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La distinzione legale tra psicanalisi e psicoterapia

Psicanalisi e legge

Riccardo Frattini
(9.06.2016)

L’art. 2229 del codice civile distingue, all’interno della categoria dei professionisti intellettuali, tra le professioni “protette”, per il cui esercizio è richiesta l’iscrizione in appositi albi o elenchi, e quelle non protette, per le quali non è richiesta l’iscrizione in albi.

La norma codicistica contiene un rinvio alle leggi in materia, nel senso che sono professioni protette solo quelle regolate da una legge speciale, che preveda espressamente l’iscrizione in un albo.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Vige quindi in materia una “riserva di legge”: ciò significa che solo la legge può dire quali sono le professioni intellettuali protette.

Nessuna legge, però, disciplina espressamente la professione di psicoanalista, né prevede un relativo albo professionale.

In materia esiste infatti solo la legge 18 febbraio 1989, n. 56 (c.d. Legge Ossicini), che regola le professioni di psicologo e di psicoterapeuta.

Il suo art. 1 stabilisce che “la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità; comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito“.
L’ art. 2, invece, dispone che “per esercitare la predetta professione di psicologo è necessario aver conseguito l’ abilitazione in psicologia mediante l’esame di Stato ed essere iscritto nell’ apposito albo professionale“.

Balza all’occhio un’evidenza: come giustamente ebbe ad osservare il prof. Galgano in un suo parere “pro veritate” dell’anno 2000, ci troviamo davanti ad una “non-definizione, giacché la proposizione si risolve in un pleonasmo : la professione di psicologo “è quella che si svolge in ambito psicologico”.

Il successivo art. 3 disciplina l’attività di psicoterapeuta, istituendo all’interno degli albi degli psicologi e dei medici, un elenco speciale degli psicoterapeuti. In particolare, “l’ esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione ed addestramento in psicoterapia...”.

Nulla dice invece la legge in tema di psicoanalisi.

Si può quindi desumere che l’attività di psicoanalista è non protetta e quindi libera?

La questione non è così semplice come, a prima vista, potrebbe sembrare.

Una recente sentenza della Cassazione penale (la n. 14408 del 2011) se ne è occupata.
Questi i fatti: il Tribunale di Ravenna in data 26-11-2008 ha assolto G.A. dal reato di cui agli artt. 81 e 348 c.p. in relazione alla L. n. 56 del 1989, artt. 1, 2 e 34 per prestazione abusiva della professione di psicologo e di psicoterapeuta, perché il fatto non sussiste.

In seguito, la Corte di Appello di Bologna, con sentenza in data 12-5- 2010, dichiarava l’imputata colpevole e la condannava alla pena di Euro 340,00 di multa, con risarcimento danni e spese in favore della parte civile (ovvero l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna).

Avverso tale sentenza l’imputata ha proposto ricorso per cassazione deducendo l’inosservanza o l’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 348 c.p. e L. n. 56 del 1989, artt. 1, 2 e 3 segnatamente riferita all’ambito ed atti tipici della professione di psicologo ed attività di psicoterapeuta.

La Cassazione ha affermato che la psicanalisi, o per lo meno la forma utilizzata dalla ricorrente, “è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali”. Di conseguenza l’attività dello psicanalista non è annoverabile fra quelle libere previste dall’art. 2231 c.c., ma necessita di particolare abilitazione statale. Secondo la suprema corte non può ritenersi che “il metodo "del colloquio" non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica”.

Di conseguenza ha annullato la sentenza impugnata perché il reato era estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili e condannava l’imputata al rimborso delle spese processuali in favore della parte civile.

Dalla lettura della sentenza emergono alcune considerazioni.

Innanzitutto la condanna è stata emessa per violazione dell’art. art. 348 c.p., che punisce “chi esercita una professione protetta in mancanza delle prescritte abilitazioni. Si tratta di uno dei “delitti dei privati contro la pubblica amministrazione”. La tale norma tutela quindi non il paziente, ma lo Stato, e l’abuso consiste nella mancanza di abilitazione all’esercizio della professione.

Ancora una volta, come il codice civile, anche la norma penale compie un rinvio alla legislazione speciale, ove opera una riserva di legge.

Orbene, come abbiamo già visto, esiste una legge che disciplina l’attività di psicologo e psicoterapeuta, ma non quella di psicoanalista.

Seconda annotazione: nelle materie ove vige una riserva di legge, non è possibile l’applicazione analogica: l’interprete non può quindi applicare la norma a fattispecie analoghe a quelle da essa disciplinate. In base a questo principio, non sarebbe possibile applicare alla psicoanalisi la normativa dettata per la psicologia o la psicoterapia. Ciò presuppone però che le due attività siano diverse.

Ma proprio qui sta il nodo del ragionamento della Cassazione, secondo cui, invece, “il metodo del colloquio” raffigura una forma di psicoterapia. In pratica, la psicanalisi sarebbe una forma di psicoterapia. I giudici non hanno quindi utilizzato l’interpretazione analogica vietata, bensì un’applicazione estensiva della fattispecie, che è invece consentita dall’ordinamento.

In altre parole, se io parlo con una persona di tematiche inerenti alla sua psiche, a prescindere dal metodo usato, “per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali”, svolgo un’attività di psicoterapia e quindi protetta.

La sentenza della Cassazione non fa stato, nel senso che gli altri giudici non sono obbligati ad attenervisi; tuttavia costituisce un precedente particolarmente attendibile.

Ulteriore considerazione: l’azione penale è stata portata avanti dal pubblico ministero, a tutela di interessi pubblici, e dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna, ovvero dalla corporazione antagonista. Non è stato il cliente a ritenersi leso nel suo diritto alla salute. Il che la dice lunga sugli interessi corporativi ed economici in gioco.

La soluzione per “salvare” la psicanalisi potrebbe essere quella di iniziare il lungo percorso per ottenere un proprio riconoscimento legislativo come professione protetta, diversa da quella di psicologo e psicoterapeuta. Ciò consentirebbe di salvarne l’autonomia, ma obbligherebbe chi la pratica a dotarsi di quella “patente”, di pirandelliana memoria, che forse gli stessi psicanalisti non desiderano affatto.


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11.05.2017