Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Autodeterminazione è forse il "sogno vecchio e moderno dell’autonomia del sé?"

Paola Zaretti
(11.09.2014)

Quando ci troviamo davanti a una contraddizione, a un vicolo cieco che è assolutamente impossibile aggirare, se non con una menzogna, allora sappiamo che in realtà è una porta. Bisogna fermarsi e bussare, bussare, bussare, instancabilmente, in uno spirito di attesa insistente e umile. L’umiltà è la virtù più essenziale nella ricerca della verità. (S. Weil, Q, IV)

JPEG - 18.9 Kb
Opera di Maria Micozzi

Eccoci ancora qui, per la terza e ultima Conversazione, prima dell’attesa pausa estiva, a parlare, questa volta, di Autodeterminazione, a bussare alla porta di una parola importante, molto cara al femminismo degli anni ’70 e allora utilizzata in diversi contesti, primo fra tutti quello della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, con cui veniva riconosciuto alla donna il diritto di decidere liberamente se diventare madre o meno. Veniva così sancito per la donna, un diritto esclusivo e al tempo stesso escludente nel senso che l’ascolto del parere dell’uomo non era obbligatorio ma poteva essere concesso, a sua discrezione, dalla donna stessa. Si trattava di una procedura che, nonostante non fosse stata appoggiata da molte donne sostenitrici delle depenalizzazione dell’aborto, trovava piena legittimazione e consenso nella stessa definizione del termine autodeterminazione cui era conforme:

Il diritto all‘autodeterminazione è il riconoscimento della capacità di scelta autonoma ed indipendente dell’individuo.

E’ possibile che il concetto di Autodeterminazione sia uno di quei concetti che rientra “nel sogno, vecchio e moderno, dell’autonomia del sé”? (Cavarero). E’ possibile che rappresenti e incarni, suo malgrado e forse a insaputa di tante che ne fanno uso, “le patologie egocentriche del soggetto moderno o dell’ontologia individualista che “scambia le relazione per indistinzione e la dipendenza per incorporazione”? (Cavarero)

Sono queste “patologie egocentriche” a preoccupare Cavarero che così le descrive in un dialogo con Butler di cui si consiglia, per chi non l’avesse fatto, la lettura integrale:
Le patologie egocentriche del soggetto moderno, o se vuoi, dell’ontologia individualista, mi preoccupano molto di più delle sue ansie nei confronti dell’altro in quanto luogo di contaminazione, disfacimento dissoluzione. Perché, dal punto di vista della filosofia occidentale, se ci pensi bene, c’è appunto una certa logica nella follia di questo “soggetto” che, dopo secoli spesi a celebrare la sua autonomia e autopoiesi non appena scopre la dipendenza, viene colto dal timore di sparire nell’altro. (Cavarero, Dal Dialogo con Butler su Condizione umana contro natura).

La categoria della dipendenza è dunque centrale “per un’etica della relazione” e la necessità di procedere alla decelebrazione della nozione di soggetto autonomo e autodeterminato è radicale. Parole come autodeterminazione, indipendenza, autonomia, sovranità di cui il femminismo ha fatto e continua a fare largo uso, hanno dunque una storia piuttosto lunga e complessa dalla quale non si può prescindere: esse sono, precisamente, gli assi su cui da sempre ruota, in ambito filosofico, il soggetto autarchico, egocentrico, autosufficiente e solipsistico riconducibile, per restare al gergo filosofico, a un’ontologia individuale. Sappiamo anche che le parole indicate alludono a un posizionamento soggettivo incompatibile con un’ontologia della relazione per dar conto della quale sono altri i termini cui dovremmo fare ricorso: vulnerabilità, dipendenza, inclinazione e altri ancora. Ci è noto, inoltre, che il primato di un’ontologia individualista e la “sovranità dell’io” che in tale primato eccelle a scapito della relazione, non è una peculiarità riservata al soggetto moderno ma è un tratto caratteristico della filosofia antica di stampo patriarcale inclusa quella platonica. Va ricordato, da ultimo, che la necessità di contrastare la “sovranità” dell’io, è ben presente e rilevante sia nel pensiero di due grandi donne, di Arendt quando scrive: “Ogni inclinazione ci spinge fuori dall’io”, e di Virginia Woolf quando ci ricorda che “all’ombra della parola “Io” ogni cosa diventa senza forma, come nebbia…”.

Ecco, pensiamo che tener conto di questa minima “cornice” di riferimento che ci viene dalla lettura dei testi di Cavarero – e dal debito da lei dichiarato nei confronti di Arendt -, dalla lettura di Butler - e dal debito a sua volta dichiarato nei riguardi di Cavarero in merito ai temi della vulnerabilità e della dipendenza e “alle implicazioni etiche” che essi comportano – sia preliminare all’avvio di qualsiasi Conversazione che abbia per oggetto il tema dell’autodeterminazione in cui una serie di interrogativi sul rapporto fra autodeterminazione e relazione e sulla loro compatibilità sono li ad attenderci sulla porta. A sollecitare un confronto, all’interno del femminismo, su questo tema – di cui ci siamo già peraltro occupate criticamente in alcuni saggi pubblicati tempo addietro nel blog Tabula rasa - è un articolo di Ida Dominijanni Il corpo è mio e non è mio, riguardante la diatriba femminil-femminista recentemente scatenatasi dopo la diffusione, in fase elettorale, della foto “scostumata” di Paola Bacchiddu in costume (Lista Tsipras). Si tratta di un articolo in cui il tema dell’autodeterminazione viene riproposto con forza e criticamente ripensato in rapporto alla prostituzione ed è prendendo spunto da questo articolo – e dalla definizione del termine autodeterminazione precedentemente indicata – che cercheremo di considerare distintamente ma congiuntamente invece che separatamente, il ruolo che l’autodeterminazione può svolgere in due differenti ambiti:

a) all’interno del dibattito femminista in materia d’aborto;

b) all’interno del dibattito femminista sulla prostituzione.

Si tratterà di capire, in altra parole, se la critica rivolta al concetto di autodeterminazione e la sua messa in questione, possa valere essere sostenuta solo riguardo alla prostituzione o se essa riguardi anche l’aborto. La necessità di circoscrive re il nostro campo di ricerca ad alcuni aspetti, ci ha dissuaso dall’approfondire, in questo contesto, il confronto su un aspetto – che pure riteniamo importante – relativo alla prostituzione, al suo essere o non essere una delle tante istituzioni del colonialismo nonostante non si nutrano dubbi sul fatto che lo sia.

Entriamo subito in medias res, attraverso il recente dibattito sulla prostituzione apertosi all’interno del femminismo, chiedendoci, in primo luogo, se il diritto all’autodeterminazione – inteso come “riconoscimento della capacità di scelta “autonoma e indipendente” – includa, in nome della difesa del principio di libertà, il diritto di una donna a prostituirsi. Va da sé che in caso di risposta affermativa, avrebbe ragione la filosofa e femminista Badinter nel rigettare le obiezioni delle femministe contrarie a una “rivoluzione sessuale” fondata sulla libertà di prostituirsi. Ciò che risulta dal dibattito, è che, come stiamo sostenendo da tempo, la parola autodeterminazione – rispondente e conforme al paradigma maschile di una sovranità individuale assoluta - è un termine che all’interno del femminismo fa problema. Ne abbiamo conferma scorrendo alcuni passaggi dell’articolo di Dominijanni sopra citato che pone la questione rifacendosi, non casualmente, a Vite precarie di Butler:

In ”Vite precarie”, un libro di ormai dieci anni fa, Judith Butler infranse il principio femminista della assoluta e intangibile sovranità individuale sul proprio corpo – ”il corpo è mio e lo gestisco io” – scrivendo che ”il corpo è mio e non è mio”, perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere. Affermazione tanto più rilevante in una pensatrice in cui, a torto o a ragione, si è voluto vedere il vessillo della possibilità individuale di scegliere liberamente perfino l’appartenenza a un sesso o a un altro. Ma si sa che a Butler è toccato lo strano destino di essere sbandierata finché sembrava una paladina dell’onnipotenza individuale e di esserlo molto meno da quando si è capito che non lo è affatto: cose che capitano ai pensieri complessi in tempi di alternative semplici semplici. Tipo quella fra ”femminismo moralista” e ”femminismo libertario” in cui la semplicità dilagante, la chiamo così per essere gentile, ha deciso di gettarci.

Se noi o alcune di noi saremo/saranno gettate, dopo questa Conversazione, nel mucchio delle “moraliste” o delle “libertarie”, non è rilevante. Ci sembra più importante, invece, evitare quella “semplicità dilagante” alla quale Dominijanni giustamente non indulge, per contribuire, per quanto possibile, all’approfondimento del nesso che emerge in questo brano fra i due posizionamenti soggettivi indicati – che fanno rispettivamente capo a un modello autarchico e individualista (ontologia individuale) e a un modello relazionale (ontologia relazionale) – e all’importanza di tale nesso in rapporto al concetto di autodeterminazione. E poiché ad essere chiamata in causa a sostegno del modello relazionale, è Butler, vale la pena aggiungere quanto da lei stessa precisato in proposito:

Non si tratta semplicemente di proporre una visione relazionale al posto di una visione autonoma del sé, cercando di riscrivere l’autonomia in termini di relazionalità (J. Butler, Vite precarie)
Non si tratta, dunque – aggiunge Cavarero – commentando Butler – di un “innesto” ovvero:

di correggere l’ontologia individualista innestandovi la categoria di relazione. Si tratta invece di pensare la relazione stessa come originaria e costitutiva ovvero come una dimensione essenziale dell’umano che, lungi dal mettere semplicemente in rapporto individui liberi e autonomi l’un con l’altro (…) chiama in causa il nostro essere creature vulnerabili (…). (Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine)

L’irriducibilità della categoria della dipendenza legata a una vulnerabilità che non opera solo nell’infanzia “ma sempre e ogni volta di nuovo” viene qui riaffermata con forza. Sempre in merito al ruolo dell’autodeterminazione nella prostituzione e al rischio segnalato da Dominijanni che ne deriverebbe, – la “completa sussunzione della libertà femminile nella libertà di mercato” – leggiamo un altro passaggio in cui, proprio a questo proposito, l’autrice si domanda:

È questo che vogliamo? E se sì, è lecito usare a questo fine l’antica bandiera femminista dell’autodeterminazione? ”Il corpo è mio e lo gestisco io”, slogan inventato quarant’anni fa per esprimere la volontà di riappropriarsi del corpo femminile sequestrato dal patriarcato, può servire oggi a legittimarne spensieratamente la prostituzione nel post-patriarcato? L’idea della sovranità assoluta sul nostro corpo, tipica della baldanza del primo femminismo, non dovrebbe cedere il passo a una concezione più matura del soggetto non-sovrano, come ci invita a fare Butler?

Per gentile concessione di “Tabula rasa. Il femminismo ritrova la strada”
Il sito: http://femminismoinstrada.altervista.org
La pagina fb: https://www.facebook.com/pages/TABULA-RASA-Il-femminismo-ritrova-la-sua-strada/1437161409847702?fref=nf


Gli altri articoli della rubrica Società :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 |

19.05.2017