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Il Midrash di Armando Verdiglione

Giancarlo Calciolari
(16.06.2015)

La realtà intellettuale (2014) di Armando Verdiglione raccoglie i testi delle conferenze del sabato tenute dalla fine 2011 a tutto il 2013. L’avvertenza editoriale informa che si sono tenute durante un’inquisizione che continua. È un’inquisizione fiscale che si sta occupando dal 2008 delle attività di Armando Verdiglione, della sua fondazione e delle sue società e istituzioni connesse. In risposta non realistica, non nel realismo politico e ancor meno amministrativo, richiesto tra l’altro dall’indagine, è stato scritto il libro L’affaire fiscale, il dispensario del tempo, che racchiudeva le conferenze del sabato dei quattro anni precedenti La realtà intellettuale: volume che era diviso in cinque libri. Anche L’affaire fiscale è stato scritto lungo l’inquisizione burocratica, e in effetti c’è l’analisi della burocrazia in Europa e non solo rispetto all’Italia e al suo caso.

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Hiko Yoshitaka, "Festa del paradiso", 2014, cifratipo su carta

La realtà intellettuale prosegue l’elaborazione intorno all’indagine fiscale, burocratica, e ai suoi criteri, e al perché risulti continuamente un attatto all’attività intellettuale e alla sua realtà intellettuale. Questa necessità di elaborazione è intoglibile. Come se la risposta all’attacco burocratico fosse da dare allo stesso livello convenzionale in cui è sferrato. I termini sono ancora quelli del ferro, che Verdiglione ha mantenuto come immagine nel libro Il processo alla parola (1986): nella copertina c’è una foto in cui lo si vede in manette. Alcuni amici di Verdiglione hanno tolto questa copertina per tenersi il libro nella loro biblioteca.

Perché l’inquisizione non capisce, non intende la realtà intellettuale, non solo quella di Armando Verdiglione? Perché l’ideologia che sorregge i funzionari, ideologia burocratica, è convenzionale, la realtà a cui fanno riferimento è la realtà convenzionale. E il criterio dell’acefalia burocratica è quello di non disporre più del cervello come dispositivo di direzione, del cervello intellettuale, e quindi senza intellettualità come intendere la realtà intellettuale? La risposta è devastante, e quello che accade è l’inquisizione fiscale, in questo caso. Accennavo al “ferro” perché il rischio è quello della prigione, anche nella coda di questo affaire fiscale con la denuncia mediatica di alcuni operatori salariati, collaboratori in qualche società diretta da Verdiglione che hanno denunciato di non ricevere il salario da molti mesi e in qualche caso da più di un anno. Poi la notizia è sparita dalla scena mediatica, e tutt’oggi vige un non interesse, apparente, per questo affare. È l’aspetto di ipotiposi dell’attacco: un fronte dalla parte dei funzionari e un fronte dalla parte di Verdiglione e dei suoi collaboratori. Ma non c’è questo affrontamento nella parola e nella pratica di Verdiglione, perché c’è il confronto, che non è con qualcuno, è una proprietà dell’oggetto della parola. E c’è la frontiera del tempo e questo impedisce la tentazione sostanziale e mentale che è quella alla quale abboccano da sempre i funzionari. Non è una prerogativa della burocrazia fiscale, ma di ciascun settore della burocrazia. L’amministrazione intellettuale è un’altra cosa, e mette in discussione anche i termini della ragioneria, che la partita si doppia e quant’altro… Nel senso che dalla parte di alcuni collaboratori di Verdiglione, ironicamente possiamo dire vicini o lontani, è stata prospettata l’ipotesi di una sospensione dell’intellettualità, perché si tratterebbe di uscire e di risolvere l’inquisizione fiscale vendendo o svendendo la villa, in ogni caso uscendo dalla modalità di approccio intellettuale che è di Verdiglione, per risolvere la questione fiscale dell’affaire e chiudere questa partita, chiudere questa fase e chissà, prima, forse persino togliere il katechon, il ritardante, e giungere prima alla fine.

Verdiglione ha accettato, nel 1991, dopo sei anni dalla prima inquisizione, il patteggiamento, che non ci pare molto intellettuale, come modo di uscita dall’affaire Verdiglione, come modo di conclusione, che è il modo stesso del proseguimento, ma occorre che questa cosa si svolga per Verdiglione in un modo intelletttuale, perché in questi quarant’anni di scrittura, questa altra Bibbia, più importante della Bibbia, secondo una recente definizione di Alessandro Atti, non può essere disattesa dallo stesso Verdiglione, perché allora il contrappasso sarebbe inevitabile. Verdiglione non è in posizione del dio algebrista, e che richiede i poveri diavoli geometristri per realizzare il suo folle volo. E se ci fosse qualcosa di questo, cioè di un’aderenza a qualche fantasma, proprio perché sarebbe letale, non può che essere preso nell’analisi, e dissiparsi. Questa è la questione in cui le nostre risposte alla realtà convenzionale sarebbero inevitabilmente travisate e sarebbero usate come armi dell’inquisizione, sarebbe l’unica cosa che verrebbe presumibilmente letta nelle migliaia di pagine che abbiamo pubblicato. Non la daremo qui. Verrà letta cinquant’anni dopo che non ci saremo più, senza nessuan garanzia che sia letta in modo intellettuale.

C’è chi ha scritto in una lettera, che era fuori luogo e fuori tempo la pubblicazione nel 2012 dell’Affaire fiscale e che anzi avrebbe contribuito a soffiare sul fuoco appiccicato dagli inquisitori. Ciò che stiamo dicendo intorno all’inquisizione è da prendere tra virgolette. Diamo un’altra lettura degli inquisitori, perché i funzionari sono i geometrali, in questo caso, ossia esecutori; e questo dispositivo sostanziale e mentale dell’inquisizione richiede per essere inteso, articolato e dissipato, di analizzare anche l’aspetto degli algebrali, inquisitoriali.

La realtà intellettuale affronta ciascun dettaglio dell’esperienza e i titoli delle conferenze indicano la varietà dei temi indagati, che risultano poi il tema, l’acquisizione dell’indagine, il risultato, lungo la ricerca e l’approdo. Ricerca che non è senza approdo, non è circolare, non è il viaggio di una mosca chiusa all’interno di una bottiglia. Non è la ricerca nella caverna platonica, non è la ricerca di un viaggio lineare che all’infinito è un cerchio. Il viaggio del serpente che si morde la coda. Il viaggio non è circolare e non lo è mai stato, se non come tentativo fantasmatico di padronanza.

Vari sono i dispositivi di scrittura e di lettura in merito a un testo. La realtà intellettuale, e ciò vale anche per gli altri libri, non è per noi un libro che si possa leggere per intero e scrivere una nota di lettura, e ancor meno una recensione. Non è questione di censo. È un richiamo dell’esperienza originaria, e esige questa originarietà nella lettura stessa in cui ciascuno si trova, al punto che questo libro l’abbiamo letto due volte e non escludiamo altre letture. Recentemente abbiamo letto per la terza volta L’affaire fiscale, e ciascuna volta è quella originaria, mai definitiva e senza definizioni, nemmeno per astrazione, quali le ha introdotte il logico matematico Giuseppe Peano. La prima volta, inordinale, non c’è nessuna ordinalità nella lettura, per cogliere i fiori del tempo; la seconda lettura per un confronto su una questione, quella che Freud chiama il primato del fallo. È la questione del potere, del governo degli umani, del governo differente degli umani, di quello che altri chiama il doppio standard (una modalità per gli uomini, una modalità per le donne, una per i ricchi, una per i poveri…), la questione della gerarchia, della millefoglie sociale e politica che è fantasmatica. Il palinsesto di strati infiniti non è gerarchico. E il fondo roccioso di Freud, sul quale edifica il primato del fallo, è l’impalcatura della roccia, che non è basilare e non si trova al fondo: è la condizione del viaggio, sospeso da Freud nella rappresentazione impossibile della roccia (invisibile, impercepibile, intoccabile, non a portata di mano) nel fondo roccioso.

Questione anche della teologia politica, com’è chiamata in filosofia politica e nominata, non tanto teologia politica nel testo di Verdiglione, che ci pare non l’abbia mai impiegata come termine nella sua elaborazione, e che chiama teocrazia. Ne La realtà intellettuale Verdiglione impiega una volta, forse due, il termine falloforia, quindi qualche cosa di molto preciso, che non risulta un principio ma un aspetto mascherale, di cui c’è questo impossible portare la maschera, la maschera fallica, indossare l’euforia. La maschera, tra l’altro, implica il pubblico, qui implica il mostrasi, la mostra di sé come appartenente a un grado gerarchico importante nella struttura piramidale della società.

Verdiglione data il cominciamento della sua elaborazione nel 1973, mentre potrebbe essere precedente, da quando incontrava Lacan, dal 1969, dopo essersi laureato in letteratura con una tesi sui Giganti della montagna di Pirandello, poteva trattarsi già di cifrematica, poiché lo spostamento di date è successivo al 1988 quando è intervenuto il termine cifrematica. Nel senso che Verdiglione afferma che già dal 1973 si è trattato di un’altra cosa anche dalla psicanalisi di Lacan. Cominciamento che va con l’avvio della pratica di psicanalista, di quella associativa e di conferenziere. Oggi dobbiamo dire che la sua pratica di psicanalista non c’entra nulla con quella dei cosiddetti psicanalisti, ridotti a psicoterapeuti di orientamento psicanalitico. Maimonide li chiama i perplessi, gli smarriti.

L’indagine prima è giunta già a uno statuto differente e distinto dal fallo come si trova in Freud, e in modo ancora più elaborato in Lacan. Proprio per offrire quel che nella pratica interviene come distinzione, distinzione intellettuale, che interviene come proprietà dell’oggetto della pulsione (non è un soggetto che distingue per un atto intenzionale o di volontà), Verdiglione ha parlato proprio a proposito della clinica di Lacan di clinica del fallo, e a proposito della sua pratica ha parlato di clinica del sembiante, clinica dell’oggetto e non (più) del soggetto, che non è l’oggetto a di Lacan. L’aforisma di Verdiglione intorno al fallo: il fallo è la diagrammatica della nominazione. Come pare capitare più volte, alcune formulazioni di Verdiglione non vengono più riprese e non vengono più rielaborate, come se alcune acquisizioni fossero più acquisite di altre. Eppure la questione del due è ripresa in ciascuna conferenza da oltre quarant’anni. In ciascuna conferenza è ripresa, c’è un rilancio, della questione dell’apertura, mentre la formula intorno al fallo è stata ripresa in vari contesti ma senza sviluppi ulteriori.

Di certo il fallo nell’elaborazione di Verdiglione non è più, già da questa formulazione, il fallo in Lacan, il fallo in Freud. È quasi come se lasciasse ad altri il compito d’indagare ulteriormente su questa asserzione, su questo risultato. Noi che abbiamo già trovato il principio dicotomico riforgiato da Pierre Legendre nei suoi cinquant’anni e più d’indagine intorno alla questione istituzionale, intorno alla filiazione, questo principio dicotomico, che poi diviene principio di unificazione, di concordia, di sutura, di saldatura, di pontificazione, l’abbiamo trovato nei tre principi della logica di Aristotele. È lo stesso Aristotele che ne La realtà intellettuale Verdiglione gli dà la responsabilità d’avere creato il discorso occidentale. Dice che se avesse detto “forse” l’uomo è mortale non ci sarebbe stato il discorso occidentale. Bella profezia.

È un dettaglio, della ricerca, la vanificazione del primato del fallo, del principio del fallo, della supremazia del fallo, del discorso della morte. Verdiglione lo indaga al seguito dell’analisi del discorso della festa, che oggi interviene di rado nell’elaborazione, da tanto è un’acquisizione. Il discorso della festa è il discorso occidentale, è il discorso della morte, che viene da una sua lettura della clinica, rispetto a quello che interviene, rispetto agli enunciati sulla morte, e viene dalla lettura appunto della funzione umana, dell’umano mortale come l’animale, di Aristotele, e viene dalla lettura della caverna farmaceutica, ovvero sostanziale e mentale, di Platone, della scrittura come veleno, e altre questioni. La questione di come le cose appaiono e quindi dell’approccio che diventa epistemico con Aristotele, o dell’approccio sostanziale che ha un debito con la teologia. La substantia, poi la consustanzialità della Trinità, del dio trino, non ammmesso dall’istanza ebraica, si può leggere alcune di queste cose ne La guida dei perplessi di Maimonide che non ha ancora, tra l’altro, la formalizzazione scolastica con la Summa teologica di Tommaso, ma ha già la formalizzazione di settecento anni prima data da Agostino. Un dettaglio, ma sempre da riprendere.

Quando Verdiglione analizza il discorso della morte e a questo proposito fa intervenire il termine teocrazia, si può intendere che con questo termine analizza la questione anche della teologia politica, il cui acme pare la teoria del giurista nazista Carl Schmitt, che non cita quasi mai, se non mai (mentre invece spesso si confronta con l’opera di Heidegger), al quale si può porre almeno una delle questioni valide per Schmitt, come quella della sua adesione al nazismo, ebbene se noi oltre a teocrazia diciamo teologia politica, ci troviamo a precisare altre questioni ancora. A ciascuno le questioni e gli elementi linguistici specifici del suo viaggio, che non può padroneggiare, quindi nella nostra lettura si è imposto questo termine (imposizione del significante, supposizione del nome, trasposizione dell’altro) e richiede assolutamente un’altra lettura, e è quella che diamo da più di dieci anni.

Che Verdiglione non analizzi più il primato del fallo in Freud e Lacan, non possiamo che constatarlo e non mantenere una presunta consegna rispetto a questo e leggerlo e rileggerlo ancora. È quello che stiamo facendo. E riprendiamo il primato del fallo, e la sua dissipazione nell’aforisma di Verdiglione: il fallo è la diagrammatica della nominazione. In altri testi, precedenti, le conferenze che sono confluite ne L’affaire fiscale, interviene la precisazione delle varie figure e modi del fallo. Modo linguistico, e figura nella sembianza, e lungo queste figure c’è anche il fallo, tra la barra, il ponte, il nodo, la croce. Modi del due. Allora la formula, densissima, non fa riferimento alla grammatica, che sino all’Affaire fiscale era uno dei vari aspetti del discorso della morte (veniva definita come devastante), mentre nella Realtà intellettuale riceve un’ulteriore elaborazione, e Verdiglione distingue la grammatica dal suo concetto, tra la grammatica canonica, sociale, politica e una grammatica intellettuale: il carattere, il gramma, non appartiene più all’imprimeria sociale, ai suoi marchi fallici, ma alla tipografia del cielo, alla tipografia del paradiso. E quindi accenna a una grammatica intellettuale, che non ha più nulla da spartire con la grammatica cosiddetta e i suoi programmi normativi. Ma già allora: diagrammatica, quel che da questo taglio della grammatica emerge è la stessa traccia. La diagrammatica della nominazione è la traccia della parola. Un modo dell’apertura. E emerge, non è una separazione di una giuntura, non è il taglio di una connettività sociale, non è il taglio di una connotazione sociale, di una notazione sociale condivisa, ma è l’apertura stessa. La superfice come taglio, la superficie come apertura. Un’immensità questa superficie come apertura: è oltre il realismo. E questo in formule forse più allegoriche della Bibbia, per parlare a coloro che mai potranno capire, come propone Maimonide, che li chiama il volgo, ebbene la traccia è non tanto la traccia della giuntura e separazione, quanto la giuntura e la separazione in atto come traccia, come apertura. Non tutto separato, non tutto congiunto o giunto. Verdiglione scrive giuntura e non congiuntura, termine appannaggio del sociale. Non c’è modo di spartirla l’apertura, diventa chiusura se si tenta di spartirla, di condividerla e poi di unificarla in un partito, in una chiesa, in un esercito. Non si può esercitare l’apertura e nemmeno mutarla in un compito religioso.

Quando noi diciamo la diagrammatica, possiamo intendere, ma questa è un’altra cosa, un’altra notazione, che non è la notazione della grammatica sociale, non è il suo impianto, e possiamo dire che si tratta della diagrammatica di un aspetto particolare, e è lì che c’ è il “dia”, è proprio giuntura e separazione, non possiamo dire tra giuntura e separazione: è giuntura e separazione. Diagrammatica della giuntura e della separazione, ma è nell’atto, non è distinta. Non è che c’è la giuntura e la separazione e poi c’è la diagrammatica. La diagrammatica, ovvero il fallo, per Verdiglione, è il modo in atto dell’apertura come giuntura e separazione.

Tutto ciò ha trovato una ricerca, che non esclude l’approdo, delle modalità, dei modi di giuntura e separazione, questa è l’indagine non fiscale che abbiamo in corso, in atto, di quel che sono state figure impossibili della giuntura e della separazione. Il Midrash, modo di interpretazione della Torah, che presiede al passaggio alla scrittura del Talmud, sia quello di Babilonia sia quello di Gerusalemme è una miniera rispetto alla questione. L’ipotesi di lettura è che il Midrash preceda o sia dello stesso periodo della retorica. È un lavoro da fare quello del paragone delle arti. Il midrash e la retorica sono arti dell’interpretazione, se non della lettura, e indagare appunto sul paragone tra retorica e midrash. Midrash da non più tradurre in quanto termine, come non avremmo tradotto Torah con genesi. Avremmo lasciato l’elemento linguistico nel suo calco.

Midrash da dove ci viene? Dalla lettura dell’opera Gérard Haddad, che si è avviata con le sorgenti talmudiche della psicanalisi, e quindi della psicanalisi come figlio illegittimo del midrash. Possiamo dire che quello di Freud è un midrash psicanalitico, laico, più che ateo, come affermava d’essere Freud. Ipotesi tra i vari aspetti, indica come la teoria delle libere associazioni, e le associazioni stesse che mette in atto nei vari libri, in particolare nell’Interpretazione di sogni, Traumdeutung, siano debitrici dell’interpretazione midrashica. Il termine interpretazione, Deutung. Bedeutung è significazione. Termine impiegato da Lacan per la significazione del fallo. Lacan lettore di Frege e di Russell sulla questione della significazione.

Con la significazione stiamo indagando intorno a questa connessione stabilita da Lacan tra fallo e significazione. Il primato del fallo è il primato della significazione. Allora, in questo caso, il midrash di Verdiglione. Precisiamo ancora rispetto alla lettura che facciamo dell’opera di Gérard Haddad: in Mangiare il libro, parla dell’impiego di due regole midrashiche di lettura, della ghezera chavà e della semukha. La ghezera chavà è la regola che qualora noi ci imbattiamo in un termine in due contesti differenti c’è anche una questione che li connette e che non è mai data prima. Un’indicazione che si tratta della stessa questione intellettuale. Quando noi leggiamo in un testo di un cardiochirurgo la parola cuore e poi la ritroviamo nella conclusione del romanzo Il dottor Zivago di Pasternak si tratta di un aspetto della stessa questione. Possiamo indagare il cuore nella prima accezione in connessione con la seconda e la seconda accezione in connessione con la prima. Noi indaghiamo la ghezera chavà come la regola e la norma del labirinto. La semukha solo con queste due letture della realtà intellettuale ha cominciato a leggersi, nel senso che abbiamo inteso di che cosa si tratti tra le regole del midrash, ma non abbiamo svolto ulteriormente le indagini linguistiche, come accade anche per il termine fallo. È chiaro che con la lettura infinita dell’apertura e del discorso della morte, ha proseguito sempre la lettura di questo elemento linguistico, senza togliere e senza aggiungere nulla all’elaborazione di Verdiglione. Si tratta di un’altra elaborazione.

La semukha è il motivo del paradiso, proprio perché le cose si dividono, nell’adiacenza, l’Altro, potremmo anche dire qualcosa d’altro. La cosa sessuale, la cifra, che è intersezione tra il simbolo e la lettera, ma è l’adiacenza, tra la corda e il filo. È la struttura stessa dell’adiacenza l’Altro. La semukha è l’indagine (in tal senso è un motivo di conclusione) di due parole che sono vicine [viene data come vicinanza fisica delle parole sulla pagina di un libro, ma si tratta di vicinanza intellettuale, e nemmeno metafisica]. Vicino-lontano è proprietà del sembiante, l’adiacenza è proprietà del tempo, una proprietà del paradiso, che è una regione del cielo. La regione singolare in cui le cose approdano, in cui la ricerca più che concludersi ha come sua altra faccia la conclusione. La ricerca è ricerca, non ha da concludersi, altrimenti sarebbe un eufemismo per qualcosa che finisce. Non finisce in paradiso la ricerca. Come l’analisi è interminabile, prosegue nel cielo.

Due parole, apparentemente vicine, ma accorgersi della loro adiancenza pone la questione stessa dell’adiacenza, viene data come nel testo: finisce una frase, ne comincia un’altra anche di natura differente. La parola finale della prima frase e quella iniziale della seconda vengono associate per continguità. Verrebbe cercata la ragione, la ratio intellettuale di questa adiacenza. Annotiamo ancora che queste regole di lettura erano rispetto al testo divino, poi sarebbero state trasposte sino al testo dell’esperienza da Freud. Non si sono secolarizzate e per altro sono pochi i libri che si trovano sulle regole del midrash e se ne trovano di più sul midrash senza troppa attenzione per le regole, che in effetti sono pretesti per un’altra lettura. Inoltre la semukha non viene fatta per ogni adiacenza di termini, non c’è l’ogni. Interviene in un dispositivo di lettura, in un contesto della ricerca. Nessun automaticismo. Non c’è il quantificatore universale dell’adiacenza, non c’è la misurabilità del tempo, non c’è il controllo del tempo. E leggendo una parola viene colta un’altra parola che provvisoriamente chiamiamo la parola adiacente. È l’adiacenza intellettuale. Noi elaboriamo una questione, per esempio il transfert in Freud e operiamo con un’altra regola, operiamo senza sapere di operare perché l’operazione non è una facoltà del soggetto, è dell’idea dell’oggetto, che Verdiglione chiama spirito leggendo la teologia, in dettaglio quella di Agostino, in cui c’è tutt’altro spirito da quello che fornirà Hegel. Le cose si dividono per l’intervento della schisi come tempo, anche per il punto di schisi, come punto d’oblio, e ritroviamo una parola adiacente. Leggiamo Freud che dice che al colmo della resistenza s’instaura il transfert, e con la figura del rovesciamento, che tra l’altro c’è tra le regole del Midrash, noi ci accorgiamo – questo è il risultato, il compimento, la catacresi: al colmo della resistenza non s’instaura il transfert, ma il transfert è negato dal principio di resistenza giunto al suo colmo. Non s’instaura ma si crea il gioco a papà e mamma. Non il complesso di Edipo ma l’edipismo. Lo stesso Freud non distingue tra funzione di resistenza e principio di resistenza, come modalità del soggetto, come nell’ideologia francese in cui si tratta di resistere al potere, per altro potere irresistibile. Ebbene al colmo della resistenza ci si imbatte sia nella materia linguistica inaggirabile e sia nel tentativo fallico di aggirarla, di piegarla alla necessità della piramide sociale. E Freud indica che nell’oscillazione fra transfert linguistico e transfert delle insegne parentali, sociali e politiche avviene una presunta scelta libera per il teatrino familiare. Se Edipo significa la famiglia siamo nel convenzionalismo, nell’edipismo, e risulta impossibile intendere la variazione nella lettura. E ci precludiamo non solo il paradiso ma anche il cielo, la combinazione tra il corpo e la scena, tra il da dove e il verso dove vanno le cose. E questo era il transfert. Oggi il transfert per Verdiglione ha un’altra lettura: è la metafora stessa, questione della sintassi e della funzione di rimozione. Togliendo il transfert da dov’era e situandolo rispetto alla metafora: il transfert è la metafora, Verdiglione toglie il transfert negato dalle mani degli psicoterapeuti, che l’hanno trasformato nel trasporto di ogni soggettività e erotismo.

Quando qualcuno in analisi incomincia a disquisire su un indumento dello psicanalista, quello non è il transfert come lo ha chiamato Freud, è proprio la sua negazione, il suo rovescio. Diciamo che l’altra parola, la parola adiacente, quel che non è nome e non è significante, altro dal nome e dal significante, è un elemento linguistico. L’Altro elemento linguistico. Non è preso nella funzione di nome e nella funzione di significante e non è nemmeno il nome e il significante non preso in una funzione.

È giuntura e separazione, l’apertura, e non è giuntura di qualcosa né separazione di qualcosa, nel senso che l’elemento linguistico non è giunto né separato da un altro elemento linguistico, ma ciascun elemento linguistico procede da giuntura e separazione. Noi forziamo la cosa. Perché? È quello a cui abbiamo appena accennato: è la parola adiacente e va esplorata. Esplorandola possiamo anche imbatterci in altri ipotesi di lettura, senza che ci sia una metatesi che diriga l’ipotesi. C’è la condizione che sta nella parentesi.

La ricerca ha il suo modo, per parlare nell’idioma ebraico, nella ghezera chavà: che cosa facciamo quando ricerchiamo, anche quando riprendiamo l’etimo di una parola, quando leggiamo i libri, noi andiamo a leggere quell’elemento linguistico in altri contesti, in altre teorie, in altre letture. Noi svolgiamo un indagine intorno all’oggetto perché si è imposto nella parola, forse anche solo perché qualcuno ci ha detto: “questo non è l’oggetto della mia vita”. E allora qual l’oggetto della vita, qual è la questione dell’oggetto e qual è la sua istanza? E indaghiamo sul getto, sull’objectum…

Ci troviamo a indagare tra l’oggetto nella nostra esperienza e l’oggetto in altre esperienze. E che si tratti di un aspetto della stessa questione e della stessa istanza che cosa implica? La differenza e la varietà. L’elemento linguistico “oggetto” si divide da sé e differisce da sé; e ciò che è non-oggetto funziona come nome adiacente a un altro significante. È questo che abbiamo chiamato provvisoriamente la parola adiacente, l’altro significante. E non ci troviamo più a investire un elemento dividendolo in due, in positivo e negativo, non uscendo mai più dal doppio standard circolare in cui arenano quasi tutti. Di differenza in differenza e di varietà in varietà il viaggio linguistico di ciascun termine approda alla cifra che è un’abduzione, qualcosa che non ritorna al presunto punto di partenza. Una novità assoluta. Altroché la logica della scoperta scientifica spronata dall’epistemologia.

In modo favolistico possiamo dire che un elemento linguistico ritrovabile in due posizioni differenti, per giuntura e separazione rilascia nell’adiacenza un elemento linguistico nuovo, che mai potrebbe venire per deduzione logica o per condivisione sociale. E non provenendo da nessuna premessa logica non permette il viaggio della presunta concatenazione all’indietro, sino all’origine, altrettanto presunta. Una delle presunzioni più fondamentalistiche. Siamo già tra il labirinto e il paradiso, tra la ghezera chavà e la semukha. Più propriamente non ci sono due elementi linguistici da cui ne procederebbe un terzo. Ciascun elemento procede dalla giuntura e separazione, come nome e come significante, e questo riguarda la ghezera chavà e il labirinto. Poi c’è l’Altro tempo che è anche Altro dal nome e dal significante e questo è il frutto della semukha, dell’adiacenza temporale. L’elemento linguistico come altro dal nome e dal significante. E non è il significante nuovo cercato da Lacan. L’Altro non è significante.
Per esempio il termine inconscio non lo ha inventato Freud, eppure, per il viaggio linguistico a cui abbiamo accennato, il termine inconscio in Freud è un’altra cosa rispetto a ogni altra definizione che lo ha preceduto. È lungo quest’onda che Verdiglione ne La realtà intellettuale indica che il modo in cui sta elaborando l’identificazione, assolutamente non ce n’è traccia né in Freud né in Lacan.
A questo punto non è tanto lo stesso termine in due posizioni differenti, ma due termini linguistici adiacenti, più che vicini fisicamente nel libro. L’adiacenza non è fisica né metafisica. Nel Midrash c’è una forzatura. Sembra quasi che non ci sia direzione e dalla forzatura su una di queste regole ne emerge qualcosa del testo originario, di cui c’è una parvenza per falso nesso nel testo manifesto, nel testo che appare, che si vede. È questo anche un modo di ricerca di Maimonide nella citata Guida dei perplessi. Ecco allora che nell’elaborazione di ciascun elemento linguistico, non è il caso di altri usi, di altri impieghi, da questo si avvia un’altra connessione e un’altra separazione, fra l’erranza del nome e la deriva del significante, e nell’adiacenza interviene la catacresi, l’abuso linguistico, l’ipotesi del nuovo, l’aforisma. È questa la via per la quale Verdiglione è giunto all’aforisma: il fallo è la diagrammatica della nominazione.

Ne La realtà intellettuale Armando Verdiglione precisa il glossario e il dizionario della cifrematica, come scienziato della parola e poeta. Una lezione intellettuale bellissima e ricchissima. Noi ci siamo interessati solamente a qualche sfumatura.


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3.04.2017