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Figure contemporanee dell’esilio

L’esilio e il suo doppio

Fulvio Caccia

Montreal ha permesso, come nessun’altra città, questi incontri singolari. L’esiliato, l’ex-colonizzato, l’immigrante, si sono riconosciuti in questa specie di fragile e incerta luce degli inizi. L’avventura transculturale, come è stata chiamata, e alla quale ho partecipato, ha consistito nel pensare politicamente e culturalmente questo passaggio inedito di un città resa infine alla sua verità originale, intangibile.

(2.05.2004)

Il tema dell’esilio ritorna in forza oggi sulla scena della rappresentazione, e di fatto, non l’ha mai abbandonata. Le letterature dell’immigrazione l’hanno rimesso al gusto del giorno. Occorre dire che la domanda è particolarmente forte dalla parte dell’istanze universitarie, mediatiche, politiche, la cui vocazione consiste nel legittimare "il legame sociale".

Perché? Perché la coorte d’immigranti costituisce ormai l’apporto demografico maggiore dei paesi industrializzati. Dare una prospettiva storica alla fioritura concettuale che inducono gli immigrati per integrarli è quindi diventata una priorità. Uno degli effetti perversi di questa operazione conduce a ridurre l’esilio a un epifenomeno della cultura postindustriale, una variante delle "scritture migranti" e altri incroci contemporanei. È falso, d’accordo.

Questo è l’esilio che sempre si rinnova, e fonda la nostra modernità ,ma anche la mette in pericolo. Occorre ristabilire la verità dell’esilio in rapporto all’emigrazione e alla autoctonia - dire la sua specificità. Nel quadro della "Settimana delle culture straniere" a Parigi, che si è tenuta dal 29 settembre al 5 ottobre 2003, il Forum degli Istituti culturali stranieri a Parigi (FICEP) ha organizzato in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Francia (BNF) un incontro-maratona sul tema "Straniero, io ti amo da lontano".

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Christiane Apprieux, "Assioma d’oro", 2008

Cominciamo dall’inizio: l’etimologia. Exilium che designa sia a mettere "al bando" sia "luogo d’esilio", proviene dal latino "exsilire" il cui senso è "saltare fuori di". Ma di che cosa si tratta? Fermiamoci un attimo su questa parola.

In effetti, il salto non riguarda il dentro, ma si compie piuttosto verso il fuori. A causa di questo movimento brusco, inflesso dalla gravitazione, il candidato all’esilio oltrepassa l’intangibile barriera del familiare, dell’apparente fraternità dei cominciamenti.

Per andare dove? Eccolo in mille versioni: in direzione dell’ignoto. Oggi, questa scelta è anche l’attributo dell’artista, del creatore che sceglie coscientemente di mettersi a distanza della sua cultura per meglio inventarla e anche, forse, per reinterpretarla.

Questo è l’esilio volontario. Ma questa condizione è stata per molto tempo quella degli "altri". Forse è stata la condizione dell’uomo da Adamo e Eva, la prima coppia: furono scacciati dal paradiso! Sul piano simbolico, ciò che si trova messo in luce con questo mito, è tanto meno l’Eden sedentario che l’erranza come origine della condizione umana.

L’esiliato è un nomade temporaneo

L’esiliato è chi si trova all’esterno, colui che arriva d’altrove e che, per la sua sola presenza, significa la differenza. In questa prospettiva, l’esperienza dell’esilio non sarebbe che il momento fugace dove lo stesso afferma la sua differenza spostandosi.

Il resto è affare di scelta e di comodità: o egli dimentica e si fonda nella massa adottando gli usi e costumi del suo nuovo luogo, oppure egli conserva le sue tradizione di prima. La storia ci insegna che fa i due, e proprio lì dove il destino individuale raggiunge il collettivo con questa questione chiave: come restare fedeli a se stessi.

La questione dell’identità fa anche brutalmente irruzione nella città con tutta la sua violenza e le sue vittime espiatorie. Occorre essere eguale agli altri? È proprio questo che vuole? È là dove si vede emergere l’altra faccia dell’esilio, la più complessa, quella che cerca di resistere, quella che dice "no", e che per questo esercita su di noi una seduzione e una repulsione, un miscuglio di fascino e di diffidenza.

Una buona parte della storia dell’umanità si riassume in questa sorda opposizione tra il nomade e il sedentario. In tal senso, l’esilio il grande produttore d’alterità. Poiché l’esiliato non può che essere uno straniero. Ma è uno straniero che non ha delle mire ostili. Al contrario, egli si richiama a una delle prime virtù umane: "l’ospitalità".

"Occorre domandare allo straniero di parlare la nostra lingua per potere accoglierlo mentre chiede l’ospitalità in una lingua che non è la sua?" si domanda lo psicanalista René Major. È tutta la questione del legame sociale che è posta in questo rapporto speculare di sé all’altro e che restituisce l’ambiguità del termine "ospite": chi è l’ospite di qui? Chi è l’Altro?

Figure contemporanee dell’esilio

Se l’esiliato è la categoria iniziale dello straniero, questa categoria non è l’unica. La storia si è incaricata di conferirli altre metamorfosi. La più diffusa oggi, e la più drammatica, è sicuramente quella di rifugiato.
Il popolo dei campi di fortuna ai bordi dei grandi teatri di guerra contemporanei: la Liberia, la Palestina, il Rwanda, l’Afganistan, la Bosnia, il Kurdistan...

Il rifugiato è la controfigura dell’uomo moderno: il sintomo della lacerazione contemporanea. La sua storia sposa le lotte e le violenze dell’intero secolo. Raccontare la sua storia equivale a raccontare il modo in cui si dissolve l’antico legame dell’ospitalità al contatto delle ideologie del territorio che ritagliano e instrumentalizzano il Leviatano moderno.

L’Organizzazione degli Stati Uniti ha istituito un commissariato per "sdoganarsi" della violenza che induce lo Stato nazione. Poca cosa in verità. La macchina del progresso è cieca. Occorrono dei libri interi per stanare i meccanismi.

L’esiliato è un antico colonizzato

I discendenti degli antichi coloni ne sapevano qualche cosa. La colonizzazione fu giustamente una marcia forzata verso il progresso che l’occidente installò nel mondo. Essa introduce il "colonizzato" che come lo mostrano i lavori di Fanon e di Memmi, è diventato straniero a se stesso, a forza d’interiorizzare il modello del colono.

La sua liberazione consiste nel rovesciare questo modello e nel rivendicare la sua immagine avvilita, sbeffeggiata, come parte costituente del suo essere. Questa rivoluzione lascia intendere, come tutte le rivoluzioni, che si può fare tabula rasa del passato del colonizzato.

Il ricominciamento, ovvero il ritorno a uno stato vergine, precedente la colonizzazione, è una delle più belle utopie della nostra modernità. La colonizzazione non fa eccezione, sopra tutto, se essa si svolge in un territorio segnato dal sigillo della novità: le Americhe.

In verità, il passato è più tenace di quello che si crede, e occorre dare un’occhiata al bambino prima di gettare l’acqua! Poiché la memoria è ciò che resta. Essa può servire a nutrire la nostalgia e il conservatorismo nei quali si drappeggiano numerosi esiliati e popoli postcoloniali. La memoria è anche un formidabile vivaio di creazione. Come dunque utilizzarla in buon modo? Non è facile rispondere a questa questione. Perché?

Perché la memoria è incessantemente reinterpretata. Ora questa reinterpretazione è assoggettata alle rappresentazioni che ci si fa della situazione in cui ci si trova. Se la situazione è giudicata positiva, la memoria agirà come un agente demoltiplicatore d’inventiva; se al contrario la situazione è stimata negativa, allora la memoria giocherà un ruolo di guardiano dell’identità. La posta in gioco consiste nel non avere paura.

L’emigrato è un esiliato

La paura di perdere ciò che si è rimane il grande nemico dell’esiliato. Un esempio recente? La paura che suscitano le immigrazioni.
L’immigrante è l’ultimo arrivato sulla scena dell’alterita. Tuttavia si distingue dai suoi fratelli maggiori per il fatto, non eludibile, che non ha potuto subire una conquista militare o una colonizzazione (sebbene questa abbia potuto svolgersi in un lontano passato).

L’immigrante è dunque libero di determinarsi. Egli è moderno, la prova: è direttamente connesso sul sistema capitalistico; le sue motivazioni sono prioritariamente economiche. È per migliorare le sue condizioni di vita e quelle della sua progenie che qualcuno emigra e non per fuggire a una qualsiasi oppressione. Ciò dà all’immigrato un aspetto meno nobile ma più pragmatico. L’immigrante non sa che farsene della storia. È lì per guadagnare soldi.

Tutto il resto è soltanto letteratura che egli lascia volontariamente ai suoi compari. Questo assoggettamento al flusso della circolazione del capitale fa della condizione immigrante una sorta di capitale-lavoro deterritorializzato dal sistema economico mondiale del quale è un ingranaggio essenziale. Condizione, per questo aspetto, particolarmente difficile da pensare altrimenti che come una transizione. E è giustamente in questa assunzione che l’immigrante può ritrovare la sua singolarità che per altro lo rilega all’esilio.

La città ideale

La città rimane il luogo di questa assunzione e la grande posta in gioco dell’esilio e della condizione umana. È per questo che la città idealizzata ha sempre assillato l’immaginario degli uomini in una sorta d’amore e d’odio costante e ripetuto. Saccheggiata, distrutta, vuotata, la città è per eccellenza l’oggetto della liberazione, sempre rinnovata, contro tutti i Khmers rossi del mondo che si accaniscono a colpi di Kalachnikov, a svuotarla dai cittadini per educarli nei campi della morte.

Il nome tedesco "Buchewald" indica soltanto la "foresta del faggio". È soltanto in campagna che si ricrea per davvero l’inferno che prestiamo alle città. Perché la città, luogo di tutte le promiscuità, è il vettore tanto temuto dell’alienazione. È qui, dove perdiamo, si dice, la propria lingua, i propri valori e dove vendiamo la nostra anima al principe dell’esilio in persona: Satana. Per ovviare a questa perdita annunciata, è imperativo che l’esilio sia disinnescato della sua carica negativa.

Questo rovesciamento avviene precisamente con l’incontro delle tre figure dell’esilio: l’esiliato, il colonizzato, l’immigrante, e le declinazioni comtemporanee: il rifugiato, il senza tetto, il senza documenti... La loro connessione è come tante porzioni di nastri del DNA e in particolare genera dell’unita. Dunque del racconto. D’un tratto, la storia frammentaria, scoppiata, degli uni e degli altri, che aveva finito per occultare le vere ragioni della partenza, riprende senso.

Il segreto dell’identità è rivelato. E la poesia dell’incontro è possibile. Le grandissime città si prestano opportunamente a questi incontri singolari. New York, Londra, Parigi sono dei focolai storici e bollenti di questi incroci cosmopoliti, ma succede anche che città di media taglia possano trarre il vino dalla botte. Montreal, a questo proposito, ha permesso, come nessun’altra città, questi incontri singolari. L’esiliato, l’ex-colonizzato, l’immigrante, si sono riconosciuti in questa specie di fragile e incerta luce degli inizi.

L’avventura transculturale, come è stata chiamata, e alla quale ho partecipato, ha consistito nel pensare politicamente e culturalmente questo passaggio inedito di un città resa infine alla sua verità originale, intangibile. Qual è questa verità? È quella dove le culture s’affrontano per meglio definirsi l’una con l’altra, in una specie d’emulazione pacifica, disinnescata da ogni volontà di potenza, giungendo ciascuna alla propria singolarità.

Questo è l’estratto di un testo che sarà pubblicato nella rivista letteraria "Moebius" di Montreal.

Fulvio Caccia, poeta, romanziere, saggista, giornalista, è direttore della rivista online "Combats" di Parigi.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.


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