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Anonimo ricalcante

Giancarlo Calciolari
(11.01.2015)

"Nemmeno per le donne è facile abitare quella alterità che esse portano con sé. Per questa ragione Freud sosteneva che il “rifiuto della femminilità” non riguardasse solo gli uomini, ma attraversasse anche le donne. Non è proprio questa difficoltà che talvolta può consegnare una donna nelle braccia di chi la umilia, la offende, la violenta, la uccide? La donna che rifiuta inconsciamente la propria femminilità può credere che si possa essere una donna solo consegnandosi passivamente ad un uomo, magari seguendo l’esempio sacrificale delle proprie madri.” (Anonimo ricalcante)

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Hiko Yoshitaka, "Battaglia costruttiva!", 2014, cifratipo, smalto su carta

L’inizio della citazione è il proseguimento di un testo che non ho letto, nel senso che “nemmeno per le donne” implica un discorso in cui per gli uomini non sarebbe facile abitare l’alterità che portano in sé. Questa è una prima “confusione” utile per affermare di andare a Cracovia mentre si sta andando a Monaco. Sembra parlare di psicanalisi e impiega un sofisma parafilosofico gnostico: l’alterità che portano con sé è una teoria del soggetto portatore strutturato come una matrioska in cui le cose stanno l’una dentro l’altra e vengono portate. Ovviamente non sviluppa questa pseudoteoria (l’alterità è un tema filosofico e non ancora “restituito” dal dibattito psicanalitico) ma la “zeppa” paragnostica serve all’uomo del calco ripetuto per affermare che qualcosa non è facile per le donne e per proporsi come facilitatore con la sua soluzione facilitante, quella di doganiere del disagio delle donne (non disagio intellettuale ma ormai solo psicopatologico). Poi il ricalcato mater-paterno di Miller & Melman – che sono ricalchi più che calchi di Lacan – inverte l’ordine del ragionamento di Freud e stabilisce una conseguenza inesistente: il tutto per fare di ogni fascio un’erba e rendere illeggibile persino il fascino per l’emblema fallico che “porta”. Freud per la ragione che nemmeno per le donne è facile abitare… (non c’è traccia di questo nelle opere freudiane) sosterrebbe la tesi del calco del suo pensiero è [alla lettera per lo scriba, ricalcatore o glossatore: la copia fonda l’originale!]: non l’invidia del pene è menzionata per prima da Freud (com’è) ma il rifiuto della femminilità per gli uomini, ossia la protesta virile. E così facendo neanche sfiora la questione della protesta virile
.

È di nuovo in azione lo psicanalista femminista, il nuovo manager del disagio femminile che avanza con la maschera dell’intellettuale attento alla questione femminile. È inventata una preistoria che non esiste: se Freud sosteneva che il “rifiuto della femminilità” non riguardasse solo gli uomini, sarebbe implicito che nello stesso tempo o poco prima esisteva la tesi che il rifiuto della femminilità riguardasse solo gli uomini. Barando emergono altre verità: in questo caso che il rifiuto della femminilità riguarda solo gli uomini. Esatto, com’è esatta l’inversione del ragionamento di Freud per sostenere l’insostenibile: l’altra faccia del rifiuto della femminilità con l’invidia del pene. Incollare come fa Freud l’invidia del pene alle donne vale a scaricare su di loro la responsabilità del rifiuto della femminilità. È quello che sta facendo il ricalcante, che è anche cavalcante le donne, domandole e sistemandole nelle sue infinite scuderie locali dove il prezzo dei doganieri si paga in libbre di carne. Inoltre il rifiuto del femminile come formula resta da leggere. Intanto è falsamente lo stesso enunciato per gli uomini e per le donne [più che confuso, il sosia di se stesso è un falsario, un baro, un impostore]: nell’uomo è rifiuto del femminile, rifiuto delle donne, rifiuto delle madri e quindi accettazione della femminilità quale canone sociale per mantenere la donna bina: donna e madre, nel regime dell’incesto.

Nella donna non c’è l’invidia del pene, che è l’altro nome della protesta virile: solo nell’ipotesi che l’uomo gerarchicamente più importante ce l’abbia anche più grosso il protestatario teme di trovarsi in posizione non di donna ma dell’idea che ha della donna. Qui ci sarebbero anche i paradossi della protesta virile. Un uomo in posizione di donna nel rapporto sessuale non è una donna: la differenza anatomica dei sessi glielo impedisce. Per scimmiottare una donna (la madre) ha un rapporto anale: e bara con l’uomo padre che avanza con la maschera del fratello maggiore…Nella donna non è rifiuto della femminilità (inteso anche come rifiuto del suo sesso, con il carico di senso di colpa e di responsabilità per l’azione presunta) è non accettazione dei canoni della femminilità sociale. Non accetta che la spartizione genealogica della società privilegi gli uomini a discapito delle donne. Nel carnevale della vita, la maschera della donna può cogliersi anche come mascolinità (tutta qui l’invidia del pene, l’isteria) o femminilità (la donna più donna delle altre, la moglie del signor K. per Dora) e se vengono indossate o prese come fantasma - cosa per altro impossibile, come voler diventare chimera - non resta che articolare e vanificare queste immaginazioni e queste credenze, che per falso nesso pongono la questione di vita. Il ragionamento centrale, “Non è proprio questa difficoltà che…”, scarica sulle donne l’umiliazione, l’offesa, la violenza e l’uccisione [la banconota del falsario è precisa e la copia può sostituirsi al vero per chi immagina e crede]. L’aspetto del Tartuffe femminista si coglie in una prima difesa della donna per meglio sopprimerla dopo: non è la donna che si consegna ma la difficoltà la consegna. Precisazione che emerge nella frase finale, quella più ermetica, in cui il manager ginecopatologico dal volto umano traghetta le donne nei suoi centri di cura, se vogliono sfuggire alla maledizione del sacrificio delle madri. Il ragionamento ha ancora una prima annotazione che sembra andare in direzione delle donne, per poi immolarle sul fondo roccioso dell’analisi, che è la mole che dà il nome alle molestie.

Ecco il contentino: la donna rifiuta inconsciamente la propria femminilità. Non sarebbe responsabile del rifiuto: come fa se questo è inconscio? Inoltre non dice che tale donna si consegna passivamente agli uomini, ma che può credere che si possa farlo… Come se avesse in questo discorso l’opzione di non credere o che non si possa. L’ipotesi che la donna non accetti la credenza fallica non c’è nel testo. La donna ricalcata dal glossatore non solo si consegna all’uomo, lo fa passivamente. Obbrobio! Questa donna accetta la passività che ancora in Freud restava problematica. Poi c’è un chiasmo di strati e rovesciamenti contrastanti. La donna che si consegna passivamente è quella che accetta il rifiuto della femminilità (quella che accetterebbe la femminilità programmata per le donne): nello scenario prima di Freud e poi di Lacan è la non isterica, che avrebbe tenuto un piccola parte dell’invidia del pene (di averlo) quel tanto che basta per divenire desiderio del pene dell’uomo per fare un bambino (gioiello o stronzo, in ogni caso fallico). Invece l’isterica sarebbe il rifiuto della femminilità come invidia del pene (dall’averlo all’esserlo) e non sempre si consegna passivamente, e spesso quando si consegna il contrappasso è la frigidità. Nel ragionamento c’è anche un fantasma erotico che fluttua tra gli elementi linguistici: il desiderio per una donna che si consegna attivamente e che non rinunci alla femminilità. E più questo scenario è portato alla sua realizzazione e più il Tartuffe si sente innocentato: per lui le donne si consegnano attivamente, per gli altri – i normali non perfetti – le donne si consegnano passivamente. Per una minoranza, protetta dalla maggioranza compatta e guidata dall’élite, le donne che non si consegnano vengono violentate. Anche l’ultima frase serve per scaricare sulle donne la responsabilità delle consegne sociali e personali.

È chiaro che questa algebra delle donne include il corollario che se le donne non si consegnassero, passivamente o attivamente, sono tutte potenzialmente violentabili e responsabili della violenza che potrebbero subire. Il primato del fallo non solo è la presunzione dell’intrusione del significante nella psiche, dell’introduzione della significazione nella vita quotidiana, è anche quella della consegna delle donne agli uomini, la loro penetrazione. Nella chiusa di questo protocollo sulle donne l’ultimo colpo è assennato alle madri: la donna che rifiuta inconsciamente la propria femminilità può credere che si possa essere una donna solo consegnandosi passivamente a un uomo, e la beatificazione (“magari”) segue l’esempio sacrificale delle proprie madri. Non l’esempio sacrificale delle madri, ma delle proprie madri. E perché non della propria madre visto che il soggetto della frase non è plurale? Perché non c’è scampo: anche in uno spazio a dimensioni extra-umane in cui per una donna sia possibile avere più madri (ma non è l’uomo che in cerca di padri, del loro posto o dei loro resti, sopravvive in uno spazio denso di sostituti paterni?) ebbene queste si sacrificheranno sull’altare del fallo. La falsità stremata più che estrema del baro istituzionale afferma che il sacrificio delle madri verrebbe dal rifiuto della femminilità e invece viene dal suo opposto, dall’accettazione.

Questa nota appena districa la sintassi dell’impostore e dell’inquisitore. La costruzione della sessualità femminile e maschile di Freud e le formule della sessuazione e il primato del fallo di Lacan richiedono ancora altra lettura. Anche in questo ragionamento di lacanoidismo standard c’è in particolare la sovrapposizione tra donna e madre e tra uomo e padre. Occorre lasciar fare a ciascuna e a ciascuno il suo viaggio intellettuale, artistico e culturale, e non lasciare passare nessun dettaglio pseudo teorico che serva per stendere i protocolli normativi dei doganieri ricalcanti, i cui calchi di Freud e di Lacan sono fantocci per non confrontarsi con il loro testo. Nessuno può dire alle donne come devono essere. Nel dover essere e nel dover avere c’è già la negazione delle donne.

[Scritto dopo aver integrato alcune annotazioni di Paola Zaretti, che ringrazio anche per la segnalazione del segmento di testo citato.]

Prima pubblicazione sul sito: http://femminismoinstrada.altervista.org/

E sulla pagina fb “Tabula rasa”: https://www.facebook.com/pages/TABULA-RASA-Il-femminismo-ritrova-la-sua-strada/1437161409847702


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