai marescialli e dal Pubblico ministero – ordinata, nel gennaio 2006, da Monte
dei Paschi di Siena a Reag, un istituto internazionale (Real Estate Advisory Group) esterno
alla banca. Reag, all’inizio del 2006, valuta l’immobile – senza le opere d’arte, senza il
valore dell’impresa, con i cantieri aperti dappertutto – 71.400.000 euro, cioè per il 60 per
cento del bene monumentale. Perché il resto era ancora da recuperare, all’interno della
villa e anche nel parco. Era l’immobile senza impresa, senza le opere d’arte che
costituiscono parte integrante del bene: monumento e opere d’arte sono un bene unico,
un bene strumentale, e strumentale significa che è impresa, un bene impresa che ha un
valore. Ed è rispetto a questo valore che le compagnie di assicurazione (Lloyd’s di Londra,
Royal Sun Alliance) sono disposte a rilasciare polizze con valori certi, con valori accettati. Il
Monte dei Paschi di Siena dà un mutuo di 7 milioni che arriva nel febbraio 2007, rispetto a
un valore di 71.400.000 euro del puro immobile, cioè dell’immobile epurato del valore
delle opere d’arte e del valore dell’impresa. È un rischio irrisorio per la banca! E questo
viene portato come esempio dai marescialli e dal Pubblico ministero, perché due anni
dopo ci sono valutazioni del Politecnico e di Atis Real di 300 milioni! Ma ci sono stati altri
lavori nell’immobile e nel parco, altre aree recuperate! Un’altra perizia, fatta nel gennaio
di questo anno 2015, dà un valore del solo immobile di 368 milioni di euro.

Poi i marescialli e il Pubblico ministero fanno considerazioni anche sulle assicurazioni.
L’assicurazione nel 2006 riporta un valore di 80 milioni per l’immobile e 50 milioni per le
opere d’arte. Ora, l’assicurazione calcola il valore di ricostruzione dell’immobile e calcola
anche il rischio rispetto al sinistro eventuale: se c’è un sinistro come un incendio, che
distrugge una parte della villa, l’assicurazione interviene fino a 80 milioni; se si distrugge
una parte del museo, una parte delle opere d’arte, l’assicurazione interviene fino a 50
milioni. E comunque sono 130 milioni! Quindi, in quel momento, una banca che dà un
mutuo di 7 milioni è ben garantita!

I marescialli – e il Pubblico ministero che ricalca i marescialli – negano la realtà, offrono
una realtà falsificata fondata sul fantasma di sé. Danno una rappresentazione della fenice,
riducendo tutto in cenere per rigenerare, salvare. La salvezza parte dalle ceneri.

La sentenza di fallimento della Villa San Carlo Borromeo srl è arrivata a noi
ufficialmente a fine mattina del 26 giugno 2015. I curatori erano nella villa alle 14,30, con
un piano preciso. Prima, due dei tre curatori sono stati un’ora a parlare nella macchina
parcheggiata nel parco della villa. Sono arrivati e hanno cacciato tutti: clienti di vari paesi,
chi stava arrivando per i due meeting che si dovevano tenere quel giorno, persone della
società di gestione Design City, della cooperativa Spirali/Vel. Hanno messo i sigilli per
occupazione abusiva. Questo atto è stato ritenuto illecito con due provvedimenti del
Tribunale. Nel primo provvedimento, quello del 27 luglio 2015, il giudice delegato ha
scritto che nemmeno il giudice delegato avrebbe potuto autorizzare l’apposizione dei
sigilli. Dopo questo primo provvedimento, tre curatori, che si trovano rispetto alla villa, a
queste 4180 opere, a questo restauro, a questa bellezza, nella condizione dei marescialli,
cioè dell’invidia – e l’invidia antintellettuale, che è anche invidia sociale, desta la vendetta
–, che cosa fanno? Fanno una relazione al giudice delegato contro la società di gestione
Design City, contro gli amministratori della Villa San Carlo Borromeo srl, contro tutti
coloro che avevano a che fare – anche qui – contro il “dominus”. È lo stesso fantasma.
Qualsiasi nefandezza, qualsiasi calunnia, qualsiasi diffamazione, tutto è permesso in
questa relazione. E così nella richiesta di sequestro. Così anche nell’opposizione al
decreto del giudice delegato del 27 luglio, che aveva ordinato di togliere i sigilli alla villa.
Il collegio del Tribunale, il 3 settembre, respinge il loro ricorso e conferma il rilascio della
villa. Ma non la rilasciano mai e continuano a gettare fango.

Questo depauperamento del bene dovuto ai curatori si muove nello spirito con cui
tutto quanto è incominciato, cioè lo spirito che porta all’incenerimento e alla
rigenerazione, quindi lo spirito della salvezza.

È la Sfinge come soluzione dell’enigma. È la chimera – in luogo dello specchio, dello
sguardo e della voce – come animale, mostro triforme. Questo è il processo.

Io, finora, non ho fatto come nel primo processo, nel tentativo impossibile di
trasformare il processo in un congresso – questo era il processo nell’aula magna del
tribunale, con scrittori e giornalisti da tutto il mondo –, di provare a dare un messaggio
anche con i libri – Il tribunale contro le idee, Il libro bianco, Processo alla parola, Quale
accusa?, Lettera all’eccellentissima Corte di appello, La congiura degli idioti
(uscito nel
settembre del 1992, con cui il primo processo si è concluso).

Ma ancora oggi, si tratta per me di scrivere di questo processo, di scrivere di questi
sette anni, anni di martirio, come testimonianza, ma non di sacrificio. Non accetto il
“sacrificio umano”, non accetto la pena, non accetto il cannibalismo. Dovevano essere
sette anni di pena e lo sono stati, ma io non accetto la pena. Procedo contro la pena
ingiusta.

Sta a me trasformare il processo, che è demonologico, tanatologico, processo penale,
in processo intellettuale. È una decisione irrinunciabile. Con i miei mezzi, con i miei
strumenti e con le mie forze dobbiamo procedo in questa battaglia che è, in questa
epoca e nonostante l’epoca, una battaglia di civiltà.

5 dicembre 2015


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