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Leggere Giancarlo Ricci

Giancarlo Calciolari
(23.06.2014)

Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicanalisi, di Giancarlo Ricci.
Quando noi rimaniamo “interni” a una parola, il resto è un protocollo di esecuzione, con le varianti frutto della variabile umana di chi rimane interno a quella parola e non avvia l’itinerario di vita, che è anche linguistico. E così per questo libro è non solo il termine padre, non solo il termine dove, e non solo il tempo del mito, era. In questo caso il termine, la parola che non termina, è omosessualità. Se noi affiggiamo sin dal titolo del libro omosessualità, noi siamo nella sua costruzione, che segue da un criterio costruttivo, che molto sbrigativamente è stato per lo più ritenuto di natura divina; e che noi siamo per l’innatismo o per il costruttivismo, per un’altra struttura, per una terza via, che in tal senso potrebbe essere quella linguistica, che non è né innatista né comportamentista, ebbene partecipiamo alla stessa costruzione sociale, per quanto ci sia appunto un qualcosa – e questa è la gnosi - che sia evidenziato come male, al quale porre un rimedio. Allora è una parola rimedio contro una parola veleno, una parola piena contro una parola vuota, una parola sana contro una parola malata. E in questo caso l’eterosessualità contro l’omosessualità…

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Opera di Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", cifratipo, smalto su carta

Omosessualità, si gioca molto sulla radice omo scivolando verso tutt’altro etimo, quello di uomo. La sessualità tra simili e non tra dissimili, diversi, altri. E comunque Giancarlo Ricci parla di omosessualità al plurale, come se fosse un vantaggio teorico affermare che ce n’è più di una e non una sola, che sarebbe quella politicamente, psichiatricamente, socialmente corretta.

Sesso, il suo etimo, per altro incerto, è taglio, da secare. Sessualità. Non tanto il taglio maschile e il taglio femminile, quanto la divisione delle cose. Come le cose si dividono? Il pragma di questa divisione è la sessualità, quindi non più connessa alla funzione umana.

E comunque più di un autore, proprio per andare in tutt’altra direzione rispetto a quella vigente in materia erotica più che sessuale, scrive (u)omosessualità, da Pierre Legendre a Armando Verdiglione. La sessualità di chi si riconosce tra i simili. Ebbene questa definizione antropologica, non analitica, non rispetto al linguaggio, appartiene alla categoria di un termine di quello che è quello dell’immagine. Il principio di somiglianza e di dissomiglianza è visivo. I simili e i dissimili sono visti. Mentre nulla di questo può essere detto a proposito dell’inconscio, semmai qualifica la ratio del conscio.

Eterosessualità e omosessualità. Sembra che tutti capiscano tutto con queste due parole, e che non ci sia più nulla da indagare, come nel sogno dell’ideologia vigente, quella tecno-scientifico-manageriale. Ci sono monumenti eretti su queste due cose, anche non chiamandole per nome. Omosessualità e eterosessualità sono termini emersi nell’Ottocento. Forse prima non si poneva la questione nel modo in cui è posta oggi. E per quanto riguarda l’omosessualità maschile c’erano altri termini, pederastia, sodomia, inversione… Quindi non possiamo mantenere un termine se non rubricandoci sotto la dicotomia del visivo simile-dissimile. È un approccio dicotomico. Quando noi manteniamo un aspetto della dicotomia, quando anche manteniamo entrambi i poli, o un continuum tra i due poli (come nel dualismo psicofisico), non usciamo dal principio dicotomico. E come dice Freud, allora la dicotomia ci governa. Anche chi cerca di capire quando un polo cambia nell’altro polo non trova l’uscita dalla prigione dicotomica. E così anche Vladimir Kandinsky alla ricerca di quando il punto diventa linea e quando la linea diviene superficie… e aggiungiamo noi: quando la superficie diventa volume e quando un volume di tre dimensioni diventa un volume di quattro dimensioni… È il caso della bottiglia di Felix Klein.

La sessualità riguarda il fare, il pragma, e le norme, le regole e i motivi sono linguistici e logici, stanno nell’altra faccia del pragma. Possiamo definirli esche del pragma. Essenziali, ma esche. Ma non che nel pragma viga la legge del fare ciò che si vuole. Il fare è secondo l’occorrenza, non secondo le quattro funzioni presunte umane (volere, potere, dovere, sapere), che sono differenziazioni della funzione di morte. Né voler fare, saper fare, dover fare, poter fare e neanche le formule del negativo: non voler fare, non saper fare, non dover fare, non potere fare. Il fare secondo l’occorrenza, nella sua politica, è la sessualità. La sessualità non è ciò che i simili e i dissimili fanno del sesso, che non padroneggiano e non controllano (sorgono qui le presunte benattie e malattie sessuali). Sessualità la cui rappresentazione impossibile è l’erotismo in tutto il suo bestiario.

La sessualità, nella prima conferenza che tenni trent’anni fa ho debuttato con: la sessualità non è né omo né etero, né maschile né femminile”. Quella che è chiamata la sua presunta realizzazione è l’erotismo, l’applicazione dei vari protocolli edipici, che divengono anche le formule della sessuazione in Lacan, e quindi è la classificazione impossibile di ogni modo del fare.

Il criterio del simile e del dissimile, con l’esclusione del dissimile (e la variante epocale dell’inclusione parziale di alcuni per meglio escludere gli altri dissimili) è un criterio applicato dalla discriminazione sessuale, dalla discriminazione politica, dalla discriminazione famigliare, dalla discriminazione religiosa, alla discriminazione militare, alla discriminazione in tutte le sue declinazioni. È razzismo. Questo è il punto, dire omosessualità maschile, sessualità femminile, transessualità, bisessualità… è razzismo. Basta un elemento di questa serializzazione matematica impossibile, di questa trasmissione mancata, perché la matematica è la trasmissione, per sospendere la credenza nei sostituti impossibili della sessualità. Dire eterosessualità è discriminazione sessuale, come notano appunto i presunti omosessuali.

Allora definire come fa Giancarlo Ricci l’omosessualità come sintomo, perché il cliente per i terapeuti, non chiamati psicoterapeuti, è il cliente che si presenta dicendo che è disturbato da… È il cliente che è diventato psicoterapeuta di se stesso e qualifica un dettaglio della sua vita come un disturbo, dopo averlo qualificato di malattia. Certamente oggi avviene questa assunzione, questa introiezione del linguaggio del DSM, il manuale statistico diagnostico dei disordini mentali, redatto e pubblicato dall’Associazione psichiatrica americana.
C’è anche qui il termine “sintomo” che è mantenuto, alludendo a tutto un lavoro particolarmente complesso, difficile, e quindi il fatto di stabilire qualche distinzione come quella tra sintomo nella psicanalisi e sintomo nella medicina. Ricci dà per acquisito il termine “sintomo”, nel viaggio tra Freud e Lacan, come se la psicanalisi fosse acquisita. In realtà la psicanalisi è sempre in gioco, anche nei termini presunto fondamentali, come potrebbe essere rubricato anche “sintomo”. E se il cardine dell’elaborazione di Ricci è il sintomo (in questo libro l’omosessualità come sintomo, mentre l’eterosessualità non è definita tale), sebbene non più come sintomo della malattia medica, come emergenza di un discorso che chiede un’articolazione, ebbene è la stessa cosa che nel discorso medico, perché mantiene l’omosessualità in quanto tale. Cioè mantiene un fantasma. Mantiene in particolare quale fantasma? Quello di una supremazia del crimine, del principio del crimine.

L’omosessualità è il ricordo di copertura del crimine. Questa è la formula di Armando Verdiglione. Mentre che l’eterosessualità sia il ricordo di copertura dell’incesto è una formula che noi abbiamo derivato dalla precedente: ecco perché dal godimento dell’idiota al godimento eterosessuale della coppia matura, al godimento con le prostitute, si tratta sempre del ricordo di copertura dell’incesto. Questo sarà il capitolo da sviluppare sulla fantasmatica dell’eterosessualità maschile, che non è esplorata nemmeno nei libri che affiggono come titolo: “La sessualità maschile”, che riescono a sviluppare la loro materia senza quasi mai toccare il termine di eterosessualità.

Quando Giancarlo Ricci dice che non esclude che attraversato il fantasma qualcuno possa rimanere nell’omosessualità, quindi che non si tratta di guarire dall’omosessualità diventando eterosessuali, anche se l’eterosessualità risulta “positiva” e non elaborata, allora è in gioco appunto di rimanere nel sessimo, nel razzismo erotico, non quello della dicotomia del colore, non della dicotomia tra maschile e femminile, ma in quella tra simile dissimile, tra omo e etero.
Possiamo dire delle cose interessantissime che partecipano al fantasma dell’omosessualità e dell’eterosessualità, per esempio è chiaro dalla non elaborazione del fantasma che l’autore si ritiene eterosessuale, ovvero soggiace al ricordo di copertura dell’incesto, e è la ragione che in alcuni punti del testo sprona l’eterosessualità come norma. L’eterosessualità non ha nulla di positivo rispetto all’omosessualità, e la stessa cosa vale per la formula inversa, che comprende l’elogio dell’omosessualità, la tesi di un’omosessualità primaria rimossa per far posto all’eterosessualità, eccetera. La questione rimane quella della sessualità per ciascuno/a, senza alcun omaggio per il biopotere, autentico thanatopotere emanato dagli scriba delle oligarchie, le “famiglie” sovrane del pianeta. Freud nell’Avvenire di una illusione (1927) dice che due sono le famiglie che governano in Europa.

Le algebre impossibili della sessualità sono infinite. C’è chi è arrivato a definire cinque generi erotici, ma solo Freud per un istante intende che ci potrebbero essere tante libido quanti sono gli umani… E poi invece ne fonda una sola a governo delle altre.

L’aspetto interessante è quello museale o d’archivio della sessualità. Il titolo è ironico. Ovvero in una certa elaborazione della fantasmatica– chiamata ideologia – che regge il movimento LGBTQ: lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer. Queer: anni fa si sarebbero chiamati freacks, scherzi di natura. Queer sarebbe chi è insituabile rispetto a questa gamma e tuttavia vi si situa paradossalmente, potrebbe trovarsi in ogni posizione della gamma. Nello stesso individuo potrebbero trovare posto più forme di erotismo, ma l’erotismo non è una forma. L’erotismo è l’impossibile forma della sessualità. Certamente c’è un erotismo dell’oggetto con il suo aspetto magico e un erotismo del tempo con il suo aspetto ipnotico, ma rimangono tentativi impossibili.

Quindi l’aspetto di elaborazione dell’ideologia LGBTQ e di una lettura parziale dell’omosessualità che non cerca la militanza pubblica, riprendendo le formulazioni del DSM, citato, che distingue un’omosessualità distonica, lasciando i margini per un’omosessualitrà tonica, se non eutonica, quella appunto della militanza politica per i diritti degli omosessuali, è un primo contributo al dibattito.
Interessante appunto nel libro di Giancarlo Ricci è la disamina della posizione dell’omosessualità nella bibbia della psichiatria americana, dalla quale è uscita non per un’altra teoria della cosa ma per la protesta del movimento gay americano.

Siccome è accettata la dicotomia tra omosessualità distonica privata e omosessualità eutonica pubblica, il principio del terzo escluso funziona: lasciamo almeno che gli omosessuali che vivono distonicamente la loro sessualità possano rivolgersi agli psicoterapeuti, che sono psicopompi di un grado sociale nella gerarchia. Quanto agli omosessuali politicizzati la battaglia per la parità di diritti non intacca l’ordine che produce la dicotomia. E l’ordine psy non cerca più di colonizzarli. E forse l’isteria è stata tolta dal DSM per evitare di doverla togliere solo per l’opposizione del movimento femminista. Il che tra l’altro ha portato a qualche assunzione provocatoria dell’isteria da parte di alcune branche del femminismo americano e italiano.

È da sottolineare quello che è successo con la derubricazione dell’omosessualità come malattia quale effetto della protesta del movimento gay: in teoria un movimento politico potrebbe chiedere la derubricazione delle altre 399 malattie mentali, oggi chiamate eufemisticamente “disturbi”, o traducendo alla lettera: “disordini”. Un nuovo ordine politico potrebbe rovesciare il concetto di malattia e ritenere malati i sani. Elementi in tal senso esistono già: negli ultimi femminicidi, che talvolta sono massacri della famiglia, non è stata invocata nessuna patologia, e si comincia a affermare che gli assassini sono persone normali, come testimoniano interi quartieri e interi paesi. L’approccio intellettuale non può fermarsi mantenendo l’impianto dicotomico: occorre mettere in discussione l’impianto stesso, come ha fatto Thomas Szasz con la psichiatrica (mantenendo tuttavia altri aspetti ideologici dell’impianto).
Detto in altri termini, il femminismo radicale ha già inteso che il movimento LGBTQ è come l’assioma del continuo per la teoria degli insiemi: che esista o che non esista non inciderà sulla sua politica.

Come è accaduto per la vicenda del termine omosessualità prima rubricato e poi derubricato dal DSM: è sufficiente che uno solo (gay o non gay, lesbica o non lesbica…) metta in discussione l’impalcatura del movimento LGBTQ per dissolvere la sua natura fantasmatica. La stessa impressione ce l’ha l’invisibile movimento eterosessuale dominante e vigente: quella di poter sparire dalla sera alla mattina come sono scomparse altre forme d’impero e altri popoli. Basta una non accettazione radicale dell’eterosessualità e delle altre algebre della sessualità. È il mito di Gesù, che non si prende per cristo, l’unto di dio, è che non accetta l’ordine romano, che già pratica il principio del terzo incluso, annettendo l’oligarchia ebraica per meglio escludere tutti gli altri ebrei. Basta la non accettazione radicale di uno solo. In tal senso il grande nemico di Gesù è stato Paolo, l’ellenizzato, che con la scusa di aspettarlo ha eretto la chiesa come argine, come gerarchia contro l’unico.

Nel libro di Giancarlo Ricci troviamo l’impianto gerarchico, la distinzione tra terapeuta e paziente (è sparito persino il termine lacaniano “analizzante”), allora anche le distinzioni, la ricchezza linguistica, l’analisi del DSM e dell’omosessualità risultano irrisorie, e forse derisorie per i presunti omosessuali discriminati da altrettanto presunti eterosessuali. È in quanto presunti eterosessuali che attuano la discriminazione. È un caso pur leggendo l’impalcatura erotica della sessualità non discriminiamo chi si dichiara omosessuale o eterosessuale o transessuale? Certo da scrittori possiamo irridere ogni tratto umano, dal volto di pietra di tante lesbiche, alla caricatura della zia zitella di tanti gay, alla faccia da protestatari e protestati virili di legioni di eterosessuali. Perché in quanto discriminati per altre ragioni, anche come scrittori, siamo derisi dall’impossibile somma dei “sessuali”.

L’approccio di Giancarlo Ricci è freudo-lacaniano, dopo avere cancellato la sua formazione con lo psicanalista distonico Armando Verdiglione, e comunque è un Freud letto con occhiali lacaniani, e quindi abbiamo il predominio del termine “soggetto”, altra questione non analizzata, in cui rimane la distinzione inanalizzata tra soggettivazione e assoggettamento, fatta da Michel Foucault. Il soggetto è il pagliaccio di tutta la gerarchia, dal soggetto sovrano all’ultimo degli schiavi, entrambi presunti. Ecco perché il filosofo Jacques Derrida trova bestia il sovrano e non può che fermarsi alla fenomenologia del continuo dal sovrano bestia alla bestia sovrana.

Abbiamo la supremazia della mancanza, il desiderio definito come qualcosa di mancante, la questione dell’inconscio che diventa quella della soggettività, altri lacaniani pongono la questione dell’inconscio come quella dell’essere, che è un compromesso con la filosofia e con la teologia. E non primeggia la filosofia o la teologia ma il compromesso. Un altro conto è la filosofia o la matematica come preambolo dell’analisi.
L’approccio può sboccare nella linguistica di vita, per ciascuno differente, e non
rispondente agli ordini di nessuna associazione psicanalitica e/o psicoterapeutica, ma rari sono coloro osano porre in discussione il primato del fallo, che non è quello della fase fallica!

Dov’era il padre. Le omosessualità nella psicanalisi. Ancora prima di essere un libro sulle omosessualità nella psicanalisi, si tratta di un libro sulla questione del padre: il padre dov’era, senza punto interrogativo. In questo libro come in altri libri di psicanalisti lacaniani, c’è il ritornello del declino del padre, oppure del declino della funzione paterna, che trova un suo colmo nell’elaborazione di Massimo Recalcati che ha trovato a sua volta in una battuta di Jacques Lacan da teorizzare niente di meno e niente di più che l’evaporazione del padre. Questo declino è un modo della negazione della funzione di padre che non intacca per nulla appunto il suo funzionamento. Quando noi partiamo dal declino del padre abbiamo la richiesta avanzata anche dal filosofo Roberto Esposito di un bisogno di padre. E ciascuno di questi dettagli è da analizzare, non sono per nulla strutturali, sebbene possano essere dilaganti nella vita sociale e politica e personale. Occorre distinguere tra quel che appartiene alla vita, all’inconscio, da quello che sono tentativi di padronanza e di controllo della vita, ovvero di negazione della vita stessa. In parte questo lavoro è avviato in questo libro, che comincia elaborando, e questo è un suo contributo specifico, il movimento LGBTQ. Movimento caratterizzato da una ideologia dell’indifferenza sessuale, della possibilità di scegliere l’orientamento sessuale, di scegliere il genere. È una lettura di quello che di teorico c’è negli studi di genere. Studi che in questo momento sono al loro apogeo, ovvero sono diventati pensiero corretto, e quindi inquisitoriale rispetto alle altre teorie e a coloro che non partecipano a questo movimento ideologico. Giancarlo Ricci si accorge di come sia divenuto pressoché impossibile elaborare qualcosa della questione dell’omosessualità senza incorrere nell’accusa di omofobia o di eterosessismo. Quindi riconosce la militanza omosessuale, e la sua ideologia, come qualcosa di costruito contro la struttura psichica, contro la struttura della vita. Tuttavia non lo fa rispetto a uno “psichico intellettuale” ma a uno “psichico antropologico” in cui appunto sono ancora visibili l’omosessualità e l’eterosessualità, non messe in discussione, e questo comporta quell’istituzione dell’eterosessualità che è appunto ciò contro cui combattono i movimenti e le ideologie analizzate.

In concomitanza con l’analisi dell’ideologia del movimento LGTBQ c’è l’analisi dell’omosessualità che riguarda la sua iscrizione e poi il toglimento di questa iscrizione che c’è stato nel manuale statistico dei disturbi mentali che nell’ambito degli studi psichiatrici è diventato lo standard. Viene rilevato molto precisamente come non sia per l’elaborazione medica che l’omosessualità sia stata derubricata dalle malattie mentali. E stata tolta l’omosessualità, come accennato, per un intervento del movimento gay americano, che era andato anche a seguire le fasi costitutive della nuova edizione del libro.

Riprendiamo la questione del sintomo. L’omosessualità è definita da Giancarlo Ricci come sintomo, e per quanto lo caratterizzi come appunto si trova elaborato in psicanalisi non come sintomo medico da togliere, ma come sintomo linguistico di una questione di vita da elaborare. Rimane che questa definizione è contaminata da quella medica e risulta ancora tale proprio nel mantenimento della categoria dell’omosessualità. Omosessualità che è letta rispetto all’Edipo, che è letta rispetto alla teoria di Jacques Lacan della sessuazione, dell’azione del sesso, che formerebbe per l’appunto la cosiddetta identità sessuale, l’identità di genere, maschile o femminile, o di altri generi come teorizzato appunto dal movimento LGBTQ.

La ricostruzione delle fasi, che certamente c’è in Freud, e che richiederebbe ben altra lettura, è il compromesso con il visibile, la fenomenologia, quella del bambino e poi dell’adolescente e quindi dell’homo sexualis, l’(u)omo sessuale. È una significazione attribuita da Freud e dai primi psicanalisti, e sulla quale non possiamo che elaborare in termini di fantasma, oppure di ipotesi del nuovo, come forse cera nel primo approccio di Freud, cosa che non c’è più rispetto all’omosessualità e all’eterosessualità, ridotti appunto a fantasma, a copia impossibile della vita. Non c’è l’analisi, nemmeno accennata, anche se non è questo il libro, ma con un titolo come Dov’era il padre ci potrebbe essere scritto “le omosessualità e le eterosessualità nella psicanalisi”. Appunto, l’eterosessualità non è definita come sintomo, mentre lo è nel linguaggio di Giancarlo Ricci se non limitasse l’analisi all’omosessualità e affrontasse il principio dicotomico che “taglia” la sessualità in etero e omo.

In che cosa ci sarebbero tante omosessualità? Nell’omosessualità sbandierata e politicizzata, impegnata, assunta, rispetto all’omosessualità privata, oppure non accettata, all’omosessualità fantasmatica e non reale, all’omosessualità come difesa, eccetera. C’è l’ipotesi, pur mantenendo la generalità di questa omosessualità, che ciascun caso è unico, e quindi in ciascun caso la vita nella sua linguistica è la materia di quel caso di vita. Solo che è ancora un caso di omosessualità, pur nelle varianti della sua catalogazione infinita. Chiamarla “omosessualità” guarda caso permette a Giancarlo Ricci di reintrodurre elementi come inanalizzati che erano stati analizzati nella sua prima formazione di psicanalista, ovvero qua e là, con delicatezza, reintroduce la nozione di soggetto, la nozione di paziente e persino quella di malattia mentale: di patologie differenti. Certamente il minimo comune denominatore di queste cose, ma tuttavia le mantiene, ne fa il minimo uso. Non basta, ovvero chiamare la sessualità, che è l’altro nome del pragma, che non va senza logica, chiamarlo omo o chiamarlo etero o trans è il modo di proporsi come guida, come terapeuta.

Dov’era il padre. A tale questione bisognerebbe dire che quel che resta come sentinella della questione del padre sta nella guida, nello psicoterapeuta, nello psicopompo, ma per falso nesso, ovvero: tolto il padre, tolto il dov’era, non resta che la serie dei sostituti paterni ,tra i quali lo psicoterapeuta, il prete, il curato il sergente, le varie guide, duce, fuhrer, conducator, coach. Può meritare un’altra lettura la questione del maestro, della maestria, dell’arte.

Perché alcuni fantasmi possono raggrupparsi e diventare struttura? Perché non restano semplicemente nel loro statuto di fantasma? È questa una clinica del fantasma, è anche clinica del fallo, della sovrapposizione tra la relazione e l’oggetto, che si nomina relazione oggettuale, e che non costituisce un avanzamento rispetto alla breccia di Freud. La clinica di Jacques Lacan, che anche da Giancarlo Ricci era ritenuta una clinica del fallo, e oggi sembra giustamente una clinica psicoterapeutica, ed è per questa ragione che gli psicanalisti lacaniani possono essere psichiatri, psicoterapeuti, psicologi, e quant’altro, proprio perché è in atto una battaglia per la pagnotta. Da qui la guerra della psicologia, con il braccio armato dell’albo degli psicoterapeuti, che considera la psicanalisi una concorrente, quella più temibile, com’è stato definito dalla Cassazione, che è una guida super esperta in psicanalisi, la più alta forma di psicoterapia.

Quindi Giancarlo Ricci fornisce un’analisi interessante, che in buona parte è anche la nostra, del movimento LGBTQ e dell’operato della Associazione psichiatrica americana nella sua determinazione statistica dei disturbi, che sono le fonti del business del pianeta psy, solo che non estende la sua analisi all’eterosessualità. Non analizza il primato del fallo, che nelle sue altre forme, nei suoi avatar, è la logica di Aristotele, la teologia politica, e anche il biopotere di cui scrive Michel Foucault. In realtà, abbiamo già notato che il termine da usare sarebbe di più “tanatopotere”, il potere della morte, ovvero l’aggiornamento del discorso della morte, il discorso della guerra, in questo caso anche guerra sessuale, guerra tra i sessi, che partecipa alla sua non lettura.

L’omosessualità come fantasma non dà mai l’autorizzazione a sostantificare il fantasma in qualcuno. Se il fantasma omosessuale è il ricordo di copertura del parricidio, del funzionamento stesso dal nome, e in questo è esatto appunto cogliere il tentativo di padroneggiare il nome, che non corrisponde comunque a un declino della funzione di padre, il declino è il tentativo di padronanza, e quindi è una fantasmatica che non riesce e che non riuscirà mai, e che non è maggiore o minore adesso di 3000 anni fa. Declino e crisi sembrano nati col pensiero occidentale. Ebbene dobbiamo dire che l’eterosessualità è il ricordo di copertura dell’incesto. Quindi non solo il declino del padre se esistesse dovrebbe essere letto dalla parte omosessuale, ma dovrebbe essere anche letto dalla parte eterosessuale perché affinché ci sia incesto occorre che ci sia messa a morte del padre.

Il padre dov’era: nel mito, nella parola, e non si presta a cancellarsi governato dal fantasma del ricordo di copertura del crimine e anche di quello che ricordo di copertura dell’incesto. Se è valido tutto quel che è valido dell’omosessualità, ciò è valido in altro modo, dissimmetrico, con tutta una serie di implicazioni, anche per quanto riguarda l’eterosessualità. In particolare questa sarebbe tutt’altro che l’isola felice che risponderebbe al modo corretto della sessualità: l’uomo, la donna, la filiazione, l’asse verticale della transgenerazione e l’asse orizzontale della fatticità delle varie teorie omosessuali; ma si tratta per l’appunto di quella sessualità che è messa in discussione dal femminismo, e dal movimento LGBTQ, perché si accorgono della tentativo di padronanza e di controllo della vita, il biopotere.

Certo ha ragione Giancarlo Ricci quando analizza il tentativo di padronanza ideologico del movimento LGBTQ: si tratta di questo, oppure quando questo tentativo di padronanza che spinge all’indifferenza sessuale, al genere indossabile al supermercato dell’erotismo, rilevando come vari femminismi teorizzano il contropotere. L’ordine simbolico della madre, di Luisa Muraro, è una di queste direzione. Non l’unica. Ci sono anche elaborazioni critiche che mettendo in discussione ogni forma teologico politica lo fanno anche per quelle al femminile. L’abbiamo annotato anche noi, certamente le teorie del genere, gli studi di genere sono diventati un dipartimento, una prebenda, in ogni università del pianeta, anche se a seconda del contesto sono più o meno evidenti, come per l’appunto è evidente il lavoro all’università di Verona, dovuto per l’appunto all’insegnamento di Luisa Muraro e di Adriana Cavarero, e non per esempio all’università di Trento in cui non ci sono nomi da pronunciare come Luisa e Adriana.

L’ideologia degli studi di genere è arrivata a farsi protocollo di esecuzione, come nel caso del libretto che dovrebbe insegnare la tolleranza contro il diverso e invece propone l’omologazione all’ideologia degli studi di genere.
L’analisi di Giancarlo Ricci coglie esattamente questa tendenza.

Ideologia normativa e dicotomica: o con me o contro di me. Non esiste posizione terza, ovvero posizione intellettuale, indipendente; per cui se non si è contro l’omofobia si è omofobi, quanto di più falso. Come ai tempi di “o con lo stato o con le brigate rosse”, c’erano infinite posizioni che non corrispondevano né allo stato nelle brigate rosse... Se l’eterosessualità richiede la cancellazione del padre per una fraternità tra simili, apparentemente senza problemi, in realtà poi sono tutti rivali fratelli per avere la posizione di guida, per avere la posizione di psicopompo, di guidapompo, ebbene l’eterosessualità è come lo mostrano le guerre è rivalità tra fratelli, non rispetto intersessualità tra i fratelli, ma rispetto alla essosessualità dei fratelli, ovvero al possesso delle donne, alla loro circolazione, alla loro riduzione a merci, a oggetti di scambio, tutt’altro che la mistica del matrimonio di cui parla Giancarlo Ricci.

Quando le cose funzionano tra uomini e donne, abusivamente, sessistamente chiamate per il loro genere, non è perché è l’eterosessualità che sia buona, che sia quella giusta rispetto all’omosessualità che invece richiederebbe il declino del padre, ma è perché funziona qualcosa della legge, dell’etica e della clinica, quale piega della parola.

Ha ragione Lacan a dire che il colmo del godimento fallico è il godimento dell’idiota che però non accederebbe per una sessuazione incompleta all’incontro con l’altro, perché non c’è altro godimento che il godimento fallico, che si qualifichi come godimento dell’altro e con un resto per le donne qualificato di godimento al di là del fallo. Le donne sono poste come dissimmetriche e dipendenti dal primato dal fallo e quindi come subordinate al superiore.
Il godimento dell’idiota è il godimento fallico, il godimento masturbatorio, accennato come fantasmatica in vari psicanalisti, c’è anche in Didier Dumas che ha scritto La sessualità maschile, opera citata più volte da Giancarlo Ricci. Si tratta del fantasma della donna guanto, della donna mano della masturbazione, donna sostituta della mano della masturbazione per cui il godimento fallico implicherebbe l’antropologia di un uomo appunto che gode solo con la masturbazione nel corpo della donna.

Se non c’è questa lettura della supremazia del fallo come teologia politica, noi non abbiamo nessuna risposta al “perché la guerra?”, al perché lo stupro, al perché il femminicidio, ai perché della discriminazione delle donne nella società. L’elaborazione che conduce Giancarlo Ricci, come l’elaborazione di molti altri terapeuti della psiche, taglia il sociale e il politico dall’analisi senza cogliere nemmeno con l’ironia l’attacco ilare giulivo e disperato di Félix Guattari e Gilles Deleuze con L’AntiEdipo, che metteva in primo piano la faccia politica del privato e esclusivo e soggettivo campo psicoanalitico.

La questione di vita infatti nell’elaborazione di Giancarlo Ricci diviene la questione della soggettivazione. La particolarità, la singolarità, l’unicità del caso sono inseriti nella soggettivazione e quindi è qualcosa che sarebbe il soggetto in progressione, in cantiere, in costruzione, e invece si tratta del romanzo familiare del nevrotico e dello psicotico. Certo lungo il percorso di lettura del libro, Giancarlo Ricci intesse una trama ricca e densa di riferimenti a altre opere, in particolare di psicanalisti, ma per l’appunto se l’estensione di questa trama suffraga la sua tesi di lettura è perché questo movimento come il movimento LGBTQ per alcuni aspetti è un disorientamento, in particolare rispetto alla questione del padre, del presunto declino, che è una cosa antichissima, perché ogni ideologia politica è fondata sul declino del padre, addirittura è morto quel padre. E il riferimento non è tanto al Dio è morto di Nietzsche, quanto all’uccisione simbolica che Freud ha trovato all’origine dell’umanità, uccisione simbolica di un’istanza che permette di edificare un dio eletto dal popolo e non tanto il popolo eletto, che è la conseguenza dell’elezione di Dio. E stiamo dicendo “Dio”, quindi è nominabile: l’innominabile è messo a morte. Curiosamente tra i termini per indicare l’innominabile c’è in ebraico HaShem, nient’altro che il Nome, ma il nome non è nome di Dio.

Se i lacaniani, tra i quali Giancarlo Ricci, radicalizzarselo alcune analisi di Lacan potrebbero anche avviare un’altra elaborazione quando precisa che il nome del padre, quello che è forcluso o declinante nell’omosessualità, anche in quella del presidente della corte d’appello di Dresda (come tale sarebbe appunto all’origine dell’omosessualità e della psicotizzazione), ebbene è il nome del padre nient’altro che il padre morto: quale il padre del nome del padre? È il padre morto: ecco perché c’è il presunto declino, quando il padre è messo a morte poi c’è il declino, ovvero la richiesta di guide, di padri, di padre eterni, di padri padroni, di conduttori della repubblica, di conduttori della vita personale, e conduttori della moglie e conduttori delle figlie, conduttori che quando le donne non vanno nella direzione della guida vengono soppresse: questo è il femminicidio.

Ora, leggendo vari scritti intorno al padre, la posizione di Giancarlo Ricci risulta più complessa e più densa, ha maggior spessore di altri, molto più faciloni dell’approccio. Non è facile l’approccio di Giancarlo Ricci, ma rimane che accettando il termine di omosessualità, in un ambito di cura che è psicoterapeutico più che psicanalitico, spadroneggiano gli imperativi teologici politici.

L’omosessualità maschile rimane inanalizzabile, per quanto l’analisi di Giancarlo Ricci riguardi molti aspetti delle varie teorie dell’omosessualità nell’ambito della psicanalisi. Non viene messo in discussione l’impianto teologico, l’omosessualità rimane una cosa privata, di natura prettamente fantasmatica, c’è infatti nel testo l’affermazione che il fantasma governa, dirige, determina, e ovviamente non c’è nessun riferimento alla fantasma come costruzione sociale, a quel fantasma di gruppo elaborato da Félix Guattari e Gilles Deleuze.

La tesi è che l’omosessualità è un sintomo, un disguido, un accidente, della sessualità, in particolare dell’eterosessualità. Il mantenimento del primato del fallo, mancato in questo testo in quanto ridotto alla prima creazione di Freud, ovvero alla nozione di fase fallica, quando invece si tratta anche di teologia politica, del governo degli umani, di quel che sotto la questione non tanto della soggettivazione cui parla anche Giancarlo Ricci, ma dell’assoggettamento, elaborato in particolare da Michel Foucault, ebbene fa rimanere nell’ambito della psicoterapia. È infatti una gentilezza, un eufemismo, l’impiego del termine “terapeuta”, senza la radice di “psico”, si tratta infatti della business delle malattie mentali, divenuti semplicemente disordini o disturbi, alimentando la creazione dell’omosessualità come mantenimento della fantasmatica di ricordo di copertura del crimine.

L’eterosessualità non è indagata come ricordo di copertura dell’incesto.
Certamente, chi legge questo libro, trova la trama della ricerca che è svolta rispetto al mantenimento dei luoghi comuni psicanalitici, in particolare della scuola di Jacques Lacan, e quindi che possono avere un’altra lettura. L’interesse maggiore non è tanto rispetto al padre dov’era, il padre chiaro nella sua eterosessualità impeccabile di notte va a puttane, e tra la donna madre e la madre donna, tra la moglie e la prostituta in ogni caso si tratta del godimento dell’idiota, ovvero di masturbazione, da una parte la mano e dall’altra la protesi, la donna come mano dello stupro, la “manostuprazione” più che la mano del turbamento.

In tal senso noi leggiamo in ben altro modo alcune delle citazioni ricorrenti, non avendo mai trovato noi materia intellettuale ma solo psicoterapeutica e quindi in un certo qual modo sostanziale e mentale, facciamo riferimento in particolare alle ricerche di Jacques-Alain Miller e di Charles Melman.
Tra le nozioni che possono avere ben altro svolgimento, quindi, c’è non solo la nozione di “soggettivazione”, ma anche quella connessa di “soggetto”, che è mantenuta, poi perché l’epoca lo permette è mantenuta anche la nozione di patologia, la nozione di paziente addirittura. Per quanto ci sia un gioco linguistico sulla questione dell’inconscio che sarebbe impaziente, tuttavia è fare l’occhiolino alla psichiatria definire chi va in analisi col termine di paziente per quanto forse possa leggersi la conclusione di un’analisi come il raggiungimento di un’impazienza assoluta, ovvero della assenza di pazienza.

C’è da fare oggi un lavoro, come spetterà a ciascuno leggendo Freud, rispetto alla sua esplorazione della sessualità. Anche Armando Verdiglione nel libro L’Affaire fiscale, annota come Freud rimanga da leggere rispetto alle enunciazioni sulla sessualità. S’accorge per esempio che dice che la coppia oppositiva attivo-passivo governa - ancora una volta questo governo - la sessualità.

Rimane da leggere la questione delle fasi dello sviluppo del bambino: fase orale, la fase anale, la fase fallica, la fase genitale. Non è un caso che pur non ponendo obiezioni a questa questione, Armando Verdiglione non riprenda mai tale suddivisione. Possiamo dire oggi che non è altro che, con un termine: il ricordo di copertura. Possiamo trovarci a formulare un’ipotesi per intendere, l’intendere, anche là dove non ci sono risposte, come nel caso del mito scientifico del padre, del complesso di Edipo, ebbene noi non possiamo assolutamente parlare di norma, di normatività, di normazione. Quando qualcuno, come Giancarlo Ricci, parla di norma, di normatività, di normazione, a proposito del complesso di Edipo, della soggettivazione, della costruzione dell’identità sessuale, dell’identità di genere, non è più un analista in ascolto, ma è il servo del re che si piega e uccide. È un agente teologico politico. Per dirlo come Thomas szasz: è un poliziotto, ovvero riduce l’analisi a una pratica di controllo pubblico. È quello che Michel Foucault chiama il biopotere, che si realizza sempre come potere della morte.

La sessuazione, com’è stata chiamata da Lacan,consiste nelle implicazioni logiche non della vita, ma di quel che giustamente Lacan chiama logica del fantasma. Di che cosa si tratta con il fantasma? Si tratta della copia, del feticcio, eretto dinnanzi alla vita. È proprio non analizzando il fantasma dell’eterosessualità, che Giancarlo non coglie la manifestazione reattiva della militanza del movimento LGTBQ. Intendiamo che assolutamente non è dominante il codice materno nella società, tra parentesi diciamo che non sappiamo dove viva Giancarlo, e gli altri psicoterapeuti, noi viviamo per dirla con termini femministi in una società eminentemente paternalista, patriarcale, fondata sul nome del padre, che nessuna forclusione toglie, se non per instaurare negativo, il suo presunto limite, nello psicotico, non a caso riletto come rivoluzionario, quando non è stato psichiatrizzato, con la figura dello schizofrenico non ospedalizzato, da parte di Guattari e Deleuze, in particolare ne L’AntiEdipo.

Non c’è psicanalista che si rifaccia a Lacan che non dia la sua strimpellata femminismo, non cogliendone l’istanza, come anche accade con il movimento LGTBQ. Ovvero non è dominante l’ideologia del movimento LGTBQ, l’ideologia che fa riferimento al codice materno, ma è reazione al principio del terzo escluso in tutte le sue applicazioni da parte di coloro che sono compromessi con il fantasma dell’eterosessualità, in quanto ricordo di copertura dell’incesto. E quindi l’analisi dell’omosessualità non può andare senza l’analisi dissimmetrica, non complementare, assolutamente altra, quella dell’eterosessualità. Quest’altra fantasmatica comporta la dove sia applicata come un’ideologia una serie di contrappassi e di contraccolpi, di certo dissimmetrici rispetto a quelli dell’omosessualità. Il femminismo radicale elabora l’aspetto patriarcale della gestione dell’eterosessualità, e rimane l’unico ambito che metta ancora in discussione la supremazia del fallo. La psicanalisi sorda all’istanza del femmnismo rimane del narcisismo delle piccole o grandi differenze, e non fa altro, come fa Giancarlo Ricci, che rilanciare la supremazia dell’eterosessualità e quindi di tutto quel che causa come esclusione o negazione di chi bazzica in un altro errore tecnico. Certamente l’omosessualità è un errore tecnico specifico, come è un errore tecnico specifico l’eterosessualità.

La sessualità, è un ritornello, ma non lo è per davvero, non è omo non è etero non è trans, richiede un’elaborazione delle varie fantasmatiche di padronanza e di controllo sulla vita; certamente non è una cosa originaria l’omosessualità, non lo è neanche l’eterosessualità, nonostante la grande costruzione mitologica di Freud, e quindi agli intellettuali, a quelli che non hanno la questione psichica ma la questione intellettuale, non resta che esplorare ciascuna di queste senza assolutamente mai dare elementi per normare, come scrive Ricci, anche un solo dettaglio di vita. Ovvero l’errore tecnico è da elaborare, ma questo “è da elaborare” non è un dovere, non è un obbligo, se non intellettuale, non sociale, non personale, è una chance intellettuale di elaborare la propria vita, di proseguire di passo in passo, di piede in piede, nell’astrazione, che non è complicata, né intellettualistica: è la narrazione in atto.

Come noi non obblighiamo alla cura degli eterosessuali, e secondo Giancarlo Ricci sono veramente tanti, perché omosessuali e altri appartenenti al movimento LGTBQ sono una minoranza (che business se si instaurasse la cura dell’eterosessualità…). È un’ironia, è un modo della questione aperta, per interrogarsi sia sull’omosessualità, alla quale sono dedicati infiniti libri in Italia, ma anche alla questione dell’eterosessualità: zero libri in Italia.

Il padre dov’era? Era nelle omosessualità in quanto negato, ma la negazione del padre non riesce. Questo non è menzionato da Giancarlo Ricci, che mi pare avesse ben altra elaborazione della nominazione, del padre, della funzione di rimozione. Non c’è declino del padre, in famiglia o in massa, in tutta la società, nell’intero pianeta, nelle galassie, che possa cancellare la vita, nel suo altro nome di inconscio. L’epoca è per il declino, ma la funzione di padre non è la funzione paterna; e la funzione paterna, checché ne dica Giancarlo Ricci, non declina.
I declinatori chi sono? Sono i soggetti, accalappiati dal processo di soggettivazione, dalla costruzione per identificazione della loro identità sessuale, ovvero dell’amore per l’idolo, talvolta tiranno, despota o vampiro. Lo psicoterapeuta, in tal senso, è psicotiranno, psicodespota, psicovampiro. In alcuni luoghi comuni è visto appunto come un vampiro che prende soldi per una pseudo cura, per una pseudo guarigione, per una pseudo terapia, più che psicoterapia.

Quanto poi alla questione psichica, menzionata da Giancarlo Ricci, occorre notare come non vada senza l’analisi della corpoterapia. Il biopotere di Foucault in tal senso sarebbe proprio una corpo terapia, ovvero tentativo di padronanza e di controllo del corpo quale altra faccia del tentativo di padronanza della psiche, a torto ritenuta soggettiva, individuale, quando invece si tratta della scena della parola, divenuta quasi illeggibile perché coperta dallo scenario della teologia politica.

Il corpo è il dove. La psiche, volendo mantenere questo termine, la scena è il verso dove. Affermare dov’era il padre, senza punto di domanda, partecipa al tentativo di padronanza e di controllo del padre, tentativo di situarlo fuori dalla parola, apparentemente riguarderebbe il posto dei padri nella famiglia della società di quest’epoca. E sarebbe per l’appunto la litania di padri che si prendono per figli, che si prendono per fratelli, che si prendono per amici, oppure di padri assenti, senza interesse non solo per i figli ma anche per le mogli, per le madri dei figli, eterosessualmente perfetti, ovvero quando la moglie ha un figlio e avesse una” psicosi post-parto”, una depressione dopo il parto, i mariti non deprimono, ma si comprimono e si esprimono con le prostitute. Insistiamo mantenendo titolo del libro solo in modo ironico, Il babbo dov’era: non dalla santa ma dalla strega, non dalla moglie ma dalla puttana. Mentre il “padre” è intoglibile dalla parola, come ciascun elemento linguistico.

Giancarlo Ricci, Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicanalisi, Sugarco Edizioni, 2013, pp. 206, € 16,50


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19.05.2017