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La borsa della vita, senza più alternativa

Giancarlo Calciolari
(3.06.2014)

Il principio dell’uno, che si precisa con i tre principi di Aristotele, che sono i principi dell’antivita, della mortificazione, della sopravvivenza, della presunta riduzione del rischio di affrontare il principio di contraddizione è un aspetto del primato del fallo, l’impalcatura che dovrebbe sovrastare e sottostare ciò che si vede. Il primato del fallo ha orrore del principio di contraddizione, del principio del due, del principio di apertura. E così divide il due in due genealogie complementari. Divide anche gli umani tra amici e nemici. Poi le divisioni si fanno stratificate: ecco la gerarchia. Da qui l’interesse di cogliere il destino del termine gerarchia nella logica matematica, in particolare con la gerarchia dei tipi di Bertrand Russell, ripresa anche da Gödel e da ognuno che ritenga d’avere risolto i paradossi degli insiemi e anche l’ipotesi del continuo con la sua indecidibilità (Paul Cohen).

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Hiko Yoshitaka, "La borsa della vita", 2014, cifratipo, smalto su carta

Dal principio di contraddizione dipende anche tutto ciò che ruota intorno alla borsa, scrive Armando Verdiglione. E’ più nota la concezione zoologica della borsa, tra toro e orso, tra su e giù: ontologia della borsa che come per altri aspetti della parola (lettura, scrittura, impresa) è in corrispondenza biunivoca con la falloforia, da analizzare anche in quello che la psichiatria propone come bipolarità. E così può leggersi l’euforia e la disforia per la borsa. L’euforia per la bolla e la disforia per la sua implosione.

Il principio di non contraddizione regge la logica matematica senza l’analisi: per questo si impiegano come assiomi indimostrabili e incostruibili, ossia come postulati, elementi linguistici, come la coscienza e la gerarchia, che vengono da altri ambiti, in una sorta di Midrash matematico che nulla sa delle sue regole di lettura, di giuntura e di separazione.

Quella che è una ricerca in Platone e in Aristotele diviene un approdo. La chiusura della caverna, la sua natura di prigione, diviene il sistema sempre più chiuso, sempre più circolare. E eccellenze come Desargues e Klein scopriranno proprietà singolari e paradossali del punto, della linea, della superficie e del volume che poggiano sul principio di non contraddizione. Il principio di morte (della materia) tripartito (assieme al principio d’identità e al principio del terzo escluso) è che costituisce la funzione di morte come funzione fallica. Come si trasmette il fallo? Con la funzione di morte: la relazione connessa all’oggetto e al tempo. Quindi con l’abolizione dell’oggetto e del tempo.

San Tommaso, apice del compromesso tra teologia e filosofia, che sarebbe da leggere insieme ai testi di Averroès e di Maimonide, stabilisce e consolida il sistema di Aristotele: il suo sistema teologico e ontologico alimenta anche Graziano che fonde insieme il diritto canonico e il diritto romano. Fusione che sta ancora alla base delle istituzioni occidentali, come emerge anche dall’opera dello psicanalista e storico delle istituzioni Pierre Legendre. Il Decretum di Graziano comincia con una divisione tra teologia e politica, ossia con un aggiornamento della Summa Teologica e del sistema al posto del due, dell’apertura. Questo impianto avrà vari aggiornamenti: da Cartesio a Kant, da Hegel a Marx. Da Freud a Lacan. I geni sono coloro che si sono confrontati con i paradossi del sistema, sebbene in parte abbiano mantenuto l’impianto, che diviene primato del fallo in Freud. Primato di cui Lacan arriva a scrivere le formule della sessuazione.

Tutto ciò è sostanziale e mentale: nessuna traccia di materia intellettuale, salvo tra le righe, restituendo il testo occidentale dal pregiudizio del discorso occidentale come discorso della morte, discorso del fallo. In altra direzione va il sogno, la dimenticanza, l’ironia, l’antifrasi, l’ossimoro, la beffa, l’ipotiposi, il lapsus, il sintomo… E lungo questa via acquisiamo la lezione di Freud, di Lacan e di Verdiglione. Non gli errori tecnici. Non l’errore degli errori, il primato del fallo nella sua pseudo-logica e nella sua pseudo-procedura.

Dal principio di morte al principio di ragione sufficiente si tratta di ridurre la vita. Nella logica matematica si trovano l’assioma di riducibilità e l’assioma di scelta che applicano il principio di ragione sufficiente, escludendo il superfluo. Il flusso della vita. Il lusso della vita assoluta.

Com’è che le cose paiono oscillare tra l’alto e il basso, tra il bene e il male, tra il positivo e il negativo? L’ossimoro viene posto dinanzi. L’albero della conoscenza del bene e del male ricopre l’albero della vita. L’albero diviso ricopre l’albero dell’intero. E questo nel fantasma, nella copia della vita: la cosa non riesce e le sentinelle della vita, in particolare le figure della paura, indicano ancora la via, il viaggio anomalo, sospeso per la circolarità stabile e consolidata.

Il primato del fallo divide e impera. È principio di selezione e di elezione. Elegge la libido maschile a unica libido e seleziona le donne come non uomini o uomini mancati. Lacan distribuisce alle donne un godimento al di là del fallo affinché nessuna indaghi sull’aldilà del primato del fallo, che è senza altrove e questa è la ragione della sua circolarità.

Il sistema in quanto vita ridotta, emondata dall’inidentità, dalla contraddizione e dal terzo, è calcolabile e contabile, coerente e consistente, decidibile e completo. Può trarre il massimo (l’assioma di massimizzazione, che è stato un fallimento, avrebbe garantito di non forare la logica matematica verso i paradossi) dai modelli matematici, ovvero dalle restrizioni della matematica per fondare appunto il calcolo proposizionale, la coerenza (non contraddizione)…

Il principio di selezione divide chi conta da chi non conta, gli uomini dalle donne, il privato dal pubblico, la psiche dal corpo… E il principio di elezione fonda chi conta su chi non conta: ecco perché 83 persone hanno metà della ricchezza del pianeta. Le oligarchie di potere hanno tutto l’interesse a mantenere l’impianto del fallo, anche nella ragioneria e nella danza. E così fan tutte le oligarchie.

L’anomalia risiede nell’anfibologia che si dilegua nell’ipotiposi, ovvero resta come fantasma, copia impossibile della vita. Fantasma di padronanza e di controllo. Fantasma di impero. L’orizzonte del primato del fallo. Fantasma che l’idolo possa agire e soppiantare Dio, HaShem, il Nome. L’idolo infatti è l’immagine “fatta” del nome del nome. Fattibilità, ovvero costruibilità che autorizza la sua decostruzione e anche la sua distruzione.

L’alto e il basso attribuiti al viaggio fanno l’euforia e la disforia della bipolarità. Bipolarità che è pura immaginazione e pura credenza nel primato del fallo.
Il fallo si gonfia e si sgonfia, si rialza e si riabbassa. Chiude e si richiude. E più che principio di chiusura costituisce una doppia chiusura: chiusura di chi conta e chiusura di chi non conta. Chiusi nell’avvenire positivo e chiusi nell’avvenire negativo. Chiusi nel trionfo e chiusi nella disfatta.

Vale invece il principio di contraddizione (il funzionamento del non-A, anche l’irruzione delle donne sulla scena civile, anche il femminismo), e l’interrogazione non fonda più la risposta, che resta aperta. Il primato del fallo? L’interrogazione fonda la risposta. La premessa maggiore e la premessa minore fondano la conclusione dell’argomento.

Il primato del fallo non assume il controllo della novità: è il controllo stesso. E’ anche autocontrollo, poiché è anche contro l’era della linguistica che indagherebbe sulla formulazione di “primato del fallo”.

La promessa dell’avvenire positivo e la minaccia dell’avvenire negativo. La carota e il bastone: anfibologia che richiede il viaggio intellettuale per precisarsi come ipotiposi, lasciando la questione aperta. Invece attenendosi all’ordine fallico, ognuno deve confermare la chiusura, evitando la contraddizione, mantenendo l’identità e il suo doppio, escludendo il terzo.

Come ha teorizzato Louis Althusser, che ha scritto nella sua autobiografia che in ognuno di noi alberga un bambino perverso che detta la sua legge. Questo è anche il principio d’irresponsabilità che ha evitato il processo a Althusser per aver strangolato sua moglie, Hélène. Questo bambino perverso impazza: è responsabile di violenze e di stupri. Comanda al suo portatore (Träger: c’è tutta una teoria del Träger in Althusser) tutto il male di cui la parte non maledetta fa l’economia.

Il primato del fallo è una dottrina della dicotomia sociale e politica, sino alla più nota dicotomia sessuale. E da questo non si scosta Jacques Lacan che da alla donna il posto del supplemento, come se fosse una grande cosa rispetto a quello del complemento. Distribuisce quindi in un doppio sistema chiuso la divisa sociale e la divisa sessuale. I gender studies stanno solo preparando le nuove divise sessuali. Il nuovo standard, la nuova divisa umana.

Il primato del fallo come principio di morte e quindi come principio dell’alternativa, anche tra il successo e la sconfitta, tra l’intellettuale e il manuale, tra lo spirituale e il materiale, lungo la serie delle derivazioni del bene e del male. Anche primato della standardizzazione, della pianificazione, dell’animalizzazione, anche della fusione, della concentrazione e della delocalizzazione. E dietro il sogno della mano che costa di meno c’è quello della mano che non costa nulla, come nelle fabbriche della morte chiamati campi di sterminio.

Come cessa il primato del fallo? Come ciascuna volta la morte non riesce a invischiare la vita? Le cose procedono dal due, secondo il tre (terzità per Peirce e trialità per Verdiglione). Le cose procedono dall’apertura e non dalla gerarchia delle chiusure che appartiene alla fantasmatica del fallo. E le cose che stanno nella parola e non sono doppiate dalle parole (come fantasticano il nominalismo e il realismo con i noti esiti differenti) si rivolgono alla cifra, alla qualità assoluta, e non alla quantità chiusa frutto dei quantificatori universali e esistenziali. Il fallo come quantificatore universale e esistenziale (che fa dire a Lacan che la donna non è tutta perché non è una categoria universale) non arriva mai a porsi come condizione del viaggio, che sarebbe circolare e senza direzione, e si dilegua con l’instaurazione del sembiante, dell’oggetto della pulsione: specchio, sguardo e voce. Io, tu, lui. Come punto e contrappunto.
E il tempo interviene come schisi, divisione della parola, misura immisurabile. Questa è la divisione che non ha più nulla di fallico: facendo le cose si dividono e rilasciano un’eco, quello che Peirce insegue come ipotesi del nuovo. Impossibile derivare deduttivamente l’eco, come se fosse una conseguenza del fallo. L’eco è ingenealogica.

Tolto lo zero, la funzione dei rimozione, senza direzione, la circolarità fallica richiede la guida, il nome del nome, il nome del padre. Guida che non basta mai, mai abbastanza presente, sempre al suo tramonto, alla sua sparizione, alla sua evaporazione, al suo declino. Da qui il bisogno di guide, di padri, di fratelli maggiori, di maestri, di maghi, di fattucchieri, di portinai che conoscano il palazzo e i palazzinari, di algebristi e di geometristi. Tolto lo zero come nome, il padre come nome, la guida è il nome del padre nella nomenclatura. La guida giusta vale la copertura giusta, la riuscita giusta. E questo lo garantirebbe il fallo, separando gli ingiusti, anche le guide ingiuste, le coperture ingiuste o false coperture sociali, le riuscite ingiuste, quelle che non rispetterebbero i protocolli fallici e la loro teleologia.

Ogni riferimento all’essere e all’avere indica l’azione del primato del fallo, la negazione del femminile. Ogni riferimento all’essere e all’avere aumenta il volume del fondo roccioso dell’analisi. Il capitale di sostanza e di mentalità attenderà ancora, magari con un’altra guida, di dissolversi lasciando affiorare il capitale intellettuale che c’è in ciascun elemento linguistico preso nel viaggio intellettuale. Questo è l’oro della parola, la sua ricchezza, non il cumulo degli averi o le patenti ontologiche, che nulla possono dinanzi a un appello estremo, come quello del cancro.

Senza la direzione: il comandamento, la determinazione, la teleologia senza autore, la delega. E i comandanti, le guide, delegati superiori o inferiori (è nota la via di Cesare, ripresa molto più delle indicazioni del Principe di Machiavelli: proporsi come tribuno degli inferiori e non come appartenente ai superiori) sono appunto senza direzione. La guida è smarrita. Il superesperto è quello che non ha direzione e per questo viene chiamato nello stato di crisi o di emergenza, affinché tutto si rinnovi e circoli come prima, non mettendo in discussione la gerarchia delle guide. Si possono raccogliere le attestazioni di assenza di direzione di molti superesperti, dallo psichiatra Vittorino Andreoli all’economista Alan Greespan.

Qual è la saldatura che opera san Tommaso che vincola il principio di non contraddizione all’ontologia? Quella tra Dio come essere, che diverrà supremo (“Sarò colui che sarò”, che nella vulgata diviene “Io sono colui che sono”, risposta alla domanda posta da Mosè: “Se mi chiedono chi sei…”) e l’essere della filosofia, come quella di Parmenide, e già non più l’essere della sofistica, quella di Eraclito, la cui retorica lasciava la questione aperta.

Il principio del sillogismo di Aristotele, oltre a essere poi il principio del calcolo delle probabilità, è collettivistico nella sua natura. Richiede il gruppo per decidere. E questo può anche chiamarsi principio di condivisione. Il tempo finisce? Il fallo può dividere e condividere, non la proprietà intellettuale, ma la sua caricatura.

Il primato del fallo? Il primato del principio come imperium. Il primato dell’assenza della prova di realtà e della prova di verità. E non si tratta di criticare la sua pseudo-realtà e la sua pseudo-verità: è questione di articolarne il fantasma e di vanificarlo. Il fantasma è reattivo e relativo, e si dilegua quando la terzità s’instaura. Quando l’inferenza è abduttiva, ossia quando si formula un ipotesi del nuovo. Un’astrazione. Quella che Verdiglione chiama ipotesi dell’avvenire, senza di cui non accade nessun miracolo.

Nota di lettura dal libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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30.07.2017