Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Il Contemporaneo da evitare. Avvertenze e precauzioni

PROTREPTICO di Melone Amaro ai non addetti ai lavori

Roberto Panichi
(9.09.2014)

A Francesco Bandini

L’arte, a partire dal secondo dopoguerra, ha subito un brusco non del tutto imprevisto sommovimento che era stato peraltro preconizzato dai profeti dell’irrazionale e del gesto
apodittico, Tristan Tzara, Marcel Duchamp, Kasimir Malevic e Filippo Tommaso Marinetti a esemplificare. Erano però a ben vedere coups de théâtre che mostravano il pugno e lo sberleffo ma che nel profondo mantenevano una motivazione anche giustificabile, quella di smuovere la palude, gli equilibri ideologici congelati e le certezze fasulle, il beato bovino acquetarsi nel déja vu e nell’ossequio supino, non dialettico e antifonico, al Rinascimento. Quel che irrompe sulla scena europea e americana dagli anni Cinquanta del Novecento - perché è di questa stagione che si parla, l’attuale essendone una continuazione e una copia - è il rovesciamento dell’estetica, di ogni estetica anche di quella avanguardista. In pieno empito corrosivo e nella deflagrazione degli estremismi Armando Plebe faceva uscire nel 1965 Processo all’estetica (La Nuova Italia Editrice, Firenze) che intendeva fornire orientamenti sullo sfacelo in corso con un’ampia ragionata panoramica della movimentazione in corso sui versanti della teorizzazione e della trenodia, la fine di rendite illustri e la notomia del passato.

JPEG - 52.2 Kb
Roberto Panichi, "Omaggio a Garcia Lorca", 1996, pittura murale su tela, cm 60x70

L’idea che le arti fossero materia e colore (cioè materia pittorica) correlate a un in-sé e quindi a una virtù significativa intrinseca, fu accantonata, i nuovi parametri hanno fatto tabula rasa di qualsiasi coerenza interna, a designare il rapporto dell’artista col suo tempo ma anche col passato e quindi vincolato all’osservanza di un rispetto antico, deontologico primamente, che postulava l’intima coscienza di servire l’arte o il suo fantasma,arte come dedizione e fedeltà alle sue certificate prerogative nei millenni, in Occidente come in Oriente, dovendo esprimere, in un linguaggio suo proprio un’emozione partecipativa (estetica), cioè alla portata non di tutti ma di persone sensibili e acculturate. Cosa invece è successo? Arte, nella cifrematica, per usare un termine verdiglionesco, contemporanea, include - anche con l’imprimatur dei dotti, critici, scrittori, cattedratici, l’arroganza dell’esclusiva dato che nel milieu internazionale non si lascia spazio a determinazioni diversamente intonate - due ingredienti inediti (ma tutto è relativo), la preminenza economica, che giustifica qualsiasi tentazione e aberrazione, e la falsità mediatica cioè l’impostura per cui la trovata, la più banale e trita, e il gesto o il sottinteso ideologico eversivo si dà a intendere siano di per sé l’arte, arte contemporanea, che relega a spazzatura il fondamento razionale e il raccordo con la storia e assume quali interlocutori le lobby mercantili e museali che hanno conquistato credibilità ufficiale. Praticamente il mondo occidentale con propaggini in Cina e in Giappone. Questo genere di arte non è di individui che si pensano e si rappresentano in piena autonomia e coscienza, nell’intenzione di comunicare il proprio assunto e richiamare su di esso l’assenso più largo possibile e criticamente motivato.

I nuovi ’maestri’ così assunti nell’ideologia del mercato globale, hanno un vademecum unilaterale, industriale dicesi, produrre per un profitto esorbitante, pianificato e strumentato dalla felice simbiosi di mercato/vendita e cultura all’insegna della flessibilità totale e della rottura di qualsiasi argine, arte mercuriale dunque. Allora è evidente che scendere nell’agone artistico prevede poco i meriti, non nel fare certificato, e molto le relazioni e le correlazioni, l’intelligenza e il calcolo, l’intrigo e la spregiudicata attitudine a sostenere qualsivoglia novità o data per tale che non sia brevettata nelle storie patrie o non patrie. Attuali i fulmini dechirichiani. È vero, l’uomo parlava anche pro domo sua, ma le frecce che aveva nella faretra e l’armamentario dialettico che sfoderava erano attendebili, pure e disinteressate esternazioni perché si poneva dall’alto della gloria mondiale conseguita. C’era la debolezza dell’unicità del parametro adottato, il suo, ma anche oggettivi riscontri, la pecorina sudditanza a mode pseudointellettualistiche, la svendita degli esemplari e degli antenati sull’altare della precarietà e della nouvelle vague.

Oggi, l’accettazione di una scala di valori che non è la nostra, italiana ed europea, americana invece. Al fare di un individuo acculturato e nel pieno possesso della propria integrità si è sostituito, col viatico d’Oltreoceano, l’uomo sandwich,un burattino tuttofare permeabile e docile proiettato sugli schermi delle grandi democrazie, di retaggio e di conversione, che nel rappresentarsi sparge liquami su tutto, dal momento che qualunque bruttura, cacofonia, coprofilia cioè a dire coprofagia, coprolalia e stitichezza ovvero, per stare nel lemmatico seriale, coprostàsi, si promuove a arte suprema - contemporanea - perché ha il coraggio leonino di rompere, di mettersi, a nessun rischio e a costi zero, sulla via inedita di turpitudini e banalità categorizzate con la compiacente asseverazione di sofisti e linguaioli esperti di maneggi e leccate. Noi Italiani, di vetuste più che millenarie tradizioni, abbiamo ripudiato la scrittura, la filosofia, l’idea stessa di arte che le civiltà successive presero a modello - l’Ottocento francese è derivativo, l’età di Rubens, di Velazquez, di Vermeer aveva ancora come corrispettivi Bernini, Caravaggio, G.B.Tiepolo – poi abbiamo assunto il manuale pronto per l’uso di chi non aveva un passato in cui formarsi e non avendo il tempo per aspettare di farsene uno a propria immagine e somiglianza, per costituirsi un’originalità e un nuovo vanto, ha azzerato tutto e si è insignorito di una gloria fittizia creata dal nulla. Gli ascendenti che ci rendevano credibili nel concerto internazionale declassati a memoria storica, spezzato il filo della continuità, da maestri a buon rendere, a epigoni tristi e stupidi dell’insolenza, del cinismo ipereconomico, della inonesta, pervicace volontà di fottere per trarne profitti e prestigio fedifrago.

Non è questione di egotismi, anche se sacrosanti quando gli antagonisti sono étoiles, disinibiti avventurieri spregiatori, nel ridurre alle proprie voglie, di galatei uranici e terreni. La grande puttana, questa Italia che si plasma sul potere e sui soldi per conventicole di banchieri e finanzieri, sollecita allo schiaffo e al dileggio, la coscienza di un’etica professionale smarrita. Deformo quindi esco dal seminato per proclamare il diritto inalienabile alla grandezza. Per De Chirico, dall’alto dello scranno che il genio e la fortuna gli avevano assegnato, a parte l’autobiografia, testimoni delle sue allergie per il modernismo, a partire particolarmente dagli anni Cinquanta, non a caso, sono i numerosi frequenti pronunciamenti contro i catecumeni e i professi del nuovo catechismo per analfabeti e circensi raccattati nelle banlieues e nelle fogne urbane lasveghiane, i Dokumenta di Kassel, le Biennali svendute e infiltrate, il Pompidou e gli altri contenitori della follia, il cupio dissolvi dell’Occidente e l’idolatria del denaro. Il "virus modernista" si rivelava, in fondo, di matrice borghese, sanciva la rivolta della mediocrità e del numero, arte di quantità, contro l’aristocrazia del pensiero e della qualità. Nell’omologazione c’è la sconfitta della sapienza e del buon senso stesso. Il metafisico Apollo scriveva di "70 anni di progressivo crollo per l’arte"("Candido", Milano 24-7-1960) e additava "il servilismo in Italia nei confronti della pseudopittura francese"(Ib. 2 ottobre). Era evidentemente parziale ed era monocolo. Giove tonante imprecava contro l’arte "modernista" (Ib. 6 novembre) e la "scemenza mondiale ed esterofilia italiana"(Ib. 26 febbraio) infilzando le "grottesche menzogne di TIME"(Ib. 9 aprile) ora raddrizzando il tiro ma non fermandosi alla eziologia. Dagli improperi incarogniti di Dante e dalle sviolinate umanistiche del Petrarca nulla era cambiato. A questo punto esemplifico a partire dai tronchi e tronchetti bucati esposti su tralicci a quisa di caprette, dagli alberelli rinsecchiti e smilzi, dalle rame scheggiate ready made di Giuseppe Penone, tutta roba di raccatto esposta in pompa magna al Forte Belvedere e nel giardino di Boboli (2014) per il divertimento di turisti e bambini, un’arte, dicono i ciceroni, da integrare al paesaggio fiorentino con vista sulla cupola del Brunelleschi. La letteratura sceveranda potrebbe limitarsi a qualche campione di fede modernista, il compianto Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva, Antonio Del Guercio, aggiungerei, e lo dico con la massima considerazione, Giulio Carlo Argan e Carlo Ludovico Ragghianti.

Scendendo al trito e non stando in queste altezze, elasticità ’superbe’, tentacolare, sottile, sofistica, di un retorico sublime nel rovesciare la verità induttiva più evidente e nel sollevare al soglio della Storia, non cronache d’annata e storiografia ad usum Delphini, il non-sense di allegri burloni, l’intemperanza di principio, il nulla (alla lettera), lo scarabocchio purché d’autore, performance demenziali - tra i corifei di questo genere già di corte e di piazza, Joseph Beuys -, la fotografia col trucco. Riconosco che gli Italiani mantengono talora un mix di superfluità decorosa che sa d’antico (Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci,1967). In questi processi di beatificazione sono ricorrenti le luci al neon, gratificate di titolazioni suggestive, misteriose in cui ci possono stare il nominalismo puro e il fenomenico in riduzione tascabile (Bruce Neuman, My last name exagerated fourteen times vertically pale neon tubing, 1967), magari un nodo gordiano senza titolo (1967). I materiali di magazzino sono una fonte d’ispirazione, non costano fatica né danaro, son belli e pronti per il battesimo e la firma funge da autentica (Robert Morris, Felt piece n.2,1973). Luciano Fabro mette in posa tre uova ciclopiche, Il giudizio di Paride,1979, o evoca lugubri ingombri con stracci su una barella (Lo spirato,1973). Un antesignano di Penone, azzardo, è Carl Andre un ’legnista’ che già era uso allineare pali sagomati della medesima altezza (Schilch, Fallen timbers and Manet, 1980). Mario Ceroli, che manipola legno da imballaggio per impianti e forme rinascimentali, risulta a paragone un classico sui generis con intrusioni scenografiche da paese dei balocchi. Il ’piatto’ (da encefalografia piatta) grasso e incondito deve far breccia sui sofistici elucubratori del gusto sempre in attesa di novità sul mercato. Robert Smithson, Eight part piece,1969: l’artista accovacciato in un angolo di stanza contempla pensoso quadrati di non-si-sa-cosa su cui ci sono, nei punti di sutura, mucchietti di detriti e altre consimili invenzioni abbelliscono interni ed esterni. L’idea, sembra capire, è quella del cumolo o cumoletto variato e sfilato in più modi. Gli esempi sono molti e perspicui nel trasmettere un senso di vuoto e di assenza dell’umano o di una reazione émouvante, parla l’oggetto, come la sedia nella penombra in un angolo spoglio (Vito Acconci, Installation,1973, Reception room,1971), lui disteso natiche in vista e gambe aperte che mi ricorda per assonanza il portiano Lament del Marchionn di gamb avert (I 284,n 65 in Carlo Porta, Le poesie, II, 1965, Feltrinelli v I).

L’assunzione prammatica dell’inglese dice tutta la perdita di qualsiasi vestigia di famiglia, la cultura primigenia, e l’assupinamento a una koinè espressiva mutuata per una diatesi insindacabile di magia in una sorta di jeu de préstige che pure ha un precedente nel geniale contestatore che mise sul trespolo l’orinatoio e il manubrio o la ruota di una bicicletta. Ma a quei tempi, i primi del Novecento, épater le bourgeois aveva un senso. Marcel Duchamp era il primo e come i dotti e gli addottorati sanno bene, da Plinio in poi, il primo cui si attribuisce una novità occupa sempre un posto di riguardo nei regesti e nei fasti dell’arte. Oggi con trovate di questo genere è come sfondare una porta aperta, son copie di autore. I maestri di questo serraglio inoltre abbondano di motti, didascalie e sentenze epesegetiche strampalate che, proprio in quanto tali, colpiscono l’inconscio e il conscio di riflesso, suscitano ammutolimento nei più (che significherà, quali sovrastrutture va a toccare) e sottili elucubrazioni nei saputi che difatti, giocare sulle parole e scovare le più astruse relazioni, è preogativa loro dai sofisti in poi, specialmente se ben remunerati e dietro un tavolo ad allocuzionare platee bendisposte, usi a sciogliere la lingua disinvoltamente. È un’arte anche questa, imbonitoria e dolcificata, che apre vasti orizzonti e un mondo di affari e si aggiunge all’altra in sintonia, vanno al diapason e perseguono la liberazione finale, dal passato ingombrante e dai moralisti. Un orgasmo di piacere, lui che dice e quello che fa sono conformi, parlano lo stesso linguaggio e quello che fa non s’immaginava nemmeno di essere arrivato a sì recondite armonie e profondità di dettato. Daniel Buren prospetta interni che sono come di freddo laboratorio, pannelli su bianche pareti intercalate con segmenti neri e rossi, quadratini e segni (In situ), l’atmosfera dà anche sul verde chiaro per cui l’allogazione pende ancora al clinico, significar per verba non si poria, suppliscono posature stereotipe. E infatti questi intellettuali non si distinguono, sposano la stessa somatica, la stessa semantica per inculcare il vuoto esistenziale, l’essere e il niente, l’omologazione di massa dove nessuno esce dal branco e vige la legge della catena, dove va uno van tutti, la polifonia vieta l’assolo e il melodico, il contrappunto appunto non il contropiede. Si tratta di una bolgia di esemplificatori che all’infuori di dotti e accademici engagés nessuno conosce. Arduo pensare che mettendo su un pannello una scorza d’albero uno possa passare alla storia (Richard Tuttles,1981, acquarellista e minimalista).

Il caso degli inglesi Gilbert & George è emblematico, l’arte che sputtanano è quella di due umoristi che farebbero la loro figura in un cabaret o in un avanspettacolo d’altri tempi. Assumono pose antifoniche vulgo dette statiche che proprio perché insulse, da manicomio, rappresentano un mondo come loro lo vedono, di statuine e di idioti, che sarebbero i comuni, anonimi mortali che girano affannati nella city. La casistica abbonda, anzi straborda per cui addurre esempi sarebbe tautologia pura, guarda e passa. Altra proprietà del ’contempo’ di questa fatta è la parsimonia estrema o per meglio dire totale assenza di mezzi espressivi in proprio per cui il ciarpame metropolitano ne offre campionature straripanti, vedi One and three brooms di Joseph Kossuth, semplici scope assunte in un’iconòstasi casalinga, appunto, il casereccio su cui si sofferma. Altra proprietà del contemporaneo (il contempo), la tendenza in genere a non precisare tecniche e procedimenti o materiali per cui il visitatore a distanza (il lettore) lo si lascia all’oscuro di aspetti non insignificanti e deve divinare se trattasi di una fotografia o arrangiamenti e manipolazioni varie, top secret. Si pensa che tali dati, il cosa e il come, siano accidentali e ininfluenti a chiarire il messaggio, che di questo si tratta, l’opera/manufatto sostituita con un orpello caricato di segnali interpretabili ad libitum, la plastica onesta evidenza gabellata con ambiguità delfiche che inducano il collezionista a spremere le proprie meningi e quindi a implementare il valore. Anche una foto, un’istantanea, davanti al Restaurant Chez George dove si vede una macchina parcheggiata e persone che transitano per i fatti loro è storicizzata e per una transustanziazione d’artista musealizzata. Tele o pannelli di bianco candido o bigio o stesure monocrome su superfici anomali, per dire inconsuete, ci portano ai parti di Robert Barry di New York (ma non lui solo), il minimalismo, che è nulla, esprime l’universo che in quanto enigmatico e fluido è nulla. Jan Wilson e un Achille Bonito Oliva ancora baffuto e verde siedono dietro una specie di banchino asettico per trovatelli e allocuzionano invisibili spettatori. Jan appare con la testa china e medita, non è chiaro se documento o arte dato che il confine tra questi contenitori permane sovente non dichiarato, il reale e la sua assunzione noetica estetica. Giulio Paolini con fare modesto prende di mira un autoritratto di Nicolas Poussin e con qualche scarabocchio di sua mano se l’appropria ovvero lo mette nel suo immaginario per ritrasmetterlo a sua volta al fruitore (come si dice), "chi ne gode" è locuzione ormai d’uso, di specialisti e meno quotati (ripetitori). Il maestro di seconda mano sollecita a entrare nelle ragioni segrete che lo possano aver indotto al trapianto o innesto iconografico, mettere in cornice (1968) un quadro ipernoto (Louvre), oppure si fa fotografare di spalle nell’atto di mettere dei puntini (?) su una candida superficie, la titolazione è cervellotica e allusiva: Vedo (la decifrazione del mio campo visivo) 1969.

E di altre suggestioni tirate al risparmio si potrebbe dire. Arrigo Boetti è l’arazziere, tappezziere e cartografo del moderno insieme a un talento per certi versi affinie, Capogrossi, folgorato, quest’ultimo, sulla via dell’astrattismo, già pittore tonalista alla romana con Scipione e Mafai, negli anni topici in cui queste conversioni erano all’ordine del giorno. L’iterazione ossessiva è la cifra, quasi a conculcare un’oscura crittografia di cui solo l’arteficie possiede la chiave (Faccino,1977, Le quattro operazioni,1981). I pannelli bianchi disposti come quinte sono un richiamo per i cultori dell’Arte Povera e del minimo sforzo, la filosofia sembra quella del rasoio di Occam, che taglia penne e congetture che non siano nell’economia appunto minimale, fare l’arte col niente, in controtendenza coi virtuosismi e faticose/geniali costruzioni dei maîtres d’autre fois: Niel Toroni si diletta di buchi seriali a forma di S (esse lunga), il solito fondale, una parete conclusa da un arco a tutto tondo, Mostra: pretesto a forme, impronte di pennello n.50 ripetute a intervalli regolari (30 cm), particolare, 1979. L’italogreco, dopo il Foscolo e i De Chirico, Jannis Kounellis è stato promosso tra i maestri di risonanza mondiale, il perché è presto detto, Kounellis mette al maneggio una torma cavallina in galleria e l’effetto di straniamento è sicuro (L’Attico, Roma,14 gennaio 1969); il Senza titolo (1971) è una foto di rispecchiamenti alla Vermeer. Si vede lui, presumo, seduto chino a rimirare una borsa o qualcosa di simile e al di là di un pilastro, arretrato, una donna e mezzo, la seconda è seminascosta, quindi uno specchio, ecco il colpo maestro (Giorgione?) rimanda in distanza l’astante, il lui di prima,s econdo naturalmente un’altra prospettiva (1971). Qui il trucco è nel giuoco delle epifanie e degli abbinamenti più insipidi, un cavallo con della legna (1967) o una serie di numeri, trattini, freccette, segni + in libertà (1962). L’affastellamento di oggetti, pacchi di giornali in bell’ordine, pronti per la distribuzione è l’installazione di Mario Merz, La natura è l’arte del numero (1976), un artista che pure esibisce una pittura che sembra concreta e nel moderno ci potrebbe anche stare, ma l’abito non fa il monaco (1983). Gli accumoli, anche caotici, sono nella vena di questo autore, 9 novembre 1981, Tavoli e fascine (1975). Dopo Terry Fox, Azione per un bacile 21 novembre 1972, e Azione per un bacile, altra versione, imbattersi in un Vettor Pisani è come ritrovare, a primo acchito, la pittura. A guardar più attentamente si tratta di un mixage, Boecklin + esprit décadent, donna leopardo e un efebo abbindolato, Edipo e la Sfinge davanti all’Isola delle Vergini 1981. Siamo ancora all’istallazione, che sembra essere la scoperta più promettente per i nuovi Giasoni e Ulissidi alla ricerca di un mondo ignoto che si fingono a loro uso e consumo gratificando misteriosofi e mistagoghi o anche semplici cultori di enigmistica. I misteri dechirichiani e carraini sono gli antecedenti, la differenza è che questi erano proposti nella veste di una pittura non transeunte. I Transavanguardisti a paragone risultano dei classici, dipingono con una quantità di barattoli assortiti e pennelli, si sporcano le mani e stanno nel novero dei pittori (Sandro Chia, Enzo Cucchi, quest’ultimo con eccessi disinvolti, arrangiamenti, combinazioni e sistemazioni incondite sui pavimenti o alle pareti di tele arruffate e oggetti: Grande disegno della terra,1983; I giorni devono essere stesi per la terra; Disegni vivono nella paura della Terra,1983. L’intonazone oracolare, profetica è un risuonar di bronzi a vuoto che lascia echi percepibili in anime inquiete quanto suggestionabili.

Francesco Clemente si diverte, si capisce; oggi, in su cogli anni, l’ha baciato la fama. L’impressione è che continui a tirar il can per l’aia, l’effetto New York funziona e lui ci sta dentro fino al collo, ogni tanto serve al suo estro, ma non è detto. Il ’contempo’ sta nel racconto e nella cronaca edulcorata, siamo nella transizione e presente è movimento e consolidamento, un cemento a pronta presa che vuole maneggiamenti tempestivi, perciò i rimpalli tra Parigi e l’Europa, i Futuristi non a caso vanno a Parigi per presentare il manifesto e farci un’esposizione coll’intenzione di scardinare il culto dei Maestri. Parigi agli inizi del secolo scorso era il centro di tutti gli sperimenti e delle grandi utopie tra cui quella di tradurre in arte statica, museale per i benpensanti, l’intenzionalità, il desiderio depurato del sacrificio e l’autoincensazione più folle per varcare la soglia, motu proprio, del panthéon. Dopo il 1945/50 la staffetta passa a New York, melting pot dove contraddizioni e anoressie toccano il diapason, un letamaio e un verminaio da cui sbocciano per incanto artisti e scrittori di genio. Non ci sono alternative, la soggettività più sfrenata detta legge, quod cupio est, e quanti passano il guado e si soffermano a considerare, i mediatori, non hanno fortuna. Tutte le ibridazioni sono lecite e trovano spazio, gli innesti ci sono ma non si vedono, cose antiche o vecchie si riciclano per gli ultimi ritrovamenti, slittamenti e colpi d’ala ostentanto idiomatismi del sermo vulgaris, la voglia di smarcarsi nel branco è viscerale. In un contesto affannato, corsivo, l’arte si giuoca tutta, ed è un ossimoro stridemte, sull’alterità rispetto alla Doxa, l’opinio communis, mettendo in atto una vulgata emendata in grado di fregiarsi dell’imprimatur ideologico, il numero ne è l’obiettivo, la quantità misura il favore. Antitesi del messaggio intellettuale esoterico alla visione tradita della Forma che è riconosciuta ma desautorata come lo è di ogni fondamento estetico basato sulla dualità oggetto/soggetto. Non essendoci la sintesi c’è prevalenza dell’uno o dell’altro. Latitante l’impegno etico, surroga l’assenza. Quel che resta è l’aspirazione di volersi vedere nel continuum dell’attimo con le stigmate del predestinato. Inquietudine, precarietà esistenziale danno luogo, per compensazione, a una mitografia in cui credenti e investitori si ritrovano fianco a fianco. I sussulti e gli scarti del ’contempo’ generano mostri dove capita pure che una stagione inferale produca fiori postremi come i Tableaux di Nicolas De Staël e gli spazi formali continuano in compiute parabole (Alberto Giacometti, Balthus Klossowskji, Francis Bacon, Wols), mentre il pianificatore par excellance è Alberto Burri, materico, piromane e tessitore di formulari che a loro modo ricostruiscono la spaziatura con verificata regia.

I codici sembrano proporre un mondo geologico in decomposizione, a volte una spazzatura maleodorante (Karel Appel, Wilhelm De Kooning, Jackson Pollock, autore quest’ultimo di verminose superfici bioelettriche che una mostra fiorentina recente (2014) ha affiancato, di struscio e per oculati avvertimenti, al Buonarroti in nome di un creativismo convulso non è chiaro come desunto. Sia pure mutatis mutandis, manca la referenza dell’unicità che laureò il genio di Caprese in un secolo di geni. Il ricorso al grado zero delle risorse linguistiche vede in primo piano gli Statunitensi ma si può dire che tra le due sponde si giuochi di rimessa, circola una koiné indistinta essendo le culture nazionali centrifugate ed estromesse dal giro internazionale d’affari. I conati sussultori distruttivi sono la cifra, a parole, di una certa proclività rivoluzionaria (Emilio Vedova, Yves Klein, Robert Rauschemberg, Tancredi). Cultori dell’orripilante che registrano come encefalogrammi piatti trasudanti ovvietà se non sazietà, Jasper Johns, pittore di bandiere a stelle e strisce, un patriottico richiamo a visitatori e collezionisti come se non bastasse e avanzasse l’inflazione di vessilli e drappi che la nazione guida offre quotidianamente in canali mediatici di ogni tipo. Andy Wahrol è il più prolifico arrangiatore dell’American Way,la sua Factory sfornava a ritmo impressionante serigrafie e fotografie ritoccate, truccate e poi riciclate in oleato stile industriale, policromie iterate con effetto di statico decoro che fanno pensare a teleri,come i crash automobilistici o l’Ultima Cena di Leonardo, i ritratti retouché di Mao, Marilyn Monroe e tanti altri personaggi della scena mondialie. La variatio genera sazietà o è diluita, giochetti all’uncinetto o al traforo d’autore (Jim Dine, James Rosenquist). Pittori pittori nel deserto del modernismo vincente Ron B. Kitaj e David Hochney col quale qualche correlazione potrebbe avere Clemente. Mimmo Rotella calabro di diritto sta nel melting pot, erede dei Futuristi per le recitazioni foniche, non-sense, e l’istrionismo fervido, il gesto (lo strappo) tradotto in estetica evidenza gli danno l’accesso al riconoscimento mondiale.

In Italia si perpetuano i riti festivi della goliardia transalpina. Mario Schifano è pirotecnico manipolatore di schemi e della pennellata tranchant come dei formati sesquipedali. Tano Festa a paragone rappresenta un dorico severo della forma e per gli accostamenti cromatici non senza inserzioni divaganti. Domenico Gnoli è un maestro sartore, fa camicie e colletti, specialista in confezioni per uomo, mentre un estensore dello scarabocchio e della gesticolazione anarcoide è Cy Twombly, cui accosto, pur diversissimo, altro scarabocchiatore di fama, Basquiat. All’opposto il coloratissimo Piero Dorazio che confeziona coperte di gusto sardo pastorale semplice, mentre complicati ghirigori iconografici firma Arrigo Boetti, ben noto tessitore di arazzi e carte geografiche a caro prezzo. Fa incursioni nel sacro, che riduce a santini o a ex-voto Salvo nei suoi momenti di mistico rapimento mentre, quando non si denuda (ai suoi bei tempi) a mostrare il pendaglio fatale, Ontani si raffigura, cioè si fa fotografare, come un Cesare con bastone di comando e corona aurea laurina. Mimmo Paladino, anche lui della covata transavanguardista, padre spirituale A.B.Oliva, come gli amici del gruppo pende al surreale e al chi mai l’avrebbe detto, mescolando, com’è nel genio del padre fondatore, i giudei coi samaritani sempre facendo emergere, però, l’idea iconografica. Sebastien Matta Echaurren, nato cileno, dipinge da surrealista dadaista passando poi per altre esperienze che recuperano in parte forme contorte e bruciate, risucchiate dalla sofferenza e a retaggio di un delibare frenetico, anche nella Parigi del dopoguerra, riesumando forme figurali antropomorfiche. Antoni Tàpies di Barcellona si bea di materismi anche preziosi che galleggiano nell’informale e appaiono segnati di graffiti e altri ghiribizzi di sua invenzione, uso anche a imbrattare tele immense stese sul pavimento con scopate di nero vibrate alla brava dove può darsi ci sia l’eco di pratiche zen, da appurare con debiti studi e collazioni in loco.

Come i suddetti mattatori, Lucio Fontana s’introna tra i multiversi politropi inventori del secolo loro, la sua gloria le tele dai tagli vaginali con caste lavature anche mestruali e l’assiepamento di puntini a significare concetti spaziali di una fisica celeste immaginaria per cui gli hanno conferito l’aureola di cosmonauta o argonauta. Max Ernst e Magritte insieme a Dalí sono i paladini del surreale minotauresco in esiti tecnicamente a canone, mai sgangherati o scomposti, sempre invece, per la "manifattura", composti, irreprensibili direi,l a forma è vieille époque e i concetti svolazzano in libertà creando scenari edenici. Un macchinario impacchettato e consimili ferramenta e ferrigni ritrovati con la collaborazione di demolitori e sfasciacarrozze l’idea vincente del gallofiorentino Cesare Baldaccini, così lontano dall’omonimo pittore surrealista, anche lui fiorentino,Umberto che negli anni ottanta dipingeva con garbo interni teatrali e altre fantasie gentili e spiritose.

L’estrosità nel maneggiare saldatori e ferraglie è il prometeico pronostico di ciò che sarà tra breve il mondo, per dire cose di sua bestialità nunzie e pronostiche e che, in gara con l’officina di Vulcano fochista d’altri miti, la testa ripiena di vapori sulfurei, a intermittenza emette fumi e ceneri sui sommovimenti che scuotono le società. Compattare materiali di recupero è diventata una moda e si declina in modi molteplici,costosi ed economici a un tempo. Le risultanze sono assemblaggi mostruosi, arcolai inferali da parchi dell’orrore e marcite di squallide paludi. Altra entelechia è quella di prelevare e ordinare a caso oggetti, arnesi comuni e metterli in posa, piatti con resti cibari e portaceneri pieni di cicche che è un’arte demiurgica poverella, direi francescana, anche un bambino ne è capace: John Cage e Daniel Spœrri, La poubelle n’est pas d’Arman, Galleria Schwarz, Milano.Tra gli assemblatori di aggeggi vari Jean Tinguely, uso a imbastire tralicci e ferri in guise varie che evocano talora le ossature che si preparavano per abbozzare un modello. Nella genia degli arzigogolatori e fabbri per diporto può stare Arman noto alle cronache d’arte per scaricare le sue rabbie su oggetti e innocenti strumenti musicali fidando nella rottura e nelle tragiche deformazioni che ne derivano par hazard, ne La colère monte a farne le spese è un’ammucchiata di sveglie obsolete che segnano l’ora, l’ultima.

Altra trovata goliardica è l’impacchettatura persino di grandi strutture architettoniche ma non mancano interventi su planizie e altri esemplari di misure meno frastornanti (Christo alias Javacheff di natali bulgaro) per cui l’imballatore ha un posto autorevole nella cosiddetta Land Art che ha il suo terreno di cultura in America, Valley Curtain,1971, Aspen Colorado. Enrico Baj è un rottamatore nostrano, dissacratore e antimilitarista, ha pasticciato nel compitare le sue ironie innocue e casalinghe ricorrendo all’armamentario di uno scantinato, specchi rotti, passamanerie, medaglie, frammenti metallici, conchiglie e via dicendo, un rigattiere di talento firmatario con altri campioni del moderno, Dova e Crippa, D’Angelo, del manifesto nucleare tanto per stare dietro ai tempi; fossero vissuti nel Quattrocento, è probabile avrebbero sottoscritto quello su gli antichi redivivi, ciceroniani e virgiliani di ferro. Baj, e chiudo, fu ibridatore di mascheroni sudamericani vecchia maniera (Maja, Incas) e puttanate kitsch varie di spunti e di accenti. Su questa linea Fiona Leone, a Firenze, la ricordo piena di entusiasmo e gioia di vivere. Rotto ogni argine oggi navighiamo a vista tra maghi Merlini e Alcine, fumetti e fumettoni con una lacrima sul viso (Roy Lichtenstein)) e invenzioni a cascate si succedono tra peana e decodificazioni ermetiche a denudare una filosofia amara dell’esistente, castrante e claustrofobica con punte non meno di agorafobia. Carla Accardi e Piero Dorazio li conserta sistematicamente Antonio Del Guercio riconoscendo loro autonomia e persino un astrattismo per alcuni versi in anticipo su quello statunitense.

Alex Calder è studioso di musicali tintinnii, di filamenti e ministrutture o arcolai giganti. Evocano movimentazione e staticità, i mobiles e stabiles, cui pervenne negli anni 20/30, intelligente protagonista in quella accolta di artisti e scrittori che facevano la spola tra New York e Parigi nell’interregno tra le due guerre. Geni petrosi sono Pietro Cascella e i due Pomodoro, Gio e Arnaldo, quest’ultimo inventore di palle bronzee con striature, segni, cunei, lettere, caratteri runici di un alfabeto di cui lui solo conosce la chiave, ma anche le ’seppie’ e intrusioni scenografiche lo predicano tra i maestri cantori del Novecento. Ora salto a piè pari, si capisce che delibo a capriccio, ché fermarsi sui paladini numerosi del ’contempo’, anche solo su esempi di effimera esaltazione e insulsa trivialità, che sono quelli più conturbanti o esilaranti, dipende, richiederebbe la pazienza e l’impegno di un recensore scienziato, asettico (per modo di dire) registratore di casi ed eventi pervenuti all’attenzione del mondo, il modo non conta. Sol Lewitt ha il gusto delle strutture funzionali, come il tavolo rovesciato bianco di Structure, dove giuoca sul clinico, il freddo di un laboratorio o obitorio. Tra i sistematori materici Pino Pascali: il mare (in una stanza), in una sua opera, sembra un dismesso paracadute con pieghettature regolari a simulare le onde (1977) e si trova al Boyman Museum di Rotterdam. Ernest Pignon sta al pittorico e nel Pasolini a Certaldo (1980) santifica lo scrittore in una tela, appesa al muro, in cui lo rappresenta come un martire, nudo, appeso per i piedi e le braccia abbandonate inerti. Pierre Klossowskij, frère del Balthus più incensato nel museo pittorico, oltre che di lettere si dilettava di vagheggiamenti figurali che, a occhio e croce, fanno venire in mente (o tempora,o mores) quelli di Savinio e altri amateurs di struggimenti quintessenziali e surreali, non De Chirico Giorgio che faceva una pittura di lusso al di là delle intenzioni letterarie filosofiche. Pierre invece stava al letterato di gusto, quella la sua misura: Sade écoutant sa Juliette lire "Les prosperités du vice",1972.

Il fondamento del contemporaneo è l’identità di arte e industria che se vogliamo non è idea fresca (Alois Riegl, Industria artistica tardoromana,1901-4, ma consapevole dei rapporti, problematici, arte-industria fu William Morris già nel secolo XIX) per cui l’arte si integra alla società moderna, ne fa risuonare le intemperanze e le tematiche. Se così è, le filosofie del secolo sono centrifugate e riciclate, il caso, l’hic et nunc (modo), e questa illazione è tanto più vera per la forte pregnanza pragmatica dove il successo è tutto. Il fattore generazionale allora potrebbe pesare ("Figure", A 3 N.7/1984 a cura di Filiberto Menna), per quanto legare conseguenzialmente categorie critiche allo scarto esistenziale è deviante e mistificatorio. L’eversione piuttosto è il continuum e il massimo comun denominatore che agglutina i linguaggi nelle eventualità modali, l’insurrezione più che dei giovani è degli esclusi. L’intrusione letteraria, di segno onirico surreale, caratterizza il sincretismo modale come in Giulio Turcato, Il deserto dei Tartari(o esplosione),1977, che è un calco per suggestione dell’omonimo romanzo di Dino Buzzati (1940). I ’cretti’, i ’sacchi’, le ’combustioni’ di Burri, a suo modo uno stilista, spazzano via la medietà ufficiale anteguerra. Ci sono pieghe anche ludiche, ma parlare di arte è una spoliazione come per la riduzione fenomenologica di Piero Manzoni (Batuffoli di cotone,1961; Linea,1959; Sculture viventi,1961). Succhiellare di buchi le tele o punteggiarle è topos ricorrente come le tele o i pannelli rigorosamente bianchi, asettici, gli epigoni di Fontana non si contano. Altro stilema la serialità e lo stile ’svedese’, il ’pop’ è una tentazione per molti per cui aggirarsi nei meandri della Grande Mela o sembrare un americano è la massima ambizione, dà facile accesso alla modernità, il biglietto d’ingresso nelle ammucchiate recensite da firme importanti è sicuro.

Mario Schifano, Particolare di propaganda,1962, dimezza le lettere ma si capisce bene l’insieme, va sul sicuro. Titolatria per enfants (non prodiges): Pino Pascali, La decapitazione della giraffa,1966; Mario Merz, I palazzi sono nostri la frutta no,1976, opera recensita pure in A.B. Oliva, Dialoghi di artisti, Electa 1984, p.258, con la variante La natura è l’arte del numero,1976. Il plotiniano Giulio Paolini ama identificarsi, ancora una volta, in un’icona di chiara fama dopo il Nicolas Poussin del Louvre, la simbiosi è col Giovane che guarda di Lorenzo Lotto, tavola agli Uffizi. L’invenzione è invisibile, sta solo nella giunta ’che guarda’ alquanto pleonastica. L’intellettualismo svitato è la molla, l’ancoraggio precario, come l’analogia col burbero galloromano, Poussin, anche lui engagé nel recupero, nel sogno a occhi aperti, dell’archeologia classica pronubo Pietro Bellori, interprete del mondo barocco nella capitale dei papi. L’accreditamento c’è per quanto stravolto da parte dell’interessato, esangue elucubratore di concettini come nel citato cavallo di battaglia Vedo (la decifrazione del mio spazio visivo),1969,che è l’incubazione di un’idea geometrica. L’assurdo e l’analogia producono vaniloqui di ventriloqui che si richiamano a vicenda, basta vedere Maschile femminile e androgino/incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp,1970. L’addentellato fagocitico è un sacchetto di plastica contenente carne macinata, come è la scritta torno torno l’involucro (1970). La donna nuda (in fotografia), è un assillo della fantasia di moderni e di antichi, solo che questi mediavano con l’arte, il richiamo della foresta era filtrato dal poetico, i moderni ci sguazzano e s’impiastrano di mestruo come di un balsamo alla violetta. Ancora Pino Pascali, La Maria allo scorrevole (elevazione della Vergine),1972.

Un egotista come pochi è Luigi Ontani, nel posare alle belle statuine sfoggia strambe mises, come il gorgheggiatore Renato Zero anche lui un campione del fregolismo, plastica facciale e membracea permettendo, ai suoi bei tempi si concedeva di posare in veste adamitica, oggi in metafore sobrie da teatro di pupi : Corazze,1969. La sua idea fissa è la posa dove dà il meglio di sé: Balocchi, tableau vivant,1983. Carlo Maria Mariani è rara avis e non si capisce per quali ragioni lo si faccia comparire in un regesto di contemporanei allo sbaraglio, è infatti un epigono dichiarato di classiche nudità, dagli antichi al Canova, Apolli, Veneri, efebi e così via, persino nei titoli anticheggia, Atleta vincitore,1982. Il nostro copia, anche bene, dai repertori classici e quando è più moderno si attiene a un gusto tardo manieristico o barocco (Il pittore mancino,1982; Da uno studio del vero di A.R.Mengs, 1976), gemello di altro talento consimile, Riccardo Tommasi Ferroni, che però era più aggiornato, stava pago a David come il fratello Marcello e il padre Leone scultori di schiatta versiliese, pietrasantina pura.

Il ’con-tempo’ è in-conclusione, cioè senza uscite di sicurezza nella sequela di eventi che sono non è raro fiere di vanità. Sarebbe inutile esercizio panflettaro fermarsi alle epifanie, nel ’contempo’ c’è anche dell’altro ma allora sfugge alla griglia in cui trascorre beffardo il genio inverecondo di circensi, zampognari, pifferai magici. L’altro’ non si manifesta in numeri di cabaret o di avanspettacolo né incede a genuflessioni al potere del momento. Vivi nascosto è il motto di Melone Amaro che non dice da chi l’ha preso e forse non a caso non volendo che il suo criticismo di moralista si mescolasse alle fisime di epicurei incalliti, l’ossimoro c’è tutto.

Roberto Panichi,Torre dell’Isola, luglio 2014


Gli altri articoli della rubrica Arte :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

30.07.2017