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La menzogna è l’indice estremo del significante, nel suo dividersi da sé, nel suo differire da sé.

La menzogna senza più soggetto

Xia Yushi

La menzogna senza più algebra né geometria è strutturale, è cifrema della frase. E come indice della seduzione del significante indica, per l’appunto, l’instaurazione dell’etica (il compimento della frase), senza più l’opposizione convenzionale tra morale e immorale.

(1.08.2004)

C’è chi propone l’ideologia della menzogna, la menzogna come stile di vita, e dice che solo mentendo si riesce a vivere, a tirare avanti. Ma si tratta di sopravvivenza, di negazione della vita assoluta. Ibsen ha scritto il trattato impossibile della menzogna con un romanzo, che è stato dato da leggere ai bambini, Peer Gynt, un ragazzo che mente e irride ogni aspetto della vita. È la specialità di un discorso, la menzogna. È una specialità per lo stesso Peer Gynt, una specialità della retorica della vita facile, della vita che oggi, quando inciampa, lo fa nell’aids. Non è una condanna della vita facile, ma bensì la sentinella ineludibile di una questione di vita non affrontata.

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Christiane Apprieux, "Assioma d’oro", 2008

La menzogna non è una funzione o una facoltà umana. La menzogna non fonda il soggetto mentitore. E il paradosso non è del mentitore; il paradosso è della menzogna, e la menzogna è intoglibile anche per colui che si spaccia come mentitore, anzi la mette in estremo risalto. Freud diceva che la verità esce da tutti i pori.
La menzogna è l’indice estremo del significante, nel suo dividersi da sé, nel suo differire da sé. Un termine è supposto significare e è rimosso, è menzognero; pur supposto significare qualcosa è rimosso, torna adiacente un altro significante, a sua volta menzognero. E l’effetto del differire da sé del significante è il sapere, il matema, la lettera.

La menzogna è intoglibile, non è attribuibile a un enunciato, per cui l’enunciato menzognero sarebbe falso e l’enunciato non menzognero, veritiero, sarebbe vero, sarebbe la verità. Il cretese, il mentitore dice: "io mento", quindi, dicendo "io mento" nella logica aristotelica già noi ci battiamo nel fatto che, o dice il vero o dice il falso. E se dice il vero mente, e se dice il falso è l’enunciato che non è più vero. E il ragionamento prosegue ad infinitum.

La menzogna è strutturale perché l’io non è soggetto della menzogna ma oggetto, sguardo, straniante, causa di desiderio. L’io non è grammaticale e non regge la menzogna, è condizione della frase. È questa la perversione che sospende ogni pretesa universale, oggi mantenuta dalal gnosi nella credenza in una metafrase, quale stock infinito di sapere in internet.

L’oggetto non è buono cattivo, vero o falso; l’oggetto non sta come un pomo attaccato all’albero della conoscenza davanti a noi, che possiamo dire che è marcio, oppure che è buono.

Chi mente fa un patto con il diavolo? L’ipotesi del Dio mentitore di Cartesio è quella di Satana? La natura non mente? È forse per questo che Cartesio esponeva la sua mucca come biblioteca? E il naturalismo del tao non pone la stessa questione?

È curioso come Dante, nell’Inferno, fa dire al diavolo: "Tu non sapevi che io loico fossi", tu non sapevi che sono un logico, e guarda caso nel Faust Goethe fa dire al diavolo che per istruirsi alla sua specialità, la menzogna, occorre iscriversi a un corso di logica.

È aristotelico Dante? No, procede dal principio di contraddizione, non è per nulla aristotelico. Il cielo di Dante non è aristotelico e nemmeno. L’inferno di Dante non è l’Ade, non è l’inferno greco. Nel trentatreesimo canto del Paradiso, Dante scrive: vergine, madre. La logica aristotelica direbbe: o è vergine o è madre. Figlia del tuo figlio, ancora la contraddizione. Dante non teme la contraddizione, non teme dire: vergine, madre. E i loici come il diavolo nell’Inferno presumono che le donne sono o vergini o sono madri. Dante mente? È forse cretese?

La menzogna è una difesa per sopravvivere? Qual è il mentitore se esistesse? L’uno identico a sé; l’uno unico, unificante, unificato; l’uno fatto tutto di un pezzo. L’uno padre di sé stesso e quindi l’uno non generato dal padre. E tolto il padre, ogni fratello è rivale. L’uno identico a sé è l’animale razionale d’Aristotele: è animale, e allora teme, anche che gli altri siano animali.

In questa fantasmatica ci può essere il figlio che si sbrana da sé e, in effetti, questa presunta difesa è una vivisezione. Sono termini del discorso schizofrenico, Si tratta di termini che si situano in una costellazione, in una retorica impossibile della vita che la psichiatria chiama "schizofrenia" e che la psicanalisi chiama - per sottolineare che non è una malattia - "discorso schizofrenico", che non è il più terribile tra i fantasmi di fantasmi, tra le ipotesi non abduttiva.

Si tratta forse di comportarsi in una maniera non menzognera? Forse, occorrerebbe dire sempre tutta la verità, nient’altro che la verità e solo la verità, vivendo nel tribunale eterno davanti ai giudici? Però dire in "maniera non menzognera" è differente e sfiora la questione del "non più": c’è il varco tra la negazione e la teorematica, che non nega qualcosa ma ne vanifica la credenza come sostanziale e mentale. In tal senso, vivere in "maniera non più menzognera" è un’acquisizione intellettuale.

La menzogna presa come principio potrebbe evitare l’incontro con gli altri? Occorre distinguere se questo bisogno sia intellettuale o richieda un’ulteriore elaborazione per diventare la formulazione di un bisogno di vita, di un bisogno intellettuale.

La questione è importante: con chi è il confronto? L’allievo si confronta con il maestro? Si confronta con gli altri alunni? Confrontarsi è confrontarsi con gli altri? È confrontarsi con l’Altro? È confrontarsi con Dio? Oppure è stabilire un patto di una menzogna assoluta, una volta per tutte, e fare fronte unico con il diavolo, con l’impero della menzogna, del male, del negativo, del peccato, dell’incesto?

Il confronto è con l’assoluto. Cosa che sfugge al relativismo, che è sempre pagano. Il confonto non è tra soggetti, e quindi non è con gli altri. Il confronto è con l’assoluto nella vita, è con l’oggetto che si pone dinnanzi come specchio, sguardo, voce. Non è confronto con la specularità sociale, con l’addomesticamento dello sguardo nel punto di vista (mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro).
Confrontiamo il nostro punto di vista o confrontiamo le nostre specularità o confrontiamo le nostre dossie: idee delle idee che quando si dissipano risultano idee, operatori (sintattici, frastici e pragmatici).

L’attraversamento è il confronto con lo specchio inattraversabile. È la favola di Alice, scritta da un matematico, da un loico, Lewis Carrol, pastore, matematico e fotografo: lo specchio rimane inspeculare. La voce non è la vox populi, non è la voce popolare, la voce è quanto di più impopolare, appena s’intende con quel che nella religione cattolica è detto come la "vocazione".

Il confronto con la voce è nell’estrema solitudine, e non c’è modo che si trasmetta la voce; non è la voce che si trasmette; se la voce si trasmette, a seconda dei discorsi ci sono varie problemi all’orecchie: ronzii, rimbombi, fischi e fiaschi (bere la verità con le orecchie).
Il confronto sta con il punto più alto, non con il punto più basso, o rappresentato in un Altro.

Impossibile dire per esempio: ci confrontiamo tra psicanalisti, avremo ridotto la psicanalisi a un belare, in altri termini a una pratica di gruppo (di gregge), o nella migliore delle ipotesi la psicanalisi consisterebbe nella superiore forma del barare, nell’assunzione impossibile della menzogna: per esempio, dicendo il "paziente", la "schizofrenia", la "supervisione" dei casi, eccetera.
Il confronto è con il punto vuoto e non è il punto saliente della comunicazione. E la comunicazione non favorisce il confronto.

Il confronto e la comunicazione riguardano due logiche differenti: il confronto è con il sembiante, con l’oggetto singolare e triale; la comunicazione non sta nella logica dell’oggetto, la comunicazione non è oggettuale, non è neanche oggettivabile, non è la comunicazione diretta di chi presume di parlare come mangia. Un matematico ha detto che l’insegnamento non è che una delle vie antiche di trasmissione, c’è ne sono di meno dirette e oggi ci sono le nuove tecniche elettroniche.

C’è la comunicazione diretta per via dello strumento? Una telefonata è una comunicazione diretta? La comunicazione diretta è quella fantasticata da inconscio a inconscio. Quali sono le forme di comunicazione diretta? Il plagio, l’infezione, la contaminazione e la telepatia. Queste sono le fantasmatiche di comunicazione diretta.

La comunicazione efficace è indiretta; la comunicazione sta nel pragma e la base sta nella logica delle funzioni: tra l’equivoco, la menzogna e il malinteso. La comunicazione non si fonda sull’intesa, che è sempre materna, anche quando è data come intesa di popolo, anche quando uno ha la sua idea che dà per scontata e che prende il posto della scienza di vita. Tale impossibile sostituzione comporta l’impossibile geometria e l’impossibile algebra della vita. L’algebra tenta di dettare legge e la geometria tenta di eseguirla.

La menzogna senza più algebra né geometria è strutturale, è cifrema della frase. E come indice della seduzione del significante indica, per l’appunto, l’instaurazione dell’etica (il compimento della frase), senza più l’opposizione convenzionale tra morale e immorale.

Xia Yushi, nato a Pechino nel 1959, dopo una formazione in Francia e in Canada, opera come psicanalista a Hong Kong dal 1999.

Traduzione dal cinese a cura di Lu Dong e Alfredo Lallo.


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19.05.2017