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Marina de Carneri, "Il fallo e la maschera"

Giancarlo Calciolari
(21.05.2015)

Marina de Carneri, Il fallo e la maschera, Mimesis, 2015

“Nell’immaginario sessuale maschile di oggi permangono codici di dominazione e di violenza che sono ufficialmente disconosciuti dal discorso pubblico. La pornografia insieme con l’istituto della prostituzione è il Gabinetto segreto in cui gli uomini possono riversare tutti i desideri e i sentimenti di carattere sadico che non sono ufficialmente approvati dalla morale. La divisione della libido in attiva e passiva e l’attribuzione del polo attivo alla parte maschile serve a manifestare, erotizzare e giustificare la divisione sociale tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Per altro, tale divisione è sempre legittimata da teorie anatomiche, genetiche o biologiche. Mentre le idee di eguaglianza e di reciprocità si sono gradualmente fatte strada in molti ambiti, nella dimensione sessuale si vuol far credere che debba per forza esistere una parte attiva e una passiva. Si pensa che i ruoli sessuali siano opposti e che si possano al massimo invertire, ma non cambiare e che una persona che si senta troppo attiva o troppo passiva rispetto alle qualità attribuite al sesso biologico debba identificarsi, anche con interventi chirurgici, con il sesso opposto. Non si è ancora sufficientemente compreso che la differenza sessuale è un effetto della gerarchia sociale.”

Questo è un passo de Il fallo e la maschera, il manifesto intellettuale della ricerca di Marina de Carneri, psicanalista, filosofa, femminista. La sua formazione, anche americana, che le ha valso un dottorato in filosofia, è il pretesto di una libertà di ricerca inusuale in Italia, e non solo. Non attenendosi agli schieramenti impliciti delle analisi psicanalitiche, filosofiche e femministe, il suo percorso inedito di elaborazione pone in modo chiaro, anche alle non addette e ai non addetti ai lavori, il palinsesto e l’analisi della questione posta dal primato del fallo, dalla società patriarcale alla psicanalisi patriarcale, alla sessualità attenta ai protocolli patriarcali. C’è la vita originaria quando la mortificazione fallica è articolata e dissipata come un fantasma inaccettabile. E il fare, la sessualità, rimane una questione di pragma: nessuna logica della politica, nessuna logica pragmatica. I motivi del fare non stanno in una logica fondamentale e tanto meno di un fantasma fondamentale. È questa la ragione anche di perché Marina de Carneri non creda alla struttura immanente che emerge nel discorso di Freud e in quello di Lacan. La struttura è la linguistica in atto e nulla le preesiste. Quindi nulla e nessuno può normare l’atto.

L’approccio non è solamente di esegesi femminista della questione del primato del fallo nella psicanalisi, ma coinvolge altri registri di ricerca, come quelli della storia, dell’antropologia, della sociologia, e quindi non fa dell’analisi qualcosa che risulti isolabile e immobile nel transfert sul lettino, e la sua altra faccia è nella cultura, nella società e quindi richiede un’altra analisi, quella che offre appunto Marina de Carneri, e anche un’altra politica del fare, non è un caso che nell’ambito femminista si parli di politica delle donne, come irriducibile alla politica degli uomini. E occorrerebbe distinguere qui tra politica del fallo e politica del fare, tra erotismo e sessualità.

“Il fatto che innegabilmente il patriarcato sia un gioco per soli uomini non autorizza a dire che le donne vivano nella terra dell’indeterminazione simbolica spacciata come ‘libertà’. Poiché le donne non compaiono come giocatrici in questo gioco, ma solo come oggetti del contendere e quindi come supporto esterno al sistema, esse sono costrette a vivere nello sforzo costante di limitare i danni creati dalla loro condizione di escluse e a trovare per se stesse la migliore forma di adattamento possibile al loro ruolo subordinato. Questo le ha rese spesso più realiste del re dato che mentre la relazione tra uomini è dinamica – ogni maschio dominato può ambire a diventare dominatore – le donne possono solo aspirare al discutibile privilegio di riuscire a fare da complemento al dominatore di turno invece che al dominato. È chiaro che non è facoltà della sola psicanalisi cambiare da sola il Gioco del Fallo, ma è certamente responsabilità della psicanalisi non far figurare questo gioco come l’unico possibile perché nulla è reputato esistere al di fuori di esso se non un godimento “materno” folle, sregolato e mortifero. La ricerca psicanalitica nei suoi momenti migliori ha messo in luce un fantasma maschile prendendolo per realtà. Bisogna andare oltre la psicanalisi dei Padri.”

Certamente il confronto importante ne Il fallo e la maschera è quello con l’elaborazione psicanalitica, da Freud a Lacan, della questione donna. Annotando appunto che non è solo di questo che si tratta, ovvero che la partita ha un altrove rispetto all’apertura del dibattito e che ci siano delle trasformazioni rispetto a questo teorizzare, perché tocca anche l’asservimento delle psicanaliste alle teorie freudiane e lacaniane della sessualità femminile. Quanto a quello degli psicanalisti è compatto e completo. Ovvero è un’altra politica e un’altra vita che spetta a ciascuna, a ciascuno, leggendo questo testo, che diverrà un classico, non solo del pensiero femminista. La politica standard, che è sempre un fallimento in azione, è descritta in dettaglio:

“Le sorti dei sessi sono inevitabilmente intrecciate e la legge della sessuazione è caduta duramente sulle donne perché gli uomini hanno creato la “femminilità” come oggi la conosciamo a partire dal momento in cui hanno assoggettato la classe delle donne. La presa di coscienza dell’iniquità della legge della differenza sessuale come prodotto storico del sistema di oppressione patriarcale è stata la conquista del movimento femminista. Tuttavia questa nuova consapevolezza ha tr¬vato poche interlocutrici tra le donne e anche meno tra gli uomini e corre costantemente il rischio, purtroppo anche con l’aiuto della teoria psicanalitica, di essere sommersa dalla feticizzazione dilagante.”

Abbiamo già notato in vari interventi e scritti come la sessualità non sia né maschile né femminile, né eterosessuale né omosessuale, e di come quindi sia già viziato un dibattito che rimanga all’interno di queste coppie ritenute oppositive. Se la sessualità femminile deve trovare un altro statuto è ancora interna al primato del fallo, perché la sessualità non fallica è la politica del fare. La sessualità è il fare. L’aspetto dell’industria delle cose: parlando, sognando facendo: i dispositivi della ricerca e dell’intrapresa, che non necessariamente deve rispondere a quel che socialmente si chiama impresa. L’impresa non è l’impresa sociale e neanche personale. L’impresa è l’impresa del tempo, senza soggetto, senza soggettivazione né assoggettamento. Non è che ci sia il soggetto dell’impresa e neppure che ci sia chi è dispensato o escluso. Non c’è confisca dell’impresa come nel patriarcato, nel primato del fallo, che la riservi agli uomini e la neghi alle donne.

Anche nell’occidente disforico le donne sono rare alla direzione delle imprese e questo è solo l’altra faccia dell’euforia manifesta dell’oriente nel negare le donne. La fantasmatica non è l’originario, proprio in quanto fantasma non arriva mai a soppiantarlo. Il fantasma non agisce, non si realizza. E ancora più quello che si chiama realizzazione del fantasma volge nel contrappasso e nel contropiede e nel contraccolpo. L’ipotesi positiva si realizza nel suo rovescio. L’ipotesi negativa si realizza sempre, o quasi. Queste fantasmatiche vanno articolate e dissolte sino a cogliere la posta in gioco per ciascuno. Come divenire qualità, non “come divenire donna”, come hanno insistito gli psicanalisti al seguito di Freud, e anche Simone de Beauvoir. Forse l’unico a prendere sul serio questo enunciato paradossale è stato Daniel Paul Schreber con la sua metamorfosi nella donna (che mancherebbe a dio per generare un’umanità di piccoli Schreber). Non per altro funzionerebbe un “come divenire uomo”, per un presunto parallelismo tra fallo e pene, dato per implicito e funzionante.

Certo l’analisi di Marina de Carneri della struttura fantasmatica che impera come fallica è precisa, interessante, e qua e là abbiamo letto i testi del dibattito a cui fa riferimento, in particolare, anche, Luce Irigaray. Forse è più rispetto alla radicalizzazione di Lacan del primato del fallo in Freud (due sole volte interviene nell’opera di Freud il termine di “primato del fallo”, in due note aggiunte verso il 1925 a scritti precedenti che hanno avuto un’ulteriore elaborazione) che interviene Marina de Carneri nel suo libro. L’incontro più serrato è con Lacan, perché è andato oltre Freud a partire dal suo primato del fallo. Per dire così, sappiamo com’è che se la cava Lacan, se la cava con filosofia, ovvero con la logica aristotelica, senza che il quantificatore universale e il quantificatore esistenziale vengano analizzati. Tra l’altro, poi, c’è una matematica e una geometria che sorgono da questi aspetti, che sfociano nelle formule algebriche, le formule con le piccole lettere alle quali ricorre Lacan, forse scommettendo sulla trasmissione per formule secondo il modello della fisica.

L’approccio culturalista che è anche quello della Karen Hornay, nelle prime obiezioni che fece a Freud sulla sessualità femminile, è quello appunto di dire che il primato del fallo è il risultato di un’acculturazione di millenni. Mentre invece per Freud e poi per Lacan riguarderebbe l’inconscio, che non ha nulla di collettivo, sociale o politico. Si potrebbe rispondere appunto che occorre l’attraversamento di queste idee o di questi tentativi di sistematizzazione delle idee che sono le fantasmatiche. Quindi, Marina de Carneri smonta la costruzione freudiana del primato del fallo e del modo in cui si svilupperebbe la sessualità femminile, con riferimenti continui a altri contributi di altre ricercatrici e di altri ricercatori, e fa cogliere come si tratti di una costruzione sociale che implica la subordinazione della donna.

Un aspetto particolare è dato dal come l’acculturazione del primato del fallo richieda un intervento a ogni livello, in ogni strato sociale. È l’aspetto normativo che vorrei sfiorare. Il primato del fallo è usato in modo normativo. Là dove la psicanalisi apre una breccia nel discorso occidentale e lo dissipa in alcuni suoi aspetti, mantiene invece il discorso occidentale per quanto riguarda la questione donna.

Quando la psicanalisi diventa normativa, quando c’è la pretesa di normare lo statuto della donna, il desiderio, la sessualità, ciascun dettaglio dell’esperienza, questo avviene in assenza di legge, in assenza di etica e in assenza di clinica. E si tratta allora di psicoterapia, di psicopompi, di iatropsicofanti, di conduzione della anime, belle o meno belle che siano. Non solo l’elaborazione dell’impianto fantasmatico del fallo da parte di Marina de Carneri è un contributo alla soddisfazione intellettuale: è un contributo preciso che può essere ripreso. Dev’essere assolutamente ripreso dal dibattito femminista, psicanalitico, civile e politico. Non riguarda solo la psicanalisi. In modo che ciascuna, ancora prima che ciascuno, possa reperire gli strumenti per dissipare quel che il primato del fallo pone dinanzi, scaglia contro la vita.
È ripreso il dettaglio che si trova sia in Freud che in Lacan (quarant’anni dopo): le donne non sanno che cosa provano e non sanno che cosa dicono. Lacan afferma che questa è la differenza tra lui e le donne psicanaliste, che non hanno fatto avanzare la questione della sessualità femminile. Per Freud la questione è meno chiusa, affermando che per la psicologia la donna è un dark continent (la vulgata attribuisce a Freud quello che lui attribuisce alla psicologia). La sua è metapsicologia.

La battaglia nell’ambito della psicanalisi, così ridotta a psicoterapia da non sembrare neanche una posta in gioco, è quella di indicare come sia inaccettabile il freudismo e il lacanismo intorno alla questione del primato del fallo. Restituire il testo di Freud e di Lacan vale anche a dissipare il loro fallologocentrismo. Le obiezioni al primato del fallo vengono dagli psicanalisti attribuite a una fantasmatica isterica, e con questo il problema presunto interno alla psicanalisi è risolto, da Helene Deutsch a Luce Irigaray. L’isteria rimarrebbe interna all’autostrada del senso, ossia alla significazione fallica. Secondo Lacan l’unica significazione che c’è. Arriva a creare un mito, che è quello dell’intrusione del significante nello psichismo. Eppure non c’è questa intrusione, che poi diventerà anche inscrizione del nome del padre nel simbolico. E non c’è neanche lo psichismo. La psiche è la scena, senza intrusioni. Il dualismo psicofisico (che in Cartesio è un aggiornamento di Aristotele) è la rottura dell’intero, l’attribuzione del tempo alla relazione, all’apertura. L’uno diviso in due, il due come somma di due uno. C’è nel testo di Marina de Carneri anche una definizione dell’isteria proprio come una obiezione al primato del fallo. Non è il caso di fare l’obiettore o l’obiettrice tutta la vita. L’obiezione richiede non il rifiuto del primato o la lotta contro il primato, bensì la non accettazione intellettuale assoluta del primato del fallo. Inappetenza per qualsiasi lusinga del primato del fallo, anche per qualsiasi facilitazione nella presunta scalata sociale.

Le obiezioni poste a Freud e Lacan intorno all’elaborazione della sessualità femminile da parte delle psicanaliste e poi da parte di intellettuali femministe o di altra formazione, richiedono un’altra elaborazione, come quella appunto offerta da Marina de Carneri, in cui il fallo è un fantasma, copia impossibile della vita. Tentativo di padronanza sempre fallito. Il fallo e la maschera? Il fallo è la mascherata maschile universale. E così la mascherata della femminilità che Joan Riviere trova nel caso di una donna, fornisce a Marina de Carneri la materia linguistica per l’indagine del fallo senza più nessuna tentazione sostanzialista e mentalista, senza algebra e senza geometria, senza immaginazione e credenza nella magia e nell’ipnosi (appannaggio delle oltre quattrocento forme di psicoterapia).

Tra i vari percorsi laterali di lettura è molto interessante anche la ripresa dell’approccio di Lacan alla cibernetica, che rende conto per Marina de Carneri dell’inconscio lacaniano, che funzionerebbe come una macchina di Alan Turing, che è alla base dell’invenzione dei computer moderni, dopo una prima formulazione di un programma informatico da parte di Ada Lovelace nel 1843. Che l’inconscio lacaniano funzioni come un nastro infinito che può scorrere nei due sensi e ricevere un’iscrizione di uno e di spazi vuoti, ossia di zero, indica dove si situi l’inghippo della topologia dell’ultima parte dell’insegnamento di Lacan, che ha cercato questa via topologica per uscirsene da quell’ordine rotatorio che tanto lo scassava. Il nastro di Alan Turing all’infinito è un cerchio, come ha insegnato nel sedicesimo secolo Girard Desargues. Ecco perché Lacan chiama “catena” la serie dei significanti.

L’elaborazione che Marina de Carneri fa dell’inconscio di Lacan tocca vari aspetti della sua opera, anche quello che riguarda la logica del significante in tutto il suo fallicismo. La citazione che abbiamo fatto di Lacan: il fallocentrismo è dovuto all’intrusione del significante nello psichismo, e non alla mentalità forgiata in secoli di acculturazione della donna in posizione subordinata rispetto all’uomo. Il linguaggio per Lacan è fallico; l’intrusione del significante nello psichismo è proprio una penetrazione. Marina de Carneri riporta queste presunte note strutturali alla loro fantasmaticità, oltre l’immaginazione e la credenza in un fantasma maschile spacciato per realtà. E questa non è più la psicanalisi dei padri. Questione di psicanalisi originaria, senza più debiti verso chi cerca di erigere sistemi di padroni e di schiavi.

Marina de Carneri, Il fallo e la maschera, Mimesis, 2015

21 maggio 2015


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