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Illogismo

Giancarlo Calciolari

Il nazismo è un esito della struttura (della fiction, che è anche giuridica) e non la sua versione patologica. Altrimenti è incomprensibile il dettaglio nazi, ossia la vita di Heidegger come quella di Schmitt e di altri miliardi di persone che scambiano la fiction per la realtà, ossia girano in tondo (sono anche i perplessi di cui parla Maimonide).

(6.10.2014)

“L’illogismo – in realtà, la logica dell’altra scena, la scena inconscia – del crogiuolo delirante della ragione riguarda direttamente la problematica delle istituzioni per l’intermediario del scenario di fondazione” (L’altra Bibbia…, p. 240). La vita per Pierre Legendre non è altro che questo crogiuolo delirante. E applicarvi lo scenario è l’invito di Platone (il suo scenario è quello della caverna), mentre la logica di Aristotele, il sistema, s’impianta in un colpo, come si è accorto il filosofo Albano Unia. Impianto del porco lo chiama Idolo Hoxhvogli, che una formazione in filosofia ce l’ha.

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Opera di Christiane Apprieux, bronzo a cera persa

Con il terzo escluso, ossia il non-A, si perde metà del crogiuolo, ossia tutto. Il resto è sopravvivenza. E ognuno si orienta come può, sa, deve, vuole. In questo caso l’occidentamento è sullo scenario di fondazione. Chi sono gli scenaristi e chi i registi? Intanto gli scenaristi, che talvolta si prendono per registi. Gli scriba sono gli scenaristi, da quando gli scriba hanno messo nero su bianco le narrazioni dell’origine. E la mossa decisiva per la trasmissione della religione ebraica è stata la sua rifondazione della Torah con il Talmud. L’eco arriva sino a Graziano che scrivendo la Concordia dei canoni discordanti passa il fallo agli scriba delle dottrine dello stato. Una fiction (Legendre) che arriva sino allo stato delle nazioni e alla sua attuale geo-teo-politica.

Il regista è lo psicotico numero due che si prende per numero uno credendo (questa è la regola del credito) d’aver occultato lo zerocidio. L’imperatore, il sovrano, il giudice supremo, l’autentico: chi uccide con le sue mani, chi fa giustizia da sé, che decide non solo sullo stato d’eccezione ma che cosa sia l’eccezione e che cosa sia lo stato.
Quindi rispetto allo scenario di fondazione come fiction ineludibile e necessaria abbiamo bisogno non solo di un’altra letteratura, ma anche di un’altra simbolatura e di un’altra cifratura. Non la patacifratica che darebbe la stura alla tura della lettera, del simbolo e della cifra.
Come se ne accorge la punta dell’intellettualità lo scenario di fondazione è uno scenario che tocca il fondo in vari punti, malgrado chi immagina e crede nell’abisso, nell’assenza di fondo. Tocca il fondo con le guerra, la violenza, la prostituzione, lo stupro, il crimine… A Gomorra le donne, non da sole, affondano. A Sodoma gli uomini sfondano e si sfondano. E sul fondo resta la cenere, anche quella dei campi d’incenerimento dell’alterità, affinché fondamentale risulti l’uomosessualità. Regista non è qualcuno (anche i master di marketing credono nell’ipotesi teologico politica, così come le associazioni psicanalitiche) ma la rinuncia pulsionale. La negazione del nome, che è negazione della negazione (il non dell’avere), instaura il nome del nome, anche nome del padre, il principio d’autorità, per un’incetta sul corpo e sulla scena. Per lo scenario di fondazione i corpi sono già assoggettati e per falso nesso ognuno vi ritrova la sua soggettivazione.

Non è questione di riscrivere lo scenario (l’oscenario) di fondazione e di scriverne un altro irriducibile al primo. La questione intellettuale è come il corpo e la scena s’instaurano nel viaggio di ciascuno. E oltre allo scenario, l’erotismo ipnotico della scena, su cui si esercita Legendre, c’è il corpario, l’erotismo magico del corpo, su cui si è esercitato Foucault. Due casi su alcuni miliardi.

Lo scenario è la trasformazione (è più una metamorfosi) della scena in istanza di potere causale, il potere genealogico, in azione anche nell’agenealogica tecno scienza manageriale in cui ognuno farebbe ciò che vuole.

La fiction come scenario di fondazione diviene per Legendre la struttura, anche della questione giuridica. E quello che è escluso dal principio d’autorità non è visto come prodotto della fiction ma della patologia delle struttura. Le spiegazione del nazismo data da Legendre è quella di una banda di criminali che si sarebbe impadronita della struttura “vuota”, del posto dello scenario vuoto. Invece – se vogliamo tenere per il tempo di una frase l’espressione infausta – l’immaginazione e la credenza in questa struttura di finzione è la patologia.

In altri termini il nazismo è un esito della struttura (della fiction, che è anche giuridica) e non la sua versione patologica. Altrimenti è incomprensibile il dettaglio nazi, ossia la vita di Heidegger come quella di Schmitt e di altri miliardi di persone che scambiano la fiction per la realtà, ossia girano in tondo (sono anche i perplessi di cui parla Maimonide). La questione è quella del reale, che non ha una doppia faccia: una pulsionale e l’altra matematica. L’aritmetica della vita non ha fans.


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14.02.2017