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La questione del potere. Leggendo Francescomaria Tedesco

Giancarlo Calciolari
(7.07.2014)

Che cos’è l’eccedenza sovrana di cui parla il filosofo Francescomaria Tedesco? Un eccedenza di violenza, un eccedenza come scarto, un eccedenza come resto. Potremmo interrogare la psicanalisi su tale questione, cosa che non fa l’autore del libro Eccedenza sovrana (Mimesis, 2012), che si nutre degli autori della politica, del diritto, della filosofia, per un dibattito che va oltre e comunque il parlare di filosofia politica. La questione del potere riguarda ciascuno.

La sovranità è quella del sovrano, di chi governa su tutti gli altri uomini; non sarà mai questione di una sovranità della parola, che spetta a ciascuno. Nelle elaborazioni intorno alla natura della sovranità occorre dire che si pone la questione dei limiti della sovranità, non solo quelli strutturali, se mai ci fossero, oppure preternaturali, divini, si tratta semmai invece dell’emergenza del cittadino confuso con il soggetto, e comunque insomma dal limite posto in un agone, in una battaglia politica, in una guerra, dai sudditi di cotanto sovrano. Il sovrano sarebbe colui che decide da sé, nello stato di emergenza, e questa è anche l’ipotesi di Carl Schmitt. Sovrano, appunto sopra le altre parti, sopra l’altro, non è qualcosa che riguarda l’indipendenza, la sovranità di ciascuno nella parola, nemmeno la sovranità che spetta a ciascuno nella parola.

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Opera di Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", cifratipo, smalto su carta

Non c’è un’analisi specifica dell’eccesso di cui si tratta nella eccedenza, non c’è analisi dell’eccedenza, che risulta un assioma per Francescomaria Tedesco. Non un postulato. La sovranità sarebbe un eccesso alla regola degli umani regolati. La prima nozione intellettuale e non polemologica di sovranità è: la sovranità è un aspetto dell’instaurazione del nome, la sovranità non ha nulla dell’eccesso, non ha nulla della regola, la sovranità s’instaura con l’instaurazione stessa dello zero. Sovrano non è il soggetto o un soggetto.

Il sovrano come uno sopra tutti gli altri le cui decisioni non avvengono secondo un dispositivo politico, democratico o dittatoriale che sia, potrebbe avere questo sovrano un numero maggiore di consiglieri in vari settori della vita più numerosi di un parlamento. Altra è la questione che sto avviando. È una posizione intenibile quella dell’uno sovrano - mentre la sovranità è dello zero e non dell’uno - uno sovrano e allora tutti gli altri sono fratelli in concorrenza con quell’uno. In questa fantasmatica sono tutti, re, sovrano, dittatore, trainer, chef, coach, presidente compreso, dei numeri due. Quel che è difficile nella matematica quotidiana da intendere è che il re è il numero due, se fosse uno sopra le parti, non avrebbe nessun problema con le parti. Ecco la questione del riconoscimento del potere, del riconoscimento del re, del riconoscimento del governatore, e di ogni altra figura del potere incarnato.

È per ben altra eccedenza, per l’anomalia, per la singolarità, è per il caso che approda alla qualità, che anche un regnante può trovarsi in posizione di artista, di intellettuale e di scienziato. L’eccedenza sovrana come prospettiva di analisi implica la lotta per l’eccedenza, nessuno vorrebbe lottare per la regola anche se come scrisse il vero Shakespeare, John Florio: “chi si accontenta gode”, intendendo con questo che ci si può accontentare della regola senza il governo dell’eccedenza. E questo detto da grandissimo artista, che ha dato la base moderna della letteratura all’Inghilterra, ovviamente un anomalo, uno stimolatore, secondo un certo etimo della parola Shakespeare. Non sappiamo chi sia la mamma di John Florio, verosimilmente, ovvero solo un’ipotesi del nuovo per me, è una inglese; e quindi il padre Michelangelo Florio, ebreo siciliano, per sopravvivere convertitosi anche a un’altra religione, approda con la sua raccolta di miti e di storie ebraiche alla corte d’Inghilterra, e il figlio eredità la cultura inglese, la cultura di ebreo errante di Michelangelo, e quindi appunto questa eccedenza di scrittura si imporrà. La nostra situazione è che sia stato “gentile”, John Florio. Nel senso che avrebbe potuto scrivere anche ben altro, ha messo solo in debita forma, in forma letteraria alta, ma che lui già percepiva come la forma letteraria che andava bene a quell’altezza, e ha scritto questo grappolo di capolavori. Formuliamo l’ipotesi che fosse uno Zelig della scrittura, come ce ne sono più noti nella pittura, in condizione di emulare ciascuno, anche se stesso, è una formulazione paradossale dell’invenzione, arrivando appunto all’invenzione.

Certo che “chi si accontenta gode”: non è lo slogan per quanto riguarda la scrittura, ma quello che riguarda la vita, e dovremmo dire che questo termine molto usato dai filosofi politici e dagli alieni che popolano la filosofia politica è quello di sopravvivenza. Si tratterebbe di sopravvivere. Non è errata la questione nel modo in cui è posta, perché si tratta di come vivere più o meno sotto il dominio di un tiranno, di un despota, di un vampiro, insomma di un reggente. Anche nel caso di Shakespeare si tratta della questione dell’eccedenza sovrana. È fatta menzione che altri artisti letterati sono incorsi nella censura e in processi penali, e quindi doveva stare attento anche Shakespeare a come scriveva e a come parlava. Una compagnia che montava le opere teatrali di Shakespeare è stata accusata, ma non tanto rispetto al tema della tragedia o della commedia, quanto al fatto che l’avevano tenuta in un giorno non lavorativo per la religione.

Tutti alla corte di Elisabetta e poi di Giacomo I sapevano chi era Shakespeare, e l’equivoco veramente lapalissiano per gli uomini di corte che il teatrante, il capo della compagnia teatrale, da un nome non proprio uguale ma simile, fosse lui l’autore dei suoi drammi, è per un verso la questione della paternità e per l’altro quest’altra questione che è quella della paternità della religione anglicana. La questione se Shakespeare sia l’autore di drammi di Shakespeare è la stessa questione se Giacomo sia l’autore della religione anglicana. Non mi pare che nessun re inglese e nessuna regina inglese si siano presi per teologi, eppure sono in questa posizione. Forse non fanno neanche studi di teologia. Invece la regina e nel caso il re sono in posizione di papa, della somma autorità in materia di religione in Inghilterra, e altrove dove viene mantenuto il rito anglicano.

Quindi John Florio temeva che affermare, al di là della cerchia della corte, il fatto che non era un puro inglese a inventare cotanta letteratura gli avrebbe costato la vita. L’eccedenza sovrana, la violenza, la natura di capo del gregge avrebbe potuto uccidere chi metteva in discussione il lignaggio. Sarebbe stato oggetto di linciaggio. La stessa questione si è ripresentata 400 anni dopo con lady Diana, che davanti all’ipotesi che avrebbe dato un figlio mezzo arabo alla corona ha fatto la fine che ognuno sa che ha fatto. Verrebbe da formulare un sillogismo, se John Florio, alias Shakespeare, in ciascun caso grande letterato, non affronta a pieno titolo la sua intelligenza delle cose e quindi anche la sua analisi del potere, per via appunto dei vantaggi che traeva a corte piuttosto che vivere in una stanzetta in campagna e senza libri, è questa la ragione che è da leggere molto tra le righe.

Ci sono stati ebrei che sono andati in Sicilia e nelle repubbliche marinare a seguito della cacciata dalla Spagna di Isabella. Intendiamo che forse l’esperienza di Michelangelo Florio può anche essere stata quella di una vicinanza al marranesimo. E poi se il figlio John era di madre inglese non era ebreo come il padre. Nessun dubbio che John abbia goduto, accontentandosi.

L’eccedenza sovrana, la sovranità stessa in questo caso, richiede il riconoscimento del potere. Questa è la chiave di volta del gioco politico, sociale, personale, intorno a quello che diventa il tema dei limiti della sovranità, e di diritti dei cittadini. La questione è che oggi con l’ideologia dei diritti (che non è l’istanza del diritto) viene gestita l’eccedenza sovrana, la violenza e il suo sistema. È anche il sistema della guerra, oggi diventata guerra giusta, che ha un esercito di lettori che avvertono che è una questione. Guerra umanitaria per falso nesso e per falsa verità. La guerra non ha nulla di umanitario. Nulla di umano. A meno che non sia guerra intellettuale, e allora si fa con la parola e non con le armi belliche.

Quello che non è messo in discussione in queste analisi del potere è il mantenimento della nozione di soggetto. È quello che porta, per esempio, Sandor Marai a scrivere I ribelli e Michel Onfray a scrivere Politica del ribelle. Anche l’elogio del ribelle mastro Bernardino di Misura per misura di Williams Shakespeare, emblema dell’analisi di Francescomaria Tedesco, è un’ipotesi deduttiva, non offre l’esca di un’ipotesi del nuovo, detta anche abduttiva. Che sia l’iroso Bernardino, che non riconosce il potere che lo vuole morto, o che sia l’esperto di autogol, Barthleby, con il suo “preferisco di no”, si rimane all’interno della stessa fantasmatica, quella del potere dell’Altro come interlocutore. Cervantes ha chiamato questo potere : mulini a vento. Certo per Francescomaria Tedesco, Bernardino è un emblema e non un programma politico: un invito a un’altra lettura del potere, non più preso come un monolite.

“Preferisco di no” porta il filosofo Giorgio Agamben alla teoria politica dell’inoperosità, che dovrebbe disinnescare il marchingegno del potere. Se ciascuno si tirasse indietro… sarebbe un coito interrotto. Di fronte all’eccedenza si mettono le valvole di scarico in modo di ridurre questa sovranità a uno statuto privilegiato, che non offenda lo standard erotico sociale denominato: il comune senso del pudore. È mantenuto il fantasma. Si tratta non di rendere inoperoso l’agire del fantasma, ma di mettere in discussione l’agibilità del fantasma, di analizzare anche in modo semplice quali siano i contrappassi, i contraccolpi , i contropiedi della presunta agibilità del fantasma; e quindi di andare in direzione della qualità, e non contro l’eccedenza sovrana, che è solo un contro-fantasma, che vale a sacralizzare il fantasma, a mantenerlo, rincicciarlo, ingrassarlo, in quanto animale fantastico. Il sovrano infatti, se noi riprendiamo i due bei tomi dei seminari di Jacques Derrida, ebbene noi ci accorgiamo che siamo nella zoologia, come dice Marx a proposito dell’aristocrazia, che ha a che fare con la zoologia: il sovrano ha che fare con la zoologia, si tratta appunto della bestia “e” il sovrano, non “o”, perché il sovrano è bestia e la bestia è sovrana. Che altro è il serpente nel Genesi se non l’epigono della bestia sovrana, che perde la sua sovranità proprio in questa narrazione, dove s’instaura il monoteismo, che non è il teomonismo, non è un dio che governa sugli altri dèi, ma è l’istanza del nome, anonimo e innominabile, è anche istanza dello spirito, istanza dell’idea, dell’idea che opera, che scende su ciascuno, e non solo sul sovrano o sui sudditi, entraqmbi presunti.

Non c’è nessuna eccedenza del sovrano, non c’è nessun centimetro in più nell’erezione fallica della società, perché si tratta della sovranità di ciascuno, semmai potremmo dire che quel “sopra” che c’è in sovrano è qualcosa che riguarda la verticalità della parola, l’ossimoro, l’ipotiposi, allora ciascuno procede dalla sovranità, mentre non è questione del sovrano di farsi tiranno assoluto, giustificato, e ingiustificato per le masse, non è nemmeno da fare, altro filosofo nel dibattito, Louis Althusser: non si tratta nemmeno di fare del popolo il sovrano, appunto la sovranità popolare, come se la sovranità statistica, la sovranità media, la sovranità relativa e non assoluta, fosse la via d’uscita alla sovranità eccedente come surplus di violenza a disposizione di uno sopra tutti gli altri. Tolto il nome c’è l’animale totemico, la bestia, l’altra sua faccia è il sovrano indagato da Derrida.

È chiaro che la bibliografia del diritto e della filosofia politica, ovvero il bestiario della politica, permette di rimanere interni al sistema animale, al sistema totemico (e tabuico), di rimanerci super elegantemente interni, come anche il caso di Pierre Legendre (nonostante sia anche psicanalista), che elabora le sue ragioni ritrovando il principio totemico, il principio della sovranità assoluta, in una referenza apparentemente vuota, apparentemente non più teologica, e invece si tratta proprio del mantenimento del sistema fallico con il nome di primato del fallo, principio d’autorità, principio del padre, principio dell’incesto, si tratta proprio di questo.

Quindi, per esempio, possiamo occuparci dell’oligarchia, della aristocrazia, della democrazia, della plutocrazia, della monocrazia, ovvero la monarchia, nelle sue varianti di governo dispotiche, tiranniche e vampiristiche. In questo modo non ci si perde nel labirinto del bestiario, ma si affrontano le questioni più importanti, ovvero qual è lo statuto del potere, qual è lo statuto della sovranità, qual è lo statuto del sovrano, qual è lo statuto dell’eccedenza, qual è lo statuto dell’eccesso. Cos’è questo cedere che c’è nella parola eccesso, e quindi la linguistica come preambolo dell’analisi. Che è nel suo etimo non accettazione della stessa soluzione, nient’altro che quella sociale, la soluzione comune, mentre si tratta per ciascuno del viaggio, che è singolare e che approda al caso dell’unico. Non al caso di fotocopia, il caso dell’uomo duplex. Chi è il duplicante? È il postulante, il soggetto, il sopravvissuto, il sopravvivente, senza nessuno scarto rispetto all’eccedenza.

Le varie forme di messa in discussione dell’eccedenza sovrana, della sovranità in tutte le sue aggettivazioni, sono figure del rifiuto: rifiuto del potere. Abbiamo citato la teoria del ribelle, e si tratta appunto dell’opposizione al potere, della resistenza al potere, al punto di fare sia di Niccolò Machiavelli che di Michel Foucault, gli scriba del potere. Invece hanno dato un contributo formidabile alla sua analisi. Le ipotesi teologico politiche non sono analizzate nelle loro implicazioni e nei loro destini, e così ci troviamo a essere comandati. La non lettura di un elemento è la non instaurazione del nome, segue alla non instaurazione del nome, e quindi non offre nessun elemento per intendere. Il testo non scritto di queste analisi del potere, in questo caso nella forma dell’eccedenza sovrana, sono analisi mancate della questione della non accettazione intellettuale del potere. Nessuna bulimia del potere, nessuna anoressia del potere. L’anoressia intellettuale non è il rifiuto del potere del sovrano, despota e tiranno, sul suo suddito vulnerabile: è non accettazione intellettuale del potere in tutte le sue figure, in tutto il suo bestiario, senza opposizione. All’opposto, colui che è all’opposizione, sembra una gran cosa contrastare il potere, opporsi al potere, resistere al potere, in realtà rispetto agli apposti del potere, coloro che appartengono alle cerchie interne del potere, non esenti dall’esclusione inclusione dell’eccedenza sovrana come minaccia di morte, ebbene non comportano nessuna articolazione del potere, nessuna analisi del potere, si tratta solo di studium, di differenti forme di principio del sapere sul potere.

Una modalità di accorgersi se l’eccedenza sia attribuibile al sovrano, oppure si tratta di un eccedenza intellettuale, della curva anomala del viaggio per ciascuno, come ha scritto Angela Putino, è la questione della norma, della normatività, della formazione e del normare. La psicanalisi per la sua esperienza di eccedente sovranità sarebbe normativa riguardo all’entrata, alla permanenza e all’uscita dell’Edipo: ecco la normatività, la norma sociale posta dalla disciplina anche la più anarchica, libera, indipendente, come potrebbe essere quella che invece è la serva psicanalisi sociale, ebbene indica appunto che di eccedenza sovrana si tratta e non di eccedenza intellettuale. Non si tratta per niente di eccedenza intellettuale ma di partecipare all’albero della cuccagna, al principio della lotteria sociale, con i suoi perdenti ontologici, che cercano addirittura conferma autovampirizzandosi, ovvero giocando per perdere. È la manifestazione reattiva più riuscita di ci sia, che è anche negazione del sintomo come metodo.

Se in un libro di uno psicanalista c’è una questione di normatività, di una norma da applicare come principio, si tratta di un libro anti-intellettuale, per quanto erudito sia. Un libro contro la psicanalisi, che per falso nesso sembra di psicanalisi.

I dispositivi della riuscita di ciascuna vita, in sé non sono tirannici, dispotici, vampiristici. Chi si trova alla presidenza di una associazione, di un’impresa, di una équipe, di una nazione, è per una missione intellettuale e non per una sottomissione, né di sé né degli altri. Questione di dispositivi: in alcuni ci si può trovare in posizione di allievo, in altri ci si può trovare in posizione di maestro, e non c’è nessuna conferma-sconferma sociale dell’uno dell’altro. Questa cosa capita anche per i vari tipi di mestieri, e le varie attività, particolare in casa. Stirare è un’attività femminile, dice il volgo. Piantare un chiodo, cambiare una lampadina è un’attività maschile… Si tratta di maschere nella sembianza, nel carnevale della vita, inindossabili.

Assumere la maschera, anche orientarla rispetto al genere, vale a evitare il carnevale per sopravvivere di drammi e di tragedie, con i loro comici risvolti e rovesci. Quando noi evitiamo una questione che ci si pone in tutta la sua sovranità, non per questo si possono cancellare la supposizione del nome, l’imposizione del significante e la trasposizione dell’Altro). Nessuno sfugge alla presa della parola, allora quando c’è una deduzione dello zero, una seduzione dell’uno e un’abduzione dell’intervallo, il risultato rispetto alla direzione del viaggio sociale e politico è quello di una deviazione, che è anche la traduzione che Lacan propone per Trieb, solitamente tradotto con pulsione. Ecco perché non c’è nulla di sessualmente corretto, di socialmente corretto, di politicamente corretto. E non è certo il caso di fermarsi alla cronaca che vede tutto nero.

Qual è l’altro nome dell’eccedenza sovrana? È l’altro nome del primato del fallo. Potrebbe essere, questo libro di Francescomaria Tedesco, un libro sul primato del fallo, nel senso che si interroga sul perché quello è fallico e governa e gli altri sono antifallici e non governano, sono afallici e non governano, sono privi di fallo e non governano, sono imbecilli. Imbecille è senza stampella, senza bastone, senza fallo. E sarebbe una chance “senza fallo”. Ma qui – in tutte le teorie filosofico politiche del potere - non è: “non c’è più fallo”, perché l’abbiamo elaborato, ma c’è il bisogno del fallo, il bisogno del padre, e quando non basta più il patriarcato c’è il bisogno del figliarcato!

L’eccedenza sovrana se esistesse sarebbe la proprietà di chi ce l’ha più lungo e più grosso. Nella migliore delle ipotesi è un’ironia nel supermercato planetario, quello delle piccole differenze narcisistiche, che in un caso sarebbero grandi. Questa eccedenza sovrana decantata in termini di violenza, come un soprassalto di una natura che esercita biologicamente o teologicamente (è la stessa questione) la sovranità, pur giocata a livello delle leggi, dei diritti, e quindi “legittima”, non è altro che un modo di totemizzazione delle società, come teorizza positivamente Pierre Legendre, mentre per noi tale totemizzazione è lo scacco dell’intellettualità.

Questa natura in più nell’eccedenza sovrana è quella della bestia, l’animale totemico, che quando la fa da padrone è sovrano. C’è da auspicare, sebbene queste annotazioni prendano come pretesto il libro di Francescomaria Tedesco, un confronto più serrato con Il sovrano e la bestia di Jacques Derrida, peraltro citato più volte per altre questioni. La sovranità è intellettuale e ha vari aspetti nella parola. Non si acquisisce, non è la proprietà di qualcuno, in tal senso la sovranità è impropria.

Francesco Maria Tedesco qualifica l’eccedenza sovrana come quella parte animale, quel residuo bestiale, che si trova sia nel sovrano che nello Stato sovrano, ossia nei dispositivi di potere, più o meno incarnatamente presunti. Questo postulato non viene mai messo in discussione. Il patto sarebbe fondato sull’essere salvi dall’eccedenza bestiale degli umani, che l’uomo per l’uomo è un lupo, e questa violenza bestiale, dell’animale più grosso che mangia l’animale più piccolo, diventa appannaggio del sovrano. La sovranità sarebbe la gestione della vita sociale e del limite alla bestialità di sudditi, che può anche in altri termini essere chiamato il male, e per la gestione del bene supremo per coloro che sgarrano rispetto al bene sociale ci sarebbe la violenza. Violenza che è minaccia di morte, e amministrazione della morte. Il re si inchina, e in questo inchino cerca il riconoscimento, e uccide.

Uccide per il bene supremo, uccide il nome di Dio, uccide il nome di se stesso, e la minaccia e anche l’amministrazione della pena riguarda ogni altro suddito. Tutta la struttura dell’aristocrazia, dei ceti, degli strati sociali che gestiscono assieme al sovrano, in un accordo con il sovrano, apposti al sovrano gestiscono la bestialità degli opposti, ebbene questa struttura è sempre contro la minaccia di morte e contro la morte amministrata. Tutti gli intrighi ai vertici del potere testimoniano che la struttura gerarchica a ogni livello funziona con la minaccia di morte e la sua amministrazione. Salvo eccedenze sovrane, in ceti più alti sono privilegiati. Per gli stessi reati i membri del privilegio non vengono puniti, per esempio. Tuttavia l’opposizione al re, di chi tra gli apposti si oppone per qualsiasi ragione - e questo forse è il fantasma più importante - si candida alla posizione di sovrano e scatena la reazione violenta.

Francesco Maria Tedesco legge la questione della sovranità nella storia del diritto, e nei vari autori della disciplina universitaria chiamata filosofia politica e indaga sulle trasformazioni del potere, in particolare dal passaggio della sovranità assoluta (che non viene mai menzionata come quella che Machiavelli chiama del turco, uno re e tutti sudditi) al passaggio in cui la sovranità mostra che qualche cosa del riconoscimento non va solo nel senso dall’alto verso il basso, ovvero è il sovrano che riconosce i suoi sudditi, ma che la sovranità abbisogna essa stessa del riconoscimento. L’autore arriva al paradosso che l’uccisione di un criminale, a sua volta assassino, è una esclusione-inclusione, è incluso nel potere in quanto è essenziale il riconoscimento della sua cerimonia di morte, di esclusione sino alla morte, affinché il potere si perpetui.

Dall’analisi della acclamazione di Carl Schmitt a quella della liturgia della cerimonia di Agamben, si snoda il complesso del riconoscimento reciproco tra il sovrano e i sudditi. La domanda dell’autore è quella di come contrastare, resistere, interrompere, sospendere, opporsi, decostruire forse, il potere. Se il potere non ha bisogno di riconoscimento diviene una macchina metafisica e metastorica inesorabile, e non c’è uscita dalla sua gestione.

Tedesco attribuisce a Agamben questa pervasività del potere al quale nulla sfugge. In parte anche l’analisi di Michel Foucault del potere porta a questa ipotesi. Quello che teoricamente mantiene senza mai affrontarne la teoria è la nozione del soggetto, il suddito, o colui che si trova in questa posizione, può non solo essere assoggettato ma anche farsi soggetto (sarebbe questa la soggettivazione), sino alla sovranità. C’è nell’autore la definizione di soggetto sovrano.

Interrompendo seppur per poco la catena del riconoscimento reciproco, non accettando il protocollo della sovranità vitale applicata dai sudditi, esecutori, viene sospeso o interrotto il potere sovrano, il potere del sovrano. Debutta qui nel libro di Francesco Maria Tedesco la figura di Bernardino. È un assassino ubriacone il boemo Bernardino a Vienna. Serviva una testa al posto di un altro, e il re decide di sacrificare un altro criminale qualsiasi al posto di quello che avrebbe dovuto essere ucciso. L’ubriacone manda a quel paese il boia e il frate che sono venuti a chiamarlo per essere ucciso, tra l’altro il frate è il sovrano nascosto che vuole vedere cosa succede, e così non viene ucciso. Questa è la forza dell’autore, di Shakespeare. Forse queste vicende sono state narrate e rinarrate oralmente, come oggi è il caso di altre storie, e l’autore dei suoi drammi le ha scritte. Francescomaria Tedesco s’immaginano anche nell’ultimo capitolo chi sarebbe il Bernardino moderno, e quindi pone come basilare questa figura del rifiuto, del non riconoscimento del potere sovrano, che per un istante rende sovrano il soggetto.

Veniamo alla questione del soggetto: ci troviamo con l’analisi, in particolare quella di Foucault, ma che l’autore trova già in La Boétie, colui che ha scritto il libro sulla servitù volontaria, in cui viene menzionata la doppia accezione di soggetto, che implica l’assoggettamento e la soggettivazione. Teoria del soggetto implicita nella teoria dell’istituzione che ha bisogno sia del sovrano che del suddito, il soggetto, che fa rimanere nella circolarità della lettura l’autore. Tedesco attraversa la storia del diritto e coglie come la questione del soggetto vada con quella dei diritti internazionali, apparentemente gli argini al potere di stati sovrani, o dei dispositivi comunque di sovranità nel mondo, comprendendo quindi dalle dittature alle democrazie, ebbene la sovranità del sovrano viene sospesa non tanto dall’emergenza del soggetto sovrano, come nella vicenda di Bernardino, ma dall’emergenza della sovranità della parola, per ciascuno s’instaura la funzione di nome e non più la credenza nel nome del nome, nel nome del padre, nel nome del sovrano, e è questa instaurazione del nome in tutta la sua sovranità che gli apparati rappresentativi della sovranità, anche quella del presunto sopra le parti, il re, il monarca, viene sospesa.

Si tratta di tutt’altra vicenda che della resistenza al potere, dell’opposizione al potere, della rivoluzione violenta contro il potere dispotico. Non è questione di rifiuto ma di non accettazione intellettuale del sistema che si erige sulla soppressione del nome. Il libro di Francescomaria Tedesco è più interessante per noi non tanto quindi nel modo in cui sviluppa la sua tesi, quella dell’eccedenza sovrana, ma per le analisi dell’operato di altri autori. Per esempio, le sue obiezioni a Agamben le condividiamo. Interessante è il cantiere che apre, e gli autori messi in questione, oltre ai temi, che non si limitano a quello dell’eccedenza sovrana.

C’è l’avvio dell’analisi dell’opera di Jacques Derrida, La bestia e il sovrano, ma sembra rimanere incartamento chiuso la questione della bestia e sovrano. C’è l’assunzione di questa figura e non la messa in discussione dell’implicito totemismo, ovvero dell’animale posto di Dio, che qui come altrove è padre. Non posto per un’elaborazione intorno a Freud, peraltro citato, rispetto alla questione della rimozione, della funzione di nome. I teatri del potere possono essere infiniti potenziali, oppure semplicemente innumerevoli. Sorgono con il tentativo di sopprimere il funzionamento del nome, sono impalcature del nome, che si espongono a paradossi, a contraccolpi e a contrappassi.

Il nome del nome è il nome del cerchio, anche della circolarità tra sovrano e sudditi, entrambi nelle loro eccedenze bestiali. È per questa circolarità che il libro dell’autore può terminare qualsiasi punto. Ogni dettaglio funzionare di avvio o di conclusione dell’analisi, perché l’analisi della presunta bestialità dell’eccedenza, la sua naturalità, non è analizzata. Allora ci si sazia delle soluzioni parziali alle piccole questioni, ce ne sono moltissime nel libro, che non affronta la questione radicale della sovranità, non più come sovranità del sovrano, di chi presume d’aver incarnato quella posizione, ma la sovranità della parola, che non comportano nessuna eccedenza animale, bestiale, né al punto più alto della sovranità né al punto più basso della sudditanza.

Francescomaria Tedesco, Eccedenza sovrana, Mimesis, 2012.


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