Transfinito edizioni

Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

La supremazia della miseria e della povertà erotiche

Giancarlo Calciolari
(11.04.2015)

Occorre “riconoscere che la violenza è figlia di un dominio che impoverisce anche la vita degli uomini, che ne imprigiona la soggettività? (Stefano Ciccone in un intervento sulla pagina fb “Maschile plurale”)”. La soggettività degli ergastolani quando si sprigiona è la stessa dei teurghi. Se l’altra faccia del dominio è la soggettività imprigionata il risultato è la renovatio, la riproduzione dello stesso dominio.
Il sistema di dominio è fatto da algebrali e da geometrali, da teurghi e ergastolani, e la loro somma non restituisce la vita. Rimane appunto un sistema di sopravvivenza, di negazione della vita originaria. Quindi non va messo in discussione solo il sistema e i suoi teurghi ma anche i suoi ergastolani, i sudditi, il popolo, il volgo, la moltitudine, la massa. E questi non sono sinonimi, ma questioni differenti. Che la soggettività degli imprigionati sia buona e da liberare, mentre quella dei sovrani sia cattiva e da avversare è un vaniloquio, una delle varie ideologie filosofico politiche. Un fantasma di padronanza, come quella dei padroni.

PNG - 521.3 Kb
Opera di Hiko Yoshitaka

Quindi occorre mettere in discussione la nozione e la posizione di soggetto oltre che la struttura gerarchica che lo contiene, e che non è messa in discussione. Luce Irigary ha rilevato come per alcune femministe una posizione di potere all’interno dell’università e un libro pubblicato chiudano il loro dossier e la loro ricerca intellettuale. E questo aspetto non si nota più nell’ambito maschile (se questa formulazione non corrisponda ancora a un sessismo) dove è la regola: un uomo può cambiare il pannolino al suo bambino, lavare i piatti in alternanza con la moglie e poi essere un perfetto assassino in guerra o in gruppo o da solo. Si tratta anche dello stesso uomo che afferma di ucciderebbe all’istante chi tentasse di stuprare sua figlia. E non è un caso ipotetico, non è l’invito di Platone a immaginare e a credere (alla prigione o a qualsiasi altra cosa).

L’esercizio della violenza, spalmato inegualmente nel sistema delle filiazioni istituzionali, politiche e sessuali, è senza la violenza del tempo, senza questa proprietà e senza il tempo. Ecco gli automatici, i soggetti dell’automa, che è l’altro nome del tempo. E si può indagare nella storia e nella geografia quali siano stati gli esiti delle liberazioni degli ergastolani, schiavi, automatici, catalitici, proletari: la prolettatura del dilettariato. Catene ancora più robuste, tiranni ancora più sanguinari, prigioni sempre più blindate e inidentificabili. Che lo psicofarmaco (la psico-droga ne è una piccolissima parte) sia un lager miniaturizzato non è ancora approdato al dibattito civile.

Allora, “riconoscere che la violenza è figlia di un dominio che impoverisce anche la vita degli uomini, che ne imprigiona la soggettività?” Si potrebbe anche dire che la violenza non è figlia ma figlio, e che il figlio nella struttura patriarcale è infinitamente più violento della figlia… eppure varrebbe anche la formula che la violenza è padre del dominio: senza la violenza del padre (teurgo) e dei suoi cloni (ergastolani) il sistema del dominio si squaglierebbe. Senza la minaccia di prigione e di morte, il pianeta da tempo avrebbe imboccato la via della pace, a partire, forse, dalla pace mediterranea.

La questione posta da Stefano Ciccone, nell’ambito della sua ricerca su maschile plurale, è quella che il dominio è una condanna anche per gli uomini (e non solo per le donne e i bambini; non solo per gli animali). È il capitolo blindato e senza sbarre della protesta virile: per Freud la negazione del femminile per gli uomini, quella per le donne è più nota e spettacolarizzata (altro modo per non leggerla) è si chiama invidia del pene. Stefano Ciccone accentua la povertà: il dominio impoverisce anche la vita degli uomini. Il femminismo da parte sua non si occupa di questo aspetto ma dell’altro: la miseria. La miseria sessuale degli uomini, e più precisamente miseria erotica: la miseria sessuale è assurda. La sessualità sospende l’immaginazione e la credenza nella miseria e nella povertà. La miseria è un aspetto dell’algebra della vita, la povertà è un aspetto della geometria della vita. Nessun paladino dei teurghi (e sono legione), nessuno scriba del potere può fare l’apologia della miseria erotica degli algebrali, dettatori e dittatori. La doratura dell’impalcatura del potere e dei potenti non copre l’impotenza, quella che per l’appunto richiede la miseria. La dicotomia sociale e politica o più semplicemente il bestiario umano si fonda sull’animale anfibologico, in questo caso potenti-impotenti. Non solo i potenti, i pochi, hanno la ricchezza delle nazioni e gli impotenti, i molti, le moltitudini, hanno le briciole, ovvero la povertà delle nazioni: il potente ha l’escort e l’impotente paga la puttana. Certo, gli impotenti per negare l’impotenza e affermare la virilità hanno lo stupro come optional in dotazione. E non è solo il caso dell’India. Per questo aspetto ogni uomo è un indiano stupratore. Ciò che non è colto dai più è che la prostituzione è stupro, dalle vestali nei templi del potere alle svestali ai bordi del potere, da qui i bordelli.

Il dominio immiserisce e impoverisce la vita degli uomini e in quanto maschile distribuisce inegualmente la miseria e la povertà. Ovvero la soggettività che poggiasse sulla miseria e sulla povertà degli uomini li assolverebbe dalla messa in discussione provocata dall’irruzione delle donne sulla scena civile, di cui il femminismo è la punta teorica. A meno di credere che Pierre Bourdieu scrivendo La dominazione maschile non fosse per questo un mandarino nell’università. Altroché mandarino, era un arancio, un pompelmo, artisticamente modificato. Entrate in qualsiasi organizzazione libertaria: la struttura gerarchica liberticida è patente. E rispetto al femminismo basta leggere le vicende di Carla Lonzi e di Angela Putino.

Chi riconosce che il dominio impoverisce e immiserisce la vita degli uomini, che cosa fa? E ancor più, riprendendo integralmente la formulazione di Stefano Ciccone: chi riconosce che la violenza è figlia di un dominio che impoverisce anche la vita degli uomini, che ne imprigiona la soggettività, che cosa fa? Procede da questo riconoscimento? Il riconoscimento – della figliolanza più che della paternità – della violenza è una questione aperta o chiusa? Il riconoscimento non è soggettivo e neanche della soggettività imprigionata. È chiaro che se ognuno procede dal riconoscimento della soggettività prigioniera tenterà di liberarsi, di salvarsi dalla prigione, di trovare scampo. E creerà una prigione più efficace. Questa ideologia proviene dai tre monoteismi e dal paganesimo, che a sua volta ha assorbito i miti dell’oriente. È questo il testo da restituire con la lettura. Rispetto al testo, il discorso è l’impalcatura. E quindi va letto e dissipato. Il discorso non resta e non si restituisce, se non alla sua natura di fantasma, di tentativo di padronanza e di controllo sulla vita, come lo è stato e lo è ogni impero e ogni tentativo d’instaurare un sistema di dominio.

Ma nessuno e nessuna può prendersi per dominato, per schiavo, per vittima. È inaccettabile la posizione di vittima, oltre che inaccettabile la posizione di carnefice. Il soggetto carnefice o vittima è inaccettabile. Lo si può proporre in varie salse: soggetto maschile e femminile, dominante e dominato, alto e basso, bello e brutto, attivo e passivo, positivo e negativo… il risultato è circolare, nella concordia dei canoni discordanti: quello che era alto diviene basso e viceversa, il maschile diviene femminile sino alla panplastica chirurgica, il femminile diviene maschile in carriera sino a mostrare e giustificare i suoi prostituti, il bello diventa brutto prostituendosi e il brutto vince e spopola nei concorsi artistici. La donna passiva diviene attiva: e gli uomini attivi scappano, ossia divengono passivi. E a ogni giro e raggiro dell’ordine rotatorio (che tanto scassava Lacan) il dominio si rinnova e divora la sua coda, i suoi figli, le sue donne, i suoi padri (da qui l’affannosa ricerca dei sostituti paterni da parte dei fratelli del club del dominio)…

Come nel dibattito civile l’anima non ha più posto, sulla constatazione della sua natura fantasmatica, così sarà per il soggetto, dotato tra l’altro di tutti gli attributi che erano dell’anima. Il soggetto in tutta la sua soggettività e in tutto il suo assoggettamento esige il dominio, sia quando impera che quando non vuole più imperare, quando non vuole più torcere un pelo all’animale e un capello all’uomo, per andare al banchetto cannibale a divorare il pianeta e la sua stessa vita. Il soggetto non vive: sopravvive, anzi sottovvive. E non si tratta di abolirlo, di contrastarlo, di farne a meno. La questione non è che non c’è soggetto. A questo c’era arrivato quel baro di Althusser con il processo senza soggetto, che non gli ha impedito di credere nella doppia soggettività, la sua e quella di un bambino perverso che dentro di lui dettava la sua legge. Il bambino perverso incarnato nel filosofo era l’algebrale, il dettatore-dittatore e lui invece era il filosofo buono che capiva tutto, la sofferenza degli schiavi e la subordinazione delle donne. Così quando strangolò la moglie Hélène fu il bambino perverso dentro di lui a ucciderla. E gli amici avvallarono l’atto inconsapevole e gli evitarono la prigione. La prigione nell’appartamento che aveva comprato con Hélène non fu meno penosa. E nessuno che abbia rilevato che l’ignobile abbia affisso sul campanello il nobile cognome della madre, Berger.

È qui in gioco non la psicanalisi negativa di Lacan (è noto il suo “non c’è rapporto sessuale”), ma la cifrematica, irriducibile oggi a qualsiasi altra psicanalisi, che giunge al “non c’è più soggetto” perché non c’è mai stato se non come fantasma, come copia impossibile dell’idea. Idea che opera in direzione della riuscita e della qualità della vita. Riuscita che non è più l’uscita dalla prigione. Libertà dell’idea, come proprietà del principio della parola e non più del soggetto. Libertà che investe ogni aspetto della parola, ogni elemento. Libertà della relazione. Libertà del viaggio. Libertà della ricerca. Libertà del fare.


Gli altri articoli della rubrica Teoria :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | ... | 12 |

26.04.2017