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Una giornata di Ivan Denisovič; La casa di Matrjona; Alla stazione, di Aleksandr Solženicyn

Monica Cito
(11.01.2015)

Data la complessità delle suggestioni attivate in me dall’autore e dalle sue opere, ho ritenuto opportuno suddividere le mie considerazioni in due paragrafi:

§ 1 Il caso Solženicyn

Nel 1949, tra un tal Rousset (redattore del Figaro Littéraire) e un tal Daix (direttore di Lettres Françaises), s’accese una polemica riguardante i campi di concentramento sovietici.

Il primo ne asseriva l’esistenza; il secondo la negava. A questa diatriba giornalistica seguì la corrispondente giuridica ed i giudici condannarono il Rousset.

Il 19 novembre 1962, il poeta Aleksandr Tvardovski, sulla propria rivista letteraria (Novyi Mir), presenta e pubblica il romanzo di Solženicyn Una giornata di Ivan Denisovič.

Il libro sarà tradotto per l’Italia nel 1963 dalla Garzanti.

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Hiko Yoshitaka, "Il va e vieni", 2014, cifratipo, smalto su carta

Il testo racconta una giornata in un gulag (campo di concentramento sovietico) ed è senz’altro più un memoriale che un romanzo: simile, per intenderci, a Se questo è un uomo del nostro Primo Levi.

Più memoriale, dicevamo, perché Solženicyn, dal 1945 al 1956, ha scontato una condanna in qualità di prigioniero politico, sperimentando la realtà dei lager/gulag (il termine è indifferente, ed è da condannare ogni idea politica che, diventando Stato, giunga ad ogni tipo di aberrazioni di tal fatta).

Famiglia Cristiana (rivista cattolica), nel 2004 ripubblica Una giornata di Ivan Denisovič, in un unico volume comprendente anche i due racconti La casa di Matrjona e Alla stazione.

Dei testi si parlerà nel prossimo paragrafo; qui ci tratteniamo ancora un po’ sul caso Solženicyn.

L’intellettuale ex detenuto (riabilitato soltanto nel 1957), nel 1940 si sposa con tale Natal’ja Rešetovskaja, e nel 1941 presta servizio volontario nell’Armata Rossa, raggiungendo il grado di capitano. Il 9 febbraio 1945 viene arrestato. Sarà condannato ad otto anni (passati nel gulag/lager) ed al confino a vita, per propaganda antisovietica.

Il caso Solženicyn – non l’unico intellettuale condannato in quello Stato e in quell’epoca storica dedita al culto della personalità staliniana – venne conosciuto grazie all’opera succitata, posta in essere da Novyi Mir (n. 11).

L’iniziativa venne autorizzata da Chruscëv, del quale la direzione del giornale chiese, per così dire, il “patrocinio”. Si vede, in quell’occasione, la tiratura speciale di duemilacinquecento copie, da distribuirsi ai quadri di partito.

All’iniziativa della nominata rivista seguiranno (sempre da parte della stessa e per opera dello stesso autore), nuove iniziative editoriali.

Chruscëv, in un discorso rivolto agl’intellettuali comunisti, così si esprimerà:

«Da qualche anno nella loro attività produttiva i letterati e gli artisti rivolgono molta attenzione a quel periodo della società sovietica che si collega al culto della personalità di Stalin. Ciò è pienamente legittimo e spiegabile».

Dopo la brutta tempesta dittatoriale, che aveva ancor più pesantemente minacciato le libertà civili di un intero popolo, e dopo la dichiarazione di Chruscëv, era legittimo attendersi finalmente la pace e la libertà d’espressione ad essa connessa.

Non fu così e non solo per Solženicyn. Accadde al Nostro che:

-  nel 1964 (anche se “riabilitato”), gli viene negato il premio Lenin;

-  nel 1965, il KGB gli sequestra il manoscritto Primo Cerchio;

-  nel 1967, gli s’impedisce di pubblicare Divisione Cancro;

-  gli ritirano il Denisovič dalle biblioteche pubbliche;

-  nel 1969, subisce l’espulsione dall’Unione degli Scrittori;

-  nel 1970, insignito del Premio Nobel, non potrà ritirarlo;

-  nel 1974 sarà espulso dall’URSS.

I suoi lavori (tantissimi) vengono pubblicati dalla “parigina” Ymca Press.

Consiglio, oltre a qualunque edizione che dia notizie sul caso Solženicyn – importantissime per inquadrare e studiare i suoi scritti –, un epistolario a firma di Pedrag Matvejevič (1), che è, oltre la sua natura (si tratta appunto di lettere), un testo-documento storico sulla condizione e la disperazione degl’intellettuali sovietici dell’epoca.

È appena il caso di notare una continuità d’intenti della Garzanti, dato che l’epistolario posto all’attenzione segue la pubblicazione del Denisovič ad opera della stessa casa editrice (1963 e 1992, rispettivamente).

§ 2 Le tre opere

Le tre opere dello scrittore sovietico, nell’edizione presa in esame, sono proposte in unico volume, ed è una scelta che rispetta la storia dell’autore.

La base autobiografica (e sociopolitica) si percepisce non appena si siano lette approfonditamente le note biografiche date profusamente dall’introduttore, al quale non si può rimproverare mancanza di diligenza.

Dagli scritti, però, non traggo una particolare conclusione, posta dal curatore in calce al suo scritto. Egli asserisce che Solženicyn sarà «profondamente segnato», negli anni a venire, dalla religiosità. Penso che, al riguardo, avrebbe giovato una maggior precisione.

Il sospetto è che non si voglia parlare di agnosticismo ed anticlericalismo, chiaramente “trasparente” dalle pagine del romanzo e dei racconti.

Riporto, senza soluzione d’esaustività:

«― Vedete bene, Ivan Denisovič, che l’anima vostra aspira a rivolgere una preghiera a Dio. Perché non la lasciate fare?

Šuchov guardò di sbieco Alioška. Vide i suoi occhi rilucere come due candele. Sospirò.

― Perché, Alioška, le preghiere, come le domande scritte, o non arrivano a destinazione o vengono respinte […]

― È proprio perché […] avete pregato poco, senza fervore, che le vostre preghiere non sono state esaudite. Uno deve avere una fiducia incrollabile nella propria preghiera! Se avete una fede simile, dite a quel monte di spostarsi: si sposterà.

Šuchov sorrise e si arrotolò un’altra sigaretta. Se la fece accendere da uno degli estoni» (pag. 112).

Questo gesto è importante, in questo commento. I due estoni sono importanti, nell’armonia del racconto. Di loro si dice che, pur non essendo fratelli, sono sempre uniti e dividono ogni cosa.

Ma torniamo alla ritmica dialogica dell’ampio stralcio che vi propongo:

«― Smettila di contar frottole, Alioška. Non ho mai visto un monte camminare. A dire il vero non ho mai visto nemmeno un monte. Voialtri Battisti, invece, avete pregato tutti in coro, nel Caucaso, ma almeno un monte l’avete spostato?

Erano poveri cristi anche loro: che male potevano fare, pregando Iddio? Eppure, si erano buscati, tutti, venticinque anni a testa. Perché quello era un periodo così: venticinque anni a chiunque […]. Il Signore ci ha insegnato che di tutte le cose terrene e periture dobbiamo pregare soltanto per il pane quotidiano: “Dacci oggi il nostro pane!”

― La razione, vuoi dire?» (pag. 113).

I personaggi di Solženicyn, almeno quelli in primo piano (gli eletti protagonisti principali), sono anticlericali, che si parli di chiesa o partiti:

«Solo un avvenimento o un presagio offuscò a Matrjona quella festa: aveva fatto cinque verste per andare alla chiesa a far benedire l’acqua, aveva messo il suo gavettino tra gli altri, ma quando, dopo la cerimonia, le donne si erano buttate, urtandosi, a prendere i propri recipienti, Matrjona non era stata tra le prime e alla fine non aveva trovato il suo. E al posto del suo gavettino non avevano neppure lasciato un altro recipiente. Il gavettino era scomparso quasi se lo fosse preso uno spirito maligno […]. Tornò afflitta.

Non si poteva però dire che […] credesse con fervore. Era piuttosto una pagana e le superstizioni prendevano in lei il sopravvento: il giorno di Ivan Postunyi non si può andare nell’orto, se no l’anno venturo non c’è raccolto; se la tormenta mulina la neve, vuol dire che qualcuno s’è impiccato, e se schiacci il piede nella porta ci sarà un ospite. Per tutto il tempo che vissi da lei, non la vidi mai pregare né segnarsi. Ma ogni lavoro lo cominciava con “che dio ci aiuti” e anche a me cercava di dire “che dio ci aiuti!” ogni volta che andavo a scuola. Forse pregava, ma di nascosto, vergognandosi di me o temendo di darmi fastidio. Nell’isba erano appese le icone. Nei giorni feriali erano buie, ma durante il vespro e fin dal mattino dei giorni di festa Matrjona accendeva la lampada ad olio.

Soltanto che di peccati lei ne aveva meno del suo gatto zoppo. Lui i topi li uccideva» (pagg. 134-135).

L’unica “eccezione”, nei tre racconti, è data dal tenente Zotov: prototipo d’uomo che vedrà nel comunismo la “sua” religione, al punto d’essere egli stesso inghiottito irrimediabilmente dalla propria cieca fede.

Un inutile doppione, sarebbe qui preoccuparsi di tutti gli ulteriori punti presi in considerazione nell’introduzione. Vi presenzio soltanto una personale osservazione. Alcuni piccoli, delicati passi qua e là sparsi, giocano molto sul concetto di luce e buio. La luna, le stelle, il campo (non solo di concentramento), l’uomo, sono elementi rivestiti, a seconda del momento, di una più o meno intensa luminosità.

Man mano che ci si avvicina al luogo simbolo della prigionia, la luce perde d’intensità.

Eccovene alcuni esempi, che numererò perché non seguono l’ordine dell’impaginazione, bensì uno mio personale:

1. «Fuori, la splendida luce lunare veniva giù intensa. Quella dei fanali appariva opaca, ora. Le ombre gettate dalle baracche erano nere. (pagg. 91-92);

2. La luna mandava tutta la sua luce. Si era schiarita, aveva perso il colore rossastro. Aveva già percorso un buon quarto del suo cammino. (pag. 79);

3. La luna si vedeva molto in alto e si stagliava contro il cielo, pura e bianca. E tutto il cielo era pulito. Qua e là si vedevano stelle, quelle più luminose. Ma Šuchov aveva ancor meno tempo per ammirare il cielo (pag. 99);

4. “Sole del lupo”, così al paese di Šuchov dicevano, per scherzo, parlando della luna. Ed era già alta, la luna! Era già a metà strada dal punto più alto del suo cammino! Il cielo appariva bianco e verdognolo, cosparso di stelle vivide, ma rare. La bianca neve luccicava, e bianche erano pure le baracche, né faceva molta differenza la luce dei fanali. (pag. 109)».

Fuori dal campo, la vita libera non è meno dura, e il simbolismo viene a ribadirlo. La prigione per antonomasia diviene, allora, l’Unione Sovietica.

Enumero anche qui:

1. «Ecco dove mi aveva portato il mio sogno d’un placido angolo di Russia. E là dove ero venuto potevo vivere in una casa d’argilla battuta che dava sul deserto. E soffiava un vento tanto fresco, di notte, e soltanto il firmamento stellato si spalancava sopra la testa. (pag. 123);

2. […] e nel vagone faceva buio anche di giorno. (pag. 187)».

Sono, le tre opere testé commentate, atti di cronaca e di poetica sulla Unione Sovietica stretta nella morsa del gelo d’una dittatura.

Le tre traduzioni, diversissime nello stile, danno un senso di movimento, di passaggio da una ad un’altra condizione. In realtà, ci rimane consegnato un mondo-nazione statico, affamato, chiuso in se stesso, sferzato, irreggimentato dall’ideologia e dai di essa “macchinisti”.

Forse non è un caso che il personaggio più fedele al regime sia un ferroviere.

Chioso con un passo dalla Canción cantada, di Federico García Lorca (2):

Para entrar en el gris

Me pinté de gris

ị Y como relumbraba

en el gris! (3)

(1) Pedrag Matvejevič, Epistolario dell’altra Europa. Un panorama culturale e politico dell’Europa Centrale e Orientale. Una poetica per il dissenso di ieri e di oggi; Garzanti Editore, 1992; titolo originale Otvorema Pisma; traduzione di Lionello Costantini.

(2) Il brano si trova in federico García Lorca, Lamento per Ignazio Sanchez Mejías (e altre poesie), edizioni Mondadori, Oscar classici moderni, 1996; titolo originale: Herederos; traduzione di Carlo Bo; introduzione di Cesare Greppi.

(3) Per entrare nel grigio/mi dipinsi di grigio/Ah, come splendevo/nel grigio!

Dicembre 2014

Monica Cito

Monica Cito è nata a Telese Terme nel 1972 e vive a Ceglie Messapica.

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile – pubblicata come e-book su Kultvirtualpress-com – e perfezionata in “Diritto Penale Minorile” con un percorso professionale ideato in partenariato tra Ordine, Fondazione dell’Avvocatura e Camera Nazionale Minorile del foro brindisino.

Articolista delle riviste giuridiche Diritto.it diretta da Francesco Brugaletta, referendario TAR, e Filodiritto di Antonio Zama, sul quale nel 2013 edita a puntate, per divulgazione culturale gratuita e finalità di studio, il volume Studiare per il concorso in magistratura.

Si è, altresì, formata alla Scuola per Amministratori – S.P.A. 2012. Nello stesso anno ha pubblicato su commissione del Movimento Cristiano Lavoratori, il saggio Attività amministrativa della Pubblica Amministrazione e attività amministrativa dei privati: atto e negozio, bene pubblico e demanio. Taccuino di principi per avvocati e pubblici amministratori, Simple edizioni, Macerata.

Nel 2014 pubblica il saggio Calepino del giudicato amministrativo. Youcanprint edizioni, Tricase (Lecce).

È stata autrice di una rubrica di deontologia forense, all’interno del programma di attualità e promozione del territorio “ Oblò” trasmesso su TBM (canale 212, digitale terrestre, Puglia) e condotto da Egidio Ippolito, sindaco in carica del comune ionico di Crispiano.

Grazie al suo impegno, il premio letterario Storie a Mezzogiorno è, nel 2009, diventato collettanea, tutta con uno sguardo a SUD.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, opinionista in portali letterari, anche di rilevanza internazionale, nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma. Per il quale le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel dizionario Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.


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19.05.2017